A+ A A-

Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

270 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 27 »
 
releases
 
voto 
 
5.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    08 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Non mi capita spesso di commuovermi durante l'ascolto di un album, e quando succede la maggior parte delle volte si tratta di black metal. Un genere che, comprese ovviamente le successive evoluzioni nel corso degli anni, riesce a toccare e pizzicare le corde dell'anima umana, quasi a farti sentire spogliato di qualunque cosa e lasciato in balia dell'impeto dei sentimenti più primitivi e puri che hai dentro. Un'infinità di sensazioni che le parole non riescono a descrivere, semplicemente perché è impossibile cercare di definire l'indefinibile.
Ora, tolta questa introduzione un po' romanzata - ma nemmeno troppo a dirla tutta - parliamo di questo "Portraits", quarto album dei catalani Perennial Isolation e primo lavoro dei Nostri che arriva dopo cinque anni dal precedente "Epiphanies of the Orphaned Light" del 2016 - i primi tre album sono stati pubblicati a distanza di un anno l'uno dall'altro -. La Spagna si sa, per quanto riguarda il black metal non è mai stata tra i paesi più influenti e conosciuti del genere, salvo qualche raro caso. Perciò trovare band valide è molto difficile, sia perché non tutti hanno quell'attitudine necessaria ad affrontare un genere simile, sia perché di gruppi spagnoli black metal ce ne sono davvero pochi. I Perennial Isolation sono da considerarsi quindi come una perla di rara bellezza in questo contesto; e fidatevi, ascoltandoli sembra di trovarsi nelle freddissime lande scandinave, in qualche sperduta foresta dell'estremo nord. E invece no, ci troviamo nella soleggiata Barcellona, città cosmopolita nella quale il quartetto ha confezionato un capolavoro di inenarrabile magnificenza che vi farà scendere le lacrime dagli occhi. L'atmospheric black metal proposto dai Perennial Isolation è una scheletrica mano che penetra nell'anima, privandovi di tutto e, come dicevo all'inizio, lasciandovi nudi soltanto con i vostri istinti più primitivi e puri. La forza evocatrice di questi quasi 50 minuti di durata è un vero e proprio viaggio attraverso lontanissime dimensioni, come se il vostro spirito decidesse di lasciare per un po' il vostro corpo e di dirigersi in alto, sempre più in alto fino a toccare la bellezza del nulla. "Portraits" è sicuramente il miglior album mai partorito dai nostri, i quali, almeno fino al 2015, non hanno mai goduto di una buona produzione. Inoltre c'è da dire che i primi lavori risultavano piuttosto standard, o comunque non così degni di nota. Ma già dal disco del 2016 si iniziò a sentire un enorme salto di qualità, che è poi culminato in questa produzione. La musica che ascolterete è ipnotica, fredda, malinconica ma maledettamente elegante. Il gelido canto delle chitarre va a contrastare con la spiccatissima melodia di sottofondo che crea un gioco di luci ed ombre a dir poco spettacolare. Ed è proprio questo il punto di forza dei Perennial Isolation: concentrandosi maggiormente sulle orchestrazioni e le sezioni atmosferiche, hanno creato una base nella quale il lavoro strumentale passa quasi in secondo piano, sciogliendosi all'interno di questo infinito mare. Ciliegina sulla torta le splendide scream vocals di A., anch'esso riecheggiante come un lontano lamento proveniente da chissà quale profondità.
Di chiarissima derivazione Mgła, Drudkh ma con fortissime melodie e atmosfere alla Dissection e Mare Cognitum, "Portraits" è un disco che suona pulito e glaciale e, soprattutto, è in grado di emozionare da inizio a fine. Chiaramente va ascoltato in un certo modo se si vuole apprezzarne la gigantesca potenza evocativa. Lacrime dall'inizio alla fine, complimenti!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

C'è poco da fare: quando leggi Debemur Morti Productions sai già a occhi chiusi che quello che starai per ascoltare sarà un signor album. E come volevasi dimostrare, gli svizzeri Aara ci presentano un quarto lavoro, il qui presente "Triade I: Eos", a dir poco sorprendente e dall'incredibile potenza evocativa. Trattasi di un concept album che andrà a costituire una trilogia incentrata sul romanzo gotico “Melmoth The Wanderer” (“Melmoth l’Errante”), opera del 1820 dello scrittore Charles Robert Maturin.
