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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Marzo, 2021
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Lars Are Nedland è uno di quei musicisti che ama quello che fa e lo si può constatare tramite tutti i progetti in cui è stato coinvolto nel suo percorso musicale: Borknagar e Solefald, per fare due nomi fra i più conosciuti. Dato quindi che a mr. Nedland non piace stare con le mani in mano, ha deciso di fondare un nuovo progetto musicale avvalendosi di tre personaggi estremamente interessanti, ovvero Tobias Solbakk (batterista live di Ihsahn), il produttore di musica elettronica Vegard Kummen (bassista e addetto ai synth per gli interessanti Vian) ed il variopinto chitarrista Eivind Marum. Da questa unione di forze nascono i White Void, che con questo debutto intitolato "Anti" intraprendono la dura scalata all’affermazione musicale nel terribile mercato discografico odierno. Non ci si aspetti però un lavoro prettamente metal, ma qualcosa di molto differente che attinge da molteplici fonti sonore.

Le otto composizioni che compongono il disco sono davvero colme di dettagli e potrebbero rivaleggiare con gli Iotunn per il podio di miglior album prog senza esserlo. Il buon Lars si riconferma anche in questa occasione compositore di caratura elevata, oltre che ottimo cantante la cui voce cristallina e potente riesce ad impreziosire i numerosi cambi umorali dell’album. La scelta dei musicisti si è poi rivelata azzeccata ottenendo un effetto pazzesco sia nella sezione ritmica tonante e fantasiosa (l’hard rock sanguigno della settantiana “The Shovel and the Cross” fra fragori metallici, accelerate rock’n’roll e assolo a profusione), che nelle interessanti parti elettroniche che richiamano sia la new wave che certo synth pop (la frizzante “The Air Was Thick with Smoke”, con una meravigliosa coda psichedelica molto visionaria), per non parlare del lavoro chitarristico davvero impressionante che funge da catalizzatore innalzando il valore complessivo sia nelle ritmiche che negli assolo (il gran finale della veloce “This Apocalypse Is for You”). Le sonorità viaggiano continuamente innescando nella mente dell’ascoltatore una sorta di viaggio dalle mille atmosfere; si passa dal progressive rock di “All Chains Rust, All Men Die”, ad ossessioni velenose nei giri cupi di “There Is No Freedom But The End”, arrivando poi ai riffs blues spacca montagne di “Do.Not.Sleep” (in perenne bilico tra Deep Purple, bassi micidiali e sperimentazione), senza che nulla venga forzato e che l’ascoltatore non perda mai la bussola. L’abilità e la maestria del quartetto sono da fuoriclasse e lo si evince dalle rimanenti tracce che rappresentano forse i punti più alti. Riff fumosi e melodie epiche fungono da base per la splendida “Where You Go, You'll Bring Nothing”, in cui voci eteree e sognanti fanno da controparte a cambi di tempo armonici, arpeggi pregni di malinconia e ritmiche schizzate. L’altra gemma è rappresentata da “The Fucking Violence of Love”, in cui la chitarra di Eivind fa letteralmente faville con il suo mood sporco che poi esplode in una cavalcata hard micidiale con delle stratificazioni di suono imponenti e muri di suono fiammeggianti, in cui ad ogni secondo può capitare qualcosa. Alla fine dell’ascolto si è quasi tramortiti da cotanta bellezza e necessitano molti ascolti per rendersi conto di quante cose possano essere colte ogni volta che si riparte dall’inizio. I White Void riescono nel difficile compito di far convivere il prog del passato con le derive più moderne senza cadere nel tranello della tecnica fine a sé stessa come purtroppo molti colleghi fanno.

Una nuova luce nel buio mondo della musica che sicuramente illuminerà coloro che riusciranno a coglierla. Killer album!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Marzo, 2021
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Fare delle scelte importanti non è semplice per nessuno e spesso si può cadere in trappola e prendere la direzione sbagliata senza magari rendersene conto. Gli italiani Odd Dimension sono spariti per parecchio tempo dopo aver dato alle stampe due piccoli gioiellini come lo sperimentale "Symmetrical" ed il più intelligente "The Last Embrace to Humanity". Ben otto anni sono passati e finalmente il quintetto prog/power metal di Alessandria torna sulla scena con questo nuovo concept album dai tratti fantascientifici, "The Blue Dawn", che vede importanti novità soprattutto a livello di formazione date due defezioni non da poco, ossia l’abbandono dello storico singer Manuel Candiotto e anche del batterista Federico Pennazzato. In più ci sono alcuni ospiti speciali come Derek Sherinian e Roberto Tiranti. Ciò ha portato una ventata strana nella musica del gruppo confinandolo in un limbo molto pericoloso che potrebbe essere un bene ma anche un male se non si saprà che direzione prendere.

