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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Mag, 2021
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Era da un po' che in redazione non arrivavano dischi death/thrash degni di questo nome, soprattutto perché il 90% delle volte si tratta di album che propongono pattern più che risentiti. Il classicissimo copia/incolla, molto frequente in questo genere. Fortunatamente c'è chi riesce ancora a dare quella marcata vena personale ad una musica che certamente non fa dell'originalità il suo forte. Tradotto: il death/thrash è un genere bello perché senza pretese e ti prende a calci in faccia senza troppi giri di parole, o di note, per meglio dire. Vedasi, ad esempio, i pionieri Demolition Hammer che maciulla(va)no senza pietà con i loro riff selvaggi.
E poi ci sono gli statunitensi Obsolete che sbucano dal nulla con il loro debutto, il qui presente "Animate//Isolate", e ti fanno completamente ricredere sulla questione. Dopo un solo ascolto, alla domanda "Ma è possibile essere innovativi ed originali anche suonando death/thrash?", si risponderà con un grandissimo "Sì". L'album è, come avrete letto dal titolo, un connubio incredibile tra le sonorità old school e l'avanguardia che si ritrova in band come Death, Cynic e Sadus, tanto per citare qualche nome "sconosciuto". Il risultato è quindi stratosferico. E il fatto di aver citato prima i Demolition Hammer non è un caso, perché fungono da metro di giudizio. Mi spiego. Se questi ultimi sono il classicismo - e sempre ben gradito - cazzottone sulla faccia, gli Obsolete rappresentano quella frangia del death/thrash più ragionata, ricca e studiata. Pur mantenendo la violenza e l'aggressività grazie ad un riffing sempre frenetico ed incalzante, il disco è tuttavia pieno di innesti e sonorità progressive e technical che rendono "Animate//Isolate" variegato e interessante. Bastano poche note dell'iniziale "Still" per capire di cosa stia parlando. Un attacco caustico e velocissimo molto vicino allo stile dei Vektor accompagnato da un drumming essenziale ma sempre azzeccato. Un antipasto che serve a far scaldare i motori prima della vera e propria impennata qualitativa. Tracce come "The Slough" o la seguente "Old Horizon" sono la vera essenza dell'act statunitense nelle quali è possibile toccare con mano l'originalità dei nostri. Cambi di tempo e chitarre che si lasciano andare a briglia sciolta in giri progressive pur mantenendo una direzione sempre fissa. Se non fosse per la voce di Lucas Scott che ci riporta nei territori del thrash più rozzo e primitivo e per quella nota "acida" nelle chitarre, potrei tranquillamente dire che stiamo ascoltando un disco prog death. Ed è qui il vero punto di forza di questo album di debutto: la capacità di spiazzare e lasciare sempre stupiti. Non sai mai cosa aspettarti da ogni pezzo, se un approccio più diretto e old school o magari uno più ragionato ed eterogeneo. Il tutto, dicevamo, sempre e comunque sorretto da un filo conduttore che impedisce alle tracce di andare dove vogliono loro facendo perdere il focus del disco.
In sintesi: gli Obsolete sono la prova di come l'attitudine possa fare la differenza tra un lavoro mediocre e standard ed uno originale ed eseguito a regola d'arte. Si può essere innovativi anche in quei generi meno predisposti ad essere originali. Disco super consigliato e una delle band rivelazione dell'anno!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    05 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 05 Mag, 2021
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Dopo l'ascolto di questo "The Last Extinction", quinta prova dei canadesi [Evertrapped], non mi è rimasto altro che un enorme dubbio in testa. A parte lo sbadiglio dopo un'ora di durata, la domanda principale è: ma dove vogliono andare a parare? Alla fine dei conti, questo album, cos'è? Qual è l'anima del lavoro in questione? Un quesito che, come avrete ben immaginato, fa capire quanto i Nostri abbiano portato a termine un disco che non porta in nessuna direzione, pieno zeppo di idee ma che alla fine si concretizzano nel puro e semplice nulla.
