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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Luglio, 2021
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Che il trio casertano Fulci fosse tra le realtà Brutal Death italiane più interessanti era cosa certa. Ma che la band potesse spingersi a tal punto da tirare fuori un disco così malato e stratificato come il qui presente "Exhumed Information" è stata una grande rivelazione, soprattutto dopo l'ottimo lavoro svolto con il precedente "Tropical Sun" del 2019. Insomma, per i Nostri è stata una grande sfida, ossia quella di cercare di superarsi. Compito che è stato ampiamente superato con quello che è il miglior disco mai partorito dall'act casertano. E come sempre totalmente votato - come del resto c'era da aspettarsi - al maestro dell'horror Lucio Fulci. A cominciare dall'intro che riprende le battute del celebre film del 1991 "Voci dal profondo", per poi concludersi con una sorta di b-side totalmente strumentale composto da quattro tracce elettro-horror che sbucano direttamente dai migliori film del genere degli anni Settanta/Ottanta. Insomma, per farla breve, quello imbastito dai Fulci è un disco ambizioso, feroce e sperimentale che porta su nuovi livelli il concetto - scusate il gioco di parole - di concept album. Già, perché sembra davvero di ascoltare la trasposizione in musica del maestro dell'horror in quello che possiamo definire uno dei progetti più malati degli ultimi anni. Musicalmente parlando, poi, la proposta dei Nostri è la summa di quanto fatto di buono fino ad ora, con una spiccata vena slam che rende il tutto di una pesantezza e violenza nettamente superiori rispetto al secondo disco. A coronare questa mattanza subentrano anche le sonorità a cui si faceva riferimento poc'anzi: i brani spaziano dall'essere spettrali ed evanescenti a delle vere e proprie bombe atomiche dritte sulla faccia che sprizzano Cannibal Corpse e Mortician da tutti i pori. Per non parlare della micidiale prova canora di Fiore, forse tra i growl più bassi e possenti che abbia mai ascoltato in anni di Death Metal. Durante tutta la durata del disco la voce sembra quasi sciogliersi per poi riemergere da questa nera e densa pozza di violenza. Una particolarità, questa, che rende "Exhumed Information" un album complesso e stratificato nel quale è la musica stessa la vera protagonista, come se realmente il maestro Fulci fosse l'anima che sta dietro al progetto. Tecnicamente parlando, infine, siamo di fronte ad un'encomiabile prova di valore da parte dei Nostri, che non esagerano mai laddove invece potrebbero permetterselo, mantenendosi sempre e comunque su di un livello alto ma mai fine a se stesso. Unica nota negativa, ma è più un capriccio che altro: avremmo preferito un paio di tracce in più, magari sacrificandone qualcuna strumentale dato che a fine corsa si avverte un pochino quel senso di vuoto. Insomma, ne volevamo di più!
