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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    02 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Giugno, 2021
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I tedeschi Cradle Of Haze (un duo formato dal polistrumentista e cantante Thorsten Elighausen e la vocalist Anni Meier) sono attivi da parecchi anni (circa due decadi) e questo "Zehntausend Seelen" è il loro quattordicesimo disco. Chiediamo in anticipo scusa, ma in redazione non sono giunte molte informazioni sulla band ed anche sul web non è stato immediato reperirne. Andando subito al punto, questo progetto prende ispirazione, in primis, da gruppi noti come i Rammstein, per poi richiamare la scena gotica degli anni ‘80 concedendosi qualche sfumatura metallica anche se in maniera totalmente innocua e più orientata al mainstream.

Sulla carta le idee non sarebbero neanche male, ma dopo aver ascoltato i primi brani ci si rende conto che questa band continua nella sua ostinata via musicale senza variare un minimo la proposta e soprattutto senza avere una forza tale per sbaragliare la concorrenza. Nonostante i molti anni di gavetta il suono del gruppo è totalmente radicato e riciclato ai limiti del plagio. Non ci sono idee originali e non viene fuori un minimo cenno di personalità. L’opener e title-track “Zehntausend Seelen” è il solito goth&roll con un tiro di chitarra anche piacevole, ma che viene affossato da un cantato tedesco sentito miliardi di volte sia per tonalità che impostazione. Non possono non mancare le tastiere electro/industrial ai limiti del danzereccio (“Das Ich verbrennt”) e nemmeno i chitarroni compressi che pare suonino sempre lo stesso brano senza una variazione degna di nota (“Eisberg”). Le ballads purtroppo soffrono di un enorme senso di mediocrità nonostante la presenza di vocals femminili (la pop oriented “Neben dem Mond”) ed il resto della tracklist è un continuo susseguirsi di durezza troppo leggera (“Kinder der Dunkelheit”) e brani troppo piatti per essere apprezzati e ricordati. Non basta una blanda atmosfera horrorifica e malinconica per essere gotici e purtroppo le parti più tirate annoiano in fretta, quelle più ritmate non invogliano nemmeno a sfrenati balli notturni in qualche goth-club sperduto ed in generale le tracce sanno troppo di già sentito. Non che l’album sia suonato male o che non si lasci ascoltare eppure la cocente delusione ci sta dato che, come già detto, dopo tanti anni ritrovarsi un disco del genere fra le mani lascia davvero l’amaro in bocca.

Un lavoro mediocre, che sfrutta il mestiere ma senza riuscire purtroppo a lasciare un segno tangibile. Può essere un efficace sottofondo per qualche festa di adolescenti ma per il resto c’è molto di meglio!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    02 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Giugno, 2021
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La storia degli Svarta Sanningar incominciò quando due vecchi amici, il cantante Klas Bohlin ed il chitarrista Jonas Persson, si trovarono a Gothenburg per chiacchierare di musica e dischi finché non emerse l’idea di formare una propria band. Poco dopo si aggiunsero il bassista Mattias Lejon ed il batterista Håkan Carlsson. Come si suol dire, il resto è storia. Nel novembre 2018 uscì il primo EP, intitolato "Kapitel 1", che ottenne un buon feedback e ciò spinse la band per pubblicare il capitolo successivo, ovvero "Kapitel 2", sempre in formato EP. Entrambe le uscite ruotano attorno ad un concept incentrato su cospirazioni, società occulte segrete ed eventi misteriosi durante la seconda metà degli anni ‘70. Dal lato prettamente musicale c’è parecchia carne al fuoco e non c’è un genere dominante nella musica del quartetto.

