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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    18 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Aprile, 2021
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Ennesima creatura on stage per l'inossidabile Udo Dirkschneider e company. Forse una delle bands che ha realizzato più live nella propria rovente discografia. Il titolo è emblematico, facendo riferimento alla maledetta pandemia che ci sta decimando proprio come se fosse una guerra mondiale, dalla quale noi tutti speriamo di uscire indenni. E lo spirito con il quale il quintetto capeggiato dalla ruvida ugola di Udo, forse è stato proprio quello di chi è sopravvissuto ad un conflitto tanto subdolo quanto micidiale. Molti di voi, ricorderanno il mastodontico live in cui il nostro caro singer teutonico ha voluto ripercorrere le memorabili gesta degli Accept; ebbene, in questo ulteriore live, ci troviamo alcuni doverosi tributi ma inseriti in maniera equilibrata all'interno di una poderosa scaletta-lanciafiamme. Il "figlioletto" di Udo, Sven, si conferma mostruoso dietro le pelli: un vero e proprio terremoto a doppia cassa, ben supportato (si, lo so che è il contrario... bassisti, non arrabbiatevi..) dalle quattro corde di Tilen, mentre le due asce rispettano in pieno la lunga e devastante tradizione del metallo germanico, fondendo magistralmente potenza, velocità e virtuosismo. Su tutto, si erge la sempre inconfondibile voce di Udo, per la quale il tempo sembra essersi fermato; anzi, nel suo caso, risulta ancora più roca ed affilata intessendo linee vocali corrosive come il vetriolo. Senza contare la fin troppo nota presenza scenica del pur appesantito Dirkschneider, il quale, sebbene un po' più statico (invero, non è che abbia mai brillato particolarmente per dinamismo), riesce ancora a fungere da alto sacerdote in grado di scandire i vari passaggi in cui si articola quella vera e propria celebrazione in onore del Dio metallo che corrisponde allo show on stage.
Tutto molto coinvolgente e trascinante, che ben rende l'idea della massiccia dimensione dal vivo espressa dalla band tedesca. Un live monolitico, che non potete non avere nella vostra preziosa collezione forgiata
nel fuoco sacro dell'heavy metal, headbangers!!!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    10 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Aprile, 2021
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Dopo la entusiasmante esperienza derivante dall'ascolto del monumentale live "Holy Diver", mi appropinquo all'ascolto di questo altrettanto mastodontico album dal vivo di Dio. Certamente meno voluminoso rispetto al precedente (formato da ben quattro cd) questo prodotto on stage si presenta comunque intensissimo, in grado di far rivivere tutte le emozioni che solo la dimensione sul palco sa creare. Il primo era stato registrato in UK (a Londra), questo invece in USA, nella Grande Mela. Che dire, il Ronnie James qui rievocato, è quello nel pieno della maturità espressiva, un "vecchio" leone del palco, un animale da palcoscenico perfettamente calato nel ruolo del diuturno ed imperituro folletto del metallo. Ci piace ricordarlo così, con quella sua carica carismatica inossidabile, con quella voce unica, inconfondibile, che sgorga dalla sua gola così potente da sfidare le leggi della fisica.. lui che non era certo uno spilungone. Qui il nostro spande metallo a piene mani, dando in pasto ad una platea sempre inferocita e famelica pezzi alla fama indiscussa, che hanno fatto e fanno a tutt'oggi la storia del rock duro, snocciolati in sequenza micidiale ed eseguiti in maniera impeccabile, come si conviene a delle vere e proprie reliquie dell'empireo metallico. Ogni commento, ogni apprezzamento, ogni aggettivo rischia di sminuire la portata leggendaria dei brani che vanno a formare una scaletta a dir poco titanica. Un lavoro rievocativo che andrà ad irrobustire ulteriormente la doverosa presenza del mitico Padovano nella vostra collezione discografica più tosta del mondo!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    27 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 2021
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Livore, risentimento, rabbia. Questo è ciò che trasuda da questo ultimo CD degli Eyehategod. D'altronde, già il nome della band non cela il fatto che la parola "odio" costituisca la base del sound proposto. Un genere che non esiterei a definire (per quanto detesti le etichette, ma le ritengo utili per poter subito rendere l'idea di cosa stiamo parlando) "post-crossover". Almeno per quanto concerne questo disco, visto che il quartetto di New Orleans calca le scene metallare fin dal lontano 1988 ed era partito da posizioni decisamente black-sludge-doom con il debutto "In the name of suffering" datato 1990, preceduto da due demo l'anno prima. Da allora, sull'asse Bower/Williams, è stata edificata una mastodontica discografia (ben 31 tra EP, split e full-length) della quale questo CD rappresenta l'ultimo, pesantissimo mattone. Non a caso ho utilizzato questo sostantivo: questa degli odiatori di Dio è la loro ultima fatica in tutti i sensi; si fa fatica ad ascoltarlo tutto, per quanto risulta indigesto ed