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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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4.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    15 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 2021
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Era da parecchio tempo che non arrivava in redazione un disco promozionale di questo tipo. Non si parla comunque di aspetto musicale ma di attitudine, in quanto il debutto omonimo in questione è un misterioso progetto sotto il nome di Cognos di cui non si sa praticamente nulla. I componenti, teoricamente, non sono musicisti noti e comunque non si ha nessuna idea dei loro nomi, come pure la provenienza della suddetta band (l’unico nome presente, nello striminzito messaggio promozionale, è quello del batterista Ed. G. San che appare quasi come special guest). Dal lato prettamente musicale le influenze sono parecchie e partono dal Prog per arrivare fino al Death Metal senza che nessun elemento prevalga sull’altro e questo è sicuramente uno dei punti di forza di questo quartetto.

Il disco è una piccola sorpresa nel mastodontico panorama metallico attuale e pur non inventando nulla riesce a dare una rinfrescata al genere proponendo un modo differente per esporre la propria musica. Vengono fuori dei richiami ai Pestilence più “spaziali” nell’intro “·” piena di chitarre sulfuree alternate a stratificazioni in cui i riffs sono sempre in bilico fra irruenza Death Metal e sperimentazione. Con “Orb” si entra più nel dettaglio; le sfuriate Metal si fanno più arzigogolate e cerebrali, appare una voce molto aggressiva (ma senza eccedere ponendosi un po’ nel mezzo) e fanno capolino molti intermezzi psichedelico/space molto oscuri. Il lato melodico non viene mai lasciato da parte ed anzi, si fa parte integrante del cosmo sonico dei Cognos in ogni anfratto dell’album (la meravigliosa “Pharos”), anche quando i tempi si fanno più movimentati ed “extreme”. Le tracce hanno molte sfumature e dettagli da assaporare piano piano come le pennellate elettroniche e le affascinanti vocals in pulito di “Cometary’s Watz”, profumi ambient, rallentamenti asfissianti ai limiti del Doom/Post-Metal (“Monolitheor”) ed epici crescendo immersi in detonazioni apocalittiche e giri chitarristici serrati (“Plenary Void”). Tecnicamente raffinati, questi musicisti mostrano già abilità compositive notevoli ed una considerevole mole di idee interessanti costruendo un ibrido musicale che prende spunto dalla devastazione moderna dei Gojira, la complessità dei Coroner, passando per la follia di Devin Townsend, finendo alla finezza degli Opeth ma filtrando tutto con un’ottica particolare che prende spunto anche dalla scena Space Rock degli anni ‘70 e dalle derive più easy e placide del Post-Progressive Rock degli anni ‘80. Nonostante tutti questi rimandi non c’è mai la sensazione di deja-vù e l’ascolto prosegue in maniera piacevole e stimolante, dove ogni ingranaggio è perfettamente oliato ed al suo posto come una macchina perfetta dal cuore pulsante.

Una gemma moderna ma, allo stesso tempo, dall’attitudine classica che piacerà a molti tipi di ascoltatori. Una band che potrebbe riservare molte sorprese per il futuro. Teneteli d’occhio!!!

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3.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Novembre, 2021
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Nel Metal italiano si scopre sempre qualche nuova chicca e stavolta tocca ai CRΩHM, ovvero il primo gruppo Heavy Metal della Valle d’Aosta ed è bene fare qualche veloce cenno storico. La band nasce nel lontano 1985 ma, come purtroppo molte altre, dopo circa tre anni ferma la sua attività per poi ricomparire moltissimi anni dopo - ben ventisei -, riunendosi per pubblicare il primo album datato 2015 con il titolo "Legend and Prophecy"; due anni dopo il gruppo si ripresenta con il secondo disco, "Humanity", per poi rimettersi in pausa fino all’attuale 2021, anno di uscita del recente "Paindemic", che non è esattamente un LP di musica originale, ma una registrazione live registrata (e trasmessa in streaming) presso il Teatro Splendor di Aosta il 1° maggio 2021, durante la serata “Les Hard Griots: narrazioni Metal e poetiche Rap sull’animo umano”. L’evento, scelto attraverso una Open Call insieme ad altri 10 fra 72 proposte artistiche, era inserito nella 37ª edizione della Saison Culturelle 2021 organizzata dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta. Tale registrazione è stata eseguita senza pubblico e solo successivamente sono state aggiunte le voci e gli applausi degli spettatori che hanno seguito lo streaming, compresi anche quelli che hanno assistito in differita.