Le quattro tracce del dischetto si dipanano in molte direzioni. L’opener “Kemisk Reinkarnation” rimanda molto alla scena gothic rock degli anni ‘80 mischiato a qualche passaggio più orientato verso il post-rock. Le vocals sono tenebrose al punto giusto e nonostante ci sia la presenza di numerosi cori cupi e gotici le esplosioni elettriche non mancano. Gli elementi che compongono la traccia sono parecchi e ben integrati e nella successiva “Preparatet” aumentano pure sparpagliandosi grazie ad un impostazione più progressive rock che decide di flirtare anche con sonorità metal libere da vincoli. Fanno capolino anche l’hard rock e qualche leggera spruzzata elettronica che servirà da tappeto per “Ett Ockult Hospital”. Se prima la chitarra di Jonas Persson era più liquida e devota al post rock, qui viene sfruttata con più classe ergendo pennellare melodiche decisamente oscure e drammatiche. Si percepisce una ricerca sonora particolare oltre che il voler essere professionali. Ogni elemento, sia nei suoni che nella composizione, è curato sotto ogni aspetto come nella finale
“Den Sista Sprutan” fra pop ed atmosfere variegate alla maniera dei The Chant. E’ ancora poca la quantità di materiale per capire oggettivamente in che direzione la band continuerà a muoversi ma le premesse sono molto buone.

Una piccola realtà underground da seguire e supportare, data la qualità non indifferente!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    02 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Giugno, 2021
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Chris Boltendahl e Axel Ritt (voce e chitarra dei Grave Digger, per chi non lo sapesse) ci pensavano già da qualche anno e finalmente, dopo aver assoldato Timmi Breideband (Gregorian, ex-Bonfire, ex-Freedom Call) alla batteria e Steven Wussow (Orden Ogan, ex-Domain, ex-Xandria) al basso, decidono di mettere in piedi un nuovo progetto dedito all’heavy metal più diretto ed incontaminato di chiara impronta ottantiana. Il quartetto decide di chiamarsi Hellryder ed ha recentemente pubblicato il debutto "The Devil Is a Gambler", ispirandosi ovviamente al metallo di matrice tedesca, quindi power metal teutonico a tutta forza con decise sferzate simil-thrash metal utilizzando dei suoni moderni per cercare di avvicinare soprattutto gli appassionati più giovani.

Si sa che il buon vecchio metallo ha uno zoccolo durissimo di affezionati irriducibili sia della vecchia guardia che di quella nuova. Sebbene il prodotto sia decisamente discutibile dal lato commerciale (al giorno d’oggi il metal classico fatica molto ad ingranare salvo i big del genere), la band si presenta carichissima ed assatanata. Quattro musicisti e la più classica delle impostazioni sonore a base di voce, basso, chitarra e batteria; non serve molto per sparare un lotto di canzoni quadratissime e dirette. A partire da titoli “metalloni” ed ignoranti il quartetto si dedica unicamente alla potenza ed a ritornelli semplici ed immediati sfruttando l’acceleratore “a tavoletta”. C’è ovviamente il power metal di “Hellryder” assieme alle veloci ed arrembanti “Jekyll And Hyde”, “Chainsaw Lilly” e le mitragliate impetuose dell’anthem “Harder Faster Louder”, che faranno sicuramente sfaceli in sede live. La sezione ritmica è un rullo compressore che macina senza sosta ed il buon Axel alla chitarra si diverte come un matto fra riffs metallici a profusione, imponenti giri hard rock (“Night Ryder” con un assolo fiammeggiante o la micidiale “Passion Marker” condita da un solo blues riuscitissimo). Il punto debole è tristemente Chris che offre una prestazione parecchio “strana” con degli effetti al microfono che gli rendono la voce quasi fastidiosa e non certo all’altezza di ciò che può davvero fare. Fortunatamente è un difetto che non si fa sentire troppo dato che l’energia sovrasta sempre tutto come la rasoiata e possente “Sacrifice in Paradise”, la title-track “The Devil is a Gambler” (molto Accept style), le bordate thrash metal moderno di “I Die For You” o il tiro irrefrenabile di “Bad Attitude” con i suoi rimandi ai leggendari Motörhead. I brani sono tutti massicci, rocciosi e nel giro di pochi minuti vanno diritti al punto senza dilungarsi troppo. Certo è che l’innovazione è pari a zero e sebbene questo “super-gruppo” si danni l’anima arriva fino ad un certo punto senza osare un minimo di più limitandosi ad offrire un lavoro passionale ma molto di mestiere. Non che si possa pretendere troppo da quattro musicisti che si sono dedicati per anni a delle sonorità old school ma molti pezzi non avrebbero sfigurato in un album dei Grave Digger.