A cominciare dalla già citata durata: nove tracce per una lunghissima ora in cui l'act canadese sciorina una fin troppa fantasia e prolissità nella sua proposta musicale. I brani sono lunghi, fin troppo lunghi. Ma soprattutto: che genere è? Mi spiego, tanto per evitare di essere frainteso. Ben vengano le sperimentazioni, così come il cercare di uscire dalle etichette e tentare di crearsi una propria strada. Ma tra questo nobile intento è il buttarla in caciara il passo è breve. Brevissimo. Tecnicamente ci siamo anche e qualche bell'idea di fondo c'è. Ma ciascun brano sembra preso da un album diverso: un mix, a volte pietoso, tra melodic death, deathcore, technical death, progressive... un calderone enorme nel quale sembra sia stato gettato tutto alla rinfusa nel tentativo di ottenere un qualcosa di buono. Ma, ahimè, le cose sono ben lungi dall'essere rosee. "The Last Extinction" è un album confusionario, che infastidisce e che non vedi l'ora arrivi alla fine. Come dicevo all'inizio: senza una direzione. A livello di produzione ci siamo: tutto fila liscio e senza sbavature. Così come il già citato livello tecnico che spesso sfocia nel melodeath dei The Black Dahlia Murder. Ciò che non funziona sono le idee alla base dell'album. Per fare un paragone: sembra il quaderno o il foglio sul quale scarabocchiare di tutto e di più o nel quale buttare dentro tutti gli spunti che vengono in mente. Ecco, la sensazione è esattamente la stessa: confusione più totale e soprattutto album anonimo, senza anima. Dispiace dover bocciare una band che, tutto sommato, ha delle buone frecce nella faretra. Il mio consiglio è snellire pesantemente la proposta e rivedere effettivamente cosa si vuole suonare e soprattutto come lo si vuol fare. Altrimenti resterà solamente un caotico nulla.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Mag, 2021
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Se vi dico "metal + Egitto", sono sicuro che il 99,9% penserete immediatamente ai celeberrimi Nile ed al loro disumano death metal tutto incentrato sull'Antico Egitto ed i miti ad esso legati. Eppure, nel sottobosco delle tantissime realtà underground, è possibile trovare altri gruppi che trattano il tema in questione in maniera del tutto personale peraltro. Questo è il caso degli Osiris, una delle pochissime band egiziane che propone un symphonic/melodic black metal veramente d'impatto e particolarissimo tutto incentrato - ovviamente direi - sull'Antico Egitto. I Nostri, dopo una demo nel '97 e alcuni singoli, giungono al 2021 con il qui presente "Meanders a Soul​.​.​.", album di debutto del duo licenziato da Satanath Records.
Che dire, a parte l'enorme stupore per aver messo mano per la prima volta ad una band egiziana? Semplicemente un grandissimo applauso ai nostri! Questo "Meanders a Soul​.​.​." è una vera e propria rivelazione nella quale il black metal prende il via per poi dirigersi su dei lidi che mai avrei pensato di ascoltare. Elegante, sontuoso ma per nulla stucchevole, ricco di sfumature e di innesti provenienti dal metal sinfonico. E, soprattutto, per nulla maligno. Mi spiego. Durante tutto l'ascolto la musica degli Osiris tende ad essere sì aggressiva, ma mai incentrata sull'incutere quel senso di glaciale furia tipica del black primordiale. La loro è una proposta rotonda, morbida, quasi commovente. A tratti potrebbe ricordare gli Harakiri For The Sky o addirittura qualche passaggio alla Alcest. Il tutto imbastito su una struttura che da vicino ricorda molto il black metal bruciante e fiero degli inglesi Winterfylleth, con la differenza che gli Osiris spingono molto di più sulla sezione melodica grazie anche a diversi ospiti che si cimentano in cantati in clean vocals veramente godibili. Sinceramente pensavo, a primo impatto, che i nostri proponessero delle sonorità che si rifacessero molto all'Egitto. Eppure così non è, il che rende questa opera ancora più originale e stratificata. L'intro infatti potrebbe trarre in inganno, ma già da "Of Hate, Passion and Eternity" si capisce subito che il duo egiziano cerca sempre e comunque di rifarsi ad un certo modo di intendere il black metal aggiungendo un tocco personalissimo alla sua proposta. Unico difetto è forse un sound tendenzialmente ovattato che potrebbe dare il senso di piatto al tutto, ma presumo sia una scelta dei Nostri.
