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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Marzo, 2022
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Anno 1994, nasce una piccola realtà underground polacca chiamata Asgaard. Nel giro di pochi anni la band riesce a pubblicare il debutto e addirittura intraprendere un piccolo tour di supporto a Behemoth e Limbonic Art. Partito, inizialmente, come esponente di un certo Gothic/Doom/Folk, questo progetto muta in qualcosa di differente a partire dall’entrata in formazione del cantante Przemyslaw ‘Quazarre’ Olbryt, che porta la musica a qualcosa di più complesso dall’anima teatrale. A metà della decade del 2000-2010 la band decide di prendere una pausa di sei anni per poi ricomparire in una veste ancora più sperimentale, incorporando elementi Prog Rock, Jazz e Trip Hop (si ascolti il meraviglioso e visionario "Stairs to Nowhere", che arrivava dopo il disturbante macigno Black Metal sinfonico "EyeMDX-tasy" e l’interessante "XIII Voltum Lunae"). Successivamente si incorporarono anche elementi Rock e notevoli dosi di melodia creando un ibrido sempre più avanguardistico che è stato spesso mal digerito per il suo aver spesso cambiato stile.
Questa nuova e settima opera, chiamata "What If…", cambia nuovamente le carte in tavola e sposta le coordinate in uno stile asciutto e meno stratificato che in passato, includendo però delle piccole novità come un uso più massiccio dell’elettronica e l’uso della lingua madre in due tracce.
L’album può essere visto come una sorta di riassunto della carriera degli Asgaard. Da un lato c’è l’aspetto Gothic/Doom malinconico sullo stile di Katatonia e primi Amorphis: fanno bella mostra di sé le impennate chitarristiche di “Horizon Upside Down”, la grigia malinconia della title-track “What if…” e le pesanti distorsioni della stratificata “Blind Man's Buff”. L’altra componente dell’album è quella più sperimentale: l’Electro/Gothic Rock figlio di Moonspell e Depeche Mode nell’opener “Sisyphus” viene unito ad un cantato tenebroso ed un’andatura molto Rock, mentre la martellante “Not ever again!” fa coppia con il suo andamento ai limiti della dance. Nel mezzo ci sono tre piccole gemme che meritano un’attenzione particolare. “Creeping Miss Lunacy” presenta un guitarwork molto raffinato con dei riffs dal gusto oscuro, una struttura strumentale intricata ed un flusso sonoro generale in cui il cantato è quasi usato come uno strumento. Altra menzione speciale va alle rimanenti due tracce ovvero “Sny na jawie” e “W sercu nieswiata“, entrambe cantate in polacco. La lingua madre dona un fascino particolare alle canzoni donando loro un eleganza particolare ed il loro essere multiformi e gonfie di piccoli dettagli non fa altro che riconfermare la qualità degli Asgaard.
In definitiva, questo "What if…" è un bel lavoro, forse non il loro migliore eppure si mangia la maggior parte della concorrenza attualmente in circolazione.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Marzo, 2022
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Gli svizzeri Felskinn sono una band nata nel 2005 e circa quattro anni dopo l’ultimo e potente "Mind Over Matter" è finalmente pronta a tornare sulla scena musicale con il nuovo "Enter The Light", ovvero un puro e concentrato fiammante di Hard'n'Heavy che vede per l’occasione una nuova line up che comprende i chitarristi Martin Rauber (Wolfpakk) e Tom Graber (ex-Crystal Ball), Ronnie Wolf (Lunatica) alla batteria e Beat Schaub al basso. La band non si pone nessun obiettivo di rinnovare il genere o fare qualcosa di particolarmente sperimentale, ma si limita unicamente ad offrire un corposo lotto di tracce quadrate e di facile assimilazione mettendo la propria tecnica al servizio dei brani per renderli il più possibile fruibili da chiunque.