un po' monocorde, al limite del decisamente monotono. Brani estremamente corrosivi, in cui la voce di Mike è poco più di un lamento che urla tutta la disperazione, l'alienazione ("Every Thing, Every Day") di chi trascina la propria grama esistenza tra mille difficoltà di ogni tipo alle quali vorrebbe non sopravvivere. In questo album non ci sono messaggi positivi e la musica fa da coerente supporto alla negatività assoluta che lo pervade. A parte la inaspettata apertura jazzistica di "Smoker's Piece", tutto il lavoro si appalesa ripiegato su sé stesso, come un rotolarsi inesorabilmente verso un inferno che si chiama quotidianità. Una sorta di loop maledetto dal quale non ci si tira fuori se non con gesti estremi, che vengono sventati solo per il provvidenziale intervento del caro, vecchio istinto di sopravvivenza. Altamente corrosivo.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    20 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 20 Marzo, 2021
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Non vi nascondo che, apprestandomi all'ascolto di questo monumentale doppio live del mitico Ronnie James Padovano - registrato alla London Astoria nel 2006 e dato alle ristampe il mese scorso (unitamente all'altro altrettanto monumentale live "Evil or Divine") - mi è sceso un brivido lungo la mia non più giovanissima schiena di headbanger! Ok, ok, l'età è solo un numero ed il metallo mantiene giovani ma non posso negare che la mia barba brizzolata e le mie iper-allenate orecchie, ne hanno visto ed ascoltato di rock (in tutte le sue declinazioni) e di heavy metal (in tutte le sue forme). Ma, avere a che fare con una delle vere e proprie incarnazioni dell'hard rock prima e del metal poi, provoca sempre un'emozione particolare. Qui si tocca con mano cosa significhi avere a che fare con un mostro sacro, con un vero e proprio emblema, con un archetipo... con il metallo personificato. A tutt'oggi, la sua ugola rimane ineguagliata (con buona pace dei, pur volenterosi, Jorn Lande e company) ed il suo carisma on stage unico: il tutto, in poco più di un metro e mezzo di altezza, che ha dato vita ad un autentico concentrato esplosivo ad alto potenziale in grado di liberarsi in tutta la sua furia sul palco. Un gigante, una divinità dell'Empireo metallico che ci manca tantissimo ma che vivrà per sempre nei nostri cuori dalla scorza dura ma - in fondo in fondo - tenerissimi e generosi. La line up è di tutto rispetto, che rispecchia la formula "evergreen" del quartetto base con una sola (ma potentissima e virtuosa) ascia, affidata ad un Doug Aldrich che vanta un curriculum altisonante con nomi del calibro di Whitsnake, Lion, Bad Moon Rising, etc, un basso iper-tellurico (e Rudy Sarzo è uno dei migliori alle quattro corde, Ozzy ne sa qualcosa) ed un drum set mastodontico (Simon Wright è stato con gli immensi AC/DC in album come "Fly on the Wall" e "Blow up your video"), in grado di far tremare la terra sotto i piedi dei fans estasiati e super-coinvolti nello show magistralmente diretto dal folletto del metallo, con - a corollario - le tastiere a tinteggiare a tratti. La enorme tracklist non ha certo bisogno di presentazioni ed ogni aggettivo suonerebbe del tutto superfluo, tautologico. Ma curiosare sul diverso arrangiamento, sulle diverse modalità di esecuzione dei brani, sul diverso modo di proporre i rispettivi assoli, sui gloriosi medley sciorinati, su quel "quid" di improvvisazione che non può (e non deve) mancare, rappresenta un più che valido motivo per acquistare questa ennesima performance postuma del singer più unico che raro, che (comunque la si voglia vedere) ha lasciato una impronta indelebile nella storia della nostra beneamata musica.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    13 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Marzo, 2021
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Il blasone è blasone, non si discute. E qui, siamo al cospetto di una band che ne ha da vendere! Fin dal 1981 i Mad Max si sono imposti come baluardo del metallo teutonico duro e puro, quello senza fronzoli, concepito per l'headbanging più sfrenato, che ti martella la testa senza chiedersi perché e percome. Sudore, sangue & metallo come se non ci fosse un domani! Questo combo forgiato nella gloriosa Westphalia (segnatamente a Munster) rappresenta l'emblema del metallo pesante mitteleuropeo, tecnico quanto basta per lasciare sempre il passo a quella attitudine tutta teutonica di vivere e rappresentare il metallo più intransigente, incorrotto ed incorruttibile. Per dirla con i mitici Manowar, qui si tratta di true-metal senza "se" e senza "ma", nobilitato da una lunga e prolifica militanza attiva. Infatti, davvero sconfinata si presenta la discografia dei cinque cavalieri della Apocalisse futuristica (è evidente che il monicker si sia ispirato, all'epoca, a famigerato film omonimo tutto adrenalina ed azione mozzafiato, esattamente come il loro sound):una infinita cavalcata attraverso i decenni e le generazioni, con migliaia di palchi messi a ferro e fuoco da questa setta dei Figli del Tuono, che - ancora oggi - trasformano il palco in una vera e propria "ThunderDome" e rendono ogni concerto una celebrazione in onore del Dio Metallo!