In generale "Meanders a Soul​.​.​." è un album imponente che mostra una band validissima al suo primo debutto. Soprattutto, riesce ad ammaliare, a commuovere e a far venire la pelle d'oca in alcuni punti, risultando di fatto un'opera ricca di pathos e di sentimento. Due caratteristiche che rendono gli Osiris tra le band più interessanti di quest'anno.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    30 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 30 Aprile, 2021
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Chi si aspettava dal settimo album dei colossi francesi Gojira, il qui presente "Fortitude", un disco degno dei fasti di "The Way of All Flesh" o di "From Mars to Sirius", allora storcerà in parte il naso di fronte alla nuova prova della band d'Oltralpe. Ma è altresì ovvio che sarebbe presuntuoso e intellettualmente disonesto fare un paragone con il passato del quartetto: che piaccia o meno i Gojira hanno fatto dell'evoluzione e della sperimentazione i loro cavalli di battaglia e a modo loro non hanno mai sbagliato un colpo, almeno fino a "Magma" del 2016. Quest'ultimo è stato, almeno per chi vi scrive, l'unico vero grande flop della band, dettato da un azzardo fin troppo azzardato (scusate il gioco di parole). Un disco che ci presentò i fratelli Duplantier reduci dalla perdita della madre e di conseguenza con sonorità più introverse ma allo stesso tempo senza né capo né coda. Viene da sé, quindi, che questo "Fortitude" ha l'ingrato compito di riscattare i Nostri dall'inciampo di cinque anni fa. Un'impresa assai ardua che, vi anticipiamo, è stata in buona parte soddisfatta. Nel bene e nel male la nuova opera dei Gojira si presenta come una faretra carica di buone frecce ed altre meno. Già dai primi singoli estratti pubblicati si capiva che il quartetto avesse guardato in avanti non disdegnando tuttavia qualche ritorno agli antichi fasti. Ne sono un esempio l'opener "Born for One Thing" o la successiva "Amazonia". Quest'ultimo è probabilmente il brano più riuscito del disco, la "Roots Bloody Roots" dei giorni nostri, con quell'andamento tribale e le ritmiche molto cadenzate. Il tutto accompagnato da un Joe alla voce sempre sul pezzo. Nonostante il vocalist abbia di molto ammorbidito il suo cantato con delle sezioni in clean predominanti, è altresì vero che il suo growl resta sempre affascinante ed inconfondibile. Non c'è da meravigliarsi, quindi, se durante l'ascolto si ravvisi più volte quel sentore di back-to-origins. Non è affatto un azzardo dire che "Fortitude" abbia dei rimandi a "From Mars To Sirius" o a "The Way of All Flesh". Chiaramente, come dicevamo all'inizio" sarebbe altrettanto sciocco pretendere un completo ritorno alla vecchia gloria, ma è comunque evidente l'intento della band di riprendere quel mood etereo e liquido che tanto ci ha fatto innamorare del gruppo.
Ma, come ogni sperimentazione che si rispetti, non è tutto oro quel che luccica. Se da una parte abbiamo dei pezzi funzionanti e degni del nome Gojira, dall'altra restano dei punti di domanda non indifferenti. Lo scotto da pagare quando si cerca di sperimentare comunque qualcosa di nuovo, come avviene in "Hold On", che sembra partire in un modo e concludersi in un altro tramite un giro che più volte si perde nel nulla. O come la bruttissima - ma proprio brutta brutta - "The Trails", la quale ostenta un pietoso post-rock quasi commerciale e fortemente sottotono. Un brano da cestinare ad occhi chiusi e che fa sfigurare perfino il buon Joe alla voce. Fortunatamente la successiva ed ultima traccia "Grind" ci riporta sul vero territorio di competenza dei Gojira. Come per "Amazonia", è forse il brano che più di tutti ha il sentore di back-to-origins, con uno sfondo più death e delle melodie di accompagnamento degne dei migliori lavori dei Nostri. Stesso discorso per la veloce e fulmicotone "Into The Storm", classicissimo pezzo spacca collo ben confezionato e rappresentativo di quello che sono i Gojira di oggi: né troppo morbidi, né troppo duri.
In generale "Fortitude" è un disco fatto di luci ed ombre nel quale si alternano pezzi riusciti, altri più sperimentali ma comunque godibili ed altri ancora decisamente sottotono. L'impressione è quella di album che prova a guardare avanti dopo lo scivolone del 2016 ma che cerca in continuazione di strizzare l'occhio ai primi lavori. Un disco che non taglia i legami con il passato risultando, con tutti i pro e i contro, perfettamente in linea con i Gojira di oggi, e forse non si poteva chiedere di più ai fratelli Duplantier e soci. Una cosa è certa: "Fortitude" è nettamente superiore al precedente "Magma" e si configura come un'opera di passaggio verso degli ancora non ben definiti lidi.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    29 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Aprile, 2021
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Cosa c'è di meglio di un album caciarone e "scapoccione" che senza pretese ti tiene incollato alle cuffiette per una buona mezz'ora con del buon - e sempre mai troppo - vecchio black/speed metal old school? Esatto, niente! Perché diciamolo: al di là di tutta la musica moderna sempre più tecnica ed evoluta, il sonoro sberlone dei vecchi fasti ancora lo si sente bene sulla faccia. E il trio americano Bewitcher lo sa. Eccome se lo sa!
Giunta al suo terzo infernale lavoro, il qui presente "Cursed Be Thy Kingdom", la band si presenta con quanto di più onesto ci si potrebbe aspettare da un genere simile, a cominciare dalla classica e sempre funzionante line-up a tre: chitarra, basso (entrambi alle voci anche) e batteria. E poi tutta l'ignoranza e caciara del mondo per un disco che sa entusiasmare da inizio a fine, pescando nella tradizione che vede Venom, Toxic Holocaust, Midnight, Motorhead, Sodom e Destruction come fonti principali di ispirazione. Come potrebbe suonare male un disco così?! I Bewitcher confezionano una terza prova che vi romperà l'osso del collo a cominciare dalla infernale e tiratissima opener "Death Returns", fino ad arrivare ad un certo tipo di heavy metal molto vicino alle sonorità degli Iron Maiden, come in "Mystifier" o "Metal Burner". Ed il mitico M. Von Bewitcher, con la sua voce corrosiva che non disdegna una ben percepibile somiglianza con Tom "Angelripper" dei Sodom, dà quel tocco in più ad un black/speed metal già di per sé fulmineo e tirato. Il tutto, infine, è condito da un'insolita quanto tangibile grinta che rende l'album maledettamente fresco e godibile. Talmente è energico e impetuoso che chi se ne frega se l'approccio è stato più e più volte sentito. Qui sono l'attitudine ed il crederci a dare linfa vitale a questo infernale e caustico "Cursed Be Thy Kingdom". Dopo averlo ascoltato ti viene voglia di spaccare il mondo, e tanto basta al trio americano per fare un centro pieno. Nessun ghirigoro, o abbellimento del caso, ma puro e semplice old school che vi travolgerà in pieno come un treno in corsa. Super consigliato.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    29 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Mag, 2021
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Ormai è qualche anno che il Deathcore ha preso piede in maniera devastante, e non è raro vedere una miriade di band al loro esordio. E, come tutte le cose che fanno della quantità, anziché della qualità, il loro cavallo di battaglia, è molto facile incappare in dischi che suonano tutti più o meno uguali, o quantomeno fedeli a determinati stilemi e pattern. Poi, invece, c'è chi ci prova a dare quella sferzata di originalità in più, magari aggiungendo tecnicismi vari o melodie dissonanti e caustiche in sottofondo. Ecco, questo è il caso degli australiani To The Grave che giungono al loro terzo album "Epilogue" licenziati dalla celeberrima Unique Leader Records. Un disco che conta ben 19 tracce: le prime 9 sono una versione rimasterizzata del disco di debutto del 2019, mentre le restanti 10 sono degli inediti. Insomma, un titolo che lascia ben intendere la questione.