Ora, che il metal sia un genere che da sempre pesca nell'immaginario gotico ed orrorifico è cosa ben nota. Da Lovecraft a Poe, fino alle distopie e al fantasy, la proposta musicale ispirata alla letteratura è pressoché infinita. La differenza, dunque, non sta tanto nell'originalità dell'argomento - per quanto ogni concept album sia a modo suo unico ed irripetibile - quanto piuttosto nell'attitudine e nel modo di trattarlo. E gli Aara, con un atmospheric black metal ispirato e sognante, rientrano perfettamente, ed a pieni voti, in quella cerchia di band in grado di dare vita a delle vere e proprie opere messe in musica. "Triade I: Eos" è un album complesso, stratificato ed ipnotico in cui non vi è un solo singolo attimo di respiro e dove i riff di chiara derivazione Emperor giocano con la psiche dell'ascoltatore. Accompagnati da una sezione ritmica incessante e inarrestabile, i 6 brani proposti ci porteranno all'interno di un viaggio di 45 minuti in cui la narrazione della prima parte del romanzo lascia il posto a scenari orrorifici ed eterei. Il tutto senza mai sfociare in un lavoro fine a se stesso ed eccessivamente pomposo. Gli Aara si mantengono all'interno di una proposta ricca e sfaccettata ma non per questo pomposa o stucchevole. Le melodie sono ben percepibili, anzi, a volte direi quasi predominanti (vedasi "Das Wunder"), ma dal gusto sobrio e per nulla fastidioso - anzi, sono stupende -. Con questo terzo album il trio svizzero dà maggiore enfasi alla sua proposta musicale, senza tuttavia eccedere in fastidiosi orpelli. Un black metal atmosferico equilibrato, in cui le chitarre velenose e e pungenti si stagliano al di sopra di uno sfondo malinconico, sognate e sinfonico. Apprezzatissima, inoltre, la prova canora di Fluss, la cui voce si scioglie all'interno della musica quasi come un'eco di dolore lontanissima ed evanescente. A tratti mi ha ricordato lo scream acidissimo di Hoath Torog dei finlandesi Behexen (tra l'altro sempre licenziati da Debemur Morti Productions).
Insomma, a conti fatti gli Aara, dopo nemmeno un anno dal precedente ed ottimo "En Ergô Einai", inaugurano il 2021 con il loro lavoro più maturo e completo, il quale sicuramente ha dato il via ad una nuova ed interessante fase musicale. Aspetterò con ansia i prossimi due lavori e la conclusione di questa triade, che per ora è iniziata a pieni voti.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Non avrei mai pensato di restare a bocca aperta per quaranta minuti filati. Eppure è quello che mi è successo ascoltando il mastodontico debutto dei finlandesi Ephemerald. Quando l'opulenza della proposta e la ricchezza dei contenuti ti colpisce in faccia con tutta la sua forza, resta ben poco da fare se non inchinarsi ed applaudire. Già, perché mai mi sarei aspettato che questo primo album dal titolo "Between the Glimpses of Hope" potesse essere così granitico e sostanzialmente perfetto in ogni aspetto. E soprattutto, cosa più importante, si è rivelato essere un perfetto connubio tra la ferocia del blackened death e il metal più melodico con sferzate folk, in pienissimo stile finlandese. Quindi, se siete fan di Wintersun, Kalmah, Ensiferum o Frosttide - di cui Joni Snoro e Lauri Myllyla, rispettivamente chitarrista e batterista, facevano parte - allora siete capitati nel posto giusto.
