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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Mag, 2022
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Stavolta Unique Leader Records ci ha preso bene; anzi, benissimo. Non stupisce, dunque, se questo debutto degli statunitensi The Dark Alamorté sia, senza troppi giri di parole, un capolavoro. E non stupisce altrettanto se il colosso abbia deciso di ripubblicare sotto la sua ala questo "Lunacrium Thepsis", disco che vide la luce come autoproduzione nel 2021 e che ora può godere di una seconda vita. Insomma, la label ci ha visto lungo e ha deciso di dare un boost all'act californiano riproponendone il debutto con le dovute migliorie. Il risultato, dicevamo, è pressoché perfetto, soprattutto se siete amanti della nuovissima frangia del Deathcore, quello che fonde al suo interno elementi Blackened Death e, in questo caso, atmosferici. Per intenderci: prendete band mastodontiche come i tedeschi Mental Cruelty - ad oggi i maestri indiscussi del Blackened Deathcore -, gli Inglesi Osiah o proprio gli statunitensi Lorna Shore. Ecco, se avete presente questa tipologia di Deathcore capirete immediatamente dove i The Dark Alamorté vadano a parare. Tuttavia per il trio non si tratta solamente di riprendere questi stilemi e di farli suoi; o almeno, non del tutto. Ciò che immediatamente stupisce del progetto è la fortissima presenza atmosferica da un lato ed un sound equilibrato dall'altro, nel quale Deathcore e Death Metal si fondono andando a creare quasi un ibrido. Non stupisce se durante l'ascolto si ravvisi una vicinanza con le tre band sopracitate e poi dei guizzi che sanno più di Septicflesh, Fleshgod Apocalypse ed Ex Deo. Da qui si capisce come le sezioni atmosferiche e a volte sinfoniche giochino un ruolo estremamente strategico per la riuscita della formula proposta: ogni traccia ha il suo sfondo etero dal quale si staglia feroce e possente, ma estremamente elegante. E stiamo parlando di ben 15 tracce per quasi un'ora e venti di durata che fila liscissima senza nemmeno rendersene conto: se è vero che la maturità, l'attitudine e la bravura siano fondamentali, è altresì imprescindibile una certa vena alla sperimentazione o all'effetto sorpresa se si vuol davvero fare un figurone. Ecco, "Lunacrium Thepsis" gioca proprio su un delicato equilibrio tra lo stupire e il mantenere comunque un solidissimo punto di riferimento - "Antediluvian Revelation" è una traccia che rispecchia l'essenza della band -.
Insomma, senza stare troppo a tessere le lodi, siamo di fronte ad una realtà ben lungi dall'essere semplicemente una tra le tante. Se cercate del Deathcore moderno e di qualità eccellente, sappiate che i The Dark Alamorté ne sono diventati un più che fulgido esempio. Band assolutamente da tenere sott'occhio: potrebbero essere la nuova svolta del genere. Complimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Mag, 2022
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Finalmente un disco Brutal Death che non sembra uguale ad altri diecimila presenti sul mercato! Era ora! Di chi stiamo parlando? Degli statunitensi Texas Murder Crew e del loro primo full-length "Wrapped in Their Blood", licenziato da Comatose Music e venuto alla luce dopo una demo ed un EP. Per la giovanissima realtà di Dallas, dunque, si tratta dell'esordio vero e proprio, il biglietto da visita di un act che, parlando strettamente del genere, deve fare i conti con tantissima altra gente. Anzi, oseremmo dire che il panorama Slam/Brutal Death è da qualche anno più che saturo dopo un periodo di totale sordina. Viene da sé che per questi ragazzi si tratta di una prova doppiamente difficile: da un lato riuscire a convincere l'ascoltatore, dall'altro ritagliarsi uno spazietto per dare sfogo alla propria personalità all'interno di un genere che, lo ripetiamo, per saturazione e in generale poca propensione all'originalità, non è facile. Comunque sia, i Nostri - si capisce già dall'introduzione - sono riusciti perfettamente nel loro intento offrendoci un disco tutt'altro che scontato e con dei passaggi notevoli. Un fattore che ha giocato sicuramente in loro favore è la quasi totale assenza della componente Slam, che potremmo ritrovare giusto in alcuni passaggi simil-Devourment ed Abominable Putridity. Ciò che, al contrario, domina è la forte vena Cannibal Corpse - quelli di metà carriera - ed Ingested, di fatto il vero cuore pulsante del progetto Texas Murder Crew. Da citare, poi, la presenza di ben due vocalist che sicuramente offre a tutta l'opera quel guizzo in più.