Il disco potrebbe essere suddiviso in due parti, una più riuscita e l’altra molto meno. A fine ascolto il sottoscritto non sapeva se essere arrabbiato o deluso per via delle scelte molto discutibili intraprese dai musicisti ma si andrà con ordine. Le prime cinque tracce (anche se “Solar Wind” è più un intermezzo) sembrano prese dal manuale del perfetto prog metaller. E’ da anni che la band si ispira a Dream Theater e Symphony X ma non in maniera così spudorata. Tastieroni prog simil-futuristici alla velocità della luce, assolo, schitarrate metalliche, i consueti giochi di batteria, riffing serrati di chitarra; tutto viene condensato in brani davvero iper-derivativi come “Landing on Axtradel” (le vocals del nuovo cantante Gianbattista “Jan” Manenti paiono clonate da Russell Allen) o la disastrosa “The Invasion”, in cui la sensazione di già sentito diventa davvero fastidiosa a causa delle continue citazioni ad altre bands come i Liquid Tension Experiment ed è un peccato perché ci sono molte belle intuizioni di chitarra come pure di grandi assolo ad opera del talentuoso Gianmaria Saddi, musicista davvero preparato. La situazione peggiora con l’eterea “Escape to Blue Planet”, che partirebbe anche bene per poi puntare di nuovo sui cliché del prog metal classico scopiazzando di nuovo i Symphony X. I limiti di sopportazione vengono sorpassati con l’incasinata “Life Creators”, colma fino all’orlo di intrecci strumentali a tutta velocità che paiono più dimostrazioni di tecnica che qualcosa atto ad emozionare o per lanciare un qualche tipo di messaggio. All’improvviso succede l’inaspettato e con la title-track “The Blue Dawn” la band si sveglia clamorosamente e comincia a fare sul serio, tutto funziona bene grazie a massicci inserti metallici ed un approccio chitarristico finalmente fresco (peccato per l’infinito ed inutile assolo di tastiere), proseguendo poi con episodi più semplici come la quadrata “Flags of Victory” e la micidiale “The Supreme Being”, con quel riff durissimo e i cambi di atmosfera finalmente convivono. Il top è forse raggiunto dalla bellissima “Sands of Yazukia”, piena di arrangiamenti orchestrali, una gran voce femminile ed un continuo turbine di prog metal imbizzarrito impreziosito da melodie potenti di ampio respiro. Non si sa bene come mai ci sia questa tremenda disparità qualitativa ma purtroppo le conseguenze non sono così positive e dispiace perché la cura per i dettagli c’è sempre, la tecnica e la professionalità anche ma le idee scarseggiano tristemente facendo crollare una carriera che fino ad ora era sempre stata in crescendo.

Qualcosa non è andato per il verso giusto. Magari è solo un passo falso e stavolta ci si salva grazie alla professionalità della band. Ma nel prossimo album non si perdonerà più…

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Marzo, 2021
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Se ci si riflette su, verrebbe da pensare a cosa sarebbero oggi gli Epica se, anziché Simone Simons, ci fosse la singer degli Imperia Helena Iren Michaelsen. Ciò non è un caso in quanto nella prima incarnazione degli Epica, che si chiamavano inizialmente Sahara Dust, c’era proprio Helena (ed il batterista storico degli stessi Imperia) che ha continuato per la sua strada in maniera forse meno popolare, eppure i risultati qualitativi premiano ancora una volta lei soprattutto con il nuovo disco "The Last Horizon", che segue di appena due anni il bellissimo "Flames of Eternity". Ancora una volta il symphonic metal è sempre preponderante e viene diviso in due CD cercando di alzare il tiro e provando a piazzare l’opera più imponente della loro carriera. Da segnalare prima di tutto la presenza del nuovo batterista Merijn Mol, in sostituzione dello storico Steve Wolz, che dona un’impronta più solida e forsennata mentre come special guests compaiono Henrik Perelló (Finnish National Opera Orchestra) al violino e il chitarrista John Stam in un assolo di rara bellezza (nella fantastica “Only a Dream”).