Difficile poi descrivere la proposta della band, dato che ci si trova in perenne bilico fra il metallone anni ‘80 e svariate influenze moderne. Di base, il gruppo nostrano, viene sparato sull’ascoltatore un Heavy/Thrash Metal in cui si pone molto l’accento sul lavoro di basso, mentre la chitarra cerca sempre di amalgamarsi senza mai ergersi a protagonista (“Eternal Peace”) su tempi che variano spesso velocità fra cavalcate Heavy classico e serrati riffs Thrash Metal. Nonostante ci siano alti e bassi nella qualità dei suoni, la setlist è compatta e pienissima di dettagli, a cominciare dal violino di Flavia Simonetti che dona quel mood particolare ai brani (“Castles of Sand”), passando per sfumature gotiche vibranti ed intense (la versione acustica di “Insatiable”), attraversando contaminazioni rap (“Post Fata Resurgo”, unica traccia non composta dalla band ma dall’ospite Fabio Rean alias Fungo), arrivando a ricami roots americani (la bella semi ballad “Run for Your Life (The Escape)”), per poi esplodere celestialmente nelle suggestioni epiche di “Mountains”. Nel mezzo si trovano tanti dettagli, a volte non sempre riusciti, che risentono di una voce pulita priva di vigore e purtroppo innocua che non riesce a trasmettere forza come vorrebbe, abbassando molto il livello qualitativo dei brani. Altro punto altalenante è la costanza, che non è mai equilibrata e lo si sente specialmente nel nel livello compositivo in cui manca la scossa, il fuoco. In diversi casi la musica si allunga troppo e finisce con l’ammosciarsi (la già citata “Castle of Sand”, ma anche la cupa “The Dark Side”), perdendo grinta con il passare dei secondi per poi risollevarsi in maniera singhiozzante. Eppure ci sono brani decisamente buoni come il Grunge/Metal di “Deep Blue”, la serrata ed ottantiana “Ride the Storm (I Am CRΩHM)” o la sporca “Restart”, colma di velocità ed assolo fulminanti, ma non riescono ad imporsi del tutto. Allo stesso tempo però la band spara tre bombe, ovvero “The Wash-Sin Machine”, con il suo basso epico ed impetuoso, “Failure in the System”, a suon di thrash battagliero il basso sempre sugli scudi, rallentamenti devastanti con cori alla Exodus, e la micidiale “Fire and Ice”, con una sezione ritmica modello dinamite ed un approccio molto debitore dei Metallica degli anni ‘90.

Un live che da una parte mostra dei difetti ancora da sistemare, ma dall’altra mette in scena un gruppo solido che ha delle ottime potenzialità per fare dei bei numeri. Un bel biglietto da visita per fare conoscenza con il pubblico metallico.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Novembre, 2021
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"Rise Forth" segna il debutto discografico degli americani Siren’s Rain, nati nel 2014 ed autori, fino ad ora, di un paio di EP. Il combo di Washington decide di ispirarsi alla scena metallica europea sia per quel che riguarda il lavoro melodico, sia per l’uso di diversi strumenti tradizionali della cultura nordica. Ovviamente ci si trova al cospetto di un album Folk Metal inasprito da una componente Black/Pagan e dalla combinazione fra voce maschile e femminile, che dona un mood quasi Symphonic Metal. Si immagini un ibrido fra Finntroll, Korpiklaani e Nightwish per avere un’idea più concreta, anche se non sono esattamente tutte rose e fiori, anzi.