In realtà questo "Wrapped in Their Blood" non offre chissà quali novità in fatto di passaggi, riff o attitudine. Tradotto: siamo all'interno di stilemi ampiamente conosciuti e ben radicati. Tuttavia è il modo con cui i Nostri si sono approcciati al Brutal Death. Mi spiego. Quella imbastita dall'act texano è un'incredibile prova di maturità che si traduce in brani estremamente funzionanti, affatto noiosi e comunque ricchi di verve; componente, quest'ultima, che non sempre si ritrova in un disco siffatto. Non bastano chitarre a otto corde super ribassate e con il gain sparato a rendere imponente il muro sonoro. Servono anche soluzioni in grado di nobilitare la pesantezza del genere; cosa che qui avviene con un'intelligente alternanza delle parti veloci e blastate e quelle più Slam o comunque tipiche del Death vecchia scuola con i classici breakdown intermezzati dai trilli della chitarra. Insomma, giocando con delle coordinate note, il gruppo è comunque riuscito a non sfociare nel classico copia/incolla. Gran bel lavoro ragazzi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    16 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 16 Mag, 2022
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La scuola Black greca è generalmente riconosciuta di primaria importanza, soprattutto se si citano gente come Rotting Christ o Varathron, tanto per dare due "sconosciutissimi" nomi. Che si tratti del songwriting mediterraneo, del sound vicino alla musica ellenica, così come i temi trattati, è certo che da queste parti il Black Metal ha un'identità tutta sua che spesso si discosta parecchio dalle fredde lande scandinave. Comunque sia, i Synteleia, band per l'appunto greca, non è da meno e rientra perfettamente nel filone stilistico riconducibile alle due band sopracitate. Giunto al loro secondo album, questo "The Secret Last Syllable", il quintetto va perfezionando la proposta dando a tutta l'opera una firma ancora più incisiva e decisa; viene da sé, dunque, che per questi ragazzi il disco sia una sorta di svolta musicale o, per meglio dire, un consolidamento del proprio modus operandi. Fortemente ispirato all'Orrore Cosmico di H.P. Lovecraft, il disco ci propone 40 minuti di Black Metal che ricalca il sapore ellenico del genere. Abbiamo molto apprezzato il fatto che, rispetto ai mostri sacri Rotting Christ che ultimamente hanno battuto non poco la fiacca, la proposta dei Synteleia sia piuttosto energica. Tuttavia bisogna far notare come l'approccio generale dei Nostri sia ancora acerbo e scolastico sotto alcuni punti, in primis dei passaggi piuttosto scontati. In secondo luogo questa tendenza di strafare con le sinfonie e la ritualità spezza non poco quanto di buono c'è nei pezzi: la sensazione, vuoi per una produzione buona ma abbastanza basilare, vuoi per i motivi appena elencati, è quella di un album ovattato in cui il sottofondo sinfonico e "clericale" funge da ammortizzatore a tutta la proposta. Della serie: molte idee - buone peraltro - ma ben confuse. Alcuni ottimi spunti ci sono, come nell'opener o in "Escaping Atheron", ma si tratta perlopiù di guizzi di genio all'interno di un languido mare che cerca più volte di smuoversi ma con scarsi risultati. Dicevamo che per i Synteleia si tratta comunque di una prova più "sveglia" e grintosa rispetto ad altre proposte, ma c'è sempre quel continuo ricadere negli stereotipi della musica ellenica che davvero non vanno troppo giù. Chiaramente è pur sempre una questione di gusti ed attitudine, ma non possiamo fingere che il disco si attesti su un livello ancora troppo standard.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    16 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 16 Mag, 2022