Già dalla opening track (Hurricaned) si dischiudono i sette cancelli dell'Inferno sonoro, scaraventando tutti noi metalbangers in un'orgia di rock durissimo a 18 carati, contraddistinto da un wall-of-sound granitico, degno delle tradizionali cavalcate vecchia scuola, come solo i tedeschi sanno creare e scatenare. Il CD fila via liscio tra una mazzata e la susseguente, senza respiro e senza requie, in cui la fa da padrone Sua
Maestà il riff, sempre ben strutturato ma sempre "catchy", anche quando la band ci concede la grazia di farci tirare il fiato (Ladies and Gentlmen); per il resto, Mindhunter è un mid-tempo assassino ma con classe, Rain Rain ti macina le ossa, con la voce che riporta alla mente il Vince Neil dei tempi d'oro, Gemini strizza un po' l'occhio al buon vecchio A.O.R.made in U.S.A., ragguardevole è l'assolo nella successiva "The blues ain't no stranger" ed il lavoro fila via che è un piacere, con la immancabile air guitar inforcata ed una birra ghiacciata a corollario.
Fino a quando esisteranno e resisteranno bands come i Mad Max, l'heavy metal non avrà nulla da temere!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    06 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Marzo, 2021
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Non si può certo sostenere che la Francia sia particolarmente prolifica di bands Heavy o Doom degne di nota. A me personalmente, a parte i Trust (per intenderci, la prima band di Nicko Mc Brain) non me ne vengono in mente altre; ma sarà dovuto a mia ignoranza in materia. Direttamente da Bordeaux - che, in quanto a tradizione vinicola, non ha certo bisogno di presentazioni - ci giungono questi doomsters, reduci da un primo full-length niente male come "Rising Sons of Saturn" datato 2018.
Diciamo subito che si tratta di un lavoro assolutamente pregevole, all'altezza degli standard qualitativi del settore dark/doom/sludge. Non è dato sapere se il nome del combo d'Oltralpe derivi o meno dal personaggio Gast Carcolh della saga di Dragon Ball, un gigantesco mollusco dalla forza impressionante, bandito dalla galassia (secondo alcuni) a cagione di una serie di malefatte della peggior specie; ma,anche in questo caso, preferisco esimermi e far ulteriore professione di ignoranza (anche perché troppo grande di età per seguire la saga di cui sopra...). Da rimarcare la scelta, a mio modesto avviso coraggiosa, di optare per un singing "pulito", effettivamente l'unico in grado di esprimere in maniera efficace i sentimenti angosciosi tipici del genere. Ed angoscioso, è l'aggettivo che più si attaglia al sound della band transalpina. Le cadenze sono degne delle migliori processioni funerarie, da vero e proprio de profundis, permeate da una mestizia che si può tagliare con il coltello, per quanto è profonda. Profonda come gli abissi di pessimismo in cui questo cd è in grado di catapultarci ineluttabilmente. Ispirati e di spessore risultano gli assoli, mai invasivi e ben centellinati lungo tutto l'arco della cadaverica fatica dei cinque girondini. Il miglior brano, a mio avviso, è "The Blind Goddess" (che è anche il più lungo, con i suoi oltre 10 minuti di sofferenza), mentre azzeccato risulta l'inserto delle keyboards nel finale di "Aftermath"; l'ultima traccia, guarda caso, si intitola "Sepulchre": infatti, questo tragitto nei meandri della malinconia non poteva che terminare deponendoci delicatamente nel freddo sepolcro per l'inesorabile, eterno riposo.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    26 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Febbraio, 2021
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Nella mia precedente recensione esordivo elogiando le terre scandinave per il loro immenso contributo alla causa metallica; non c’è settore del metal nel quale abbiano fatto mancare il loro apporto. Ebbene, lo stesso discorso vale per il (sotto) genere dark-metal old school, quello di estrazione sabbathiana, quello dal sapore anni ’70 che – però – sembra non invecchiare mai… anzi, piuttosto (come il buon vino rosso sangue) migliora col passare del tempo ed il trascorrere delle opere ad esso dedicate!