Comunque sia, questo "Exhumed Information" è certamente un disco da avere a tutti i costi, sia perché è un album Death Metal con i fiocchi, sia perché, concettualmente parlando, è forse uno dei concept album più vivi e sentiti a 360 gradi. Lucio Fulci è letteralmente tornato in vita con il trio casertano. Complimentissimi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Luglio, 2021
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Un frullatore con all'interno dei sassi farebbe sicuramente meno rumore del qui presente "Primordial Dawn", primissimo EP del trio canadese Malgöth, ad oggi forse la band con il logo più illeggibile della storia. C'è poco da dire riguardo la proposta dei nostri, licenziata dalla sempre prolifica Iron Bonehead Productions: un casino inimmaginabile che fa sanguinare le orecchie da inizio a fine per un totale di 17 minuti di pura agonia nei quali preferiresti farla finita buttandoti da un palazzo. E no, non sto esagerando; perché va bene proporre un Black/Death talmente feroce da voler annichilire tutto, ma da qui al caos più totale il passo è breve, ed il trio ha ampiamente superato la linea di confine. Un vero peccato dato che ci troviamo di fronte a quattro tracce furiose e tirate dall'inizio alla fine, con una leggera vena ambient che rende il tutto malato e dissonante. Per non parlare della doppia voce che emerge da questo nero abisso. Il problema, tuttavia, come si ravvisava ad inizio recensione, è la pessima - per non dire schifosa - produzione che rende il tutto un impasto caotico e rumoroso che fa veramente male alle orecchie. Ma male male male; non scherzo. Il risultato è pietoso sotto ogni punto di vista, ed è praticamente impossibile distinguere gli strumenti da questo gorgo infernale che poco si differenzia dal frullatore pieno di sassi con cui abbiamo esordito. Disco bocciatissimo.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Luglio, 2021
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Quella che stanno vivendo i Mayhem è una seconda grande rinascita, segnata da quel gran discone del 2019 che è stato "Daemon". Un album che per la band norvegese ha rappresentato una ritrovata verve ed attitudine che negli ultimi anni sono andate sempre di più scemando. Complice soprattutto il fatto di voler proporre una brutta copia di loro stessi sulla falsariga del capolavoro del 1994. Ma fortunatamente Necrobuthcer e soci lo hanno capito ed hanno invertito la rotta, reinventando un genere che di fatto è stata una loro creazione negli anni d'oro. Il risultato di questo processo è stato "Daemon", per l'appunto, ed il qui presente EP dal titolo "“Atavistic Black Disorder / Kommando” che, sul modello del full-length precedente, si fregia di quella furia che ha fatto tornare in auge i Mayhem. Ora, tolta la seconda parte dell'EP dedicata a quattro cover di celebri brani punk, realizzate con il chiaro intento di omaggiare le origini della band, i tre brani rimasti sono spettacolari. Lo stile è esattamente quello proposto in "Daemon", tant'è vero che due di esse si trovano nella versione estesa dell'album. Quindi, alla fine dei conti, l'unico brano inedito è "Voces ab Alta" che, non esageriamo nel dirlo, si configura come una delle migliori tracce mai partorite dai Mayhem durante l'era Attila. Ed è proprio quest'ultimo il fiore all'occhiello di tutto il disco. Perfetto sotto ogni punto di vista, dallo scream alle splendide sezioni cantate in stile lirico; e, soprattutto, una voce che ha letteralmente mandato a quel paese lo scorrere del tempo. Ciliegina sulla torta e valore aggiunto, infine, è la presenza di due vocalist leggendari che hanno militato proprio nei Mayhem: Messiah e Maniac, ospiti rispettivamente in “In Defense Of Our Future” e “Hellnation”. Tutti fattori che dimostrano come "Atavistic Black Disorder / Kommando" sia un'importante parentesi nella carriera dei Mayhem ed un ponte tra la vecchia gloria e la nuova strada che la band sta battendo da qualche anno a questa parte. Insomma, per i padri del black metal è ancora presto parlare di ritirata; e noi non possiamo che goderne.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 2021