Ora, l'Australia è sicuramente uno dei paesi maggiormente fertili in ambito Deathcore, e non mi stupisco che la gente di quelle parti sappia il fatto suo in materia. Basti pensare ai Thy Art Is Murder per capire subito di cosa sto parlando. Ed ecco quindi che i To The Grave non ci pensano minimamente a tentennare o a battere la fiacca: il loro Deathcore è monolitico, imponente, selvaggio e distruttivo. Diciannove tracce che suonano perfette dall'inizio alla fine, ricchissime di tutti gli stilemi che rendono tale il genere: breakdown a rotta di collo, chitarre pesantemente distorte che spesso si coordinano con il blast beat a tappeto della batteria. E poi ancora ritmiche martellanti e pesanti o sparate e frenetiche dall'altro, accompagnate dalle esplosioni del basso. In questo enorme calderone, poi, trovano posto anche delle melodie dissonanti e malatissime in sottofondo che potrebbero ricordare vagamente il Deathcore/Downtempo degli olandesi Distant. In generale ci troviamo di fronte ad un certo tipo di musica ben riconoscibile che troverà non pochi estimatori tra i die-hard fans del genere.
Ed è però qui che "Epilogue" mostra il suo più grande difetto. Mi ricollego a quanto detto all'inizio, ossia a quelle band che cercano di dare la loro firma alla proposta musicale. Ecco, questo è il caso in cui un eccessivo "voler fare" fa implodere su se stesso questo mastodontico disco. Mi spiego meglio. I To The Grave musicalmente e stilisticamente sono mostruosi, inarrivabili a volte: le loro tracce squarciano lo spazio-tempo e nonostante tutto scorrono bene. Ma è proprio qui che queste inciampano, perché tutte risultano bene o male le stesse, rischiando quindi di incappare nel peggiore incubo di un album siffatto: la noia. Eh sì, avete capito bene. Durante tutto l'ascolto si avverte un certo contrasto che vede da un lato un'esecuzione perfetta e mastodontica, ma dall'altro dei pattern tendenzialmente uguali ed una formula che alla lunga potrebbe distrarre l'ascoltatore. Insomma, si fa fatica ad arrivare alla diciannovesima traccia senza nel frattempo distrarsi. Un difetto non di poca rilevanza che fa del prodotto del quintetto australiano un lavoro indicato solo ai fan accaniti del genere. E badate bene, non mi sto riferendo alla prolissità dei brani o a degli eccessivi giri che rendono caotico e senza senso il tutto. Mi riferisco proprio ad un'esecuzione così imponente e massiccia che alla fine implode su se stessa, rendendo di fatto i diciannove pezzi delle bombe nucleari uguali fra loro. Da qui, infine, il rischio di annoiarsi a cui facevo riferimento.
Insomma, la terza prova dei Nostri si conclude con una sufficienza piena e più che meritata che però non va oltre a causa di un'originalità un po' fiacca. Del resto bisogna comunque riconoscere che, nel bene e nel male, questa è una particolarità dei To The Grave, e di certo non ci aspettavamo chissà quale sconvolgimento stilistico. Se, quindi, siete particolarmente interessati a determinati pattern allora troverete il disco di vostro gradimento. Altrimenti passate oltre se non volete annoiarvi.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Aprile, 2021
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Pochi sono quei gruppi che riescono a muoversi bene all'interno di determinati stilemi e pattern senza risultare stucchevoli o ripetitivi. Tra questi non possiamo non citare i nostrani Helslave: quintetto romano che giunge al 2021 con il qui presente "From the Sulphur Depths", secondo album dell'act capitolino licenziato da Pulverised Records. Un disco che giunge dopo sei anni dallo strepitoso debutto "An Endless Path" e che segna per i nostri un giro di boa stilistico nel panorama del death metal old school. Uno stravolgimento musicale non indifferente dato che il primo disco proponeva un melodic death di chiarissima derivazione Dark Tranquillity e At The Gates con qualche punta più death alla Dismember e Unleashed. Il tutto affrontato in chiave moderna - spettacolare, recuperatelo -. Ora, seppur il terreno da battaglia sia comunque lo stile svedese, ci si è spostati sul versante più crudo, macabro e feroce del genere: puro e semplice death metal, completamente ripulito da ogni abbellimento melodico e carico di tutta la potenza ancestrale degli albori del genere. Se siete fan di Bloodbath, Dismember ed Entombed, allora siete capitati nell'album giusto!
