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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    24 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 2022
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I Graveshadows sono una di quelle bands che ha voluto cambiare pelle in maniera parecchio massiccia nonostante abbia cercato di mantenere le idee originali. Nati nel 2012 i nostri hanno cominciato con un interessante Symphonic Metal che, seppure non particolarmente innovativo, aveva delle buone potenzialità (il debutto "Nocturnal Resurrection" del 2015) sia per un cantato variegato femminile sia per delle soluzioni in bilico fra Rock moderno e Metal. Con il secondo album il sound si è fatto più asciutto diminuendo le orchestrazioni e prediligendo un approccio votato all’immediatezza. Questo terzo e nuovo "The Uncertain Hour" segna parecchi cambiamenti in primis per la formazione che vede il cambio di ben tre quinti della formazione inserendo una nuova vocalist, nuovi bassista e batterista. Anche lo stile sonoro ha subito un cambiamento anche se sarebbe opportuno parlare di evoluzione in quanto si è deciso di pigiare ancora di più il pedale dell’immediatezza relegando le parti sinfoniche a blando accompagnamento ed alzando il tiro di voce e chitarre.
La furia dell’opener “Soldier of 34” mette le cose in chiaro sul nuovo corso della band. Il sound si tinge di Death Metal melodico di scuola nordica (Insomnium) incrociato con i primi Amaranthe (quelli meno tamarro/elettronici) puntando molto sui giri melodici delle chitarre. I ritornelli e le strofe si fanno energici e cantabili grazie anche all’innesto della nuova cantante Rachl Raxx Quinn che marchia a fuoco le tracce con il suo stile aggressivo e Rock oriented. Nella successivo assalto sonoro a nome “Gwynnbleidd” le idee cominciano tristemente a mostrare già la corda. Le melodie, per quanto di facile presa, si fanno sempre meno prevedibili ed il cantato tende ad esagerare fino ad irritare. Proseguendo nell’ascolto la tensione cala clamorosamente ed i pezzi finiscono in un pericoloso anonimato: la martellante “Sea of Apparitions”, “Vengeance of Envy”, “The Betrayer” o anche “Shadow Battles” esplodono fragorosamente ma difficilmente sorge la voglia di un’ulteriore ascolto per una certa ripetitività nelle scelte sonore per non parlare della fiacca “Beautiful End” che avrebbe un buon connubio passato/presente ma perde colpi nel giro di poco. Ci sono però degli efficaci colpi di coda (la cavalcata sinfonica “The Swordsman” è ottima) e delle sfiziose ed inaspettate novità che potrebbero portare a nuove strade in futuro. La prima è “The Two Lived”, che mischia interessanti atmosfere oniriche ad un bel crescendo apocalittico mostrando una scrittura più elaborata. La seconda è una piccola perla a nome “Damsel’s Finesse”, nuovamente lunga per gli attuali standard dei Graveshadows, c’è una ricerca dell’epico sfruttando orchestrazioni imponenti e sfruttando anche una componente prog metal variegando anche il cantato e rendendolo meno monotono.
Un album di transizione? Disco che segna un definitivo cambio di rotta? Con i Graveshadows non si sa mai e ciò può essere un pregio o un difetto. Al futuro la sentenza.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    24 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 2022
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Nati nel 2010, gli ungheresi Meteora (nati inizialmente come cover band suonando nel circuito dei locali di Budapest) arrivano all’importante tappa del terzo disco chiamato "...of Shades and Colours", che si pone la dura sfida di imporsi nella boccheggiante scena Symphonic Metal. Composto interamente nel periodo della pandemia, questo disco si conferma quello più curato fino ad ora dal combo e potrebbe anche essere definito il più maturo, seppur si ispiri a colleghi commercialmente più forti come gli Epica. Viene confermata nuovamente la line up originale che vede ancora la presenza di ben tre vocalist.