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I francesi Fractal Universe sono ormai una nostra vecchia conoscenza. Approdarono sul nostro portale nel 2017 e nel 2019 e fin da subito si intuì l'enorme potenziale del quartetto d'Oltralpe che in breve è diventato tra i nomi di punta nel panorama prog death. Tanta tecnica e, soprattutto, concept album da far impallidire chiunque: da "Così parlò Zarathustra" al qui presente terzo album "The Impassable Horizon" ispirato alla filosofia di Martin Heideger. In particolare il cosiddetto "esserci-per-la-morte", ossia la consapevolezza che l'uomo, di fronte all'angoscia si scontra con la morte, ma nel farlo egli si rende libero di fronte a tutti i suoi progetti. Un concetto arzigogolato, difficile, introverso e nichilista che si sposa perfettamente con la musica proposta dai Fractal Universe, i quali, possiamo dirlo, hanno raggiunto la piena maturità stilistica. Senza troppi giri di parole, questo "The Impassable Horizon" è il disco più completo e complesso dei Nostri e sicuramente tra i lavori prog death più interessanti degli ultimi anni. Non esiste nessun punto di riferimento all'interno della quasi ora di durata del capitolo. Eppure non ci si sente mai persi, come se qualcosa tenesse sempre e comunque gli occhi puntati verso un'unica direzione; segno, questo, che testimonia come la band francese abbia acquisito una certa maestria nel sapersi muovere in territori sempre più contorti. La musica che ne è scaturita è qualcosa che trascende la concezione del prog death a cui siamo abituati, seppur dei rimandi ai grandi nomi come Opeth, Cynic, Obscura, Beyond Creation e compagnia bella siano ben presenti. Ma qui c'è molto di più. Innesti jazz, sezioni con il sax, lunghe parentesi strumentali... perfino delle ritmiche che strizzano l'occhio ai Tool. Insomma Vince Wilquin e soci hanno imbastito un disco dinamico ed in continuo mutamento in cui la musica diventa davvero la protagonista, relegando di fatto la sezione canora ad un ruolo quasi di accompagnamento. Growl, scream e clean vocals si spalmano all'interno di un songwriting complesso ed articolato in cui le chitarre si lasciano andare senza freni inibitori. Non sai mai cosa aspettarti secondo dopo secondo. Ma nonostante l'album sia paragonabile al navigare in acque sconfinate senza punti di riferimento, non si avverte quel senso di smarrimento che potrebbe far sbadigliare. Chiaro: non è un ascolto facile e sbrigativo da affrontare distrattamente. Al contrario: quella imbastita dai Fractal Universe, a dispetto dei precedenti due album che, per quanto sublimi erano ancora acerbi, è una vera e propria esperienza sensoriale a 360 gradi, con tutto ciò che questo comporta. Un viaggio onirico che porta il concetto di progressive death oltre i confini. Chapeau!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 2021
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Ultimamente la Russia sta diventando un polo di crescente importanza nel panorama black metal. Sono tante infatti le realtà che qui trovano terreno fertile, gettando le basi per un certo modo di intendere il genere, un po' come sta accadendo da tempo in Polonia o Islanda. Nel mirino della francese Antiq Records, dunque, è finito il trio Passéisme, band di Novgorod formatasi solamente nel 2019 ma che conta già una demo ed il qui presente "Eminence", full-length di debutto. Come si intuisce subito dalla copertina, i Nostri optano per un approccio medievale che riprende moltissimo la cultura folk metal. Il risultato è un disco di black metal piuttosto classico ma che non disdegna dei momenti di forte personalità e un po' "caciaroni" che ricordano molto da vicino i francesi Peste Noire. Ritmiche martellanti e cadenzate fanno spazio ad un comprato tecnico piuttosto frenetico e spinto, con pochissimi momenti di tranquillità. La componente folk, poi, è quella che dà il colpo di grazia regalandoci i classici momenti concitati da danza con un corno pieno di birra in mezzo agli amici.