Siamo alle prese con questi Wizards of Hazards, un quartetto finlandese (per amore di precisione provenienti da Laukaa, Keski-Suomi) devoti al genere fin dal lontano 1989 ma che – fino ad ora – non si sono propriamente dimostrati una band prolifica, se è vero (come è vero) che sono stati in grado di sfornare solo un EP prima di questa convincentissima prova ("Blind Leads the Blind"). Signori, in questo "End Of Time" ci sono tutti gli ingredienti per comporre una fatica di sano e robusto dark metal che non sfigura affatto al cospetto dei mostri sacri del settore e che, soprattutto, mi riportano decisamente alla memoria i (troppo sottovalutati) Witchfinder General. L’arte del riff tenebroso è molto ben omaggiata dai nostri quattro finnici, esattamente al pari del combo risalente alla N.W.O.B.H.M. (guarda caso, sempre di quartetto si tratta), ma con in più un vocalist più dotato rispetto a Zeeb “Cobb” Parkes, in grado – a tratti – di accostarsi (sia pure timidamente) a sua Maestà Messiah Marcolin dei mostri sacri Candlemass. Una release davvero completa: oltre ai riffs tenebrosi di sui sopra, non mancano i ritmi mortiferi alternati a cambi di tempo in moderata accelerazione, i testi esoterici e le tematiche legate alla magia ed al mistero, la giusta carica di pathos, il basso super-compresso “alla Trouble” (altri mostri sacri del genere) e gli assoli da figlio di Tony Iommi.
"End Of Time" degli Wizards of Hazards è un lavoro certamente all’altezza dei pezzi grossi del dark, che non sfigura affatto nel paragone e che porta una ventata di oscura freschezza ad un settore della musica che amiamo, sempre suggestivo ed attraente.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    14 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 14 Febbraio, 2021
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Molte volte, è dai paesi scandinavi che giungono le migliori “new sensations” del metalrama internazionale. Si pensi al grande tributo fornito ad un po’ tutti i generi annoverati dalla musica che noi tutti amiamo svisceratamente: si passa dal doom dei Candlemass, al classic-power degli Europe, al metal sinfonico finlandese dei Sonata Arctica, fino all’epic metal degli Amon Amarth, per non parlare del fatto che le nordiche terre sono state la culla malefica del black metal più oltranzista, oltre che del folk metal godibile dei Finntroll. I Rämlord sono un combo relativamente giovane, nato nel 2010 dalla collaborazione fra Jarno Anttila (ex Impaled Nazarene/ex Belial) e Janne Mannonen degli Yup: cosa esattamente abbia spinto Jamo ad abiurare il black metal estremo che contraddistingueva le due bands in cui ha militato, non è dato sapere e, francamente, poco importa se poi il risultato è stato un gruppo in grado di regalarci dello scintillante metallo old-school godibilissimo. Come ho già scritto in altre recensioni, fino a che esisteranno bands in condizione di rinverdire i fast del metallo della N.W.O.B.H.M., possiamo stare pur certi che il nostro beneamato genere sarà ben lungi dall’estinguersi!
Il disco è una bruciante sequenza di brani al vetriolo, dalla classe adamantina con riffs ben azzeccati, “catchy” al punto giusto ma possenti e ben congeniati, intarsiati con quel tanto di tastiere che bastano a strizzare l’occhio anche agli amanti dell’A.O.R. (Adult Oriented Rock). Un songwriting ed una esecuzione del tutto trasversale, in grado di abbracciare tutta la gamma metallica, dal classic metal ("Love of the Damned") al semi-dark&doom (title-track, "Non Serviam"), fino all’epic ("To the Battle") ed all’A.O.R.("Haunting All Over the World") , finanche negli outtakes che inframezzano i pezzi ("Chained God") con assoli mai troppo debordanti, ma ben inseriti nel contesto così come si diceva per le keyboards.
Un album di tutto rilievo, degno di fare la sua porca figura nell’Empireo metallico andandosi a collocare tra nomi di tutto rispetto e ben più conosciuti agli headbangers di tutto il mondo!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    06 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Febbraio, 2021
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Come diceva il buon Socrate, “tutto ciò che so è di non sapere”.