Andando diritti al punto. Si percepisce la qualità sin dalla prima traccia post intro ovvero “Wings of Rebellion”, il fulcro che può tranquillamente rappresentare l’intero album. Le tre voci, per quanto non siano originali sono ben incastonate fra di loro. Le eteree vocals femminili (necessiterebbero di un po’ di potenza in più) di Noémi Holló, il growl del bassista Máté Fülöp ed il cantato tenebroso del tastierista Atilla Király formano un solido assetto vocale che può ricordare un mix fra gli immensi Tristania e gli ottimi Stormlord. L’uso dei cori imponenti, di una certa aggressività, epicità e complessità denotano una crescita sempre più marcata e lo dimostra una scrittura raffinata e non banale seppure non inventi nulla di clamoroso. Fra le tracce si staglia un guitarwork finalmente diverso dalla massa ad’opera del bravissimo Csaba Solymosi (supportato da Ádám Kurucz che si occupa degli assolo come nell’arabeggiante e dinamica “Voices Within”) che spazia moltissimo non facendo mai annoiare l’ascoltatore. Il songwriting stesso cambia molte volte pelle attraversando il Death Metal tinto di gotico (la teatrale e vampiresca “Danse Macabre”, una nuova versione del 2022 con ospite il vocalist Chris Harms dei Lord of the Lost), la mitragliata Prog/Death Metal di “Newborn Violence” o il tiro moderno in “Slave of Creation”. Queste sono comunque delle piccole parti in quanto il disco complessivamente è molto lungo e complesso in particolare nelle rimanenti tracce come gli impianti corali pregni di pathos (“Pests - Tragedy of Delusion part II”), il groove trascinante di “Immortal”, la ballad dai toni drammatici chiamata “Home” (con quegli aromi cortigiani e romantici) per poi concedersi episodi più cerebrali (la title-track “...of Shades and Colors” e la stupenda e stimolante “Waking Nightmare”). Sicuramente se ci fosse stata una produzione migliore i brani avrebbero risaltato meglio ma nel complesso ci si trova al cospetto di un meraviglioso album di metal sinfonico. Un lavoro intelligente, piacevole e che non annoia. Ottimo!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    27 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Settembre, 2022
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Cambiare pelle dà spesso risultati imprevedibili. Nel caso dei tedeschi Lacrimas Profundere, storica band Gothic/Dark metal, ciò ha significato un concreto aumento di notorietà che negli anni ha regalato molti successi e riconoscimenti. Forti di un precedente album ("Bleeding The Stars") che ha guadagnato eccellenti recensioni, a volte troppo esagerate nonostante la buona qualità (album del mese per Metal Hammer), i nostri tornano con un nuovo disco chiamato "How To Shroud Yourself With Night", che in qualche maniera continua la nuova via intrapresa in primis con il nuovo cantante Julian Larre, ma soprattutto cerca di portare il sound ad un livello superiore.
Bisogna mettere un po’ di ordine in quanto non tutti conoscono questa band e potrebbero cadere nel così detto “trappolone”. La band, guidata dal chitarrista e mastermind Oliver Nikolas Schmid (unico membro originale rimasto), partì in origine verso lidi molto Gothic/Doom per poi abbracciare con il tempo sonorità più Rock. "Bleeding The Stars" fu un disco molto furbo, riuscendo a coniugare un appeal moderno ed “easy” ad un livello di pregio non indifferente, ma era lampante la voglia di abbracciare sonorità mainstream. In questo disco si è deciso di accontentare un po’ tutti rendendolo leggermente meno tamarro e migliorando gli arrangiamenti, richiamando il glorioso passato. Il muro Doom di chitarre sfibrate in “Wall Of Gloom” è un manifesto gotico d’altri tempi eppure dannatamente efficace nella sua sofferenza e tragicità. Il sontuoso guitarwork di Oliver è epico in ogni momento, anche nelle serrate e sporche scorribande della deliziosa “In A Lengthening Shadow” o nel solismo divino della metallica “To Disappear In You”, ma in generale tutto l’album è pervaso da quella magia che si avvale anche del supporto di orchestrazioni ben integrate ed una sezione ritmica compatta e precisa. Le vocals rappresentano il lato più moderno e fanno da motore trainante: lo si nota nel Goth'n'Roll di “A Cloak Woven Of Stars“ (peccato per i terribili coretti in sottofondo), specchio di brame moderne e radiofoniche che scivolano nel Melodic Hardcore (o Metalcore che dir si voglia). Il contrasto che ne scaturisce stride e viene in qualche modo mitigato da episodi più riusciti come nei riffs gotici di “The Vastness Of Infinity”, nell’asprezza di “The Curtain Of White Silence” o nella cupezza di “Shroud Of Night”, per non parlare dell’equilibrio perfetto dell’epica “Nebula”. Altri passi falsi sono l’anonima “Unseen”, con le sue innocue spruzzate di elettronica, e la fin troppo cantabile “An Invisible Beginning”.