Purtroppo i dolori arrivano in fretta e man mano che le tracce si susseguono si sentono delle preoccupanti carenze di idee. I suoni grezzi potrebbero anche dare una parvenza di “suoni d’altri tempi”, ma le screaming vocals fin troppo basilari, una componente Metal praticamente insipida ed in sottofondo, melodie folkeggianti da film fantasy di serie z ed una voce femminile davvero piatta, sono la goccia che fa strabordare il vaso. A peggiorare la situazione c’è un’abilità compositiva poverissima non solo di originalità, ma proprio di quella forza dirompente che farebbe apprezzare un disco troppo derivativo. Si scopiazza malamente l’aurea Thrash Metal oscura dei Finntroll (“Keepers” e “13 Steps to Hell”, che avrebbe anche dei buoni riff), la polka dei Korpiklaani (“Corporeal Chains”) e la complessità dei Nightwish, soprattutto nei suoni di chitarra (l’arabeggiante “Discarded Hope”). Il limite con il pacchiano viene pure superato in certi coretti pseudo Viking o nelle terribili percussioni marziali della finto-battagliera title-track “Rise Forth”. Semmai non bastasse ci pensano la staticità di “Borderline” e la caciarona “Folk Metal Funk” a ribadire i forti dubbi su come una proposta del genere possa funzionare, seppure ci sia un piccolissimo bagliore di speranza nei giri chitarristici d’assalto di “Pennies for the Ferryman”, che avrebbe il giusto groove rovinando poi tutto spegnendosi nella mediocrità. Dispiace essere così duri ma, al giorno d’oggi, serve qualcosa di più di qualche strumento Folk, voci femminili ed un aspetto estetico simil-fantasy per avere dei buoni risultati. Tecnica molto elementare, stile compositivo nemmeno nella media ed una sensazione colma di già sentito sono pecche che devono assolutamente essere migliorate se si vuole sperare in una possibilità.

Esordio stanco, con pochi mezzi ed altrettante poche idee. Si consiglia di mettersi duramente al lavoro e ripresentarsi con qualcosa di meglio.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 12 Novembre, 2021
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Per capire meglio ciò che sta alla base dei tedeschi ROTH bisogna andare più nel dettaglio. Questo "Nachtgebete" è il debutto e questo particolare duo è composto dal giovane musicista Quentin Roth, che decide di imbarcarsi in una personale avventura musicale decidendo di farsi aiutare da Michael “Blutkehle” Roth (o anche detto M. Roth), ovvero il padre di Quentin, famoso per aver fatto parte dei folli Eisregen (si ascolti il disco "Krebskolonie" per farsi un’idea) o anche di Eisblut, Marienbad e molti altri. Quentin si occuperà della composizione e di tutti gli strumenti mentre Michael metterà al servizio la sua voce (si aggiunge l’ospite Cedric Roß alla chitarra solista in alcune tracce), creando un ibrido sonoro forse non proprio originale, ancorato infatti ad alcuni stilemi tipicamente teutonici, ma con diverse idee interessanti.

L’edizione giunta in redazione si presenta a doppio disco. Il primo è composto da dodici tracce e delineano delle sonorità molto fredde e sporche con l’aggiunta di un cantato anch’esso gelido/aggressivo. Si passa da un Metal darkeggiante contaminato dalla New Wave ottantiana di “Kopf ab” (con anche qualche orchestrazione) al Rock Elettronico di “Mein Blut auf deiner Haut”, attraversando assalti Goth&Roll (“Ein Nachtgebet”), finendo poi a bordate simil-Punk (“Das Leben ist ein krankes Spiel”). Ciò potrebbe lasciare un pochino spaesati per la notevole mole di generi, eppure il duo riesce a miscelarli abbastanza bene risultando convincente, seppure ancora grezzo ed acerbo. Si sentono influenze Industrial nei beat marziali di “Was mir bleibt”, atmosfere teatrali e pompose, come nella cavalcata di “Meine Welt”, un’urgenza Metal tipica di colleghi come i Rammstein (si sentano i massicci synth e le chitarre spesse di “Bevor ich geh”), riuscendo anche ad inserire una piccola perla che risponde al nome di “Gleichklang”, caratterizzata da un muro di suono davvero imponente, ottimi cambi di tempo e delle grattate di chitarra che danno quel tocco di classe in più. Non è semplice riuscire a dimostrare il proprio potenziale al primo disco. La famiglia Roth è un’unione di due generazioni, una più old school, ma comunque votata alla sperimentazione, e l’altra più giovane e moderna che, in qualche modo, cerca la quadratura e la semplicità. Le tracce hanno al loro interno molte cose e diversi dettagli, ma sono sempre votate all’immediatezza senza mai risultare banali o scontate. Certo è che non ci si trova davanti un capolavoro, ma nemmeno un album orribile. E’ un piccolo diamante sporco, ricoperto di scorie, che per brillare avrà bisogno di molto lavoro e forse di una band vera e propria, perché anche le tracce del secondo disco avrebbero un buon potenziale (il Black Metal di “Weine nicht”, la rugginosa “Schluck um Schluck” o l’apocalittico Punk di “Ein kleines Stückchen Ewigkeit”), però difettano ancora di quel guizzo che permetta di fare il salto.