In ogni caso il lavoro si lascia ascoltare con piacere ed è l’ideale per scaricare tensioni e nervosismo sparandolo a tutto volume. Il metal è una di quelle musiche che probabilmente non morirà mai grazie alle sue mille evoluzioni ma restare testardamente con le idee “troppo vecchie” non è detto che porti i risultati sperati.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    02 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Giugno, 2021
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Puntuali come un orologio svizzero, dopo due anni dall’ultimo lavoro (l’intervallo di tempo fra un disco e l’altro è sempre il medesimo), ritornano i finalndesi Hanging Garden con il loro settimo disco, ovvero "Skeleton Lake". Squadra che vince non si cambia ed il combo nordico si presenta con la stessa e fortunata line up degli ultimi lavori continuando nella propria ricerca sonora con alla base il loro tipico mix di doom metal e death metal melodico dalle forti tinte, ovviamente, nordiche. Anche in questo album la sperimentazione viene meno ed in qualche modo viene enfatizzata la componente melodica in maniera molto più marcata sfoderando un forte senso di desolazione e malinconia. Tutto ciò viene di conseguenza a causa di un anno difficilissimo per il mondo intero ed anche lo stesso inverno finlandese è stato uno dei più crudi e gelidi da affrontare.

Lo stato d’animo pregno di spleen “Covidiano” si riflette nelle nove gelide tracce di questo album, un album che però non punta alla depressione fine a sé stessa provando ad immergersi unicamente sulla componente dura ed aggressiva. La veste utilizzata è composta da intrecci volutamente melodici a partire dalla meravigliosa voce di Riikka Hatakka, che si riconferma vocalist immensa con la sua tonalità soave ed eterea (“Kuura”) ben poi contrapposta al growl maschile feroce ma mai eccessivo. Seppure ci siano esplosioni metalliche decisamente apocalittiche modello Katatonia (“Nowhere Heaven” e “Road Of Bones”) o imponenti viaggi visionari dal sapore doom metal alla Esoteric (la lunga e finale title-track “Skeleton Lake”) la parte del leone la fanno i numerosi passaggi atmosferici che donano una sorta di carezza spirituale nell’animo dell’ascoltatore. Ciò lo si evince dalle numerose finezze tecniche attuate dai musicisti in particolare dai due chitarristi Mikko Kolari e Jussi Hämäläinen che si rivelano essere davvero ispirati in molte occasioni; “Faith” mescola i Pink Floyd di "Echoes" ed arpeggi gonfi di malumore per poi virare verso passaggi acustici in “When The Music Dies” accompagnati da un piano che ricorda non poco il crepuscolare "Shadows of the Sun" degli Ulver. Semmai non bastasse arrivano dei richiami agli Amorphis nella corale e glaciale “Winter’s Kiss” per poi lasciarsi andare all’epica distorsione della magnifica “Field Of Reeds” fino ad arrivare alla vera perla del disco ovvero “Tenturi” con quel riff chitarristico dal sapore folk/ancestrale che si inasprisce in una tempesta doom/death infiammandosi in un lavoro solista che è pura poesia. Va detto però che, ancora una volta, non c’è un vero e proprio salto qualitativo che permetta al gruppo di differenziarsi maggiormente dalla concorrenza. In qualche modo si è cercato di andare sul sicuro sul versante emozionale e sicuramente il bersaglio è centrato ma sarebbe anche ora di crescere e dare qualcosa in più. Si sa che l’innovazione nel metal non è sempre vista benissimo ed è comprensibile che gli Hanging Garden ci vadano con i piedi di piombo ma le potenzialità della band ci sono e c’è la certezza che si possa evolvere senza snaturare il proprio sound.