I Lacrimas Profundere si dimostrano come una delle migliori band attualmente in circolazione e questo disco è l’ennesima riprova della bontà delle loro composizioni, ma si sappia a cosa si va incontro. Ci sarà sempre un divario fra chi apprezza il vecchio stile e chi invece adorerà il nuovo corso. A voi la scelta!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    27 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Settembre, 2022
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Probabilmente non sono pochi coloro che si chiedevano cosa avrebbe fatto lo storico batterista dei Moonspell, Mike Gaspar, dopo l’uscita dalla band madre. Ed ecco qui il suo nuovo progetto denominato Seventh Storm che arriva direttamente al debutto con questo "Maledictus". Assieme a Mike (che si occupa anche dei testi e degli arrangiamenti) c’è il mostruoso vocalist Rez, i due chitarristi Ben Stockwell e Josh Riot, per finire con il bassista Butch Cid (tutti altrettanto validissimi). Non ci si lasci influenzare dalla copertina (immagine fin troppo abusata a dire il vero), in quanto le influenze della band spaziano parecchio, partendo ovviamente dai Moonspell per inglobare moltissime sfumature che verranno descritte con calma in seguito.
La traccia di apertura potrebbe spiazzare ulteriormente fin dal titolo: “Pirate’s Curse” non è una copia o rivisitazione di mille altri pezzi sui pirati ma qualcosa di differente e ruvido. Il riffing sporco ha un retrogusto epico e le vocals grezze ma eroiche non possono che riportare alla mente i gloriosi Bathory. Le ritmiche battagliere, le pennellate acustiche folkeggianti e le tastiere fiabesche sono tutti elementi che contribuiscono a rendere il brano coinvolgente ed appagante, però si dimostra come un episodio isolato in quanto il tiro Power Metal secco della seguente “Saudade” (versione in inglese) cambia bruscamente la direzione. I giri melodici prendono il sopravvento aprendo le porte a parti corali ed inaspettatamente a mitragliate ai limiti del Metal estremo. Potrà sembrare una “ratatouille sonora” eppure ogni elemento è al suo posto e l’ascolto si dimostra fluido senza forzature. Su questa base sonora si stagliano le impressionanti vocals del cantante Rez, che sfodera un’interpretazione notevole sia nelle parti più aggressive che in quelle pacate. Proseguendo il viaggio le cose cambiano ulteriormente. Il sound comincia a farsi molto più roccioso con un susseguirsi di bordate Black Metal, atmosfere eteree ed un attitudine quasi Progressive Metal per il combinare tanti elementi senza risultare troppo cerebrali. Sul piatto ci sono molti ingredienti che vale la pena assaporare: le tentazioni sinfoniche nella raffinata “The Reckoning”, l’oscurità dinamica di “Inferno Rising”, il guitarwork ispirato in “My Redemption”, le venature arabeggianti di “Gods Of Babylon” ed il saliscendi emotivo a nome “Haunted Sea”. Ogni pezzo ha sfumature e dettagli che fanno emergere un bagaglio tecnico pregevole specie nelle ritmiche e nel lavoro di chitarra, che sfodera spesso un groove contagioso e delle intuizioni davvero fantasiose. Andando a fondo bisogna dire che gli ultimi brani tendono a perdere un po’ di mordente e necessitano pazienza per essere compresi. Chiudono l’album le versioni alternative di “Saudade” (acustica ed in lingua portoghese).