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Avevamo lasciato il trio svizzero Aara al 2021, anno in cui i Nostri pubblicarono il loro terzo disco "Triade I: Eos", il primo album di una trilogia incentrata sul romanzo gotico “Melmoth The Wanderer” (“Melmoth l’Errante”), opera del 1820 dello scrittore Charles Robert Maturin. Di quel lavoro ci colpì tantissimo il connubio perfetto tra sinfonie, atmosfere, melodie e riff strazianti che pescavano dalla scuola Emperor fino a quella Behexen toccando anche i bellissimi lidi dei Mare Cognitum. Insomma, un Black Metal atmosferico ricchissimo di dettagli ma mai pomposo o fine a sé stesso. Eccoci quindi a fare i conti con il qui presente "Triade II: Hemera", la seconda parte della trilogia di cui sopra che, stilisticamente e tematicamente, andremo a trattare facendo costantemente i conti con il predecessore - sarebbe impossibile parlare del disco in maniera distaccata e slegata dal concept -. Comunque sia, la musica che il trio svizzero ci propone va a riprendere quasi del tutto gli stilemi proposti in "Triade I", seppur questa volta dando maggior risalto alla componente atmosferica e melodica, con perfino degli innesti in clean vocals che ricordano a tutti gli effetti gli Alcest - vedasi "Sonne der Nacht" -. Anche il songwriting sembra volerci portare su una dimensione più eterea e sognante, per quanto è bene precisare come il gruppo tenda comunque a dare quella vena Raw che di fatto lega gli Aara ad un ben noto modo di intendere il genere. Tuttavia sarebbe ingiusto dire che "Triade II" sia un semplice prosieguo del predecessore. Chiaro, è pur sempre un concept in forma di trilogia, perciò ci sono ben più di semplici punti di contatto tra i primi due capitoli. Ma è altrettanto vero che il mood che si respira qui è piuttosto differente, come se, passando dall'uno all'altro, si cambiasse piano esistenziale: più relegato al mondo umano e concreto il primo, più sognante, leggero e "spensierato" il secondo, quasi a volerci accompagnare in un viaggio che vedrà la sua conclusione nel prossimo disco - che è già in lavorazione tra l'altro -. Per dovere di onestà intellettuale non possiamo spingerci troppo in là con il giudizio in quanto non abbiamo ancora una visione completa del tutto. Ciò che ci limitiamo a fare in questa sede, dunque, è sottolineare le analogie e le differenze con "Triade I" e, soprattutto, a lodare gli Aara per lo splendido lavoro fatto. Il rischio era infatti quello di un copia/incolla, soprattutto se si è reduci da un primo capitolo semplicemente perfetto. E invece con nostro stupore gli svizzeri continuano a plasmare la loro opera aggiungendo dettagli che, oltre a darci una visione d'insieme maggiore, arricchiscono e migliorano ulteriormente il lavoro. Quindi, un grandissimo applauso e non vediamo l'ora di poter finalmente chiudere il cerchio con il capitolo finale.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    09 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 09 Mag, 2022
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Opprimente, claustrofobico, cupo, freddo e minimalista. Il Black Metal del progetto francese Meyhnach, one man band creata dall'omonimo artista e storico fondatore dei Mütiilation, è esattamente quello che è: la crudezza fatta musica, suonata e pensata per fare del male e non lasciare spazio ad un singolo spiraglio di luce. Una vera e propria mano scheletrica che colpisce con una mannaia l'anima dell'ascoltatore incatenandolo poi in un turbinio di follia nichilista. Ecco, tutti questi ingredienti resero il progetto in questione molto appetibile ed interessante al debutto del 2017, e sono esattamente gli stessi che ritroviamo in questo nuovo "Miseria de Profundis", seconda opera dell'artista d'Oltralpe targato Osmose Productions. Sarebbe lapalissiano ammetterlo ma lo faremo comunque: non c'è molto da dire su questo disco, poiché tutto ciò che vi troverete all'interno è ridotto al minimo; volutamente ridotto al minimo. Ma, al fine di evitare un fraintendimento, è