Fin qui tutto bene, se non fosse, come avrete letto dal titolo, per la pessima prova canora di KK. Ora, va bene che siamo di fronte ad uno stile unico e sicuramente originale rispetto al cantato classico black. Ma qui si è andato oltre. Non riuscirei nemmeno a descrivere la proposta canora in questo "Eminence". Un urlo ovattato che solo a sentirlo mi sanguinano le corde vocali. Un vero peccato considerando che la musica dei Passéisme ha dei passaggi piuttosto interessanti, per quanto il tutto non sia così innovativo come potrebbe sembrare. Ma non è qui la nota dolente dell'album, che musicalmente parlando è promosso ad occhi chiusi. La vera spina nel fianco è la voce che di fatto ammazza l'opera rendendola difficile da digerire e molto fastidiosa. Il consiglio è cambiare cantante o adottare una tipologia di voce differente.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Luglio, 2021
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Nati come una nuova versione degli A Canorous Quartet, e poi di fatto divenuti un progetto parallelo con gli stessi componenti, i This Ending sono ad oggi una delle realtà più interessanti nel panorama melodeath svedese. Sempre rimasto - ingiustamente aggiungiamo - troppo in sordina rispetto all'effettivo potenziale, l'act di Stoccolma torna in carreggiata con il suo quarto album dal titolo "Needles of Rust", a cinque anni di distanza dal precedente capitolo, che segnò per Mårten Hansen e soci un progressivo distacco dal death-thrash iniziale ed una ritrovata vena melodic death molto vicina al progetto madre. Il risultato di questa operazione e, se vogliamo, la summa di quanto fatto di buono fino ad ora, è l'album in questione. Un vero tributo agli anni '90 ma imbastito all'interno di una struttura moderna e dal sound pulito e cristallino che non sfocia mai, fortunatamente, in una mera emulazione dei grandi nomi del genere, seppur i rimandi siano chiarissimi. Dalla vena melodic black a la Dissection fino a toccare le sfuriate degli At The Gates passando per i morbidi lidi dei Dark Tranquillity. Insomma, i This Ending hanno saputo pescare a piene mani dalla loro terra madre ma mantenendosi sempre un passo indietro. Ecco perché "Needles of Rust" a conti fatti risulta essere un album che sa dire la sua nonostante sia pieno di citazioni alle band che un genere lo hanno reso grande e famoso. Siamo di fronte ad otto tracce che spaziano e creano un'esperienza immersiva e molto sentita, forte soprattutto di un songwriting tellurico e mai sottotono, come avviene nella title-track - forse un pelo troppo Dark Tranquillity - o nell'opener "My Open Wound". A conti fatti ci troviamo di fronte all'incarnazione del melodeath novantiano ma sempre con uno sguardo alla modernità: un fattore che rende il disco interessante e comunque ricco di personalità. I fan veterani del genere non devono farselo scappare.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Luglio, 2021
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Seconda prova dopo la reunion dei francesi Gorgon, e sesta nella loro trentennale carriera, il qui presente "Traditio Satanae". Un disco che inaugura la seconda fase dell'act transalpino capitanato dall'unico membro rimasto Christophe Chatelet e che, come avrete intuito dal titolo, si fregia di una maligna ferocia da inizio a fine. Una gran bella notizia per una band che si fermò nel 2000 per poi ritornare in carreggiata nel 2019 e poi nel 2021. A conti fatti ci troviamo nei classicissimi territori black metal, con quella tiratissima vena Marduk ed Impaled Nazarene, accompagnati dalla voce di Chatelet che fa sempre la sua gran figura. Ruvida come carta vetrata sulla faccia, molto vicina allo stile canoro di Mortuus, ma chiara e netta.