Gli Ephemerald confezionano nove tracce gigantesche ed epiche, caratterizzate da meravigliose quanto glaciali orchestrazioni che fanno da sfondo ad un songwriting fiero, tuonante e sfaccettato. Non troverete mai un brano uguale all'altro, poiché ciascun pezzo riesce a dare più o meno spazio ad ogni influenza dando così vita ad una proposta eterogenea ma sempre e comunque coerente con l'intero contesto. Un fattore molto importante, visto che è un attimo uscire troppo fuori dagli schemi e risultare quindi sconnessi e noiosi. Se a ciò ci aggiungiamo un comparto tecnico di tutto rispetto, ecco che il tutto si eleva andando oltre il semplice buon album. "Between the Glimpses of Hope" è un disco che fa venire i brividi da inizio a fine: quaranta minuti in cui non perderete mai per mezzo secondo l'attenzione. Al contrario, sarete subito invogliati ad un secondo ascolto, e poi ad un terzo e così via. Merito di tutto ciò è una produzione pressoché perfetta e per nulla invasiva che dà spazio ad ogni singolo strumento, compresa la splendida voce di Vesa Salovaara che si destreggia a meraviglia tra sezioni in scream e altre in clean vocals. A seconda dell'andamento del brano, il cantante riesce sempre e comunque ad adattare al contesto le sue corde vocali, come avviene in "Lost" o nella splendida ballad successiva "All There Is".
Se da una parte la chitarra di Joni Snoro ci delizia con dei riff ricercati, eleganti, ricchi di passaggi ma mai stucchevoli, è altresì meritevole di lode il lavoro dietro le pelli di Lauri Myllylä. Senza troppi giri di parole: è merito suo se ciascuno dei nove pezzi raggiunge livelli altissimi di epicità. Con un andamento mai incespicante e fatto di tappeti di doppio pedale e ritmiche sempre sostenute, la batteria è la ciliegina sulla torta che porta gli Ephemerald ben al di sopra di molti altri colleghi ben più famosi.
Nel complesso non ho davvero nulla da criticare a "Between the Glimpses of Hope". Un debutto così notevole raramente l'ho sentito, e stiamo parlando di una band totalmente sconosciuta nata solamente nel 2016, a riprova di come, spesso e ingiustamente, sia il nome a mandare avanti tante realtà e non effettivamente la proposta. Se quindi vi siete stufati dei soliti lavori triti e ritriti e di quelle band che ormai sono decenni che cavalcano la stessa onda senza proporre mai qualcosa di nuovo, beh, questo grandissimo primo album degli Ephemerald farà davvero al caso vostro. Non vi deluderà nemmeno per mezzo secondo. Complimenti!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

È una vera e propria rinascita musicale quella del trio olandese Cryptosis. Nati nel 2013 con il nome di Distillator, i nostri per sette anni hanno pestato come fabbri con dell'onesto thrash metal di stampo teutonico con due buoni full-length nel 2015 e nel 2017. Poi, come un fulmine a ciel sereno, la svolta musicale e stilistica. L'act si rimbocca le maniche e decide di ripartire da zero, con gli stessi membri ma con un nome diverso: Cryptosis. Ma le novità non finiscono qui, perché oltre al moniker, anche la musica proposta ha subito un cambio repentino o, per meglio dire, un'evoluzione. Dal thrash metal iniziale ad un considerevole progressive thrash metal che vi lascerà letteralmente a bocca aperta. E finalmente giungiamo al 2021 con il qui presente "Bionic Swarm", il debutto dei rinati Cryptosis e primo album del trio firmato Century Media Records.
Del nuovo genere proposto si è già avuto un assaggio con "Transmissions of Chaos", split con i magistrali Vektor, una delle band per eccellenza in fatto di progressive thrash. Ed è proprio a questi ultimi che si deve guardare quando si ascoltano i Cryptosis. Tagliando radicalmente con il passato, ma mantenendo comunque degli inconfondibili richiami alla scuola tedesca, la band ha tirato fuori dal cilindro un colossale album di debutto nel quale, tra atmosfere distopiche in cui le macchine hanno preso il controllo dell'umanità, si fa spazio un thrash metal nettamente più tecnico e ricchissimo di influenze e cambi musicali. Il tutto suonato con grande maestria, come se i nostri avessero da sempre saputo qual era la loro vera vocazione musicale. Una mossa piuttosto azzardata, ma che alla fine si è rivelata più che vincente.