Gli Helslave non sembrano aver sofferto minimamente questo cambio, anzi. I nostri dimostrano una singolare quanto rara maestria nell'affrontare quello che possiamo definire un nuovo inizio. "From the Sulphur Depths" è una bomba di album senza troppi giri di parole. E qui voglio riagganciarmi al discorso con cui ho aperto la recensione, ossia il fatto di sapersi muovere all'interno di pattern ben definiti ed abbondantemente trattati. Ecco, gli Helslave sono l'esempio perfetto di come si possa risultare comunque originali pur suonando un genere ampiamente noto e molto spesso ridotto ad un mero copia/incolla dei grandi nomi. Chiaramente le influenze sono quelle, e sarebbe impossibile non notare una certa affinità con i Bloodbath soprattutto. Ma ciò non vuol dire che si è sfociati nell'emulazione più becera. Al contrario: i circa 35 minuti di questo disco risultano ben ponderati e frutto di un intelligente lavoro di squadra. Ecco quindi che la feroce e malvagia opener "Unholy Graves" , o la mia preferita "Thy Will Be Undone", segnano la definitiva consacrazione dei nostri tra le realtà italiane più interessanti in fatto di death metal. Le chitarre "zanzarose" ma corpose e piene, i riff ben riconoscibili e dall'inconfondibile sapore Swedish, il lavoro di groove dietro le pelli che non lascia spazio ad una sola esitazione ed un growl potentissimo e cavernoso degno del miglior Mikael Åkerfeldt ai tempi dei Bloodbath... Insomma, gli ingredienti per un signor disco ci sono tutti e non troverete mezza traccia che vi farà storcere il naso. Merito anche una certa elasticità che non disdegna dei sentori death'n'roll, come in "Last Nail In The Coffin", o dei rallentamenti di tempo che danno quel leggerissimo accenno di death/doom qua e là.
Insomma, senza andare per le lunghe: se amate lo Swedish Death primitivo e feroce e non conoscevate ancora gli Helslave, allora avete fatto tombola. Siamo di fronte ad una grandissima band italiana che ci fa sentire in Svezia e lo fa con un disco monolitico. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Aprile, 2021
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Quella che sto scrivendo è forse la recensione più difficile emotivamente parlando. Credo che nessun metallaro abbia ancora ben realizzato l'enorme ed incolmabile perdita che abbiamo subito a dicembre 2020, quando Alexi Laiho ci ha lasciati per sempre. Perché diciamolo: non esiste ascoltatore di metal, dal più datato al più giovane, che non abbia dentro di sé un posticino speciale per i Children Of Bodom. Chiunque ha passato un periodo di fissa totale per la band finnica, e ci scommetto tutto quello che ho che la maggior parte ha iniziato con il metal passando proprio per loro - almeno i cosiddetti millennials -. E fa ancora più male sapere che questo EP, "Paint the Sky with Blood", dei Bodom After Midnight sia l'ultimo lascito di Alexi. Pubblicato ad aprile 2021, dopo la sua morte, il brevissimo disco di tre tracce è un colpo al cuore per i più svariati motivi. Primo: ci presenta una band completamente rinnovata, ripulita da tutti i casini legali che portarono lo scioglimento dei COB. Secondo: spacca il cu*o, punto! E fa rabbia e tristezza ascoltare un gruppo che avrebbe potuto dare tantissimo ricominciando proprio da dove ci si era interrotti, con un nuovo moniker e dei nuovi musicisti a trainare questa carrozza. Tra questi ricordiamo Waltteri Väyrynen dei Paradise Lost alla batteria - turnista dei Bloodbath tra l'altro - e Daniel Freyberg (ex-COB) alla chitarra. E, ovviamente, il mitico Alexi alla voce e chitarra solista. Mai sentito così in forma da almeno 10-15 anni, periodo nel quale i COB iniziarono a non entusiasmare più. E invece con i Bodom After Midnight sembra di essere tornati agli antichi fasti, a quelle sonorità che tanto ci fecero innamorare di Alexi e della sua proposta musicale. Riff taglienti, veloci e ferini e melodie cathcy accompagnate da un drumming altrettanto frenetico e solido. Due sole tracce che fanno venire le lacrime, perché sono la testimonianza diretta di come il musicista finlandese avesse ritrovato una grinta ed un'energia completamente rinvigorite, frutto della chiusura del capitolo con i COB e di un nuovo inizio con questa differente line-up. A coronare il tutto, infine, la splendida - o "splendidissima", anche se non esiste come termine - cover di "Where Dead Angels Lie" dei Dissection a chiudere il quarto d'ora di durata dell'EP. Una chiusura quasi profetica, riproposta in una chiave molto simile all'originale di Jon Nödtveidt, con una tastiera in sottofondo più accentuata ma per nulla sgradevole, anzi.