Un duo rozzo, famelico, velenoso, che sguazza nell’underground più putrido, eppure sotto tutto quello sporco si nascondono cuore ed anima. Gli si dia una possibilità. Il panorama metallico ha bisogno anche dei ROTH!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Novembre, 2021
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“Ahhh i fantastici anni ‘80”, direbbe qualcuno nel ricordare un decennio decisamente controverso, lodato da molti, ma, forse, per i motivi sbagliati. In ambito musicale si vide chiaramente l’esplosione di molti fenomeni “easy e radiofonici” ed in particolare il rinnovamento di un certo Rock melodico figlio del modello Arena Rock della decade precedente, che influenzò sia bands già in auge (anche di generi differenti come il Prog o l’Heavy Metal), sia moltissimi esponenti che contribuirono a formare l’Hair/Glam Metal. Nel marasma di bands che vennero fuori si affacciò sulla scena un piccolo gruppo danese capitanato da André Andersen, ovvero i Royal Hunt. Questo "Land of Broken Hearts", il debutto, uscì proprio in quegli anni e per festeggiare l’anniversario dei trent’anni si è deciso di ristamparlo con un corposo booklet pieno di foto d’epoca più cinque tracce bonus.

Attenzione. Ciò che si ascolterà in questo album non è esattamente ciò che la band è attualmente. Se oggi il gruppo è dedito ad un Prog/Power sinfonico, a quei tempi le cose erano ben diverse sia per sonorità che per la presenza di Henrik Brockmann, un singer molto più grezzo e roccioso dei differenti cantanti che hanno fatto parte della line up. Il sound di questo album è molto quadrato ed incentrato su ritornelli corali di impatto, invece che cercare l’eleganza e la maestosità nonostante comunque ci siano dei piccoli segnali. Per farsi un’idea di cosa fossero i Royal Hunt si ascolti l’opening track “Running Wild”, un concentrato di Hard Mock melodico e tastierone molto ruffiane e patinate che fanno da tappeto per un ritornello pieno di cori da stadio incentrati sul vocione di Henrik, che ricorda non poco Jon Bon Jovi. A completare il quadro non potevano mancare assolo di chitarra da shredder come pure passaggi tecnici di tastiera. Un mood quindi virtuoso e melodicissimo, scelta sicuramente discutibile ma comunque figlia di quei tempi e fanno eco episodi come l’AOR della neo-classica “Flight” o le sbrodolate tecniche di “Martial Arts” e “Freeway Jam”, per virare anche verso sonorità figlie dei Magnum per certi intermezzi “fantasy” della celestiale semi ballad “Age Gone Wild”, fino ad concedersi una cavalcata arrembante nelle sciabolate chitarristiche di “Heart of the City” e tentazioni epiche alla Europe in “Kingdom Dark”. Fin qui il lavoro non offre chissà quale innovazione, ma solamente una manciata di canzoni sicuramente ben fatte ma che perde il confronto con i gruppi più quotati che, gusti personali a parte, avevano probabilmente mezzi migliori ed una marcia in più. Le stesse tracce bonus si basano nuovamente su tastiere e cori pomposi, ma per sentire davvero un piccolo segno distintivo bisogna andare su due tracce, ovvero “Easy Rider” e la title-track “Land of Broken Hearts”, che si distinguono per parti più elaborate che avrebbero poi dato un futuro roseo ai Royal Hunt.