bene specificare come questo tono minimalista sia, paradossalmente, il punto di forza di Meyhnach. Il Black Metal che scaturisce in queste sette angoscianti tracce è scabroso e zanzaroso, reso ancora più freddo da una produzione estremamente centellinata ma altrettanto cruda, quasi si stesse ascoltando uno dei primi dischi dei Behexen. Metal primordiale nella sua forma più grezza e feroce, reso ancora più malato dalla lunga durata delle tracce che si snodano all'interno di un riffing compatto e tirato fino allo stremo con il solo intento di ipnotizzare ed uccidere l'ascoltatore. Avete presente "Filosofem" di Burzum? Ecco, siamo di fronte ad un'opera che fa della ripetizione ossessiva il suo punto forte, con qualche stacco in mezzo tanto per dare un brevissimo senso di respiro. Molto gradite perché maggiormente centellinate anche le sezioni di synth che ci regalano una parvenza di melodia in sottofondo ed un ulteriore senso di smarrimento e follia allo stesso tempo. Infine la voce dell'artista che fa estremo uso del riverbero, quasi a voler simulare l'urlo di un disperato incatenato in chissà quale buio meandro. Effetto che si sposa a meraviglia con l'aura velenosa e mortifera di tutto il disco. Diciamo quindi che siamo di fronte ad un capitolo estremamente interessante ma che, contemporaneamente, troverà estimatori quasi esclusivamente tra coloro che amano questo modo di intendere il Black. Di contro si potrebbe ravvisare un approccio troppo basic o scolastico con conseguente calo dell'attenzione. Un disco, quindi, che risulta difficile in questo senso ma che certamente lascia trapelare una certa maestria.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    02 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Mag, 2022
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Se siete amanti della vecchissima scuola Metal, quella che discende direttamente da gente quali Slayer, Sodom, Venom e tutta la prima ondata estrema americana, allora in questo brevissimo EP "Temptation Steel Scourge" degli statunitensi Tempter's Sacrament farà assolutamente al caso vostro. C'è pochissimo, ma veramente pochissimo da dire su questo duo, dato che le info a disposizione sono praticamente inesistenti. Sappiamo solo che il progetto nasce nel 2020 ad opera del batterista Infernal Deceiver - che tolta la scarsa originalità del nome d'arte ha un curriculum di tutto rispetto - e del cantante/chitarrista Hades Tempter. Il primo a quanto pare è un soggetto più che navigato nel sottobosco Black, Thrash e Death americano; sembrerebbe dunque che questa band sia l'ennesimo side-project. Comunque sia, l'EP in questione è la primissima opera targata Tempter's Sacrament a vedere la luce, quindi trattasi del biglietto da visita del duo. Come dicevamo, la proposta è quanto di più vecchio, feroce e caustico ci si possa aspettare: Black/Death super oltranzista, sparato a mille dall'inizio alla fine e strabordante di tutta l'ignoranza di cui si dispone. Praticamente un mix tra Nifelheim, Sodom, Slayer, primissimi Morbid Angel -c'è anche una loro cover - e qualche punta Venom/NWOBHM. Il tutto condito da una produzione volutamente scarna, ridotta all'osso e totalmente puntata verso le sonorità acide e "ferrose", tanto per dare a tutta l'opera l'inconfondibile tratto anni '80. Infine, la voce: classicissimo scream cadaverico e corrosivo come carta vetrata da far sanguinare le corde vocali. Il resto potete immaginarlo da voi: una mattanza di riff velocissimi ed assestati come colpi di mannaia. Eppure, se pensate che questo "Temptation Steel Scourge" sia solamente un mero tributo ai vecchi tempi, o un semplice copia/incolla di quegli stilemi, vi sbagliate. Siamo certamente in un territorio che definire "conosciuto" sarebbe riduttivo. Tuttavia i Tempter's Sacrament riescono a dare delle randellate non indifferenti e con un'insolita pulizia d'esecuzione. Per intenderci: non si tratta del progettino fatto da quattro scappati di casa che strimpellano tanto per divertirsi. Si nota comunque una certa esperienza e classe in questo brevissimo EP, nonostante, lo ripetiamo, il genere non offra praticamente più nessun guizzo di originalità. Quindi, in definitiva, il biglietto da visita dei Nostri risulta estremamente interessante, tanto da averci lasciato non poca curiosità circa il futuro del progetto.