E così, con tanta tristezza, rabbia e lacrime, ascoltiamo quello che è a tutti gli effetti l'ultimo lavoro inedito di Alexi Laiho e soci. Quindici minuti di quello che sarebbe potuto essere un nuovo e brillante inizio ma che, ahimè, non vedremo mai. Addio Alexi, e grazie!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 2021
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Della one man band Utbutd, progetto russo la cui mente risponde al nome di Tuor, nome d'arte di Vitaly Goryunov, si era già parlato nel 2018. All'epoca del secondo album, la recensione fu negativa, in quanto sottolineò quanto la band fosse musicalmente valida ed interessante ma altrettanto dispersiva. In breve: i brani non risultavano in qualche modo finalizzati, e quindi ci si perdeva durante l'ascolto.
Oggi torniamo a parlare di questa interessante realtà con occhi nuovi, grazie al qui presente "Story of Frozen Souls", licenziato da Satanath Records e More Hate Productions. Un album che si differenzia rispetto ai precedenti e che finalmente ci mostra un sound veramente ma veramente complesso e stratificato ma al contempo sempre puntato verso un'unica direzione, salvo qualche svista di tanto in tanto. Ma andiamo con ordine.
L'atmospheric black proposto da Tuor è sempre quello, ma questa volta si arricchisce di non pochi elementi depressive e funeral doom davvero notevoli. Il che va a braccetto con il concept attorno a cui l'opera si snoda: l'esplorazione dell'Antartide, la scoperta di nuove terre e i primi viaggi. L'immagine collettiva degli eroi-scopritori James Ross, Ernest Shackleton e Robert Scott, condita con la storia di Edgar Allan Poe sulle avventure di Arthur Gordon Pym, fanno del disco un'opera veramente complessa e strutturata nella quale perdersi. Già, perché "Story of Frozen Souls" è un album difficile, molto difficile. Il rischio di annoiarsi, o comunque di perdere il filo conduttore è sempre dietro l'angolo. Un difetto che Tuor si è portato dal lavoro precedente, seppur in questa sede si riscontra una maggiore attenzione a non divagare. Ecco quindi che ad un black metal feroce e malinconico, ricco di ritmiche variegate - a tratti lo stile della batteria ricorda quello di Darkside dei Mgła - arpeggi tristissimi e riff atmosferici alla Auðn e Perennial Isolation, si sovrappongono dei cambi di ritmo quasi improvvisi: tutto si rallenta e si appesantisce, e gli elementi depressive/funeral doom si stagliano in tutta la loro grandezza monolitica, come nella splendida "The Unknown Shore". Da vicino i pezzi ricordano l'impostazione degli svedesi Shining, soprattutto in quelle sezioni vagamente sperimentali in clean vocals (vedasi "Impenetrable Sadness"). Ascoltando minuto dopo minuto ci si sente veramente proiettati nelle sterminate e gelide lande antartiche, dove cielo e terra si fondono in un unico bianco panorama mentre si viene tagliati da raffiche ghiacciate di vento. Il freddo è esattamente l'elemento chiave di "Story of Frozen Souls", come a voler sottolineare la quasi totale assenza di vita in un luogo così impervio ed ostile. Eppure nell'opera di Tuor traspare una bruciante passione, un sentimento che ribolle di un'energia quasi mistica che rende tangibile la musica proposta.