In questo recente disco la band ha deciso di proseguire la via sinfonica riconfermando quindi quanto fatto di buono in passato ma inserendoci anche dei piccoli tocchi evolutivi. La componente orchestrale è, forse, ancora più massiccia ed arricchisce le composizioni in molte occasioni come l’opener “Dream Away” (che richiama i vecchi Nightwish), l’epica “While I Am Still Here” con i suoi crescendo emozionali o la traccia a due facce “Blindfolded” piena di stratificazioni vocali ed un ottimo bilanciamento fra rasoiate metalliche e pacatezza che sfociano in una maestosa cavalcata power metal nel finale. La bionda vocalist si riconferma ancora una volta cantante di razza spaziando continuamente di tono e stile senza perdere un briciolo di credibilità con grinta costante ed un lavoro sempre certosino sulle melodie. A tal proposito si ascoltino “Where Are You Now” con il suo esplosivo pathos o le atmosfere battagliere dell’epic/viking di “To Valhalla I Ride” (che si ispira molto ai Leaves’ Eyes), ma anche nella coinvolgente “Starlight” con quelle melodie fantasy/folk di facile presa; va segnalata anche l’impronta quasi rock della fantastica “One Day”, con quelle sinfonie da pelle d’oca. Seppure l’originalità non sia così preponderante le canzoni sono molto variegate, piene di dettagli e suonate da dei musicisti preparati che non vanno mai oltre certi limiti ma utilizzano la padronanza tecnica per creare qualcosa di speciale. A tal proposito, oltre alla già citata sezione ritmica, la chitarra di Jan "Örkki" Yrlund fa ancora un lavoro notevole sia per esecuzione che per idee costruendo bellissime melodie, riffs metallici devastanti (“Flower and the Sea”) o lanciandosi in mood arabeggianti (“Dancing”) come pure nel prog metal della dinamica “I Still Remember”. Rispetto ai colleghi Epica, gli Imperia preferiscono brani più quadrati e diretti che quelli più elaborati ma senza dimenticare la sperimentazione che esce nell’elettronica sognante dell’interessante “I Send You My Love” o nel prog rock sinfonico modello Everon nell’epicità contagiosa della ballad intimista “My Other Half”. Non ci sono mai cali di tensione e non emerge mai la sensazione di ripetizione o che si ascolti “la solita band di metal sinfonico” in quanto la qualità è davvero alta che si apprezzi il genere o meno.

Un altro centro che supera il predecessore inserendoci un pizzico di varietà in più ed invogliando all’ascolto in maniera ripetuta per coglierne ogni dettaglio. Da avere!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    20 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 20 Marzo, 2021
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Fa piacere ritrovarsi fra le mani un nuovo album dei nostrani Secret Sphere, arrivato dopo quattro anni dall’ultimo lavoro e soprattutto contenente un’importante novità, ossia il rientro in formazione dello storico vocalist Roberto "Ramon" Messina in sostituzione del dimissionario Michele Luppi. Tale fatto si è inevitabilmente ripercosso sulla direzione musicale della band, che si è ritrovata a dover fare delle scelte non semplici anche perché non sempre i cambiamenti sono ben accettati dalla frangia più “chiusa” dei fan. C’era la possibilità quindi, di proseguire sulla scia del prog metal (ben evidenziata dal gioiellino "The Nature Of Time", purtroppo non compreso), tornare alle derive più dure di "Archetype", oppure ripescare le sonorità puramente power metal dei vecchi lavori (in parte lo era anche "Portrait of a Dying Heart", seppur in veste più colta). Infine la decisione, con questo nuovo "Lifeblood", è stata quella di andare un pochino “sul sicuro”, abbandonando in maniera massiccia la componente prog, in modo tale da rincuorare la vecchia guardia, ricercando nuove vie ma in punta di piedi senza che si possa svegliare il proverbiale “can che dorme”.