Sfruttando l’ottima capacità di creare giri chitarristici e ritornelli a presa rapida, la band mette sul piatto una sequela di brani dall’alto tasso di coinvolgimento. Le melodie epicheggianti del granitico Hard Rock nell’opener “Darkness In Your Eyes” sfociano in breve tempo in un turbine energetico inarrestabile, con un sapiente uso di cori (modello Bonfire, anche se meno pomposi) che gonfiano a dovere anche la successiva e rocciosa “Send The Angels Down”, grazie a ritmiche massicce ed un cantato aggressivo al punto giusto. Il tiro dei brani è sempre frizzante ed energetico e non sono poche le volte che si sconfina nel metallo incandescente della, seppur discreta, title-track “Enter The Light” ed anche le mitragliate a nome “Your Life Is Mine” (con un muro di suono notevole condito da un assolo di chitarra equiparabile alla dinamite) o il tiro infuocato di “The Saviour Was Born”. Ogni traccia trasuda energia da ogni nota grazie sia ad un cantante efficace e carismatico, che ad una sezione strumentale che fa faville senza mai osannare la propria preparazione. Il groove pazzesco di “Driven” fa il paio con le peripezie tecniche della furente “Where”, mentre fanno bella mostra di sé le ballads: “World Will End” fa della cupezza la sua arma migliore sfruttando dei bellissimi cori melodici (saltano all’orecchio gli Avantasia più recenti e meno Power Metal), “The Final Reason” è intensa e passionale, per finire con la lunga ed atmosferica “Lonely Heart”, che riesce nella difficile impresa del non annoiare. Mancano all’appello altre due ottime, se non eccellenti, tracce ovvero l’imponente “Life Beyond The Line”, dalle ritmiche devastanti, e l’Hard Rock tonante di “SixFiveFour”, con al suo interno un giro di chitarra modello spacca montagne.
Un disco che non cambierà di sicuro nulla, magari derivativo e scontato, ma che fa la differenza rispetto a moltissimi colleghi che credono che la musica sia solamente una mera espressione di tecnica e suoni perfetti. Da ascoltare a tutto volume!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    07 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 07 Marzo, 2022
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"Satellites", esordio dei Silent Skies datato 2020, fu un piccolo gioiellino passato un po’ inosservato nel panorama musicale. Il progetto nacque dall’unione del cantante degli Evergrey Tom S. Englund e del pianista Vikram Shankar (che ha collaborato anche con Anneke van Giersbergen), che si unirono per dare vita ad una musicalità decisamente intima dal tocco che si può avvicinare ad una possibile colonna sonora da film. Due anni dopo il duo ritorna con una nuova opera denominata "Nectar", che vede nuovamente i due musicisti passare ad una fase di transizione. Il primo album era molto minimale ed incentrato sul binomio voce/piano e poneva l’enfasi sull’emozionalità e sulle melodie mentre questo "Nectar" si muove in ambiti più elaborati avvalendosi anche di strumenti come moog e violoncello (a cura dell’ospite Raphael Weinroth-Browne dei Leprous) in maniera più massiccia che in passato.