Un esordio discreto, fatto di semplicità, cori faciloni, suoni molto “pop” e tantissimo Rock mainstream. Una ristampa ideale per comprendere la genesi di un grande gruppo troppo sottovalutato, ma si sappia a cosa si andrà incontro. Un prodotto principalmente per i completisti e per i rockers dediti unicamente alla melodia in primo piano.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Novembre, 2021
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Il Metal italiano ha sempre avuto una particolare fascinazione per le derive più sinfoniche e anche ad ora, nel 2021, ci sono moltissime formazioni nostrane che ci si avvicinano cercando anche di dargli una veste più fresca. Stavolta tocca agli Eternal Silence, da Varese, affrontare il genere con il nuovo disco "Timegate Anathema". Nato nel 2008, autore di tre album e di due EP, questo quintetto capeggiato dalla singer Marika Vanni cerca di andare oltre alcuni cliché, sfoderando un disco molto interessante introducendo piccoli elementi come il Power Metal, il Prog Metal ed un approccio ai limiti del Rock senza mai dimenticare la melodia e la forma-canzone.

Se si ascolta anche solo il precedente "Mastermind Tiranny" ci si trova davanti una band molto diversa, anche se si percepivano alcune note di cambiamento. Il Metal sinfonico era parecchio accentuato e quadrato con molta attenzione alle melodie ed alla componente orchestrale, oltre che ad un cantato che valorizzasse l’atmosfera. Questo "Timegate Anathema" ribalta la situazione alleggerendo la componente più pomposa e puntando a delle tracce molto più elaborate, quasi Progressive Metal per la componente massiccia di dettagli presenti (“Edge of Dream”). Inutile descrivere ogni traccia perché ognuna ha qualcosa di particolare che necessita più ascolti per essere interiorizzata e ciò è stato possibile grazie a delle idee compositive chiare e per di più senza che siano appesantite da tecnicismi inutili, puntando unicamente al lato emozionale ma anche teatrale (“Ancient Spirit”). Nota di merito alla decisione di rendere il cantato più schietto e meno magniloquente. Sia la singer Marika che il chitarrista Alberto cantano in maniera fluente e nitida, assemblandosi bene fra loro e sprigionando un’energia notevole dall’anima molto Rock ed imbastendo spesso ottimi ritornelli rocciosi (“Rain”) o riuscite ballads (“Firefly”). C’è una sorta di visione musicale che sembra un mix Rock/Metal dei mai dimenticati Absynth Aura (si consiglia di recuperare il loro, al momento, disco di esordio "Unbreakable") e le incursioni sperimentali dei Crismon Glory, senza mai dimenticare la componente sinfonica.

Davvero un ottimo ritorno, che può attirare una variegata mole di ascoltatori. Super consigliato!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Novembre, 2021
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Tirare fuori l’ennesima polemica sulla dipartita di Liv Kristine dai “suoi” Leave’s Eyes sarebbe inutile e oramai fuori luogo. La band, da un po’ di anni, ha deciso di proseguire con una nuova vocalist e pubblicando un primo album, del nuovo corso, intitolato "Sign of the Dragonhead" nel 2018, seguito poi da "The Last Viking" nel 2020. Questa recensione tratterà della ristampa del disco appena citato, che stavolta si chiama "The Last Viking Midsummer Edition" e cerca di battere il ferro finché è caldo. A quanto pare la band ha creduto molto nell’ultima release e decide quindi di ripubblicarla, inserendoci dentro parecchi extra in una lussuosa edizione a tre dischi che si esaminerà meglio in seguito. Per chi non conoscesse la band sappia solamente che questo combo tedesco è attivo dal 2003 e vede nella sua line up diversi componenti degli Atrocity e fino al 2015 era presente alla voce la già citata Liv Kristine (famosa per aver fatto parte dei fondamentali Theatre of Tragedy), poi sostituita da Elina Siirala. Musicalmente si parla di un mix fra Gothic/Symphonic Metal ed atmosfere vichingo/nordiche grazie alla presenza di strumenti tradizionali e melodie di altri tempi.

Chi magari si fosse perso l’uscita della prima edizione e le conseguenti recensioni è giusto dire due parole. Questo album dovrebbe concludere la trilogia vichinga iniziata con "Vinland Saga" (2005) e "King of Kings" (2015), che narra delle vicende del re norvegese Harald III, chiamato Hardrada. Questo "The Last Viking" narra per l’appunto della morte di Harald, segnando la fine dell’era vichinga. A livello di sound le cose non sono cambiate particolarmente, se non forse una cura maggiore per gli arrangiamenti, enfatizzando molto la componente epica e relegando ulteriormente la componente strumentale/metallica ad accompagnamento, tranne qualche growl e blande bordate aggressive. Molto accentuati anche gli intermezzi folkeggianti ed i cori nordici (“Chain of The Golden Horn”), ma soprattutto è evidente un approccio sempre più easy ed immediato (saltano alla mente i Within Temptation di “Dark Love Empress”), o molto meno elegante che i dischi del passato. La nuova entrata al microfono purtroppo fatica sempre di più ad immergersi nel cuore dell’ascoltatore, cercando di replicare le gesta di Liv perdendo la sfida e presentandosi statica e monocorde. Le composizioni, per quanto qualitativamente buone, risentono di schemi fin troppo abusati e giocano la carta del Metal Sinfonico modello Nightwish (i cori a profusione di “Serpents and Dragons”), per poi adagiarsi su atmosfere battagliere che alla lunga diventano ripetitive come nelle imponenti “War of Kings”, “For Victory” o la lunga title-track “The Last Viking”, che tutto sommato non è neanche male con i suoi cambi di tempo e di atmosfera, per non parlare poi della fantasy-oriented “Varangians”, colma fino all’orlo di melodie Folk medioevali molto danzabili. Ci sono poi tre tracce, in versione differente, che arrivano dall’EP "Night of the Ravens", ovvero la stessa title-track, sempre ispirata ai Nightwish, “Black Butterfly”, con ospite la sexy Clémentine Delauney dei Visions Of Atlantis (che aggiunge poco al risultato finale), e “Serkland”, ma non rafforzano a dovere il disco. E’ l’ennesimo disco che purtroppo abbassa ancora di più le quotazioni di un gruppo che ha perso la direzione e non sa bene come muoversi.

Andando agli extra. Il secondo disco contiene tutte le tracce dell’album in versione strumentale, mentre il terzo contiene la colonna sonora del film-documentario Viking Spirit, basato su mitologia, fatti storici e tutte quelle tematiche vichinghe care alla band. Sarà presente inoltre il Blu-Ray del documentario.

Solo per i fan accaniti o chi si fosse perso la versione precedente. Agli altri si consiglia di dare qualche ascolto preventivo prima dell’acquisto. La votazione riguarda unicamente la ristampa, il voto del disco per il sottoscritto è un tre stelle su cinque.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Novembre, 2021
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I norvegesi Enslaved non ne vogliono sapere di fermarsi. Dopo un notevole album come "Utgard" ed il mastodontico quadruplo live album "Cinematic Tour 2020", il quintetto nordico ritorna sulla scena musicale con un nuovo EP di quattro tracce denominato "Caravans to the Outer Worlds". Inutile ribadire quanto gli Enslaved siano un gruppo che ha cambiato pelle innumerevoli volte e che negli anni non abbia mai ricevuto le giuste attenzioni dal grande pubblico, rimanendo sempre al confine della notorietà (il che forse non è poi questo gran difetto). L’ibrido sonoro dei norvegesi attinge a piene mani da quasi tutto l’universo metallico estremo combinando sempre rabbia furente, eleganza, classe e idee compositive mai banali.

Questo recente dischetto, una sorta di concept, è un proseguo di "Utgard". Se nel disco appena citato il viaggio era verso un mondo sconosciuto per comprendere il presente, attraverso verità e memorie arcaiche, qui si fa il percorso inverso. La conoscenza acquisita ha sviluppato la concezione di ciò che siamo davvero e ciò viene espresso attraverso una fiaba che narra di concetti come “partenza” e “lasciare questo mondo desolato per un futuro diverso”, ma non solo. La filosofia lirica espressa dagli Enslaved ha moltissime chiavi di lettura ed è compito di ogni ascoltatore farsi una propria idea su cosa siamo e cosa ci circonda.

L’opener e title-track “Caravans to the Outer Worlds” si apre in maniera desolata ed ambientale, con un basso in primo piano (molto presente anche nelle altre tracce) accompagnato via via da inquietanti chitarre scheletriche e cupe tastiere in un minaccioso crescendo che esplode in un muro di suono Prog/Black Metal con la consueta mole di riffs impetuosi. Si ergono poi le screaming vocals Grutle Kjellson mischiate alle voci pulite del tastierista Håkon Vinje (invero non così riuscite, facendo il loro lavoro senza eccellere) fino a sfumare in densi fumi psichedelici dilatati e frammenti Pagan/Prog. La presenza di numerosi assolo smorza l’atmosfera e paiono messi un po’ a caso anziché dare forza al brano. Si prosegue con “Intermezzo I - Lonnlig. Gudlig.“, brano marziale dalle tinte Doom Metal che si presenta molto lento ed apocalittico, fino a svanire per lasciar spazio alla solenne “Ruun II - The Epitaph“, introdotta da una chitarra acustica dai toni nordici che trova il suo ambiente ideale nel suo essere pompata dalla seconda chitarra elettrica, che le dona più robustezza. Il brano è un mantra pagano ossessivo e ripetuto in cui le ritmiche tribali di batteria, il cantato pulito sciamanico ed i cori liturgici donano un mood imponente. Il gran finale è affidato al trip chiamato “Intermezzo II - The Navigator”, la traccia più complessa del lotto e la più Progressive oriented grazie a numerosi giochi strumental-teatrali ma non solo. Fanno capolino diverse pennellate di Heavy psichedelico e numerose tinte Space Rock grazie anche ad un riff portante potente e pieno di groove. Non si può parlare esattamente di evoluzione o cambiamenti radicali, ma solo dell’ennesima perla pregna di magia e misticismo musicale. E’ un EP volto più a fan ed appassionati del gruppo che non ai neofiti, eppure incanta ed appassiona offrendo scorci di grazia sonora che pochi possono permettersi.

Finisce troppo in fretta e si vorrebbe godere di altre tracce. Si vedrà al prossimo LP cosa gli Enslaved hanno in serbo. Consigliatissimo!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Novembre, 2021
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I tempi cambiano, la tecnologia cambia e pure un certo modo di intendere l’arte, in particolar modo la musica. Nel Metal poi si possono aprire mille dibattiti ogni cinque secondi sulla sua evoluzione (ma anche de-evoluzione), ma soprattutto sul suo essere fedele a determinati stilemi. I tedeschi Oversense, nati nel 2012, si piazzano nel mezzo e danno vita ad un secondo album (il debutto a titolo "The Storyteller" risale al 2017) fortemente influenzato dai tempi attuali sia nelle tematiche a sfondo tecnologico, politico, social media ed affini, sia nel sound decisamente moderno ma che, in qualche modo, non sfregi il classico. Questo fresco "Egomania" riconferma la voglia di esprimersi attraverso il Metal melodico dalle forti tinte moderne con qualche concessione all’estremo ed avvalendosi di una nuova line up, fra cui addirittura una chitarrista star di Youtube chiamata Jasmin ‘Jassy J.’ Pabst che, a quanto pare, vanta numeri importanti come 260.000 fan in giro per il mondo.

Andando al succo questo quartetto teutonico all’apparenza potrebbe non invogliare molto ed in effetti non offre chissà quali innovazioni al genere, ma c’è un PERO’. Nel giro di pochi secondi dall’inizio dell’opener “Toast to the Devil” il tiro percepito è decisamente quello giusto, in perfetto equilibrio fra spunti Classic Metal ed un’urgenza di modernità nei suoni e nei riffs compressi. A colpire positivamente sono le forti melodie e le linee vocali che impressionano per il riuscire ad arrivare diritte al punto stampandosi in testa nel giro di poco tempo, come gli impianti corali di “My Eden” o nelle punte emozionali della ballad “Memories”. In linea generale i ritornelli sono quasi sempre riusciti e si appoggiano, in alcuni casi, anche a basi decisamente Power Metal, come nelle detonazioni eroiche di “The Longing” (bellissimi gli inserti acustici che esplodono in un epico coro) o anche nei cori femminili di “Faith”, in cui compare l’ospite Ulli Perhonen degli Snow White Blood. In altre sezioni del disco ci sono atmosfere più cupe e drammatiche (“Tear Me Down”), altre più complesse ed orientate al Prog/Power Metal degli Orden Ogan (“Extinction”) ed altre ancora pregne di futurismo come nei synth (forse troppo invadenti) di “Be”, in cui fa capolino anche la cantante Herma Sick dei Sick N’Beautiful. Se una faccia della medaglia è positiva, l’altra invece non è del tutto attraente. Nonostante una discreta capacità di scrittura ed una tecnica tutto sommato buona (la star Jasmine non offre comunque nulla di consistente), diversi brani sono sempre sulla stessa linea d’onda combinando bene melodia e ruvidezza per poi però finire nella mediocrità (“Antisocial”), nel già sentito (“Rave in Hell”) o in episodi lenti troppo statici (“Love”). In linea di massima non c’è il brano di spicco, ma nemmeno quel qualcosa che riesca a differenziare gli Oversense da mille altri colleghi se non in piccolissima parte. E’ un disco che potrebbe attirare un pubblico giovane e qualche defender incallito ma resta purtroppo fermo ai soliti cliché che gruppi più affermati fanno da decenni.