Si sa che il prog/power metal fa spesso fatica a resistere alla prova del tempo, in primis a causa di approcci al genere troppo “copia-incolla” ma in generale pochissimi riescono ad uscire dal coro e dare la classica frustata rinfrescando un genere sempre più affaticato. I “rinnovati” Secret Sphere rigiocano quindi la carta del power metal a tutta forza con molti inserti neoclassici ed intermezzi sinfonici. Episodi come “LifeBlood” e “Life Survivors” richiamano i Symphony X nelle parti più elaborate e prog metal per poi lanciarsi in ritornelli potenti e colmi di melodia basandosi molto sui tappeti di tastiera che si erge spesso a semi protagonista grazie ai numerosi duelli con la chitarra (“Solitary Fights” e “Alive”). Si nota un grosso lavoro sui ritornelli e sui cori che risultano davvero coinvolgenti e ben fatti, nonostante sappiano molto di mestiere (la easy-listening “Thank You”), come pure la classica ballata di turno che non brilla così tanto nonostante l’accompagnamento della voce femminile (la sognante “Skywards”). Si può tranquillamente affermare che, nonostante il combo appaia in forma, non ci sono sorprese o momenti che elevino l’ascolto a qualcosa di più che il semplice intrattenimento e ciò è un peccato, ma è comprensibile che il quintetto volesse in qualche modo ritrovare sé stesso prima di trovare nuove strade. Strade che comunque vengono in parte percorse su questo disco in qualche brano, anche se molto “di nascosto” come anticipato prima. La curiosa “The End Of An Ego” mette in mostra un ottimo lavoro del basso di Andrea che si combina efficacemente alle stratificazioni della sei corde. In “Against All The Odds”, invece, il mood si fa molto più hard rock grazie alle linee melodiche della chitarra di Aldo che si dimostra musicista molto variegato (peccato per i cori fin troppo ruffiani), mantenendo la melodia nei riff anche in “The Violent Ones” controbilanciate da una batteria molto aggressiva e desiderosa di scatenarsi. La traccia più prog del lotto è l’epicheggiante “The Lie We Love”, piena di cambi di atmosfera davvero formidabili e che consolidano il gruppo come uno dei migliori del genere soprattutto in Italia. Il ritrovato Roberto alla voce è sinonimo di garanzia e potenza e si lancia a pieni polmoni in strofe e ritornelli sempre pieni di pathos battagliero trascinando tutti gli altri con sé senza sentire minimamente il passare del tempo.

Si potrebbe discutere all’infinito sulla qualità di un album come questo. L’abilità nel comporre e la tecnica di alto livello sono sicuramente di impatto garantendo sempre lavori discografici competitivi. L’unico problema è che si è dovuti tornare indietro, come se si avesse paura ad osare troppo ponendo questo "Lifeblood" come un piccolo bignami del periodo meno sperimentale e più incentrato sull'immediatezza fin troppo fine a sé stessa.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    08 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Marzo, 2021
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Sei anni sono passati dalla fondazione del progetto Iotunn (traducibile in “gigante”), che vede a capo il chitarrista Jesper Gräs; anni sicuramente non facili, ma che hanno permesso a questa “nuova” band di pubblicare finalmente il debutto discografico chiamato "Access All Worlds", che segue l’EP di presentazione uscito alcuni anni prima ("The Wizard Falls"). E’ bene fare un minimo di presentazione per comprendere la genesi del gruppo. Jesper voleva creare qualcosa di personale fin dal 2009, ma solo quando si uniscono a lui il fratello Jens Nicolai e il batterista Bjørn Wind Andersen le cose si fanno più concrete. Una prima forma embrionale comincia a muoversi ed a comporre, finché nel 2018/19 entrano in gioco Jón Aldará alla voce e Eskil Rask al basso, così da completare la line up definitiva. Dal lato musicale, seppur la band si auto proclami power/progressive metal, non è immediato dare una direzione ma forse durante la recensione sarà tutto più chiaro.

Le sette tracce che compongono il disco sono decisamente complesse ed alcune molto lunghe (anche oltre i dieci minuti) e sfruttano il progressive metal come base per poi creare delle composizioni sonore parecchio variegate che potrebbero ricordare qualcosa degli Amorphis o degli Opeth, ma la band va oltre azzerando le dimostrazioni di tecnica e puntando unicamente al lato emozionale. Fin da subito viene fuori la maestria dei musicisti, in particolare dal lavoro dei fratelli Gräs alle chitarre che sfoderano un’impressionante prestazione fin dalla prima traccia “Voyage of the Garganey I”, in cui gli intrecci sono pura fantasia passando da giri black metal violenti ad atmosfere melodiche di grande impatto. La sezione ritmica è altrettanto maestosa con una batteria sempre in evoluzione che non lascia un attimo di respiro dando un’impronta molto anni ’70, quando si usava la tecnica come mezzo e non unicamente come mania di protagonismo. La title-track “Access All Worlds” dimostra nuovamente come la voglia di creare sia irrefrenabile combinando sfumature epiche, rallentamenti apocalittici, punte emotive di alto livello e dei riffs nuovamente variegati e dinamici senza perdere potenza. Nota di merito anche per il mostruoso Jón Aldará dietro al microfono, che oltre ad essere la voce degli Hamferð è anche nei Barren Earth (di cui si consiglia l’ascolto) e tali collaborazioni sono finite inevitabilmente anche qui. Jón dimostra una versatilità vocale impressionante, passando dal growl al pulito e sporcando a piacere ogni nota (“Laihem's Golden Pits”). Proseguendo emergono di continuo dettagli e piccoli segreti come nella raffinata “Waves Below” con le sue chitarre ad incastro e i crescendo da pelle d’oca (anche il basso si ritaglia il suo spazio a suon di mitragliate) per non parlare di opere soliste di rara bellezza, virando poi verso la tripletta finale che mescola talmente tante cose che ci vorrebbero pagine per descriverle (l’impressionante muro di chitarre di “The Tower of Cosmic Nihility” vale da solo il prezzo del biglietto), dimostrando ancora una volta cosa voglia dire davvero suonare prog metal. Un quintetto delle meraviglie che sorprende ad ogni passaggio e che invoglia ad ascoltare e riascoltare il disco per cogliere ogni dettaglio