Dicevamo come i maestri Vektor siano il punto di riferimento. Questo tuttavia non è da intendersi come un copia/incola. Tutt'altro. I Cryptosis sono riusciti a muoversi all'interno di un territorio molto personale ma che, con rispetto e riverenza, pesca a piene mani dall'eredità della band canadese. A differenza dei Vektor, noti soprattutto per i riff arzigogolati, acidi e velenosi, il trio olandese ha preferito mantenersi su coordinate più sinfoniche e melodiche nelle quali costruire una struttura certamente tecnica e ricercata ma mai esagerata o stucchevole. Il risultato è un disco che scorre a meraviglia da inizio a fine, ricco di passaggi e assoli ricercati ed eleganti con chiari riferimenti al thrash più classico e di impatto. Direi quindi che i nostri abbiano deciso di stravolgere completamente il loro stile e approccio musicale ma senza eccessivi giri di boa, così da abituarci a questa vera e propria rinascita.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    01 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

I tedeschi Necrotted ormai sono una nostra vecchia conoscenza. Di loro si parlò sia nel 2017 che nel 2019, rispettivamente riguardo il terzo album ed il nuovo EP. Eccoci quindi ancora una volta a parlare del quintetto con la sua quarta fatica, il qui presente "Operation: Mental Castration", ad oggi forse il miglior album proposto dai nostri e sicuramente quello più ambizioso e variegato. Ma andiamo con calma.
Quello proposto dall'act di Abtsgmünd è un onestissimo death metal moderno, che fa del sound attuale il suo cavallo di battaglia, non senza dei chiari riferimenti al passato, seppur con un atteggiamento musicale ripulito dai pattern ormai fin troppo noti. Il risultato è un death metal piuttosto sfaccettato che non disdegna la scuola Aborted e Benighted ma neppure quella più -core e slam che troviamo nei Despised Icon o nei loro vicini di casa Cytotoxin con quella vena brutal e groove. Alla fine della questione, quindi, i Necrotted si muovono all'interno di un corridoio compositivo piuttosto variegato e molto godibile. Ed è proprio quest'ultimo aggettivo che meglio descrive l'album in questione. Già, perché quello che andremo ad ascoltare è un death metal super scorrevole ma non per questo banale o ripetitivo, che fa dell'alternanza tra sfuriate super blastate e slam e momenti più melodici e vagamente atmosferici il suo punto forte. Non ci troviamo comunque di fronte a chissà quale innovazione, ma ciò non vuole nemmeno dire che i nostri si siano adagiati sugli allori. La proposta è semplice quanto funzionale e sicuramente pensata per un mega pogo in live. "Operation: Mental Castration" è, a nostro avviso, la miglior proposta del quintetto tedesco fino ad ora, e certamente quella più variegata ed interessante. Consigliatissima per un ascolto non troppo impegnativo e se si vuole una bella botta adrenalinica. Promosso a pieni voti.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 28 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

C'è poco da fare: un buon album lo riconosci al volo, sin dalle prime note che danno il via alla mattanza. Ed è quello che succede quando ci si imbatte nel qui presente "Kill Grid", secondo album per gli statunitensi Enforced e primo lavoro licenziato dal colosso Century Media. Un grandissimo lavoro che fa del thrash metal/crossover feroce ed incazzato il suo punto focale. Una quarantina di minuti per un totale di nove tracce e tantissimi quanto sonori sberloni sulla faccia. Non esagero se dico che gli Enforced ad oggi siano una delle migliori realtà del genere, e questo per un semplice motivo: essere diretti, senza troppi giri o abbellimenti del caso. Niente di tutto ciò: la violenza dell'act di Richmond colpisce in tutta la sua pienezza prima ancora che possiate accorgervi di quello che succede.