Un album piacevole se ci si sa accontentare e soprattutto non invoglia molto a riascoltarlo, se non per breve tempo. I miglioramenti ci sono ma non hanno ancora quella forza e quel vigore per sfondare. Si vedrà con il prossimo album.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Novembre, 2021
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I romani Veil Of Conspiracy ritornano sulla scena metallica con la pubblicazione del secondo disco "Echoes of Winter", che segue di due anni l’esordio "Me, Us and Them" e prosegue sulla scia del Gothic/Doom Metal più oscuro e dalle tinte Progressive Metal, sulle orme di colleghi e compaesani come i Novembre. Un disco dai suoni avvolgenti, potente e melodico che non disdegna anche delle bordate più estreme; però durante l’ascolto non sono mancati, sfortunatamente, dei problemi decisamente preoccupanti.

In casi come questi bisogna andare diritti al punto. Questo "Echoes of Winte" ha dalla sua delle marcate potenzialità sia nella cura dei suoni che nella bontà delle tracce, tutte ben bilanciate fra melodia e cupezza, in cui il flusso sonoro scorre al meglio e l’ascolto è sempre piacevole, specie per chi apprezza tali sonorità. Le rogne sorgono quando sbuca fuori fin dall’inizio una fastidiosa sensazione di deja-vù, ovvero quell'odore di già sentito che rovina davvero la sensazione di piacere. Due sono principalmente le influenze che si percepiscono, ovvero i Katatonia e gli Opeth (i già citati Novembre si presentano in maniera più blanda in episodi come “Grim Light”). Dai primi viene completamente saccheggiato lo stile chitarristico tragico e disperato, come pure il riffing apocalittico (“Shore of Discord”) e dai secondi sia la complessità strumentale sia lo stile malinconico nel cantato fin troppo simile al buon Mikael (“Woods of Nevermore”). Troppe tracce risentono di colleghi più conosciuti con dei titoli davvero troppo banali ed abusati (“Cold” o la veloce ed aggressiva “Forsaken”) e finiscono con il finire in un limbo citazionistico che può essere anche non voluto ma che, con il passare dei minuti, taglia le gambe a brani tutto sommato buoni come “Ocean’s Tide” o “At the Edge of Dark”, ma anche nel binomio voce maschile/femminile della gotica “Where Sun Turns to Grey” e nel Death Metal della quadrata “Svart”. Alcuni potrebbero obiettare che al giorno d’oggi non è semplice inventare qualcosa di nuovo, forse che tutto è già stato scritto e magari hanno anche ragione, ma il cruccio della questione è il “COME” viene espresso un determinato concetto sonoro e francamente qui si percepisce tanto mestiere senza però una vera idea personale, che ancora latita se non nell’intimismo notturno di “The Darkest Fall”, in cui finalmente viene fuori un pathos epico notevole grazie al mix di acustico ed elettrico che sono bilanciati a dovere.

L’album non è brutto, ma pecca troppo di rimandi ad altri esponenti del genere rasentando il plagio. Piace pensare che sia una sorta di esperimento per evolversi e maturare la propria abilità esecutiva, ma nel prossimo album le cose devono cambiare o si rischia di diventare un tributo.

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