Disco che si candida di prepotenza alla top ten del 2021. Si tenga d’occhio questa band!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    08 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Marzo, 2021
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Per chi, come il sottoscritto, si è avvicinato al mondo metallico con il (neo) power metal non può non essere incappato nella Underground Symphony, etichetta che ha lanciato moltissimi gruppi nostrani come White Skull, Fabio Lione o Labyrinth (ma anche acts internazionali come i Sabaton). I Mindfar sono una delle nuove bands che compongono il roster della succitata etichetta. Il progetto vede come leader Armando De Angelis e con questo "Prophet Of The Astral Gods" si raggiunge la seconda tappa discografica (la prima risale al 2017) che prosegue il concept a sfondo fantascientifico utilizzando ancora una volta diversi ospiti vocali a mo' di metal opera. Tra i tanti nomi coinvolti si trovano membri di Kaledon, Crimson Wind, Sangreal e Vision Divine.

Fin dai primi attimi la sensazione è quella dei primi anni ’90 quando il power si stava riprendendo (in parte) i suoi spazi ma lo faceva in maniera grezza come i gruppi più duri della decade precedente, un po’ come fece il fallimentare progetto DawnRider del 2005, anche se verteva più sull’heavy/epic metal. Questo album ripercorre un po’ quell’album puntando su un power sinfonico molto primitivo a partire da una produzione abbastanza povera e più diretta (con i suoi pro e contro) ed un approccio non votato solamente alla velocità fine a sé stessa. L’album è un mix degli stilemi del genere quindi molta attenzione a cori e melodie battagliere, atmosfere fantasy e tanta energia. In fin dei conti i pezzi sono tutti ben costruiti e fanno il loro lavoro in maniera egregia come la lunga “One Prophet”, che ricorda gli Avantasia, o l’eroica “Spirits of War”, che grazie ai numerosi ospiti dietro al microfono godono di una buona varietà di sfumature. Dall’altra parte però i suoni non aiutano penalizzando molto batteria e chitarre che in molte occasioni spariscono o si sentono davvero poco (“Heroes and Wanders”) ed anche le tastiere risultano troppo plastificate (“Sent From The Stars”) per non parlare poi di strani cambi di tempo incasinati, che non si capisce se siano volutamente forzati o siano un problema di missaggio (“Keeper Of Your Destiny” e l’arabeggiante “The Eye of Ra”). E’ un vero peccato che tali problemi sminuiscano l’ottimo lavoro di cantanti e musicisti specie per molte belle intuizioni chitarristiche che elevano il lavoro anziché puntare sulla pura ignoranza di molti colleghi del settore. Anche le ballads funzionano bene come l’intensa “Beyond the Edge of the World” o la folkeggiante “Walls”, ma vengono in parte soppiantate da pezzi più deboli o riusciti a metà per delle scelte infelici che possono rendere il prodotto magari “old school” ma che rischia allo stesso tempo di chiudersi nel guscio allontanando possibili nuovi ascoltatori.

Un disco pieno di belle idee e di altrettanti difetti che in ogni caso ci si sente di consigliare ma il senso di rabbia rimane perché c’erano le carte in regola per fare davvero un gran disco.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    08 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Marzo, 2021
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Pare che negli ultimi tempi ci sia come una rinascita o voglia di (neo) power metal, data la moltitudine di ristampe di bands uscite nella prima decade del 2000. Ad aggiungersi alla lista ci sono gli italiani (di Parma, per la precisione) From The Depth, che dopo il secondo album "Moments", datato 2020, decidono di ristampare il qui presente debutto "Back To Life" in versione speciale remixata e rimasterizzata per festeggiare l’anniversario dei dieci anni. Va precisato che la band nel tempo ha modificato la propria formazione ed attualmente solo il cantante ed il batterista rimangono inalterati rispetto alla line up originale. Questa nuova edizione presenta due tracce bonus ovvero "The Will To Be The Flame", che è stata completamente riregistrata dall’attuale formazione, e la stessa sorte è toccata a “Nothing to You” assieme ad un guest d’eccezione alla voce, ovvero Apollo Papathanasio, ex Firewind.

Forte quindi di una veste sonora rinfrescata, il disco esplode grazie a suoni più attuali che rendono i brani molto più decisi e vigorosi. Ovviamente, per chi non ha avuto modo di ascoltare la versione del 2010, il power del combo nostrano risente delle influenze dei big del genere e purtroppo l’originalità è decisamente carente, ma non è propriamente un difetto che vada ad inficiare sul valore dell’album. Dischi come questi non vivono di chissà quali idee innovative, ma semplicemente di potenza e melodia e bisogna dire che il quintetto riesce a tenere salda l’attenzione e garantire un ascolto che non annoi, almeno per la gran parte della durata. Ci sono, nel bene e nel male, tutti i tipici cliché del genere, quindi batteria modello mitragliatrice, chitarre ruggenti e veloci ed ovviamente i classici duelli di chitarra e tastiera (molto futurista lo stile usato). Si passa dal treno in corsa “Live for Today” alla velocissima “Don’t Forget Who You Are” (piena di cori) o alla battagliera “Just Have to Fly” con il suo approccio allegro alla Freedom Call. Tutto funziona al meglio, sia le vincenti melodie vocali che i ritornelli epici come pure i brani lenti (“The Cruel Kindness”) che denotano un certo gusto senza cadere nella trappola dell’atmosfera fantasy/folk troppo abusata. Come detto, l’approccio al power della band ha il grosso pregio di risultare piacevole, ma anche il grosso difetto di essere troppo simile a moltissimi altri gruppi, seppure riesca ad essere in interessante in alcuni frangenti come la dinamica e meno impetuosa “Our Music, Our Souls”, che mostra delle ritmiche meno piatte e più ragionate. Non ci si può aspettare molto di più in effetti. Il cantato pregno di pathos ha la giusta dose di virilità, potenza ed epos e riesce nel difficile compito di farsi ricordare creando passaggi memorizzabili e cori cantabili in maniera fluida e coinvolgente, cosa sempre più rara nei tempi odierni. Il resto della band fa il suo con professionalità però non riesce a colpire per qualche motivo rimanendo dentro i suoi paletti non offrendo gran spunti di interesse.

Un buon disco di onesto power metal che magari colpirà di più gli appassionati del genere ed i giovani che si avvicinano per la prima volta al mondo metallaro, ma è poco per arrivare al cuore di chi nella musica cerca qualcosa di più profondo. In ogni caso promossi! (il voto finale è esclusivamente per la ristampa, il voto dell'album è tre stelle e mezza).

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    08 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Marzo, 2021
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Ai Sirenia a quanto pare piace rischiare e non sono pochi gli album dove hanno intrapreso delle strade controcorrente. Questo "Riddles, Ruins & Revelations" è il decimo album in studio nell’arco di circa vent’anni e molto probabilmente farà storcere il naso a parecchi metallari di strette vedute, dato che punta principalmente ai fan del metal più giovani che magari sono più avvezzi a certe derive tamarre. Difatti, non a caso, il quartetto franco-norvegese si è quasi totalmente allontanato dal gothic/symphonic metal per abbracciare qualcosa di molto più diretto ed easy listening, aumentando a dismisura le componenti simil-pop e gothic rock. Stavolta è la componente elettronica a prendere il sopravvento e per chi scrive non è stato facile dare un’opinione/giudizio al lavoro in questione.

Niente intro, niente partenze a suon di orchestrazioni o cori ma un vero e proprio assalto elettronico è quello che attende chi parte con l’ascolto. “Addiction No. 1” non va tanto per il sottile con pattern di batteria velocissimi (paiono quasi finti per quanto sono inglobati ai beat elettronici), riff di chitarra enormi di derivazione quasi industrial e la voce sempre più fiera e consolidata della sexy singer Emmanuelle Zoldan, che ha conseguito una maturazione non indifferente. Le sinfonie gotiche del passato vengono scarnificate ed inglobate alle scorribande da dance floor che la band ha deciso di intraprendere. Il risultato bisogna dire che funziona. Le ritmiche della chitarra di Morten tuonano prepotentemente (growl compreso anche se poco utilizzato) in episodi come “Towards an Early Grave” o nell’imponente “December Snow” o nell’aggressiva e tamarra “Beneath the Midnight Sun” per accompagnare poi in maniera rocciosa i sensuali dettagli di “Downwards Spiral”. In questo disco, forse più di tanti altri, sorprendentemente i ritornelli funzionano, le melodie riescono a farsi ricordare e la botta sonora data dall’elettronica, per quanto molto facilona, fa il resto dando ritmo e spessore ai brani (“We Come to Ruins”). Si sentono echi dei Rammstein in più di un’occasione ma anche dei pluri-osannati Amaranthe (“Into the Infinity”) e si strizza l’occhio anche ad un certo reverendo Manson nella velenosa “The Timeless Waning” per certe idee ritmiche. Non potevano mancare anche le influenze dei maestosi Epica nella dinamica “Passing Seasons” e va citata per forza la cover di “Voyage Voyage” di Desireless (nome d'arte di Claudie Fritsch-Mentrop, icona del synth-pop francese) che probabilmente entrerà in testa nel giro di pochi secondi. C’è sicuramente il rischio che molti ascoltatori rimarranno inorriditi dalle scelte discutibili della band che puntano ad un mercato sì diverso, ma allo stesso tempo non tradiscono particolarmente le proprie origini tentando un’evoluzione molto marcata che in parte è riuscita.

A livello oggettivo il nuovo lavoro dei Sirenia funziona benissimo e sparato a volumi alti sarebbe l’ideale colonna sonora per feste o dark club di appassionati di electro-gothic, eppure ci si sente di consigliare l’ascolto a tutti perché basarsi solo superficialmente sarebbe un grave errore.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    08 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Marzo, 2021
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Gli svedesi Evergrey sono uno di quei gruppi che “ce l’hanno fatta” e con il passare degli anni si sono costruiti una solida reputazione. Nato nel lontano 1995 il combo ha sviluppato piano piano una propria visione del prog metal portando i grezzi esordi a qualcosa di più raffinato, soprattutto a livello melodico e di arrangiamenti. Seppure la band non abbia mai sfondato in maniera decisiva (tranne il notevole balzo di notorietà compiuto con "Hymns For The Broken" nel 2014) il consolidamento come una delle migliori band di punta del genere è oggettivo. Il nuovo e dodicesimo album si erge quindi a manifesto della rinnovata energia repressa durante la dura era del Covid chiamandosi "Escape of the Phoenix" e punta a proseguire sulla scia di quanto espresso con il duro "The Atlantic" anche se allo stesso tempo la quadratura dei pezzi viene sfumata con qualche inserto più dinamico.

Gli Evergrey hanno spesso privilegiato la robustezza delle chitarre e la rocciosità della sezione ritmica (a volte forse un po’ troppo fini a sé stesse), bilanciandole con le grigie melodie nordiche esasperando la componente malinconica. In questo nuovo disco c’è molta rabbia e ne è la prova la presenza di devastanti riff chitarristici come nell’opener “Forever Outsider” (la velocità impetuosa non aiuta molto) o nel mood moderno della violenta “Dandelion Cipher”, che ha al suo interno un basso voglioso di esprimersi. Tali bordate si presentano in molti punti però alle volte si perdono nonostante l’alto livello tecnico (le fin troppo discrete “Eternal Nocturnal” e “Escape Of The Phoenix”) ergendosi a monumenti distruttivi senza anima ed a volte pure gli assoli risentono di mancanza di ispirazione, tendendo troppo al virtuosismo o alla melodia troppo accentuata. Il risultato, se visto unicamente dalla parte prettamente metal, è altalenante (uno dei talloni d’Achille del gruppo fin dagli esordi) e fa percepire una mancanza di idee poco promettente, ma fortunatamente ci sono delle sorprese. Seppure la voce del cantante/chitarrista Tom sia sempre magnetica ed evocativa, a far da collante sono le linee di tastiera di Rikard, qui molto in spolvero e decisamente ispirate e che delineano vette emozionali non indifferenti - come in “Where August Morn” -, facendo quasi da cuore pulsante senza nemmeno rendersene conto, creando ponti sonori perfetti tra strofe e ritornelli ed ergendosi a linea guida nel sofferto pathos di “Stories” o la solenne “Run”, per non parlare della struggente “You From You”. A far capolino sono poi le linee di basso di Johan che impreziosisce il lavoro delle due asce con delle micidiali grattate dimostrandosi un musicista molto più preparato di quello che si possa pensare, elevando la sezione ritmica a qualcosa di più corposo. Uno dei problemi forse più grossi degli Evergrey è che gli album, tranne qualche caso, non riescono a far gridare del tutto al miracolo, presentandosi molto intercambiabili fra di loro ed anche questa nuova opera non è esente dal contesto, richiedendo molta pazienza di ascolti che, però, non ripagano del tutto l’ascoltatore più esigente. Attenzione però alle due gemme nascoste che risollevano il disco in maniera interessante, ovvero “Leaden Saint”, pezzo molto ricercato con muri sonori di notevole epicità, e soprattutto la notevole “In Absence Of Sound”, nuovamente capitanata dalle tastiere devote alla sinfonia, da una voce lanciata verso il firmamento e da un imponente intreccio di chitarre che esplodono letteralmente. Una delle delusioni del disco è la fiacca “The Beholder”, che oltre a richiamare, ai limiti del plagio, i Katatonia, anche avendo un ospite di lusso come James Labrie dei Dream Theater non riesce a creare un vero contrasto tra le voci, non offrendo nessun extra al brano che sarebbe risultato buono anche con il solo Tom dietro al microfono.

Per concludere, il nuovo album del combo nordico ha dalla sua poche nuove armi per piazzarsi tra i migliori ed una certa staticità nella composizione alla lunga potrebbe tarpare le ali alla fenice della copertina. Un più che buon lavoro, ma che non sorprende.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    08 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Marzo, 2021
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Non era facile, per gli svedesi Tribulation, fare un nuovo disco dopo quei due piccoli gioiellini che furono "The Children of the Night" e "Down Below", eppure il rinnovato quartetto si è rimboccato le maniche pubblicando "Where the Gloom Becomes Sound", disco che segna forse la fine di un’era ed allo stesso tempo l’inizio della successiva. Il crudo death/thrash metal degli esordi già con il secondo album "The Formulas of Death", si era evoluto incamerando elementi gotici rimuovendo le parti più violente. Notizia oramai nota da tutti è l’abbandono dello storico chitarrista Jonathan Hultén dopo la pubblicazione di questo nuovo lavoro (per dedicarsi alla sua sempre più importante carriera solista) e forse è da questo fatto che bisogna partire per riuscire a comprendere al meglio cosa ci si ritroverà ad ascoltare.

Il disco si presenta in maniera molto più minimale ed asciutta che in passato a partire già dalla copertina, nonostante ci sia comunque un lavoro strumentale pieno come sempre di dettagli e stratificazioni soprattutto nelle chitarre. Ne è prova l’attacco raffinato di “In Remembrance”, in cui le pizzicate delle sei corde donano un’atmosfera teatrale molto sfiziosa (che ritornerà in diverse parti dell’album) per poi esplodere in un affresco sonoro dalle pennellate magnifiche grazie al talento dei musicisti. Il cantato estremo del bassista Johannes è sempre presente, ma si è fatto più sussurrato amalgamandosi ai suoni senza prevalere troppo anche quando le sonorità si fanno più quadrate e dirette come in “Hour of the Wolf” e “Leviathans”, che nascondono al loro interno molti dettagli e delle melodie portanti decisamente illuminanti, come pure degli assoli e armonizzazioni degni di nota. Con il proseguo dell’ascolto, però, la fluidità si incrina e diventa spigolosa, come se qualcosa non andasse. Non si sa se il processo di composizione abbia visto qualche attrito tra i musicisti o semplicemente mancasse l’ispirazione ma le tracce si fanno via via meno intriganti. Le influenze di metal classico emergono nuovamente nelle rasoiate di “Daughter of the Djinn” e “Funeral Pyre” e hanno dalla loro una bella potenza nei riffs, ma non paiono ben amalgamate alle rimanenti tracce che si assestano su livelli non così superlativi come ci si aspetterebbe. La colorata e lenta “Dirge of a Dying Soul” non sorprende del tutto e anche l’intermezzo “Lethe” pare un episodio troppo casuale lasciando un senso di incompiutezza nella testa dell’ascoltatore. Il disco pare più essere una sorta di ponte dove probabilmente la band voleva transitare ma che alla fine, per un motivo o per un altro, si è persa forse cosciente dei cambiamenti che stavano avvenendo in formazione. Eppure ci sono dei colpi di coda sorprendenti come “Elementals” con i suoi lavori solistici pregni di epicità, le derive quasi folkeggianti della melodica “Inanna” o il degno epilogo con “The Wilderness” che mescola al suo interno tutti i migliori elementi che la band ha proposto negli anni. Le idee come la tecnica sopraffina passeggiano sempre per mano in un equilibrio perfetto, ma stavolta non tutto è filato liscio.

In definitiva ci si ritrova al cospetto di un disco di transizione che non si sa dove porterà. Un buon lavoro, ma un gran passo indietro rispetto alle magie dei predecessori.

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