Come dicevamo all'inizio, gli Utburd hanno sicuramente portato a compimento la loro opera massima. Tuttavia è da sottolineare come spesso, soprattutto nella seconda parte del disco, quella tendenza a divagare sia ancora ben percepibile. Non mancano i passaggi prolissi o una certa ripetitività di alcune soluzioni che risultano leggermente fastidiosi; ma spezzo un lancia in favore del progetto dicendo che, nel bene e nel male, si tratta comunque di una nota caratteristica dell'act russo. In generale i momenti di inciampo e confusione non danno particolarmente fastidio e permettono un ascolto tutto sommato scorrevole. Chiaramente non si tratta di un disco facile a cui approcciarsi distrattamente: "Story of Frozen Souls" è un lavoro meditavo, complesso, che richiede un certo mood per essere apprezzato in tutte le sue sfaccettature.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 2021
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Come mi è già capitato di sottolineare, il black metal sta vivendo una vera e propria rinascita, soprattutto nel panorama underground, dal quale escono costantemente album più o meno interessanti. La costante è tendenzialmente una: puntare molto sulla melodia e sulle atmosfere, come ben insegnano le due più importanti scuole attuali, quella islandese e polacca. E poi, invece, c'è chi se ne frega di questa nuova tendenza e propone un sound classico e molto più votato alla scuola scandinava, come i qui presenti Spectral Wound. La band canadese, licenziata dalla sempre garanzia Profound Lore Records, giunge al suo terzo album "A Diabolic Thirst", una vera e propria piccola perla che incontrerà non pochi applausi da tutti gli amanti del black metal classico anni '90. Già con il precedente lavoro i nostri avevano dimostrato una certa maestria nel sapersi muovere all'interno di pattern stilistici più che conosciuti. Eppure con questa nuova fatica gli Spectral Wound hanno dato ulteriore dimostrazione di come certe sonorità possano ancora dire la loro senza scadere in un mero copia/incolla. Insomma: proposta classica - nemmeno troppo a dirla tutta - ma esecuzione molto personale. Unite le due componenti danno vita a sei tracce glaciali che giocano costantemente con le emozioni di rabbia e malinconia. Il riffing è compatto e frenetico e ricorda molto da vicino l'impostazione degli Emperor o dei Dark Funeral e la scuola finlandese di Horna e Sargeist. Eppure non mancano quegli elementi che ci ricordano che siamo comunque nel 2021. Ed ecco quindi che tracce come "Frigid And Spellbound" o la successiva "Soul Destroying Black Debauchery" hanno quella ben percepibile influenza dei polacchi Mgła. Ma a differenza del black metal più ragionato ed elegante di questi ultimi, la proposta dei canadesi ha sempre quel sentore di maligno, quasi a voler dire che l'impronta old school scandinava c'è sempre e deve essere ben percepibile. Un ottimo equilibro tra il tocco più catchy, melodico e limpido ed una vena più macabra, diretta e senza eccessive evoluzioni. Il songwriting sa essere più elaborato o più scarno e volutamente asciutto, un po' come i primi lavori di Burzum dove la ripetitività portata all'eccesso creava quella sorta di malata ipnosi nella quale perdersi.
A conti fatti, dunque, gli Spectral Wound hanno vinto a pieni voti la scommessa e hanno confezionato un disco che si distacca dagli stilemi odierni per riagganciarsi ad un certo tipo di black vecchia scuola. Un disco che riporta in auge le sonorità scandinave ma rivisitate in chiave personale, seppur, soprattutto nella seconda parte del disco, si avverta una certa monotonia che fa calare un pochino l'attenzione. Album e band super consigliati. Complimenti!

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