Una certezza ad ogni uscita e questo "Skeleton Lake" è uno dei migliori lavori in ambito doom/death metal melodico degli ultimi tempi.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    09 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 09 Mag, 2021
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Gli americani Skyliner, dalla Florida, non sono esattamente una band prolifica dato che hanno pubblicato tre dischi in circa ventuno anni di carriera. Il trio torna quindi alla ribalta con il nuovo disco "Dark Rivers, White Thunder" che segue di circa cinque anni il precedente "Condition Black" e vede anche l’ingresso in formazione del nuovo bassista Stuart Brinkman, impegnato anche ai cori.
Di base il sound riconferma il passato del gruppo ovvero un miscuglio di heavy, power e prog metal senza che nessuno dei generi prevalga sull’altro. In questo album le dinamiche si allargano e vengono incorporati anche altri generi lasciando trasparire anche qualche sfumatura più estrema che rendono il risultato più dinamico.

Rispetto al passato ci sono notevoli miglioramenti sia in ambito di produzione (i suoni sono nitidi e ben bilanciati soprattutto nella batteria) ed anche la composizione si è raffinata seppure ci siano ancora dei difetti ma forse la cosa che salta di più all’orecchio è la mostruosa varietà di stili utilizzata, ancora più corposa che negli altri album. Si passa infatti dal tipico cantato heavy anni ‘80 passando per lo screaming, al growl ed a potenti passaggi epici. Già l’opener track non lesina sulla dinamicità: la title-track “Dark Rivers, White Thunder” irrompe in maniera molto grezza con un power metal sgraziato dal timbro americano mescolato all’heavy metal britannico alla Judas Priest grazie ai suoi screaming furenti. Ulteriori dettagli da notare sono i giochi tecnici presenti nella traccia soprattutto nel lavoro di basso che denotano una sfiziosa impronta progressive (anche la strumentale “Winter Witch Moon (Spell Of Ice)” è pervasa da dinamiche particolari). Man mano che l’ascolto prosegue ci sono un paio di cadute di tono ovvero “The Ghost Messenger” che pare un brano senza né capo né coda e l’intermezzo power “The Singing Shaman (Fire Stomp)”. Fortunatamente i rimanenti brani elevando decisamente la qualità. “God With No Heaven” è una sorta di spartiacque inserendo un riff “linea guida” massiccio e letale che inizia un percorso molto debitore del doom/epic metal con un magnifico assolo acido e l’inserimento di vocals violente in growl. Dalla citata linea di chitarra si decide di costruire qualcosa di speciale ed ecco che compaiono episodi pieni di colori sgargianti come la bellissima “We Of The Shadow” che inizia dal mix di power americano ed heavy metal europeo per poi sfociare in atmosfere battagliere, cori epici e rasoiate di chitarra decisi ed ingegnosi con cambi di tempo ed atmosfera non indifferenti. “Catch a Dream” invece riporta la lancetta verso l’heavy/power assemblandolo però a bordate death metal mentre in “I Walk Alone” sorge lo spettro degli Iron Maiden di Dance Of Death ma con un esplosione emotiva nei riffs sublime. La vera perla del disco è invece “Night Gypsies” che ha al suo interno un compendio di melodie raffinate, prog di classe e dei muri di suono davvero imponenti che mettono a tacere anche le piccole incongruenze presenti nell’album.

Non è un capolavoro (oramai questa parola è sempre più fastidiosa da quanto è abusata) ma è solamente un disco di grande musica. Ottimo lavoro!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    09 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 09 Mag, 2021
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Qualcuno forse si ricorderà dei nostrani Disarmonia Mundi (attivi tutt’ora) che diedero alle stampe diversi interessanti dischi specialmente quel gioiellino che fu "Mind Tricks", del 2006, che vedeva come ospite Bjorn Strid dei Soilwork. Una delle due menti della band, il cantante Claudio Ravinale, ha deciso di dedicarsi ad un nuovo progetto distaccandosi dalla matrice melodic death metal della sua band principale per abbracciare sonorità più gotiche creando la band chiamata Infernalizer. Il debutto è il qui presente "The Ugly Truth", che vede tre musicisti affiancare il buon Claudio (non ci sono informazioni in merito alla loro identità) ispirandosi musicalmente a molti nomi, in particolare della scena ottantiana, soprattutto Type O Negative ma non solo.