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    02 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Mag, 2022
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Il trio portoghese Downfall Of Mankind è una realtà giovanissima, nata nel 2019 da membri provenienti dalla scena underground Black e Death del posto. Se da una parte, dunque, il moniker è ai primissimi vagiti, non si può dire lo stesso dei componenti dall'altra, essendo comunque gente che ha un suo background. Logico quindi che questo "Vile Birth", primo full-length della band, sia un disco piuttosto maturo per un gruppo nato solamente tre anni fa. Licenziato da Lacerated Enemy Records - incredibile, un disco Deathcore non prodotto da Unique Leader Records - l'album in questione vuole immediatamente far capire le coordinate stilistiche entro cui inquadrarlo: Deathcore moderno direttamente dalla miglior scuola Mental Cruelty, Lorna Shore e Signs Of The Swarm. Tradotto ulteriormente: bombe atomiche slam intermezzate da bellissime sezioni sinfoniche e melodiche che toccano, di tanto in tanto, anche qualche punta Blackened Death. Tutti elementi che ritroviamo nelle succitate band - le prime due soprattutto - e che senza timore si dispiegano all'interno di nove tracce. Sulla carta abbiamo quindi un biglietto da visita di tutto rispetto, ed effettivamente i Downfall Of Mankind sono riusciti a tirare fuori dal cilindro un prodotto accattivante e per certi aspetti personale. Tuttavia ci sono un paio di elementi che non permettono ai Nostri di emergere al 100%, e sono uno la causa dell'altro: passaggi non sempre all'altezza e fin troppo scolastici ed un conseguente calo dell'attenzione dovuto anche a strutture spesso simili. Da notare, infine, come i pezzi che funzionano di più sono proprio quelli con gli ospiti - stiamo parlando di gente come Julien Truchan dei Benighted -, a testimonianza di come il trio portoghese non sia certamente alle prime armi ma lasci comunque trapelare una certa inesperienza laddove non c'è il supporto degli altri artisti. Possiamo quindi dire che i Downfall Of Mankind si siano voluti buttare nel panorama Deathcore scommettendo maggiormente sui nomi presenti che effettivamente sulla sostanza; o almeno, questo è ciò che si percepisce nei riff proposti. Un disco che riesce a stuzzicare sicuramente l'attenzione ma che necessita di un po' più di ambizione in alcune tracce. Seguiremo lo sviluppo della band con attenzione.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Aprile, 2022
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Quando si parla della bestia nera finlandese Archgoat non c'è mai troppo da dire: del resto, cosa si potrebbe obiettare ad un trio che fa del satanismo, della blasfemia e dell'Anticristo i suoi topic principali sin dal 1989? Esatto, nulla. Dopo un album colossale come "Worship the Eternal Darkness" dell'anno scorso, per Lord Angelslayer e soci è il momento di un piccolo EP di quattro tracce: "All Christianity Ends", che già dal nome - ma tu guarda che novità - fa capire dove vada a parare. Ora, gli Archgoat hanno sempre pubblicato qualche disco, per così dire, minore dopo un full-length, quindi anche in questo caso non siamo certamente di fronte alla novità. E ci mancherebbe, a dirla tutta. Se c'è una cosa che amiamo da sempre del trio finnico è proprio questa blasfema intransigenza nel proporre il miglior Death/Black