Avvicinandosi nuovamente alle derive più placide di Anathema, Katatonia e le visioni raffinate dei Sigur Rós, i Silent Skies si dedicano ad un lotto di composizioni sperimentale e visionario che si rivela però un’arma a doppio taglio. Quasi metà dell’album, tristemente, non riesce a bissare la bellezza dell’esordio e fatica ad ingranare. Nonostante la meravigliosa voce di Tom si erga dolce e carezzevole (utilizzando parecchie stratificazioni) ed il piano sia altrettanto magnifico nel suo tessere melodie celestiali, qualcosa non funziona. C’è un’ostinata ricerca di complessità, un uso invadente e fastidioso di effetti vocali ed una struttura compositiva confusa. Episodi come “Fallen From Heart”, “Taper”, le discreta “Let It Hurt” e “Better Days” o la prolissa “The One” (nonostante un lavoro di piano incisivo) lasciano un po’ l’amaro in bocca dimostrandosi deboli e poco riuscite. Fortunatamente dalla traccia “Leaving” il duo ritrova “lo shining” e la bellezza invade i padiglioni auricolari dell’ascoltatore in maniera totale. L’elettronica ed il taglio squisitamente cinematografico creano un pathos epico/nordico da brividi passando da tinte notturne (“Closer”) ad episodi soffuso/drammatici (la title-track “Nectar”) finendo a sentite interpretazioni vocali da pelle d’oca (“Cold”). Nel mezzo c’è un’altra piccola perla: “Neverending” è una delle tracce più riuscite grazie a tappeti elettronici sognanti ed un crescendo emotivo che esplode di eleganza nordica notevole. Si percepisce una certa maturazione ed un desiderio di crescere che però non hanno portato ai risultati sperati. Il disco necessita di parecchi ascolti per essere compreso e per mostrare tutta la sua “imperfetta” bellezza.
In definitiva ci si trova al cospetto di un album riuscito a metà ed in fin dei conti va benissimo. Per crescere bisogna fare anche tanti errori e da due fuoriclasse come Tom e Vikram ci si può aspettare imponenti miglioramenti con il prossimo lavoro discografico. Disco consigliato in ogni caso!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    06 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 06 Marzo, 2022
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C’era molta attesa per l’arrivo di nuova musica targata Ottone Pesante. Il trio nostrano ha ricevuto parecchi consensi sia da pubblico che dalla critica con il precedente "DoomooD", un lavoro che soffriva ancora di una visione sonora non ancora chiara e parecchio traballante nonostante la qualità non fosse certo sotto la media. Il loro “Brass Metal” (Metal suonato con gli ottoni) fino ad oggi è rimasto troppo legato al voler usare tromba e trombone semplicemente in sostituzione di basso e chitarra. Questo nuovo EP, intitolato "...and the Black Bells Rang", sorprendentemente recupera tutte le buone idee del disco precedente e le sviluppa finalmente in qualcosa di più personale dall’originalità più marcata.
Nonostante siano solo quattro i nuovi brani, il dischetto trasuda abbondanza oltre ogni aspettativa. Le tracce hanno molte sfaccettature e dettagli che meritano e devono essere apprezzati per il loro riuscire finalmente a distinguersi dalla massa. Il Noise Rock distruttivo dell’opener “Black Bells Of Destruction” è un chiaro segnale che qualcosa è cambiato. Il drumming furibondo di Beppe Mondini equivale ad un treno in corsa ai limiti del Metal estremo su cui Francesco Bucci (trombone e tuba) e Paolo Raineri (tromba e flicorno soprano) costruiscono delle strutture cupissime e funeree in un mood totalmente folle e schizzato dall’animo malvagio. La stratificazione sonica non è totalmente nuova eppure pare meglio amalgamata e fluida senza quel fastidioso senso di forzatura. La musica scorre libera ed è pregna di un’epicità apocalittica (“Carne Marcia”) e riesce a far convivere armonicamente potenza, genialità ed avanguardia, segno che la band ha fatto tesoro dei propri difetti migliorando in maniera esponenziale. Esemplificativa è la lunga “Die Ewige Wiederkunft Des Gleichen”, un magnifico crescendo pregno di pathos che parte da dolenti note noir che si dipanano in un meraviglioso intreccio di jazz e musica classica fino al frastornante finale fumoso e stridente. “1QM Rules Of War” chiude le ostilità in maniera parecchio ritmata ed opprimente con un andamento sempre più fumoso e dilatato.