Tralasciando la traccia iniziale e quella finale (sono perlopiù intro e outro nonostante la lunghezza non sia tipicamente esigua) più la cover della già citata band di Peter Steele “I Don’t Wanna Be Me”, il disco si snoda su di una musicalità molto snella e rockeggiante. Claudio, sfruttando il suo timbro baritonale ed abrasivo mette su una sorta di teatro oscuro sfruttando tutti i mezzi possibili per rendere il prodotto fruibile ad ascoltatori poco avvezzi all’estremo, il che non è necessariamente un male. Nonostante la voce aggressiva il mood è molto easy e non sono pochi i ritornelli facilmente cantabili, i furbi coretti da live show e gli inni da stadio. Scavando ulteriormente vengono fuori influenze gothic/dark rock anni ‘80 piene di synth (“The Outsider”), sfumature industrial alla Marilyn Manson come la title-track “The Ugly Truth” con i suoi chitarroni metal (conditi da un bell’assolo) o le melodie oscure di “Cruel Intensions” piena di richiami ai Paradise Lost del periodo elettronico o agli H.I.M. Non c’è, ovviamente, una forte originalità eppure le tracce si lasciano ascoltare piacevolmente senza particolari intoppi grazie sicuramente alla maturità ed esperienza del leader però sarebbe stato interessante che ci fosse stato più coraggio nelle scelte piuttosto che il mero mestiere. Le chitarre sono molto snelle e melodiche ma nella maggior parte dei casi riescono ad amalgamarsi bene ad ogni strato delle canzoni sia negli aspetti più groovy come i riff d’assalto di “In Retrospect”, sia dove devono emanare erotismo e sensualità mischiandosi efficacemente all’elettronica di “Leaving to Soon” dall’anima quasi pop per non parlare del perfetto mix di tutti gli elementi proposti nella diretta “In This World Or The Next”. La band è compatta e decisa e si sente una buona interazione fra i musicisti. Purtroppo non c’è quella fiamma ardente o quella traccia che faccia rizzare le orecchie assestando l’album nella totale mediocrità (ad essere buoni è qualcosa di più) dato che le idee sono quasi tutte derivative e non si riesce a sentire qualcosa di differente o anche solo un modo diverso di esporre le proprie sensazioni interiori.

Lavoro curato e che può piacere a chiunque, magari alle nuove generazioni dato che non necessita particolare attenzione, ma che fallisce nel proporre qualcosa che esca dagli stilemi fissati da bands molto più incisive.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    09 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 09 Mag, 2021
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Per quanto la situazione mondiale attuale non sia delle più rosee la musica non smette mai di offrire novità. Questa volta ci si dirige in Nord Europa, per la precisione a Lapua in Finlandia, per scoprire una “nuova” artista che agisce sotto il nome di Rioghan. Dietro a questo monicker si nasconde una musicista chiamata Rioghan Darcy che però non nasce esattamente come tale in quanto il progetto, in origine, verteva più sulla scrittura di poesie e testi e non propriamente di composizione musicale. Dopo circa una decina di anni dalla nascita il progetto si è evoluto incorporando anche la musica e grazie all’aiuto di compositori/musicisti (Eemeli Bodde e Jonne Soidinaho) si arriva alla pubblicazione di questo EP di debutto a nome "Blackened Sky".

Questo EP presenta quattro tracce (al momento disponibile solo in versione digitale) piuttosto diverse l’una dall’altra e non è proprio immediato dare un’opinione concreta sulle idee musicali espresse. L’opener “Hollowness” fa immergere l’ascoltatore in un’atmosfera molto soave e poetica grazie a dolci tocchi di piano e l’eterea voce di Rioghan al suo esordio dietro al microfono. L’andamento è soffice e pacato con degli arrangiamenti sonori decisamente minimali che puntano molto al lato emozionale. Dopo la placida intro si entra più nel vivo con la successiva “Enough” la traccia più aggressiva del lotto dove si potrebbero scomodare termini come rock e metal anche se in una misura più trasversale. I giochi ritmici tribali, l’uso complesso della chitarra elettrica ed il mood generale modern oriented mostrano dei musicisti con molte intuizioni. L’attitudine prog è tangibile soprattutto in una veste molto attuale ma senza mai esagerare ed incorporando anche elementi della scena alternative metal sia nella sezione ritmica molto in mostra che nelle evoluzioni vocali decisamente aggressive (vengono fuori delle sferragliate grezze alla Guano Apes non così purtroppo non così convincenti). Con “Wither” si cambia nuovamente direzione virando verso sinuosità trip-hop condite da leggere pennellate sinfoniche con delle melodie immediate ed efficaci che si equilibrano sempre al meglio durante l’ascolto dell’EP. Rioghan cambia sempre atteggiamento nel cantato dimostrandosi molto capace e vogliosa di raggiungere un obiettivo preciso. La finale ed acustica “Corrupt” dimostra tale considerazione con una performance vocale degna di nota, sempre differente e votata ad essere uno strumento funzionale alla composizione. Qui viene fuori un mood più gotico e malinconico confermando che il progetto ha solide basi per potersi sviluppare. Il sound è fresco anche se non del tutto messo a fuoco ed è difficile capire dove andrà a parare dati i pochi elementi proposti.