Faccio pubblicamente ammissione di ignoranza (il che mi viene del tutto spontaneo e naturale) ed affermo di non aver mai saputo che questi doomsters cileni esistessero fin dal 1997! Dei membri originari sono rimasti solo il cantante ed il chitarrista a dimostrazione del fatto che sono loro due la vera anima (nera) della band andìna.
Per una volta, signore e signori, il freddo sonoro non arriva dalla Norvegia o dalla Svezia bensì dalle Ande.
Quello dei Poema Arcanvs è un doom metal più che onesto, piuttosto votato ad una malinconia di fondo che permea tutto questo loro ultimo lavoro preceduto da una discografia alquanto nutrita.
Devo dire che l’alternanza tra cantato pulito e possente e growl funziona benissimo, conferendo il giusto pathos al giusto momento ad ogni pezzo.
Le ritmiche, manco a dirlo, sono funerarie, e ben si attagliano ad un sound intriso di tristezza da far rabbrividire, apportando quella sensazione di freddo mortifero che finisce con il paralizzarti progressivamente gli arti.
Si parte con la title-track e, man mano che l’ascolto di questo album procede, ti senti sempre più angosciato ed abbandoni ogni speranza di poter rivedere la luce (altro che “The lighthouse keeper”!) che venga in tuo soccorso, squarciando le tenebre sempre più fitte che ti avvolgono, creando un mix micidiale con la sensazione di freddo di cui sopra.
E rimani orfano (“Orphans”) di ogni benessere, avventurandoti in un percorso che si trasforma ben presto in un pellegrinaggio (“Pilgrim”) tra le rovine di un paesaggio a tinte fosche (“Kingdom of Ruins”) durante il quale cerchi di farti coraggio (“Brave”) fino a che approdi in un Paradiso (“Heaven”) che però non ha niente di bello e di buono.
L’unica cosa che ti salverà, sarà l’ultimo solco del disco, che ti libererà finalmente dal nero giogo del Poema Arcano anche se ce ne vorrà di tempo per riprenderti da questa funesta esperienza sonora che ti segnerà per un bel pezzo.
Asfittico ma affascinante.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    23 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio, 2021
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Gli Scrollkeeper sono una band texana di formazione relativamente recente, infatti hanno mosso i primi passi nel 2016, ma questa è la prima volta che si cimentano con un full-length. Al primo EP, “Path to Glory” del 2018, hanno fatto seguito solo due singoli, “Lady Death” (2019) e – inframezzato da una cover di “Hellion” dei W.A.S.P. nello stesso anno, bonus track di questa release – il singolo “Scrollkeeper” che è stato poi riproposto nella tracklist di questo CD, che prende il nome da una pratica inquisitoria: l'autodafé, o sermo generalis, era una cerimonia pubblica, facente parte soprattutto della tradizione dell'Inquisizione spagnola, in cui veniva eseguita, coram populo, la penitenza o condanna decretata dall'Inquisizione.
Il quartetto texano è votato ad un heavy metal alquanto tradizionale, che attinge a piene mani dagli spartiti della Vergine di Ferro, sia pure accelerato e pluri-potenziato, con delle venature epic metal (mi riportano alla mente, specie in "Lady Death", i sottovalutatissimi Omen, quelli di “The Axemen” e “Dragon’s Breath”, tanto per intenderci). Il tempo di assaporare l’intro acustica di rito, che subito si scatena l’inferno sonoro, una sequenza di pezzi al fulmicotone ("Valhalla’s Gate"), alternati ad altri più cadenzati ("Surrender") che si susseguono come una serie di strali infuocati che piovono da un cielo reso plumbeo dalle fiamme di un assedio: quello ai nostri padiglioni auricolari! Assolutamente pregevoli gli assoli epicheggianti di Alex, così come granitica si appalesa la sezione ritmica vulcanica di Andrew e Simon. Unica, grande nota dolente è il cantante: davvero inadeguato, dalle corde vocali debolucce, a tratti urtante, non in grado di reggere la forza d’urto generata dal resto della band e persino con una pronuncia tale da far seriamente dubitare che sia madrelingua (nella cover di "Hellion", fa quasi tenerezza, impietoso il confronto con Blackie Lawless), ma tant’è…
Un cd concepito con un buon mix tra tecnica e rabbia, che dà l’idea di una vera e propria cavalcata epica sul campo di battaglia, facendosi largo a suon di sciabolate, tra fuoco e fiamme, rinfrancandosi con una sacrosanta birra dopo l’ultimo solco.

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