Per il resto non c'è molto da dire sul disco in questione, essendo una prova tiratissima da inizio a fine e nella quale non ci sono chissà quali evoluzioni tecniche. Ma questo è uno di quei rari casi in cui una soluzione del genere si è rivelata più che vincente, perché ci troviamo di fronte ad una quarantina di minuti frenetici, caustici e di una violenza inaudita che investono l'ascoltatore da inizio a fine. Alla fine dei conti "Traditio Satanae" è un album pulito, liscio e senza sbavature, merito dell'eccellente lavoro fatto dalla mitica Osmose Productions che ha permesso un salto qualitativo in termini di sound davvero notevole. Insomma, è il classico disco non impegnato ma non per questo banale o noioso, tutt'altro. I Gorgon si dimostrano una band che sa perfettamente ciò che fa muovendosi in territori oscuri e maligni ma mantenendo sempre una certa verve che di fatto li discosta un po' dalla classica proposta black che si può trovare ovunque. Chiaro, i rimandi ai Marduk non sono pochi, dai riff trash alla voce. Ma a noi non ce ne può fregare di meno e ci prendiamo questo sberlone sulla faccia che, in fin dei conti, è un centro pieno ed una grande prova per l'act transalpino.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    02 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Luglio, 2021
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C'era grandissima attesa per la settima prova in casa At The Gates. Dopo il gran figurone nel 2018 con "To Drink from the Night Itself" e le successive dichiarazioni di Lindberg sul nuovo disco in lavorazione, tutti si aspettavano grandi cose con il qui presente "The Nightmare of Being". E finalmente oggi possiamo metterci le mani con la curiosità di chi sa già che per i maestri del melodeath svedese risulta pressoché impossibile tirare fuori un prodotto floppato. E tanto è stato. Ora, prima di addentrarci in quest'opera che, lo diciamo subito, va trattata diversamente rispetto alle precedenti, è bene fare una doverosa precisazione. Chi si aspettava il sound At The Gates classico, quello sulla falsariga di "Slaughter of the Soul", allora non ha ancora capito che quel periodo è bello che finito. Dopo 26 anni dal capolavoro massimo dei Nostri, pretendere ancora quel modo di intendere il melodic death è forse la cosa più meschina nei confronti della band. E aggiungiamo: per fortuna che gli ATG non si siano voluti adagiare sugli allori, preferendo invece un sound sempre più ricco e variegato che, infine, ha portato inevitabilmente al qui presente "The Nightmare of Being". Già, perché nonostante i dischi del 2014 e del 2018 - quelli post reunion per intenderci - abbiano effettivamente portato lo stile dei nostri a dei livelli superiori in fatto di stratificazione del sound, è pur vero che entrambi erano comunque fortemente ancorati a quel modo di intendere il melodic death. Insomma, a Lindberg e soci mancava ancora quel quid per fare il balzo nel vuoto. Un tuffo che finalmente è stato fatto ed il cui risultato è l'album più ambizioso, oscuro e sperimentale di tutta la discografia degli ATG e, a detta nostra, il migliore dei lavori post reunion senza ombra di dubbio.
"The Nightmare of Being" è un disco stratificato, complesso, difficile. Ma non per questo autoreferenziale o una mera prova di abilità da parte dei Nostri. Tutt'altro. Al suo interno si trova tutta la maestria degli ATG ma questa volta presentata sotto una nuova oscura luce. Le tracce sono elaborate, studiate ma sempre pronte ad aggredire con una certa violenza istintiva. Meravigliosi, poi, gli innesti progressive e dal sapore anni '70 che ritroviamo in "The Fall into Time", così come le sinfonie di sax in "Garden of Cyrus". Tutti elementi che ad un primo veloce ascolto potrebbero far storcere il naso. Il che è comprensibile se si affronta il disco con il mood con cui ci si è sempre approcciati agli ATG. Istintivamente ci si aspetta una furiosa mazzata sui denti, una vagonata di riff taglienti che portano l'oscuro marchio di chi il melodeath lo ha inventato. Così non è stato per questo "The Nightmare of Being"; o almeno, non del tutto. Nel lotto di dieci tracce c'è sempre quell'inconfondibile tocco che porta il nome della band. E, fattore importante questo, si avverte ben più di uno sguardo ai primi due lavori, sempre ingiustamente posti in secondo piano dai successivi capitoli. Ma qui c'è molto, ma molto di più; tanto da dover considerare, come si diceva più su, l'opera in questione come il vero punto di rottura dell'act svedese, che finalmente si scrolla di dosso l'ombra del passato lasciando briglia sciolta all'inventiva. Il giro di boa che arriva dopo 26 anni. A ciò si aggiunga la quasi innaturale vena oscura che pervade ogni singolo pezzo, come del resto dichiarato dallo stesso Lindberg il quale, non senza mostrare qualche segno di debolezza canora qua e là, fa sempre il suo gran figurone dietro il microfono.