Un piccolo miracolo che si spera porti ad altri album perché, se le premesse sono queste, i Seventh Storm potrebbero diventare qualcosa di molto più importante.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    20 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2022
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Si sa, nella musica Metal ci sono molte leggende, ma spesso i nomi che rimangono nel tempo sono quelli che non hanno mai smesso di andare avanti nonostante le mille avversità affrontate. Può sembrare una frase fatta ma nel caso del buon Mat Sinner è perfettamente adeguata. Il musicista tedesco è uno si quei personaggi fatti di carne e sangue e non è da tutti marchiare a ferro e fuoco il mondo Hard'n'Heavy con bands come i Sinner fin dagli anni ‘80 (in seguito avrebbe fondato anche i Primal Fear). Il nuovissimo "Brotherhood" (il diciottesimo album) segna il ritorno dopo circa tre anni dal precedente ed ottimo "Santa Muerte" e vede la coppia d’oro Mat Sinner/Tom Naumann nuovamente assieme con in più una nutrita schiera di ospiti oltre alla formazione degli ultimi dischi.
I Sinner nel bene e nel male sono sempre una garanzia di costanza e potenza ed in fondo non serve nulla di più. Il loro modo di fare musica è sempre improntato sulla potenza e sui ritornelli corali ed anche questo "Brotherhood" non fa eccezioni. Il mastodontico tiro alla Judas Priest dell’opener “Bulletproof” butta giù qualsiasi muro a suon di riffs melodici e serrati, con dei duelli di chitarra che sono puro piacere. Le vocals fiere ed i cori trascinanti non fanno altro che confermare lo stato di grazia dei Sinner, che nonostante non inventino nulla riescono sempre a risultare efficaci inserendo anche qualche piccola variazione: le finezze chitarristiche della rocciosa “We Came To Rock” (gli assolo sono infuocati), i cori da battaglia di “Refuse To Surrender”, le ritmiche assassine della bestiale “The Man They Couldn't Hang” o le tentazioni melodiche di “Reach Out” (richiama il progetto Allen/Lande) per non parlare delle sfumature sinfoniche nella lunga e drammatica “The Last Generation”. Tutti esempi di dinamicità che rendono l’ascolto appagante, per poi dedicarsi a pezzi più diretti e quadrati come il coro trascinante della title-track “Brotherhood” e gli assalti veloci a nome “Gravity” e “The Rocker Rides Away”. Verso la fine c’è qualche caduta di tono: “My Scars”, la cover dei The Killers “When We Were Young” e la prevedibile ballad “40 Days 40 Nights” non hanno lo stesso impatto delle altre tracce ma riescono comunque a farsi ascoltare. La band è affiatata e soprattutto nessuno si mette in mostra o tenta di prevalere lasciando che sia la musica a parlare.
Un disco sicuramente di mestiere, eppure fa il suo egregio lavoro e mette in ombra moltissimi gruppi più giovani. Ritorno bomba!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    20 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2022
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Gli svedesi Tad Morose sono una delle bands storiche della seconda ondata del Power Metal europeo e fino ad oggi hanno pubblicato una decina di dischi. Questo "March Of The Obsequious" è il nuovo e fiammante undicesimo disco e continua sulla scia degli ultimi album pubblicati puntando su sonorità più moderne nei suoni, senza comunque dimenticare l’attitudine old school che da sempre contraddistingue la band. In origine la musica era legata ad un certo Progressive Metal, ma da un certo punto in poi si è deciso di irrobustire il sound portandolo ad una versione distruttiva e deflagrante ed anche in questo caso il combo nordico non si è tirato indietro, avvalendosi dell’aiuto di Andreas Silén (ex-Lack Of Faith e Propane Headrush) alla seconda chitarra e Johan Löfgren in veste di bassista (al momento della scrittura della recensione apprendiamo di ulteriori cambi di formazione).