I nostri non si inventano nulla - anche perché siamo in un genere musicale che di certo non fa della sperimentazione il suo punto forte -, ma l'attitudine del quintetto basta e avanza per confezionare un lavoro degno di questo nome. Prendete un po' di Nuclear Assault, metteteci le accelerate e chitarre pungenti dei Bolt Thrower, la violenza dei Demolition Hammer, le sonorità apocalittiche degli Slayer ed una sana dose di ignoranza hardcore punk, ed il gioco è fatto. Non serve altro agli Enforced, se non l'attitudine di cui si parlava prima. Sin dalle prime note dell'opener "The Doctrine" si viene letteralmente investiti da un treno merci in corsa, fatto da riffoni tiratissimi e sostenuti da un lavoro di groove altrettanto martellante che non lascia spazio ad un solo respiro. Praticamente è come venire pestati a sangue per 40 minuti ininterrottamente. Oltre all'ignoranza, che rende l'album la colonna sonora perfetta per una rissa, "Kill Grid" mostra anche come i nostri abbiano dedicato una buona fetta alla tecnica. Già, perché se da una parte gli sberloni non mancano, dall'altra è pur vero che tecnicismi ed ottimi assoli riescono ad elevare qualitativamente il prodotto. Insomma, gli Enforced hanno trovato la giusta formula per confezionare un lavoro diretto e senza fronzoli ma al contempo per nulla scontato o banale. Super consigliati!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 28 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Debuttano su The Artisan Era gli statunitensi Aronious con il loro primo full-length "Perspicacity". Un album monolitico partorito a distanza di 6 anni dal precedente Ep del 2014 -l'album è uscito nel 2020, ci scusiamo per il ritardo-. Un disco che, fin da subito, denota il più grande difetto dell'act del Wisconsin: troppe idee, troppa carne sul fuoco... troppo tutto. "Perspicacity" è un lavoro che si fa fatica ad ascoltare fino alla fine, perchè la quasi ora di durata si spalma in 12 tracce eccessivamente macchinose e fin troppo piene di elementi che, alla fine della questione, confermano il proverbiale "il troppo stroppia". Se da un lato la band ci sbatte in faccia un technical/progressive death di tutto rispetto - e tecnicamente ci siamo eccome- dall'altro l'esecuzione risulta eccessivamente esagerata e i brani non si sa dove vogliano andare a parare. Il risultato è solo un caotico impasto, pesante e difficile da digerire. Se a ciò si aggiunge quasi un'ora di ascolto, ecco che nemmeno a metà ci si scorda completamente di tutto e si tira un sonoro sbadiglione. Ciliegina sulla torta: le tracce sono strutturate in modo da sembrare un'unica grande suite. Ragazzi, volevo spararmi nei cosiddetti! Nulla da dire sulla qualità audio e sulla bontà dell'esecuzione. Il problema è proprio il come quest'ultima sia stata usata: a volte sembra di ascoltare gli Ulcerate, a volte i Beyond Creation, a volte ancora i Spawn of Possession... non si sa dove si voglia andare a parare e ciò che rimane è solo un grande senso di confusione ed un mal di testa causato dai riff arzigogolati, infiniti e senza senso. Insomma, un ingarbugliato volo pindarico che, alla fine, non porta a niente. Sufficienza politica solo per l'ottima qualità audio e per l'indiscutibile tecnica e bravura. Il mio consiglio è alleggerire tantissimo la proposta e cercare di capire dove voler andare a parare.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
5.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Ne "Il Crepuscolo degli Idoli", Nietzsche scriveva: «Ciò per cui troviamo le parole è spesso già morto nel nostro cuore. Vi è sempre una sorta di disprezzo nell'atto di parlare». Ecco, in maniera quasi paradossale, in quanto una recensione necessita di parole, lo stesso succede in questa sede quando si hanno tra le mani capolavori di inenarrabile bellezza come il qui presente "Solar Paroxysm", quinto album della one man band americana Mare Cognitum. Semplicemente perché le sole parole non bastano per descrivere questo album: esse limitano la bellezza contenuta in questo disco e non rendono giustizia alle infinite sensazioni che si provano durante l'ascolto. Qui bisogna solo ascoltare con il cuore. In maniera molto limitata, quindi, cerchiamo di entrare di più nel merito.