La crescita è evidente soprattutto nell’ambito compositivo ed i presupposti per un nuovo album bomba ci sono tutti. Si rimanga sintonizzati sulle onde degli Ottone Pesante. Sorprese in arrivo!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    06 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 06 Marzo, 2022
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Dopo sei anni di silenzio tornano sulla scena musicale i Crowbar con il nuovissimo "Zero and Below". Il combo di New Orleans, Louisiana, guidato dall’irriducibile Kirk Windstein è uno degli alfieri dello Sludge Metal, ovvero quell’incrocio fra Doom, Hardcore e Southern Rock, affiancato da leggendari compagni di scorribande come Eyehategod, Soilent Green, Acid Bath, e Down. Lo stile dei Crowbar, negli anni, non ha subito particolari evoluzioni puntando sempre su una verve pessimista fatta di velenosi demoni interiori e sofferenza. In questa nuova opera ci sono dieci tracce che si discostano dal predecessore (l’ottimo "The Serpent Only Lies"), per un approccio meno melodico e più votato alla distruzione spirituale che non lascia alcuna via di fuga.
Il muro di distorsione marcio e putrido dell’opener “The Fear That Binds You” è pura esasperazione ben dettata dalle chitarre dure come macigni e dalle urla acide del vocalist e chitarrista Kirk. La sezione ritmica è anch’essa protagonista esponendosi in maniera solida e quadrata, ma comunque devastante specie per i rallentamenti Doom e le grattate di basso che incidono la mente come un coltello arrugginito. Viene riversata una violenza imponente sull’ascoltatore ma mai fine a sé stessa ed anzi con una sorta di sentimento perverso nei riffs slabbrati della declamatoria “Her Evil Is Sacred” o nei torbidi rallentamenti feroci di “Confess to Nothing” sempre più inclini al Doom Metal. I brani si susseguono in pieno “ceffone style”, concedendosi anche il lusso di accelerare in maniera impazzita come gli assalti sonici alla Motörhead a nome “Bleeding from Every Hole” o le mitragliate di “Reanimating a Lie”. I pezzi, nonostante la lunghezza, sono semplici nella loro fruibilità con dei ritornelli immediati e memorizzabili e le stesse sezioni strumentali sono lo specchio di quel malessere interiore e di spleen tipico della band che non nasconde un certo amore per il Grunge (le tristi melodie della title-track “Zero and Below”) e nemmeno per i cupi giri chitarristici alla Black Sabbath (la liturgia vocale di “Denial of the Truth”). Si può certamente discutere sul fatto che i Crowbar siano in qualche maniera sempre fedeli a sé stessi, ma va detto che in pochi riescono ad essere convincenti e solidi nello Sludge, genere che spesso finisce con l’autocitarsi continuamente. I cambi di tempo tonanti della devastante “Chemical Godz” e la perla dell’album chiamata “It’s Always Worth the Gain” sono ottimi esempi di cosa voglia dire “comporre un brano”, intrecciando magnificamente il groove della batteria, chitarrone sanguinarie, un basso indemoniato e per completare superbamente l’opera, anche dei giri melodici sublimi. Lo Sludge è vivo e vegeto grazie ai Crowbar e pochi altri, inutile girarci intorno.
Un disco sanguigno, deforme, magari imperfetto e privo di efficaci novità, eppure funziona. Un altro centro, non un capolavoro ma un notevole esempio di musica fatta come si deve!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    27 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Febbraio, 2022
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Tre anni sono passati e quindi ecco puntualissimo un nuovo lavoro degli svedesi HammerFall una delle band cardine dell’Heavy/Power Metal più melodico e battagliero fin dal lontano 1993 (sono quasi la risposta europea ai Manowar per testi/tematiche e costanza artistica). Nella loro lunga carriera, gli HammerFall hanno sempre seguito una certa linea compositiva che in qualche maniera ha offerto al pubblico la garanzia che non sarebbe mai stato tradito, ma dall’altra si è sempre proseguito sulla stessa via con tanto di paraocchi (tralasciando l’interessante e cupo "Infected"). Il precedente "Dominion", che aveva dalla sua una copertina di grande impatto, fu tristemente trascurabile e poverissimo di idee con un lotto di canzoni fiacco e poco di impatto. Arriva di recente questo nuovo "Hammer of Dawn", che cerca di riportare la corazzata svedese sulla giusta rotta.
Il senso di disperazione, sulle note dell’opener “Brotherhood”, cade inesorabile sull’ascoltatore come un pesante martello, causa un ritornello che fatica ad ingranare ed un’epicità davvero esile che alla lunga risulta ripetitiva e troppo abusata. Le tematiche sono, volente o nolente, le medesime da quasi trent’anni e ci si può passare sopra come pure i solo armonici a cascata ed ovviamente gli enormi cori che compaiono continuamente, ma non spesso riescono ad essere un valore aggiunto (la debole title-track “Hammer of Dawn”, che si risolleva solo grazie all’accelerata finale). I brani si susseguono in maniera tragicamente tiepida ed altrettanto banale (“Venerate Me” e la tragica “Reveries” con i suoi terribili coretti) finché qualcosa comincia a smuoversi partendo dalla riuscita e contagiosa “No Son of Odin”, con il suo andamento Epic Metal. La band ritrova la sua “Via di Damasco” e finalmente ritrova la sua verve eroica che finora aveva latitato parecchio. Le impetuose armonizzazioni della contagiosa “Too Old to Die Young” preparano il terreno per le chitarre del duo Dronjak/Norgren che si scatenano come non mai prima nei dinamismi della mitragliata a nome “Live Free or Die”, gonfia di cori da battaglia che farà sicuramente la sua figura dal vivo, e poi scatenandosi nell’assalto modello carro armato di “State of the W.I.L.D.”, con il suo crescendo vocale epicissimo (il vocalist Joacim Cans, nonostante gli anni, mantiene ancora una buona potenza, seppure mai fragorosa ma comunque utile allo scopo), per concludere le ostilità con la verace e robusta “No Mercy”, che, nonostante paia un’autocitazione, fa il suo sporco lavoro grazie al suo coro irresistibile che dimostra ancora una volta come gli HammerFall abbiano un’ottima abilità nel creare dei ritornelli a presa rapida. Non poteva mancare la consueta ballad di turno che risponde al nome di “Not Today”, che fa un po’ da cuscinetto risultando comunque piacevole nella sua semplicità grazie a linee vocali orecchiabili. E’ inutile aspettarsi qualcosa di nuovo dagli svedesi ed in fondo gli si vuole bene proprio per questo, nonostante molti album simili e strutture compositive copia-incolla. Peccato per gli scivoloni delle prime tracce, altrimenti si sarebbe gridato al miracolo.
Tamarri, sempliciotti, passionali ed orgogliosamente sempre gli stessi, sempre con le spade e gli scudi pronti alla guerra. Uno dei loro dischi migliori degli ultimi anni, che sicuramente non è ai livelli dei tempi d’oro, ma sarebbe sciocco ignorarlo per partito preso. Bentornati!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    23 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Febbraio, 2022
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Sotto il monicker Apolinara si nasconde la pianista/cantante soprano americana Polina Lymar, che decide di mettere in piedi un proprio progetto votato al Gothic/Symphonic Metal. Dopo aver reclutato una nutrita schiera di musicisti si mette all’opera per la lavorazione di questo recente debutto dal titolo "Shadows and Signs", che in qualche modo cerca di rispecchiare la devozione di Polina per la scena Gothic Rock made in USA di bands come gli Evanescence. La realtà sta un po’ nel mezzo e questo disco mescola delle sonorità più immediate con quelle derivanti dalla scena metallica creando un discreto ibrido.
Dopo l’intro, le sonorità si fanno sinfoniche e vengono amplificate da una piacevole componente elaborata e Prog Metal che si insinua fra gli arrangiamenti orchestrali (“Wonderful”). Le vocals di Polina, per quanto nella media, fanno il loro bel lavoro anche in condizione più ruvide dai riffs violenti (“You Can’t Get Away With This”), in cui la melodia non viene mai lasciata da parte ed occupa sempre una corposa percentuale in ogni traccia. Purtroppo, con il passare dei minuti la personalità si affievolisce sempre di più lasciando trasparire un’abilità compositiva troppo derivativa e la sezione strumentale non riesce mai a risultare dinamica, indebolita da dei suoni non sempre all’altezza che creano parecchia confusione, soprattutto nelle tastiere a volte plasticose. Durante l’ascolto compaiono delle idee interessanti come gli inserti di violoncello e violino nella stratificata “Dragon Dance”, il riuscito equilibrio di asprezza e tocchi melodici di “No More”, dal ritornello immediato e memorizzabile, o anche nelle ballads “Tears of Love” e “We Had It All”. Per il resto ci si trova dinnanzi ad un disco che fatica davvero ad ingranare sia per la piattezza di alcuni passaggi chitarristici fin troppo simili (“Slowly”), sia per un growl statico e certe volte fastidioso ed eccessivamente effettato (la title-track “Shadows and Signs”), per non parlare nell’infilare a qualunque costo delle parti di Metal estremo (“The Smile of the Demon”, che ha dalla sua una terribile batteria ai limiti del robotico) quando basterebbe puntare unicamente sulla variante atmosferica e placida che in fin dei conti è quella più riuscita e piacevole. L’opera risente di parecchi difetti e si colloca tristemente sotto la media.
Se si è fan sfegatati del genere si provi a dare una possibilità ad Apolinara, a patto di non aspettarsi troppo; per gli altri ci si diriga verso altri lidi, almeno finché la band non si deciderà a fare realmente sul serio.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Febbraio, 2022
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Chicago, Illinois. No, non si parla di Blues ma di neo-Power Metal sinfonico nella sua accezione più cinematografica e battagliera, figlia di colleghi come Rhapsody (ovvero quelli dei bei tempi andati), Gloryhammer, Twilight Force, Freedom Call, Fairyland, Thy Majestie, primi Dragonland e mille altri oltre che alcuni esponenti di Metal sinfonico con voce femminile come Nightwish ed Epica. Oggi si parla degli Shield of Wings combo nato nel lontano 2005 e solo oggi, dopo diversi singoli ed EP riesce ad arrivare al traguardo del disco di debutto intitolato "Unfinished".
La band americana preferisce gestire le canzoni in maniera meno irruenta, ovvero puntando meno sulla componente metallica (che comunque non manca), lasciandola come sottofondo e concentrandosi sulla componente epica e melodica. Ne deriva un lavoro fortemente a due facce. La sezione strumentale purtroppo lascia il tempo che trova in quanto le linee di chitarra sono tutte a raffica di mitragliatrice, senza che un solo riff lasci il segno nella mente, come pure la batteria decisamente meccanica e statica. Il che non è necessariamente un difetto dato che in generi come questo la parte del leone la fanno le melodie, eppure il senso di vuoto sale sempre più inesorabile. Riguardo al resto bisogna dire che tutto fila egregiamente. L’anima da colossal hollywoodiano scorre come un fiume in piena grazie ad orchestrazioni, cori imponenti e tastiere da film fantasy. Le vocals della brava Lara Mordian irrompono angeliche e decise nell’epicità di “Breathing” o nella ballad sognante “Come Home” e vengono supportate da un impianto corale enorme che gonfia il risultato a dovere (“Frozen Harbor” e “Native Colossus”), immergendo l’ascoltatore in un mondo immaginario fatto di battaglie (“Crushing Hail”), mondi fatati (il folk fiabesco di “Cedar”) e gesta eroiche (“Mind Of Myth” e “Sunfire Shower”). I problemi di fondo sono principalmente due. Il primo è il forte dubbio su come si possa rappresentare tanta abbondanza di suoni dal vivo senza suoni praticamente perfetti , mentre l’altro consiste nella perenne ripetizione degli stessi schemi per tutti i brani. Ogni traccia è parecchio simile alle altre salvo pochissime variazioni e per di più la lunghezza è spesso eccessiva, senza contare l’inutile ausilio del growl/scream (a volte effettato al pari di un videogame) che vorrebbe richiamare gli Equilibrium ma non aggiunge nulla alle quotazioni del disco.
Un’opera piacevole, senza grandi pretese e che necessita crescita e maturazione per arrivare a qualcosa di più alto. In pochi possono fregiarsi di essere alfieri di questo genere e per arrivare a tale attributo bisogna darsi parecchio da fare.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Febbraio, 2022
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La sarda Mariangela Demurtas è una delle tante vocalist più apprezzate all’estero che nel Bel Paese. Partita nel 2007, alla corte dei gotici Tristania, si rende protagonista di due loro dischi molto interessanti ("Rubicon" del 2008 ed il meraviglioso "Darkest White" del 2013), che portarono influenze molto Rock nel sound oscuro della band norvegese. Mariangela dimostrò di avere delle ottime doti canore e ciò le permise di di approcciarsi ad un altro progetto Electro/Gothic Rock chiamato Ardours, a cui seguì il disco "Last Place on Earth". La cantante però aveva in mente da tempo un proprio progetto solista a cui iniziò a lavorare sin dal 2013, ma che per vari motivi non andò mai in porto. Inizialmente ed idealmente finanziato come progetto Patreon, questo EP finalmente trova la luce dopo quasi nove anni di attesa e mostra l’anima più Pop di Mariangela.
Quest’opera di quattro tracce, intitolata "Dark Ability", trasmette eleganza e raffinatezza, ma si allontana decisamente sia dal mondo Metal che quello Rock più verace e ciò non è propriamente un male, anzi. “City” inizia le danze in maniera carezzevole con il cantato di Mariangela che si fa morbido e delicato, accompagnato da delicate note di piano che donano un’atmosfera notturna condendo il tutto con un bell’assolo di chitarra decisamente evocativo. Il mood si fa più sensuale ed elettronico nell’eterea “Classic”, per poi fossilizzarsi un po’ nei tipici canoni Pop di “Crossing Time”. Gli arrangiamenti sono spesso minimali e sono volti unicamente a valorizzare la voce di Mariangela, che esprime la sua stoffa come cantante specialmente nel pathos celestiale della finale “Forgiverance”, in cui le emozioni volano con i tappeti di tastiera visionari. Sicuramente non c’è nulla di particolarmente originale ma comunque le canzoni funzionano e si lasciano ascoltare piacevolmente.
E’ ancora poco per capire cosa ci riserverà Mariangela e se l’album di debutto prenderà direzioni diverse. Per il momento si invita a lasciarsi trasportare dagli orizzonti emozionali di questo EP. Per il futuro si vedrà.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Febbraio, 2022
Ultimo aggiornamento: 13 Febbraio, 2022
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Era alta l’attesa per la terza prova degli svizzeri Zeal & Ardor. Seppure dal vivo il progetto sia in forma di collettivo, tutto è guidato dalla mente del mastermind Manuel Gagneux che, anche in occasione di questo omonimo album chiamato "Zeal & Ardor", si occupa di tutti gli strumenti eccetto la batteria suonata dall’ospite Marco Von Allmen. Il debutto "Devil Is Fine" fu un fulmine a ciel sereno e creò un mostruoso ibrido che travolse il mondo metallico postmoderno traendo linfa vitale dalla musica nera (Soul Music in particolare). Ciò creò parecchio scompiglio ed appeal mediatico, permettendo lo sviluppo di un secondo disco ("Stranger Fruit") che sviluppò ancora di più il concept facendo intrecciare armonicamente elementi come il Post-Black Metal, l’Avant-garde e le venature Blues/Soul che hanno contraddistinto il progetto dall’inizio.
"Zeal & Ardor" riparte da "Stranger Fruit" ed in qualche modo lo trasforma ulteriormente in maniera alquanto particolare. Lo stato evolutivo fa un altro passo sia in termini di lunghezza (la durata aumenta), che di sostanza concettuale. Si eviti di focalizzarsi troppo sugli strombazzamenti della carta stampata o delle 'zine di settore che inneggiano ad un “qualcosa di mai sentito” fin dagli esordi. Il Rock vive di contaminazioni sin dagli anni ‘60 e ‘70 (si ascoltino Parliament e Funkadelic) ed in un periodo come questo forse si sentiva la mancanza di certe sonorità. Gli Zeal & Ardor sono arrivati in un momento perfetto, dati i recuperi di generi “old” come la psichedelia, lo Space Rock ed il Pop più elegante.
Come un Sergio Leone dei tempi d’oro, le visioni di Gagneux hanno una loro magia che prende il passato e lo riporta ai giorni nostri, ma stavolta in maniera ancora più cerebrale e distruttiva. Sì, questo monumentale disco è come una sorta di Titane (un recente film francese che analizzava a grandi linee il rapporto carne/macchina), ovvero un corpo umano con al suo interno qualcosa di meccanico e freddo, quasi come fosse abitato da una gelida anima. Le pulsioni industriali alla Nine Inch Nails sono palpabili sin dall’opener e title-track “Zeal & Ardor”, a cui fanno contorno i tipici inserti corali neo-Soul (ma anche l’epicità corale di “Bow”). Questo sarà il manifesto, il robotico cuore pulsante su cui poggeranno tutti gli elementi che si alterneranno in seguito. “Run” devasta da subito i padiglioni auricolari a suon di bordate Post-Metal facendosi trainare anche da melodici giri di chitarra Blackgaze (“Emersion” gonfia di muri di basso ed intermezzi elettronici sognanti) o ruvidissimi macigni Noise Rock (“Erase”). Stavolta non si lesina sulla sperimentazione ed essa viene portata a livelli ancora più complessi anche nel giro di uno stesso brano, che può venire smembrato nel giro di pochi minuti. Il buon Moby annuirebbe soddisfatto dell’episodio Blues/Soul elettronico a nome “Death to the Holy”, distrutto poi da mitragliate Black/Metalcore che fanno coppia con la magnifica avanguardia Metal “Feed the Machine”, fino alla violenza estrema (invero non molto riuscita) di “Götterdämmerung” e i riferimenti al buon reverendo Manson nei riffs serrati del turbine velenoso e contorto di “I Caught You”.
Gli Zeal & Ardor hanno voluto spingere, consci sempre di più delle proprie potenzialità, tirando fuori un altro tassello maturo che comunque delinea nuovi orizzonti. Ciò spaventa per il fatto che il rischio “band meteora” sia decisamente dietro l’angolo. Fare troppo può portare a spegnersi in fretta e probabilmente tirare il freno potrebbe essere una buona idea. Non è un caso che gli episodi migliori siano quelli più quadrati e asciutti. Il pathos morriconiano della stupenda “Golden Liar” ha dei livelli di epicità assoluti, “Church Burns” ha delle soluzioni vocali incantate ed il sofferto riff Black Metal di “Hold Your Head Low” fa da tappeto alle suggestive atmosfere “nere” di cui oramai gli Zeal & Ardor sono paladini. Un altro disco eccellente, non un capolavoro ma semplicemente un'ulteriore opera di percorso della band, da acquistare e conservare in quanto arte che va supportata.

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Album semplicemente perfetto: il debutto dei californiani The Dark Alamorté
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Autoproduzioni

Una produzione pessima condanna il debutto degli Ethereal Realm
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1.5
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EP troppo breve quello degli Oratory per poter dare un giudizio completo
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I canadesi Miscreation si presentano con un buon demo di tre pezzi
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Archie Caine deve scegliere quale strada seguire
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Poca originalità ma tanta tecnica nel debut EP degli Harvested
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Böllverk, troppo eterogenei
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2.5
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