sul mercato, fatto di sound neri, appiccicosi e sulfurei e atmosfere torbide e maleodoranti, pregne di tutta la ferocia infernale che c'è su questo mondo. A coronare il tutto la voce immortale del vocalist e bassista Lord Angelslayer: un grugnito satanico che sembra provenire da chissà quale demone. Stop, non troverete altro ogni qualvolta premerete "Play". Ed ovviamente l'EP in questione non è da meno, seppur c'è da dire come gli Archgoat non risultino mai noiosi o "già sentiti", il che dimostra un'esperienza ed una classe che, al di là dell'immaginario artistico che si sono creati attorno, non lascia spazio a dubbi: in questo genere loro sono i migliori in assoluto. Ah, tanto per cambiare, anche qui troverete simpatici versi animaleschi di orge, rituali e bambini in lacrime pronti ad essere sacrificati al caprone con il pizzetto. Classici, di impatto e mostruosi come sempre: cos'altro chiedere alla band più blasfema del pianeta?

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    19 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 19 Aprile, 2022
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Spesso accade che nel tentativo di voler dare personalità al proprio lavoro si rischia di ottenere l'effetto contrario con la proverbiale "troppa carne sul fuoco": ecco, questo è il caso della one-man-band francese Creature ad opera del polistrumentista Raphaël Fournier; ma andiamo con ordine. Non ci è dato sapere l'anno di nascita del progetto, ma si tratta certamente di una realtà relativamente nuova sul panorama considerando che il disco di debutto è riconducibile al 2018. Da qui in poi i Creature non si sono mai fermati, sfornando un disco all'anno, fino al qui presente "Eloge de l'ombre", quarto capitolo targato I, Voidhanger Records. Dicevamo all'inizio che spesso si rischia di mettere troppa roba nel piatto con l'intento di dare personalità e ricercatezza alle proprie creazioni, e sfociando quindi in un prodotto estremamente pedante ed indigesto. Ecco, questa sensazione la si avvertiva nel precedente album dei Creature, di fatto un macigno difficilissimo da mandare giù e che sciorinava un Black Metal avanguardistico... fin troppo avanguardistico. Tuttavia da quell'esperienza non proprio fortunata, il buon Fournier ha capito esattamente cosa doveva andare a snellire e rivedere: il risultato è appunto questo "Eloge de l'ombre", definibile come il disco della rivalsa del progetto d'Oltralpe. Decisamente più snello nella proposta ma non per questo meno ricercato o scontato, l'album ci presenta un artista in grado di proporre un Black Metal strano, ma godibilissimo, frutto di un'evidente maestria e bravura nel saper trattare questo tipo di sonorità. Se prima, quindi, i Creature potevano non convincere per l'eccessiva pomposità e nauseante ricercatezza, adesso siamo certamente sugli stessi binari, ma il songwriting è decisamente più snello e curato, più attento al contenuto che alla forma. In una parola: meno autoreferenziale. E fidatevi, trovare un album Avant-garde/Progressive che non sia l'equivalente di "hey, guardatemi, quanto sono bravo; se non vi piaccio è perché non capite nulla" è difficile - vedasi l'ultimo aberrante lavoro degli Imperial Triumphant del 2020 -. Comunque sia, minuto dopo minuto, e soprattutto ascolto dopo ascolto, questo "Eloge de l'ombre" stupisce per la quasi totale mancanza di punti di riferimento: si gioca in territori Black, Jazz, Death, Prog e Blues senza che l'ascoltatore riesca effettivamente a capire cosa stia succedendo. Ma in questo caos l'opera mantiene comunque il filo conduttore, ramificandosi di continuo ma restando salda con i piedi per terra -salvo qualche momento forse ancora un po' troppo prolisso -. Chiaramente, e lo ripetiamo, si tratta di un tipo di musica molto difficile da inquadrare perché di difficile approccio e ricchissima di contenuti: se da una parte l'artista ha fatto un ottimo lavoro per rendere la sua opera accessibile, è altrettanto vero che i gusti sono gusti. Per intenderci: o vi piace o non vi piace, anche se l'invito è sempre quello di ascoltarlo più e più volte per poterne cogliere le infinite sfaccettature. Da parte nostra l'album è promosso a pieni voti, soprattutto perché ci ha permesso di apprezzare tutte le vere qualità di un artista poliedrico ed in gamba.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    19 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 19 Aprile, 2022
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Del progetto Incandescence si era già parlato nel 2019, quando il duo canadese pubblicò il suo terzo album. Già allora si ritenne la band degna di nota e certamente tra le proposte Black Metal più interessanti e da non perdere. La cosa non stupisce affatto se si pensa che una delle due menti dietro il moniker è Mr. Philippe Boucher, polistrumentista di innegabile bravura già militante nei più che conosciuti Beyond Creation. Logico quindi che dal progetto Incandescence ci si aspetti roba di qualità; e tanto è stato in questi undici anni di attività in cui i Nostri hanno sfornato una perla dopo l'altra fino a giungere al qui presente "Le coeur de l'homme". Senza ombra di dubbio il disco Black Metal dell'anno licenziato dall'ottima Profound Lore Records, una delle pochissime etichette che può fregiarsi del titolo di "garanzia"; non c'è un singolo disco targato PFL che non sia degno di nota. Comunque sia, gli Incandescence hanno portato alla luce un album semplicemente perfetto, stupendo dall'inizio alla fine e bruciante di passione; a tratti lo stile potrebbe ricordare quello della one-man-band statunitense Mare Cognitum, soprattutto per l'approccio moderno che non disdegna continui richiami anche ad altri generi. In generale si tratta di un Black Metal che si discosta sia dalla vecchia scuola norvegese, sia da quella che fa fede alla Polonia e all'Islanda. Sembrerebbe, dunque, che anche il continente americano stia sviluppando un modus operandi proprio, ed infatti non stupisce come Canada e USA sfornino band dallo stile piuttosto riconoscibile. Il duo Incandescence non è da meno, e rientra perfettamente in questo filone compositivo: Black Metal ancestrale che tocca costantemente i lidi atmosferici tinteggiando qua e là la proposta con sfuriate Death, ma sempre e comunque poggiando su una base molto melodica e sentita. Di base è la caratteristica più importante della band, ossia quella di giocare sull'ossimoro tra la ferocia del Black primordiale e quello più ragionato, sentimentale ed ipnotico che potrebbe ricondurre ai polacchi Mgła. L'unione delle due componenti, infine, ha dato alla luce il capolavoro, perché è questo l'unico aggettivo che davvero può rendere giustizia ad un disco del genere. Traccia dopo traccia il duo Philippe Boucher e Louis-Paul Gauvreau ci trasporta all'interno di un viaggio etereo in cui i piani esistenziali si scompongono fino a lasciare il mero nulla. Eppure, dicevamo, non si tratta solamente di riportare alla luce gli istinti primordiali dell'uomo; o meglio, non è solo questo. In 40 minuti di durata "Le coeur de l'homme" lascia emergere lentamente un'eleganza e una carica emotiva che raramente si intravedono in un album; almeno non con questa intensità. Saranno i riff arzigogolati ma ipnotici, o le atmosfere tetre ma commoventi, o semplicemente la maestria di chi in questo genere sa muoversi con così tanta classe... sta di fatto che tutto qui è elevato alla potenza, tanto che le stesse parole di una recensione non rendono minimamente giustizia all'intera opera. I miei personali complimenti alla band per un capolavoro simile, che entrerà sicuramente nella lista dei candidati delle migliori uscite del 2022.

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