Musica interessante, fluida ed efficace. Rioghan potrebbe essere una piacevole ventata di freschezza che, si spera, porti a risultati molto più sostanziosi.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Marzo, 2021
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Lars Are Nedland è uno di quei musicisti che ama quello che fa e lo si può constatare tramite tutti i progetti in cui è stato coinvolto nel suo percorso musicale: Borknagar e Solefald, per fare due nomi fra i più conosciuti. Dato quindi che a mr. Nedland non piace stare con le mani in mano, ha deciso di fondare un nuovo progetto musicale avvalendosi di tre personaggi estremamente interessanti, ovvero Tobias Solbakk (batterista live di Ihsahn), il produttore di musica elettronica Vegard Kummen (bassista e addetto ai synth per gli interessanti Vian) ed il variopinto chitarrista Eivind Marum. Da questa unione di forze nascono i White Void, che con questo debutto intitolato "Anti" intraprendono la dura scalata all’affermazione musicale nel terribile mercato discografico odierno. Non ci si aspetti però un lavoro prettamente metal, ma qualcosa di molto differente che attinge da molteplici fonti sonore.

Le otto composizioni che compongono il disco sono davvero colme di dettagli e potrebbero rivaleggiare con gli Iotunn per il podio di miglior album prog senza esserlo. Il buon Lars si riconferma anche in questa occasione compositore di caratura elevata, oltre che ottimo cantante la cui voce cristallina e potente riesce ad impreziosire i numerosi cambi umorali dell’album. La scelta dei musicisti si è poi rivelata azzeccata ottenendo un effetto pazzesco sia nella sezione ritmica tonante e fantasiosa (l’hard rock sanguigno della settantiana “The Shovel and the Cross” fra fragori metallici, accelerate rock’n’roll e assolo a profusione), che nelle interessanti parti elettroniche che richiamano sia la new wave che certo synth pop (la frizzante “The Air Was Thick with Smoke”, con una meravigliosa coda psichedelica molto visionaria), per non parlare del lavoro chitarristico davvero impressionante che funge da catalizzatore innalzando il valore complessivo sia nelle ritmiche che negli assolo (il gran finale della veloce “This Apocalypse Is for You”). Le sonorità viaggiano continuamente innescando nella mente dell’ascoltatore una sorta di viaggio dalle mille atmosfere; si passa dal progressive rock di “All Chains Rust, All Men Die”, ad ossessioni velenose nei giri cupi di “There Is No Freedom But The End”, arrivando poi ai riffs blues spacca montagne di “Do.Not.Sleep” (in perenne bilico tra Deep Purple, bassi micidiali e sperimentazione), senza che nulla venga forzato e che l’ascoltatore non perda mai la bussola. L’abilità e la maestria del quartetto sono da fuoriclasse e lo si evince dalle rimanenti tracce che rappresentano forse i punti più alti. Riff fumosi e melodie epiche fungono da base per la splendida “Where You Go, You'll Bring Nothing”, in cui voci eteree e sognanti fanno da controparte a cambi di tempo armonici, arpeggi pregni di malinconia e ritmiche schizzate. L’altra gemma è rappresentata da “The Fucking Violence of Love”, in cui la chitarra di Eivind fa letteralmente faville con il suo mood sporco che poi esplode in una cavalcata hard micidiale con delle stratificazioni di suono imponenti e muri di suono fiammeggianti, in cui ad ogni secondo può capitare qualcosa. Alla fine dell’ascolto si è quasi tramortiti da cotanta bellezza e necessitano molti ascolti per rendersi conto di quante cose possano essere colte ogni volta che si riparte dall’inizio. I White Void riescono nel difficile compito di far convivere il prog del passato con le derive più moderne senza cadere nel tranello della tecnica fine a sé stessa come purtroppo molti colleghi fanno.

Una nuova luce nel buio mondo della musica che sicuramente illuminerà coloro che riusciranno a coglierla. Killer album!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Marzo, 2021
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Fare delle scelte importanti non è semplice per nessuno e spesso si può cadere in trappola e prendere la direzione sbagliata senza magari rendersene conto. Gli italiani Odd Dimension sono spariti per parecchio tempo dopo aver dato alle stampe due piccoli gioiellini come lo sperimentale "Symmetrical" ed il più intelligente "The Last Embrace to Humanity". Ben otto anni sono passati e finalmente il quintetto prog/power metal di Alessandria torna sulla scena con questo nuovo concept album dai tratti fantascientifici, "The Blue Dawn", che vede importanti novità soprattutto a livello di formazione date due defezioni non da poco, ossia l’abbandono dello storico singer Manuel Candiotto e anche del batterista Federico Pennazzato. In più ci sono alcuni ospiti speciali come Derek Sherinian e Roberto Tiranti. Ciò ha portato una ventata strana nella musica del gruppo confinandolo in un limbo molto pericoloso che potrebbe essere un bene ma anche un male se non si saprà che direzione prendere.

Il disco potrebbe essere suddiviso in due parti, una più riuscita e l’altra molto meno. A fine ascolto il sottoscritto non sapeva se essere arrabbiato o deluso per via delle scelte molto discutibili intraprese dai musicisti ma si andrà con ordine. Le prime cinque tracce (anche se “Solar Wind” è più un intermezzo) sembrano prese dal manuale del perfetto prog metaller. E’ da anni che la band si ispira a Dream Theater e Symphony X ma non in maniera così spudorata. Tastieroni prog simil-futuristici alla velocità della luce, assolo, schitarrate metalliche, i consueti giochi di batteria, riffing serrati di chitarra; tutto viene condensato in brani davvero iper-derivativi come “Landing on Axtradel” (le vocals del nuovo cantante Gianbattista “Jan” Manenti paiono clonate da Russell Allen) o la disastrosa “The Invasion”, in cui la sensazione di già sentito diventa davvero fastidiosa a causa delle continue citazioni ad altre bands come i Liquid Tension Experiment ed è un peccato perché ci sono molte belle intuizioni di chitarra come pure di grandi assolo ad opera del talentuoso Gianmaria Saddi, musicista davvero preparato. La situazione peggiora con l’eterea “Escape to Blue Planet”, che partirebbe anche bene per poi puntare di nuovo sui cliché del prog metal classico scopiazzando di nuovo i Symphony X. I limiti di sopportazione vengono sorpassati con l’incasinata “Life Creators”, colma fino all’orlo di intrecci strumentali a tutta velocità che paiono più dimostrazioni di tecnica che qualcosa atto ad emozionare o per lanciare un qualche tipo di messaggio. All’improvviso succede l’inaspettato e con la title-track “The Blue Dawn” la band si sveglia clamorosamente e comincia a fare sul serio, tutto funziona bene grazie a massicci inserti metallici ed un approccio chitarristico finalmente fresco (peccato per l’infinito ed inutile assolo di tastiere), proseguendo poi con episodi più semplici come la quadrata “Flags of Victory” e la micidiale “The Supreme Being”, con quel riff durissimo e i cambi di atmosfera finalmente convivono. Il top è forse raggiunto dalla bellissima “Sands of Yazukia”, piena di arrangiamenti orchestrali, una gran voce femminile ed un continuo turbine di prog metal imbizzarrito impreziosito da melodie potenti di ampio respiro. Non si sa bene come mai ci sia questa tremenda disparità qualitativa ma purtroppo le conseguenze non sono così positive e dispiace perché la cura per i dettagli c’è sempre, la tecnica e la professionalità anche ma le idee scarseggiano tristemente facendo crollare una carriera che fino ad ora era sempre stata in crescendo.