Il progetto Mare Cognitum (il cui nome latino deriva da un mare lunare che significa "mare conosciuto") nasce nel 2011 ad opera del musicista Jacob Buczarski. Tramite un Black Metal atmosferico e super evocativo, il progetto tratta temi quali oscurità, misticismo cosmico e, per l'appunto, lo spazio. Dopo un già colossale quarto album nel 2016, "Luminiferous Aether", Jacob Buczarski ci ha fatto letteralmente rivivere l'orrore lovecraftiano dello spazio più profondo grazie a delle sonorità oniriche, evanescenti ed ipnotiche. Il tutto, infine, portato all'ennesima potenza nel qui presente "Solar Paroxysm", ad oggi il capolavoro dei capolavori della band e uno degli album rivelazione degli ultimi 10 anni almeno. Sulla falsariga del Black Metal dei francesi The Great Old Ones o dell'Atmospheric Black degli islandesi Auðn, i Mare Cognitum fanno dell'ipnosi e del sentimento bruciante i loro punti focali. Cinque lunghissime tracce per un totale di quasi un'ora di viaggio astrale attraverso i meandri più profondi e lontani dell'universo. Il tutto alternando costantemente sentimenti di ira e terrore puro a momenti più calmi, caratterizzati da sonorità melodiche e sognanti. Attraverso questo costante ossimoro grazie al quale l'album gioca con la mente dell'ascoltatore, i Mare Cognitum portano all'estremo il concetto di musica viva. Già, perché quello che andrete ad ascoltare non è la semplice somma di strumenti e di tecnica eccelsa - e fidatevi, tecnicamente siamo su livelli mastodontici -, ma è qualcosa di più. Stiamo parlando della messa in musica dei meandri più bui dell'animo umano. Quei cassetti sigillati nel subconscio che racchiudono gli istinti più veri e primordiali ormai dimenticati da tempo. Esattamente come Lovecraft aveva immaginato un universo governato da entità ancestrali impensabili ed inconcepibili per la ristretta razionalità umana, allo stesso modo il Black Metal dei Mare Cognitum sfugge a qualunque tipo di etichetta. Cercare di spiegarlo - e qui mi ricollego all'introduzione di questa recensione - significherebbe solo tentare di limitare qualcosa di inafferrabile ed evanescente. "Solar Paroxysm" è un album che si apprezza solo quando ogni orpello materiale intorno a noi viene meno, al buio, nel silenzio di una foresta dove possiamo restare soli con i nostri incubi più reconditi. Solo allora la magnificenza del disco emerge in tutto il suo splendore - o orrore, fate voi - trasportandoci su dimensioni fuori da ogni spazio e da ogni tempo. Questo è l'enorme potere evocativo della musica di Jacob Buczarski, che qui tocca il suo apice massimo. Dopo si ciò esiste solo l'annichilimento.
Un album che sicuramente finirà tra le migliori uscite di quest'anno come una delle più grandi rivelazioni del 2021. Grazie.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Ci eravamo lasciati a fine 2020 con "Dawn of Corruption", il primo EP degli olandesi Distant dopo il debut album capolavoro del 2019 "Tyrannothopia". E ci ritroviamo a marzo 2021 con il qui presente "Dusk of Anguish", secondo EP che, sulla falsariga del precedente, continua il concept inaugurato dal primo album, portando ancora più in profondità le sonorità marcissime e devastanti della band. Un lavoro di sei tracce malate e pesanti che, come del resto si poteva già intuire nel 2019, confermano i Distant come la miglior band deathcore/downtempo europea, e ormai un nome di primaria importanza nel panorama del metal estremo.