"The Nightmare of Being" in sintesi rappresenta gli At The Gates di oggi nella loro forma più smagliante e rinnovata di sempre. Paradossalmente è proprio nei pezzi dal sapore più classico che si avverte una leggerissima stonatura rispetto a tutto il contesto. Ma stiam pur sempre parlando di un'inezia che certamente non va ad incidere negativamente sull'intera opera. Chiaro: disco complesso significa automaticamente più ascolti per assimilare bene le tante sfaccettature. Non tanto per un discorso di complessità dei riff, che mantengono sempre e comunque una linearità percepibile anche laddove si addentrano in territori più arzigogolati. Qui si parla di un discorso più concettuale, di mood. L'album si addentra nell'anima dell'ascoltatore, portando con sé un'oscurità tangibile che richiede tempo per essere compresa.
In definitiva siamo di fronte ad un album imponente, elegante e maestoso, in grado di rapire per tutti i suoi 45 minuti di durata. Lo ribadiamo ancora: il miglior disco post reunion della carriera dei Nostri. Chapeau!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    29 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Giugno, 2021
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Ci hanno messo solamente tre anni gli olandesi Pestilence a partorire il qui presente "Exitivm", nono capitolo per Mameli e soci licenziato dalla polacca Agonia Records. Un disco che riprende il lavoro svolto con il precedente "Hadeon" ma che, a differenza di quest'ultimo, si presenta con una personalità ed una verve che non si sentiva da diversi anni a questa parte. Complice di tutto ciò due fattori: la straordinaria capacità compositiva dell'inossidabile leader e mastermind Patrick Mameli, ed una nuovissima line-up che vede ben 3/4 della band sostituiti con nuovi musicisti. Entrambi dei fattori determinanti per la riuscita del disco in questione, soprattutto perché "Exitivm" risulta molto più diretto e feroce. Il risultato sono dieci tracce - più intro e outro, ma le escludiamo - per un totale di nemmeno 40 minuti di ascolto. Brutalità e sberle sulla faccia sono le parole chiave che tengono le redini del disco. I brani sono asciutti e monolitici, fortemente influenzati da un ritorno molto più marcato della vena tech death/thrash e da sonorità sci-fi dissonanti che creano delle atmosfere mortifere e lugubri. Menzione d'onore, ovviamente, va all'unico membro fisso e di fatto mastermind Mameli alla voce e alla chitarra. Senza ombra di dubbio uno dei migliori artisti death metal in circolazione, con una capacità di songwriting inconfondibile e di impatto; merito anche di alcune soluzioni che sebbene tendano a seguire lo stesso pattern, di contro fanno sempre la loro gran figura. Non c'è da stupirsi, dunque, se "Exitivm" risulti improntato su un modus operandi lineare e conciso, fatto di momenti certamente concitati e tecnici, ma non per questo fini a se stessi o troppo elaborati. Ciò che veramente rendo il disco un prodotto più che riuscito e forse uno dei migliori lavori dagli anni Duemila, è l'enorme impatto sonoro dei brani. Con un Mameli ispiratissimo alla voce e alla chitarra il risultato non poteva che essere un centro pieno. Chiaro, gli stilemi son sempre quelli che già si avvertivano nel precedente album. Ma ciò non è da intendersi come un copia/incolla di quanto fatto di buono fino ad ora. Piuttosto bisogna vederla come una ritrovata cattiveria e vena creativa dopo alcuni episodi incerti e mai del tutto convincenti. Canzoni brevi, chitarre dissonanti, atmosfere mortifere grazie alla leggerissima vena sinfonica di base e riff compattissimi. Tutti ingredienti che rendono "Exitivm" un disco degno di nota e certamente tra i migliori dell'intera discografia dei Pestilence. Consigliato sia ai nuovi fan, sia ai vecchi leoni che seguono la band dai tempi del colossale "Malleus Maleficarum", con l'imprescindibile monito che non si poteva chiedere di più al quartetto di oggi. In entrambi i casi troverete sicuramente pane per i vostri denti.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    25 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 25 Giugno, 2021
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E finalmente ci siamo. Uno degli album più attesi di questo 2021 è finalmente uscito, segnando il ritorno in pompa magna del duo più leggendario ed iconico del panorama black metal mondiale: i Darkthrone con il loro diciannovesimo album in studio, il qui presente "Eternal Hails......". Un disco che vede la luce a soli due anni di distanza dal magnifico "Old Star" ma che, a dispetto del lasso di tempo breve, segna di fatto una rivoluzione ed un cambiamento stilistico da parte di Fenriz e Nocturno Culto. Ma attenzione, prima che possiate incorrere in fraintendimenti: non si parla certo di un'evoluzione nel senso classico della parola. Al contrario. "Eternal Hails......" è il disco che segna il ritorno alle origini del metal: figlio diretto delle sonorità degli anni '70-'80, quando l'heavy metal e il doom metal dei pionieri Black Sabbath, Celtic Frost, Venom, Hellhammer e Goatlord la faceva da padrone assoluto. E forse "autentico" è il miglior aggettivo per descrivere l'ultima opera dei Darkthrone, a cominciare dal sound che più crudo e vero di così non si poteva trovare. "Eternal Hails......" è l'essenza del metal stesso, un omaggio ai grandi nomi che hanno reso immortale e leggendario il genere e pregno di tutta la disumana maestria che solo due menti come Fenriz e Nocturno Culto potevano avere. La rivoluzione di cui si parlava più su sta proprio in questo. Mentre oggi c'è una continua e spasmodica ricerca del nuovo e dell'innovazione - che spesso, molto spesso, si traduce in un'accozzaglia di roba senza senso e forzata - i Darkthrone hanno fatto esattamente l'opposto, mostrando come il passato non sia solo un retaggio o una meta lontana e superata, ma qualcosa di ancora vivo e vegeto. Dedizione e soprattutto attitudine si riversano in queste cinque lunghissime tracce in cui il duo norvegese dà sfogo a tutto il suo background musicale. Fortissima è l'influenza doom dei mostri sacri Black Sabbath. Una componente che già nel precedente "Old Star" si sentiva, ma che ora è la linfa vitale del particolarissimo sound proposto. Già con la pubblicazione del primo singolo estratto "Hate Cloak" si intuì che "Eternal Hails......" sarebbe stato un disco totalmente diverso; un vero e proprio punto di rottura che solo i Darkthrone avrebbero potuto permettersi nella loro trentennale carriera. Si parla di quasi 10 minuti di durata nei quali la mortifera aura della band si spalma all'interno del riffing crudissimo e scheletrico di Nocturno Culto, mentre il leggendario Fenriz tiene le redini con una sezione ritmica essenziale ma viva, dirompente e diretta. Nessun orpello di post produzione o abbellimento. Assolutamente. Il sound è così, nudo come mamma l'ha fatto, tanto per usare un modo di dire. In un mondo che cambia costantemente dimenticando le proprie radici, i Darkthrone riescono sempre e comunque a rimanere loro stessi e a suonare solamente ciò che vogliono, restando fedeli esclusivamente alla loro musica. Ecco perché solamente loro potevano permettersi un azzardo di questa portata proponendo un disco "vecchio" di quarant'anni ma così maledettamente vivo e attuale. Solo tanto rispetto e stima per quella che possiamo tranquillamente definire una delle migliori band al mondo. Perché la tecnica senza anima è solo un freddo guscio vuoto, e i Darkthrone, ad oggi, sono una delle pochissime realtà che ha ancora un'essenza maligna e pura come la gelida aria della tundra norvegese. Inutile parlarvi delle tracce, sarebbe riduttivo e svilirebbe la bellezza dell'opera che va goduta tutta così per quello che è: un prodotto musicalmente genuino che trasuda anima e attitudine da tutti i pori. L'unica cosa che noi comuni mortali possiamo fare di fronte ad un capolavoro come questo è dire semplicemente: "grazie!". Inutile dire che finirà tra le migliori uscite di quest'anno.

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