Qualcosa non è andato per il verso giusto. Magari è solo un passo falso e stavolta ci si salva grazie alla professionalità della band. Ma nel prossimo album non si perdonerà più…

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Marzo, 2021
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Se ci si riflette su, verrebbe da pensare a cosa sarebbero oggi gli Epica se, anziché Simone Simons, ci fosse la singer degli Imperia Helena Iren Michaelsen. Ciò non è un caso in quanto nella prima incarnazione degli Epica, che si chiamavano inizialmente Sahara Dust, c’era proprio Helena (ed il batterista storico degli stessi Imperia) che ha continuato per la sua strada in maniera forse meno popolare, eppure i risultati qualitativi premiano ancora una volta lei soprattutto con il nuovo disco "The Last Horizon", che segue di appena due anni il bellissimo "Flames of Eternity". Ancora una volta il symphonic metal è sempre preponderante e viene diviso in due CD cercando di alzare il tiro e provando a piazzare l’opera più imponente della loro carriera. Da segnalare prima di tutto la presenza del nuovo batterista Merijn Mol, in sostituzione dello storico Steve Wolz, che dona un’impronta più solida e forsennata mentre come special guests compaiono Henrik Perelló (Finnish National Opera Orchestra) al violino e il chitarrista John Stam in un assolo di rara bellezza (nella fantastica “Only a Dream”).

In questo recente disco la band ha deciso di proseguire la via sinfonica riconfermando quindi quanto fatto di buono in passato ma inserendoci anche dei piccoli tocchi evolutivi. La componente orchestrale è, forse, ancora più massiccia ed arricchisce le composizioni in molte occasioni come l’opener “Dream Away” (che richiama i vecchi Nightwish), l’epica “While I Am Still Here” con i suoi crescendo emozionali o la traccia a due facce “Blindfolded” piena di stratificazioni vocali ed un ottimo bilanciamento fra rasoiate metalliche e pacatezza che sfociano in una maestosa cavalcata power metal nel finale. La bionda vocalist si riconferma ancora una volta cantante di razza spaziando continuamente di tono e stile senza perdere un briciolo di credibilità con grinta costante ed un lavoro sempre certosino sulle melodie. A tal proposito si ascoltino “Where Are You Now” con il suo esplosivo pathos o le atmosfere battagliere dell’epic/viking di “To Valhalla I Ride” (che si ispira molto ai Leaves’ Eyes), ma anche nella coinvolgente “Starlight” con quelle melodie fantasy/folk di facile presa; va segnalata anche l’impronta quasi rock della fantastica “One Day”, con quelle sinfonie da pelle d’oca. Seppure l’originalità non sia così preponderante le canzoni sono molto variegate, piene di dettagli e suonate da dei musicisti preparati che non vanno mai oltre certi limiti ma utilizzano la padronanza tecnica per creare qualcosa di speciale. A tal proposito, oltre alla già citata sezione ritmica, la chitarra di Jan "Örkki" Yrlund fa ancora un lavoro notevole sia per esecuzione che per idee costruendo bellissime melodie, riffs metallici devastanti (“Flower and the Sea”) o lanciandosi in mood arabeggianti (“Dancing”) come pure nel prog metal della dinamica “I Still Remember”. Rispetto ai colleghi Epica, gli Imperia preferiscono brani più quadrati e diretti che quelli più elaborati ma senza dimenticare la sperimentazione che esce nell’elettronica sognante dell’interessante “I Send You My Love” o nel prog rock sinfonico modello Everon nell’epicità contagiosa della ballad intimista “My Other Half”. Non ci sono mai cali di tensione e non emerge mai la sensazione di ripetizione o che si ascolti “la solita band di metal sinfonico” in quanto la qualità è davvero alta che si apprezzi il genere o meno.

Un altro centro che supera il predecessore inserendoci un pizzico di varietà in più ed invogliando all’ascolto in maniera ripetuta per coglierne ogni dettaglio. Da avere!

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