La band rispecchia molto un certo modo di fare Metal ricordando nomi come i Nocturnal Rites più recenti ed immediati (il suono delle chitarre è molto simile), Persuader, Mob Rules, Brainstorm e Mystic Prophecy. Ci si trova ad ascoltare un Heavy/Power molto oscuro e votato all’assalto sonoro. Le chitarre giocano difatti un ruolo fondamentale sparando fuori riffs enormi modello panzer che avanzano imponenti e minacciosi, denotando sempre tecnica e groove (sicuramente l’esperienza aiuta molto) supportati da una micidiale sezione ritmica. Episodi come “A Trail Of Sins”, “Pandemonium”, la cupissima “Dying”, la micidiale ed apocalittica “Escape” o il macigno a nome “A Quilt Of Shame” sono perfetti esempi di cosa la band è in grado di fare, però dall’altro lato si sente anche una certa staticità che viene fuori. In diversi momenti le tracce tendono ad assomigliarsi, ma fortunatamente i nostri danno un po' di varietà alle composizioni inserendo rallentamenti epici alla Candlemass (“March Of The Obsequious”), muri di suono decisamente sfiziosi (“Witches Dance”), giri melodici (“Phanstasm”) o qualche cavalcata (“This Perfect Storm”). A condire il tutto ci pensano le vocals eroiche del singer Ronny Hemlin, un ibrido fra Ronnie James Dio e Jorn Lande (ricorda molto anche il mitico Nils Patrik Johansson alla corte di Astral Doors, Civil War e Wuthering Heights), che marchia a fuoco tutte le tracce in un giusto equilibrio fra asprezza e melodia.
Un disco che nulla toglie o aggiunge alla carriera dei Tad Morose, però fa la differenza rispetto a moltissimi giovani. Peccato però che le idee siano tristemente le stesse.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    20 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2022
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I romani Secret Rule sono una delle bands più prolifiche degli ultimi tempi: quasi un album all’anno e nell’arco tra 2020 e 2022 ne hanno pubblicati ben quattro. Fin dall’inizio la band si è distinta per un Symphonic Metal decisamente improntato sulla melodia e sull’assalto invece che nelle orchestrazioni pompose, lasciando che fossero la voce e la chitarra le armi principali. Guardando al passato non c’è mai stata una vera e propria evoluzione, ma piuttosto un indurimento decisamente massiccio che trova massima espressione nel recente "The Resilient", che prosegue dove "Mea Culpa" aveva lasciato. Si ripresentano le spruzzate elettronico/tamarre alla Amaranthe, un’incontinente aggressività, fino ad una ricerca quasi “radiofonica” che potrebbe ricordare alcune scelte di acts come Lacuna Coil e Within Temptation.
La componente sinfonica è sempre più di contorno anche in questo disco: le tastiere vengono relegate a sottofondo (“Obsession”) in favore di chitarre durissime e spesse dedite alla distruzione ed al virtuosismo solista ancora più che in passato, grazie anche ad una produzione decisamente potente. I riffs aggressivi quindi dominano pezzi come “One More”, la metallica “Time To Reset” o la devastante “Obsession”. Purtroppo andando avanti con l’ascolto il disco comincia a mostrare i suoi punti deboli. Lo stile compositivo si fa statico e monotono, con gli stessi schemi ripetuti ed in parte è un peccato perché ci sono diversi episodi interessanti come le schitarrate epiche della bella “I Wanna Cry”, la notturna e variegata “The Illusion” o le atmosfere arabeggianti di “The Shodown”, in cui ci sono delle buone idee. Il resto cede ad una preoccupante mediocrità: “Unlovable” ha un approccio molto (troppo) easy, come pure “A Little Piece Of Joy” e le stesse tracce già citate, nonostante qualche buona intuizione, soffrono di un songwriting debole e di un approccio vocale un po’ troppo esagerato. La singer stavolta decide di puntare su di uno stile molto più urlato e se da una parte può risultare intrigante e di effetto, dall’altra risulta monotona e piatta perdendo quel mood melodico che c’era negli altri dischi. Sarebbe stato interessante vedere un'evoluzione o al limite un rimescolamento delle carte, ma si è optato per una scelta più aspra puntando al ritornello di impatto e ad una sezione strumentale granitica. Il risultato lascia perplessi in quanto l’album scorre in maniera fluida e piacevole, ma non invoglia particolarmente ad altri ascolti ed anche questo rappresenta un problema non indifferente.
Un lavoro povero compensato da una scrittura immediata. Si poteva fare molto meglio dopo diversi anni di carriera.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    20 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2022
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Pare che il 2022 sia l’anno dei ritorni dopo tanti anni di oblio. Questa volta tocca ai tedeschi Child Of Caesar - capitanati dal buon André Marcussen - risorgere dopo ben sette anni di assenza dal precedente "Love In Black". I Child Of Caesar sono una band abbastanza peculiare e rappresentano una sorta di anello di congiunzione fra il Gothic Metal ed un certo Black Metal/Punk Crust, una direzione sonora in cui non molti ci si sono avventurati se non qualche nome più conosciuto come i Tiamat di "Sumerian Cry" o certe cose dei Satyricon ("Volcano"). Questo “Spirit & Liberation” si presenta come un notevole passo avanti grazie anche alla presenza delle vocals del nuovo singer Patrick Pagliaro,.
I primi secondi di “Scorpion” sono chiarificatori. La deflagrazione delle chitarre e l’assalto di batteria/basso sono l’equivalente di un carro armato (la distorta “Moon” segue la stessa scia) mentre le melodie Gothic/Dark date dalle tastiere e del cantato tenebroso si amalgamano ottimamente. La parte del leone la fanno gli impressionanti muri di suono dati dalla sezione ritmica lanciandosi in deliri Punk HC serratissimi (“Your Eyes On Me” o l’epica e furente “Seven”), con delle chitarre sparate a mille (“Lisa”), inneggiando ai leggendari e trasversali Motörhead in più di un occasione (il basso da capogiro di “B.M.T.C.” e le sue chitarrone battagliere), senza dimenticarsi della componente Metal (“Exitus”). Non si pensi però che la band si sia votata unicamente al fracasso fine a sé stesso, in quanto le venature gotiche ci sono ma sono un po’ nascoste come nella gelida crudezza a nome “Godchildren” (i riff qui sono pachidermici e gli assolo altrettanto), nei giri melodici della cupa e tragica “Ritual Summer” e nelle sfumature acustiche della traccia bonus finale “San Francisco”. Il disco è una sorta di classico ponte, un momento di transizione in cui la band ha deciso di mostrare più impatto e muscoli ma facendolo in maniera intelligente e non del tutto scontata.
Un album che crea alte aspettative per un nuovo album infuocato. Segnatevi questa band!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    20 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2022
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Israele negli anni sta diventando un interessante calderone di Metal bands. Oltre a quelle commercialmente più forti (Orphaned Land e Melechesh) c’è un corposo numero di gruppi presenti nella scena fra cui gli Stormbound, che arrivano al debutto discografico con questo "December". Musicalmente ci si trova parecchio lontani dal folklore locale e ci si muove su coordinate Symphonic Metal decisamente europee, con qualche variazione che può ricordare i Delain ma soprattutto gli Epica per una certa complessità Prog. Il problema sta probabilmente tutto qui, proprio per il fatto che il disco risente troppo di quella tipica sensazione di già sentito.
Nel Metal sinfonico il rischio di assomigliare a qualcun altro è di una percentuale in continua crescita. Gli Stormbound decidono di puntare sull’impatto metallico (invero nulla di così sorprendente) e le orchestrazioni solenni sfruttando il doppio cantato vocals femminile/growl maschile (“Desert’s Roar”) usando poi melodie e ritornelli come armi primarie. Ne fanno esempio la bombastica “Altar Of Innocence” con il suo riff aggressivo o la dura e veloce “Sacred Lies”, ma anche il Power/Folk a nome “Flying High” (lontano purtroppo dalle atmosfere della madrepatria). Il sound è spesso moderno e compresso, ma comunque fa la sua figura e gonfia a dovere le parti più Metal, peccato però per alcuni sbalzi di suoni - come nella sfortunata “Away From Here” - o per delle tastiere troppo plasticose. Le vocals femminili non sempre riescono a reggere gli assalti metallici, presentandosi deboli tranne qualche colpo di coda energico, senza contare la semi ballad “Shadows”, con un notevole crescendo. Le tre tracce rimanenti (in particolare quelle più lunghe) sono quelle più interessanti. In primis va citata “Fragments”, che finalmente tira fuori delle melodie provenienti dalla terra natale mescolate ad un groove trascinante. La title-track “December” e “Child’s Play” hanno al loro interno moltissimi elementi e dettagli da scoprire ed in questo gli Stormbound dimostrano di saperci fare, anche se in maniera derivativa. Come già anticipato, il problema più grosso è il non avere una propria identità e diversi brani, seppure buoni, non hanno ancora il potenziale sufficiente per poter affrontare gruppi più conosciuti. Sarebbe stato interessante sentire più influenze del proprio paese, avrebbe contribuito a rendere la musica più personale ed invece il combo si è ostinato troppo a seguire le orme degli altri e non sempre ciò porta a qualcosa di costruttivo.
Un disco derivativo con qualche buona potenzialità che si spera venga sviluppata in futuro.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    20 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2022
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Fresco fresco di pubblicazione è il debutto di un “particolare” trio americano chiamato Blood Of Indigo, che esordisce con questo mastodontico disco a nome "Dawn of the Shaded World", in quanto supera l’ora di durata ed è pieno fino all’inverosimile di dettagli. La band combina molti elementi provenienti dal Metal estremo (Dimmu Borgir e Behemoth saltano spesso in mente), dal mondo sinfonico (Nightwish e Dark Moor) e pure dalla complessità del Prog Metal (Dream Theater), oltre che a prendere ispirazione da numerosi videogiochi. Ciò che ne deriva è un disco stratificato e complesso (si presume sia un concept album, ma non ci sono molte informazioni a riguardo) che metterà a dura prova molti appassionati.
I quattordici minuti della traccia di apertura “Mimesis” spiazzano sia perché il brano è interamente strumentale, sia per la scelta di puntare tutto su orchestrazioni senza avvalersi della controparte metallica che arriverà nei brani successivi. Le orchestrazioni dai toni tragici si susseguono in un avvincente mosaico curatissimo dall’animo cinematografico. Molte le stratificazioni presenti con passaggi marziali, atmosfere celestiali e cori apocalittici che richiamano la grandiosità dei greci Septicflesh. Si entra poi nel vivo con la tempestosa “Resurrection”, una vera e propria esplosione di elementi: fin troppi a dire il vero, mostrando un’anima cervellotica forse eccessiva. Le bordate metalliche sono serrate ed aggressive al punto giusto, ben supportate da screaming vocals feroci e mostrando una tecnica sicuramente di alto livello, come pure un livello compositivo notevole (“Corpse Bride”). I brani sono farciti di atmosfere e venature tutte da scoprire (“Sphynx, Collector of Eyes”), però con il passare dei minuti il sound comincia a mettere il pilota automatico appesantendo l’ascolto. Dopo la metà dell’album si fatica a tenere alta l’attenzione nonostante un buon groove chitarristico (“Angelus, the Faceless Vampire”), però a volte la componente tecnica si fa troppo opprimente come nel Prog esasperato di “The Hunter’s Nightmare” o nel virtuosismo masturbatorio di “Novice Pyromancy”. La altrettanto lunga traccia finale “Dawn of The Shaded World” soffre di manie di grandezza che sarebbero dovute essere tenute più a bada, seppure la presenza della vocalist Lindsay Schoolcraft (ex-Cradle Of Filth) doni una certa solennità ammorbidendo un po’ il risultato finale.
Un ascolto molto difficile e che necessita parecchia costanza. Potrebbe offrire non poche soddisfazioni, ma non è per tutti.

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