Nonostante il cambio di line-up che vede Jan Mato alla batteria (ex-Shrill Whispers) e Eise Smit alla chitarra (ex-Rising Conflict), il sound della band non è stato minimamente intaccato; semmai migliorato. Già perché se da un lato il debutto del 2019 era già qualcosa di totalmente diverso ed esponenzialmente più malato di tante altre proposte, è altresì vero che con i due EP i Distant hanno evoluto maggiormente la loro proposta. Il risultato è un comparto tecnico e compositivo nettamente più ampio e orrorifico. Una componente, quest'ultima, che è il vero marchio di fabbrica dei nostri. Ad uno slam deathcore pesantissimo come un'incudine subentrano le sonorità elettroniche e dissonanti in sottofondo che letteralmente spaventano l'ascoltatore gettandolo in un abisso di terrore lovecraftiano. Il tutto restando sempre a dei livelli che non superano mai la linea sottile tra un lavoro pieno di innesti e molto curato a livello di produzione e un sound eccessivamente lavorato e pomposo. I Distant riescono sempre rimanere al limite, non sfociando mai nell'autoreferenzialità e nella noia. Un segno che ci fa capire come il gruppo abbia trovato la propria strada all'interno di una proposta musicale piena di tanti lavori, dai più mediocri ai più meritevoli. Un brano dei Distant riusciresti a riconoscerlo tra mille e si può essere certi che non deluderà affatto le aspettative. Certo, stiamo comunque parlando di un genere piuttosto di nicchia e ricercato se vogliamo. Ma vi posso garantire che una bomba atomica del genere difficilmente la si trova da altre parti.
I miei personali compimenti alla band e non vedo l'ora di ascoltare un secondo album completo.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Avevamo già parlato nel 2019 degli inglesi Bound In Fear, quando la Slam Deathcore band debuttò su Unique Leader Records con il suo primo album. Un lavoro piuttosto interessante che mostrava un quintetto super agguerrito ed in linea con la proposta moderna che ultimamente sta prendendo sempre più piede. Dopo un paio di anni ci ritroviamo tra le mani il qui presente "Eternal", EP di cinque tracce sempre licenziato da ULR e che presumo sia da apripista per un futuro secondo album.
Ma, al di là delle congetture, cosa c'è da aspettarsi dalla nuova creaturina partorita dai Bound In Fear? Beh ad essere sincero un po' sono rimasto deluso, o comunque dopo l'ascolto mi son detto "ma c'era davvero bisogno di questo EP?". Già, perché se come sempre ci troviamo di fronte ad una produzione di eccellente qualità - ULR è sempre ULR -, dall'altra il disco non apporta chissà quali novità nel sound dei nostri. Da qui il titolo della recensione, con il quale ho voluto sottolineare proprio come la band si sia adagiata sugli allori seguendo troppo quanto fatto di buono nell'album di debutto. Il risultato sono cinque tracce godibili e mastodontiche ma che, a conti fatti, sembrano dei pezzi estratti dall'album di debutto. Quindi sulla carta nulla di nuovo: riffoni pesantissimi e cadenzati, che spesso sfociano nel downtempo degli olandesi Distant, ma nulla di più. Inoltre, rispetto al primo album, qui ho sentito un po' meno grinta, come se le tracce non riuscissero ad esprimere tutto il potenziale del quintetto inglese. Le sezioni slam/downtempo non mi hanno gasato come nel precedente lavoro, ma anzi, tendono ad essere quasi stantie e monotone.
Un EP che, personalmente, credo si potesse evitare. Confido quindi in un secondo full-length più in linea con il potenziale di questa band.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
270 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 27 »
Powered by JReviews

releases

Poco sotto la sufficienza il primo full-length degli Exterminated
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Una sufficienza piena per il debut album dei Throne
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Lontani da qualsiasi catalogazione: nuovo EP per i Phlebotomized
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Infinite & Divine: melodic metal di stampo moderno per un debutto niente male
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
The Treatment: energia e vigore non mancano nel quinto disco della band inglese.
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Katana Cartel: l'importanza di uno splendido artwork
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Daniele Liverani: scorribande di chitarra, e musica classica.
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Sirius Curse, un EP niente male per debuttare all'interno della scena classica
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Il ritorno degli Unflesh con un disco seriamente interessante
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Demo "fresca" per i giovani Tezura
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla