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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    28 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Giugno, 2022
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Il combo del sacro giuramento si formò nel lontano 1984 in Danbury, nel Connecticut e – da allora – ha eruttato metallo fuso come nemmeno un vulcano delle isole dell’Oceano Pacifico sa fare! Poche bands possono vantare una discografia così nutrita e micidiale, che – però – non ha mai reso giustizia a questo quartetto a stelle e strisce che ci infligge una incredibile gragnuola di mazzate sotto l’egida del Power Metal più duro e puro. E, quando dico Power Metal, intendo dire: un singer dall’ugola di acciaio, un axeman talentuoso, una quattro corde degna della scala Mercalli ed un drummer che picchia come un fabbro ferraio ma con la puntualità di un metronomo. Tutti insieme, a macinare riffs tritura-sassi ed ad asfaltare tutto e tutti come un rullo compressore, a far staccare teste per l’headbanging che sanno provocare. Per non parlare delle lyrics, che, come è tanto caro al nostro beneamato genere musicale, attingono a piene mani dal fantasy (basti pensare alla opening track ispirata al ben noto personaggio di HP Lovecraft) ed alla mitologia (vedasi la title-track dedicata ad un’altra figura tanto ricorrente ed amata come il Drago sputafuoco o il pezzo avente come protagonista l’immancabile faraone egizio). Le atmosfere sono avvolgenti, come le spire mortali di un boa gigantesco che ti stritolano senza pietà, con un sound potentissimo e variegato (“At the Gates” su tutte, piacevolmente ai limiti dello sperimentale), caratterizzato da svariati cambi di tempo che ben si confanno ad un ensemble che davvero picchia tostissimo. “Empires Fall” è maideneggiante ed ha un outtake da paura, “Primeval” e “Into the Drink” appaiono un po’ sotto tono rispetto alla pregevole media dei brani, mentre la final track, con il suo arpeggio iniziale, ci catapulta in una spirale di follia scatenata dal male assoluto, con un sincopato davvero niente male, con un duello di assoli come se ne sentono raramente ed un sorprendente coro di voci bianche ad impreziosire. Un’opera mastodonticamente heavy, che certamente farebbe bella mostra di sé in qualunque collezione di dischi e che farebbe la “gioia” dei vicini di casa ogni volta che la si suona. Per me, assolutamente da acquistare, senza “se” e senza “ma”.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    18 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 2022
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Per celebrare i 35 anni dall’uscita di “Epicus Doomicus Metallicus”, l’opera magna di questi veri e propri colossi del Doom (per me, insieme ai Trouble, i Candlemass SONO il Doom Metal) la Peaceville ha pensato bene di pubblicare – in edizione limitata – questo triplo album, in versione cd e vinile, estremamente curato nell’artwork come si conviene ad una realizzazione commemorativa che si rispetti. Il primo disco è l’opera originaria riproposta, il secondo altro non è se non il demo realizzato dalla band di Stoccolma agli esordi (risalenti al 1984), quando ancora si chiamava Withcraft con, in più, “Black Stone Wielder” e “Demon`s Gate” (registrati negli O.A.L. Studios nel dicembre 1985), mentre il terzo è costituito da una serie di registrazioni di prove effettuate dalla band negli studi Upplands Väsby nel Novembre dello stesso anno.
Sull’opera al nero della quale si celebra l’oscuro genetliaco, aggiungere qualcosa ai fiumi di inchiostro che – in questi 35 anni – sono stati versati per decantare (giustamente) le immense qualità di questa vera e propria Bibbia del Doom, è alquanto arduo e superfluo. Semplicemente, è una delle pietre miliari del metallo a tinte scure e dell’Heavy Metal in generale. Non c’è altro da dire. Invece, in questa recensione che ho il privilegio di scrivere, vorrei soffermarmi sugli altri due dischi. Come esposto, il secondo cd/vinile riesuma il demo creato dalla band svedese quando ancora rispondeva al nome di Witchcraft. All’epoca, si trattava di un trio in cui Leif Edling era impegnato alle quattro corde ed alla voce, affiancato da Mats Ekström alle pelli e Christian Weberyd maestro d’ascia. Pur ammirevole, il risultato finale è stato alquanto spompo, con Leif che denota un’ugola alquanto fragile, sia pur volenterosa. Diciamoci la verità: tutto è cambiato con l’avvento di Messiah Marcolin. Sto ancora maledicendo il giorno in cui è fuoriuscito dalla band! A mio avviso, non esiste un cantante Doom che ne possegga la stessa carica di pathos e la stessa voce carismatica, degna di un vero e proprio celebrante on stage; solo lui è stato in grado di conferire ai brani quella aura di magia, di esoterismo e mistero rappresentato con una potenza evocativa irraggiungibile; d’altronde, non solo il confronto con il periodo precedente al suo avvento, ma anche con quello successivo alla sua dipartita, (vedi l’EP “House of Doom”) è impietoso: come Messiah, non ce n’è. Va da sé che, anche per quanto attiene al terzo disco, il discorso non cambia di molto. I pezzi storici, sia pure riproposti in varie versioni, non rendono la medesima sensazione di angoscia mista a indefinibile minaccia e sinistri stati d’animo.
Comunque sia, non c’è che da ringraziare la Peaceville per averci dato la possibilità di approfondire ulteriormente la conoscenza dell’universo Candlemass, fatto di atmosfere e tematiche tanto affascinanti quanto oscure, attraverso una produzione che rinverdisce i fasti del combo scandinavo che incarna l’essenza del dark&doom. Un “must have”!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    11 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 11 Giugno, 2022
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Interessanti, questi Antyra. Se non altro, cercano di dire la loro in ambito di Epic/Folk Metal. Formatisi a Lipsia nel 2006, hanno forgiato ben sei singoli, un EP e due full-length, compreso questo “Poiema”, caratterizzato dall’utilizzo dell’idioma autoctono antico, scelta peraltro effettuata di recente. La opening track è una intro costituita da un coro a cappella con tecnica di canto “a canoni”, molto in voga nel medioevo; poi, arriva la veemenza ed il vigore della band sassone in cui spicca un pianoforte impiegato – a mio avviso – in modo appropriato e mai ridondante, come del resto le keyboards in generale; quel tanto che basta a tinteggiare i pezzi, conferendo loro quel pizzico di “Epic” come si conviene alla tradizione del metallo folk di stirpe mitteleuropea. “Phaeton” era già stato uno dei sei singoli di cui accennavo sopra, così come “Hungry Lions”, “Am seid'nen Faden”, “Die Türme Von Kadesh” e “Ischtars Rache”, tutti usciti l’uno via l’altro, a mo' di raffica di mitra, tra il 2021 e quest’anno. Proprio nell’ultimo pezzo citato, spicca una sezione di fiati poderosa, di stampo quasi 'wagneriano'. Ad intervallare la sequenza, “Quod Erat Demonstrandum”, una sorta di ballad anomala intinta nel latino. La tecnica esecutiva è più che adeguata, le atmosfere ci riportano a quelle tardo medievali, ma sempre conferendo il giusto equilibrio tra la componente Folk e quella Metal, come nel caso di “Hungry Lions”, in cui la struttura quasi Power/Thrash Metal (come insegnano i loro conterranei Helloween) viene sapientemente alternata con linee melodiche al limite del bizzarro (vedi il coretto malato nel finale). Se poi ci aggiungiamo il growl che fa capolino di tanto in tanto, il quadro è completo. “Am seid'nen Faden”, poi, è una incursione nel mondo oscuro del Black/Doom più che pregevole: un’altra piacevole sorpresa.
Se siete aperti di vedute e cercate sempre qualcosa di originale da ascoltare, questo è il CD che fa per voi, perché c’è poco di “già sentito” , visto che inventare qualcosa è sempre più arduo ma reinterpretare e variare con personalità non è affatto cosa da poco. E gli Antyra ci riescono, eccome!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    04 Giugno, 2022
Ultimo aggiornamento: 04 Giugno, 2022
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Il nome della band (Gengis Khan) ha portato subito alla mente di questo "vecchio" metallaro il mitico brano strumentale degli Iron Maiden incastonato in quel vecchio scrigno di gemme metalliche che risponde al nome di "Killers". Ed in effetti, in alcuni passaggi di questo terzo full-length del quintetto felsineo, si scorgono delle linee direttrici ispirate a quell'autentico molok metallico. Così come denota la mia lunga militanza di headbanger il fatto che - leggere che si tratta di una band di Bologna - mi ha fatto scattare l'associazione di idee con i Crying Steel, il cui cantante era un epigone di Rob Halford. Come accennato, si tratta del terzo album per questo quintetto sorto nel capoluogo emiliano dieci anni orsono; difatti, il loro esordio ("Gengis Khan Was a Rocker") risale al 2012, seguito dall'EP omonimo nel 2019, quindi da "Colder than Heaven", nel 2021. L'Heavy Metal proposto è alquanto classico, abbarbicato alle radici della NWOBHM con tutti gli stilemi che essa comporta, anche se con una punta di accelerazione in più, a volte ai limiti dello Speed. Due cose mi hanno colpito di questo album, una buona e l'altra meno: quella buona sono gli assoli, di assoluto livello, che ricordano certi virtuosismi tipici degli axeman nipponici (tipo Loudness, Bow Wow, etc.), estremamente godibili e moderni, giungono a conferire quella ventata di novità (pur sempre relativa) ad un contesto - come detto - piuttosto maideniano; quella meno buona, è la pronuncia inglese del singer Frank: davvero da migliorare notevolmente, a tratti davvero imbarazzante. Peccato, perché la voce, per timbrica e potenza, è più che discreta; forse, se lasciasse perdere le quattro/sei corde e si concentrasse solo sul canto, il risultato sarebbe davvero pregevole. Il livello medio delle composizioni è alto, la tecnica di esecuzione è ineccepibile (e qui la menzione particolare per il drummer ci sta tutta, data la sua estrema versatilità, precisione e rocciosità): davvero un più che buono full-length, che denota una certa maturità raggiunta dal combo emiliano e che merita attenzione. Dalla iniziale "Possessed by the Wolf" alla finale, velocissima "Long Live the Rebels", passando per la title-track e "Sandman", la fattura dei pezzi è ben al di sopra della sufficienza. Alla prossima, Gengis Khan!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    29 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 29 Mag, 2022
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Se nel tanto lontano - quanto prolifico - 1981 i Ratos de Porão non avessero deciso di formare questa band al fulmicotone, non sarebbero nati i Sepultura, la costola Soulfly ed i fratelli Cavalera forse si sarebbero dedicati alla musica da camera. Quando si pensa al Brasile, viene spontaneo pensare al calcio, al carnevale, al churrasco, ma anche alla musica, intesa come samba; ebbene, dopo aver ascoltato questi four horsemen, l'associazione di idee vi porterà a pensare proprio a loro! Una discografia immensa, sconfinata, che segna il loro avvento come precursori di quello che verrà definito "Thrash Metal", prima ancora dei seminali Anthrax, Megadeth, Metallica, Nuclear Assault, giusto per citarne una minima parte di quello che poi è diventato un vero e proprio battaglione di gruppi, una vera e propria Metal Militia; sono stati, infatti, tra i primissimi a mescolare la potenza del metallo e la velocità e la rabbia del Punk con tematiche di natura politica e sociale nei testi di pezzi brevissimi ma intensissimi, possibilmente da snocciolare uno via l'altro come se fosse una raffica di mitra. L'evoluzione ha portato poi ad una ulteriore filiazione, quella denominata "Crossover", che vanta ancora oggi epigoni in tutto il globo terracqueo (mi vengono in mente ceffi come Cro-Mags) nel segno di una corrosiva gemmatura. E quest'ultima fatica va a rinverdire proprio questi sacri canoni del Thrash, a cominciare dal nome del combo che, come nella migliore tradizione Punk, significa "topi di fogna". Le ostilità vengono aperte da una opening track inneggiante all'antifascismo per poi svilupparsi in un fuoco di fila di pezzacci all'acido muriatico, capaci di sciogliervi i padiglioni auricolari e ridurvi il cervello in poltiglia. Se proprio devo fare un piccolo appunto, lo farei sulla scelta di utilizzare la lingua madre per il cantato: il portoghese non si rivela proprio il massimo in termini di impatto fonico, perché è un idioma piuttosto dolce nelle inflessioni e, per quanto Gordo si sforzi di "adattarlo" al contesto, il risultato non lo trovo particolarmente esaltante; ma ci sta e si sa, i testi politicamente impegnati e di denuncia sociale necessitano di far passare il messaggio nel miglior modo possibile, in primis a chi - in quel contesto socio-politico - ci vive e ci "butta il sangue". L'esperienza c'è tutta, e si sente, eccome! L'intero album si propone come un unico, tostissimo pugno in pieno stomaco (anche per le tematiche trattate, alquanto scomode...) dal cui impatto mortale ci si riprende solo dopo che l'ascolto (con annesso pogo sfrenato) è finito in un bagno di sudore. Insomma, una bella conferma di una colonna portante di questo sempre amato genere che, fino a quando si verificheranno produzioni di questo livello, certamente avrà vita moooolto lunga.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    21 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 21 Mag, 2022
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Questo manipolo di ragazzoni tutto casa ed Epic Metal si è coagulato di recente in una delle città più violente degli Stati Uniti, Chicago; stiamo parlando del 2019 o giù di lì: giusto il tempo di partorire l'EP "Colossus" l'anno successivo, ed eccoli qui a proporci il loro debut album. Le nostre cinque punte di diamante (questo è il significato di Fer de Lance) sono appassionati di fantasy, mitologia, storia ed antichità in generale: e si sente! Dopo la immancabile intro strumentale, irrompe "The Mariner", che sembra scritta da discendenti dei vichinghi intenti a narrare le loro gesta marinare, che li portarono persino a contatto con i nativi americani. Ciò che risalta subito all'orecchio (che ne uscirà non poco positivamente martoriato dall'ascolto) è una chitarra classica in gran spolvero, sulla quale Mandy si destreggia più che discretamente, in ossequio alle sue indubbie origini latinoamericane. I vocalizzi di MP sono assolutamente degni ed all'altezza dei parametri che il metallo epico esige: grande potenza ed estensione vocale da paura, nella fattispecie di derivazione "dickinsoniana", anche se tendente al growl quel tanto che basta a conferire potenza alle già massicce corde vocali. Scud, il drummer, è certamente un epigono di Scott Columbus, del quale ha il medesimo tocco "felpato" sulle pelli; sì, felpato come un maglio di fonderia! Il suo compare di sezione ritmica, Rusty, è tutt'altro che arrugginito; anzi, il suo basso tuona in modo sfavillante. Dal canto suo, J.Geist va a completare pregevolmente il duo di asce, con assoli ben affilati ed estremamente ficcanti. L'altro elemento che balza all'occhio (anzi, alle orecchie) è la durata dei brani, tutti al di sopra dei sette minuti, ma solo per conferire la giusta solennità ad ogni singola traccia, tant'è vero che mai sfiora minimamente l'impressione che i pezzi siano prolissi o, peggio, stucchevoli: tutti filano via lisci come l'olio (bollente, perché lasciano tutti il segno). I cori di "Sirens" sono tanto ammalianti quanto inquietanti e "Ad Bestias" dà proprio l'idea di ritrovarsi catapultati nel bel mezzo del Colosseo ad interrogarsi sull'imminentissimo futuro da cibo per leoni inferociti. Il trittico "Northern Skies" - "Arctic Winds" - title-track ci reimmerge nelle atmosfere vichinghe di cui sopra, sempre molto ben ispirate e molto Heavy, evocative e coinvolgenti. Insomma, questi Fer de Lance sono davvero una bella realtà, in grado di alimentare l'eterna fiamma della passione per il metallo pesante che ci accomuna, oltre a quella di Thor e Odino, of course.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    14 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Mag, 2022
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La terra di Amleto e della Sirenetta ha sempre fornito il suo massiccio contributo alla nobile causa del metallo pesante. Basti pensare agli Artillery, a Sua Maestà King Diamond e annessi Mercyful Fate per rendersene conto facilmente. I Wasted ai più non diranno molto in prima battuta; eppure suonano e devastano dal lontano 1981, sia pure con non tantissima fortuna. Formatisi nei dintorni della capitale danese, sono giunti al loro quarto full-length, che - ve lo garantisco - pesta non poco! Eppure, erano partiti di buona lena, forgiando demo tapes come se non ci fosse un domani ed approdando al debut album "Halloween... the Night Of" nel 1984, seguito a ruota dall'ennesimo demo: poi, l'oblio fino al 2003, allorquando rompono il lungo silenzio con "Final Convulsion". A seguire, un altro letargo creativo (o realizzativo) di ben sedici anni; nel 2019 esce "Elecrified", seguito, quest'anno, da questo "The Haunted House": come scritto prima, una release che pesta non poco. Personalmente, mi ricordano molto i sempre sottovalutati Annihilator, pur senza avere la stessa geniale schizofrenia dei canadesi. Purtuttavia, già la opening nonché title-track lascia intendere che sarà un gran bel pogare, sull'onda di un riff accattivante, sia pur malato al punto giusto, come si conviene laddove ci si avventuri nel visitare una casa infestata da creature maligne ed entità sinistre, che balzano fuori all'improvviso tra i solchi dei dieci pezzi che rappresentano dieci mazzate senza pietà! Pregevole l'arpeggio iniziale di "Candy Cane", anch'essa potenzialmente composta da Jeff Waters, pazzo leader indiscusso della band sopra nominata. Di grande impatto "Metal Snack", con una possente quattro corde in primo piano. "Metallicheggiante" anzichenò ed intrigante "Wasted Attack", un vero e proprio attacco frontale degno di un mega-tir lanciato in autostrada controsenso. Gli assoli risultano piuttosto ben curati e variegati, ben innestati nel wall of sound generato dalla band (vedasi "The King" con tanto di intermezzo strampalato seguito da repentino cambio di tempo), complice una sezione ritmica granitica e ultra precisa. Se proprio devo trovare un punto debole, i vocalizzi di "Throath" mi risuonano un tantino monocordi e poco adatti al contesto, ma tant'è: qui l'headbanging scatta immediato e senza requie, e tanto basta!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    30 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 30 Aprile, 2022
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Per me è un vero onore poter recensire questa ultima opera dei Rammstein, per una serie di motivi: innanzitutto siamo al cospetto di una band seminale, che ha fatto da caposcuola ad un vero e proprio filone musicale che ha creato il connubio ideale tra la grande tradizione tedesca nella musica elettronica (come non ricordare i precursori – negli anni ’70 - Tangerine Dream, Klaus Schulze, Kraftwerk, tanto per limitarci ai nomi più conosciuti), con la altrettanto grande tradizione del metal teutonico (ed anche qui tornano subito alla mente bands del calibro di Scorpions, Michael Schenker Group, Helloween, Accept, solo per citarne alcuni). A ciò hanno aggiunto la particolarità dell’utilizzo, nei testi, dell’ostico idioma tedesco che – a mio avviso – è una lingua altamente indicata per le sonorità dure in generale, dal Metal al Cyberpunk; ed anche in questo i Rammstein sono stati capostipiti: basti pensare a monikers come Eisbrecher, Staalmann, Tanzwut (questi ultimi – a loro volta – a capo del movimento Folk Metal germanico). Invero, chi li ha preceduti (sia nell’utilizzo del cantato in tedesco che nel riferimento al connubio Germania/U.S.A., visto che Ramstein è una nota base Nato in terra teutonica) sono stati i D.A.F. (Deutsche Amerikanische Freundshaft), duo elettronico della Neue Deutsche Welle (la New Wave tedesca) negli anni ’80, poi rimasti come influenza del nostro sestetto anche nell’utilizzo dei synth. Venendo a commentare questo ottavo full-length in studio della band, giunto a sugellare la loro trentennale carriera (le origini risalgono al 1993), si nota subito un certo distacco da quella che loro stessi avevano definito “Tanz Metal”, a favore di composizioni più mature ed introspettive, malinconicamente decadenti, ma sempre ricche di classe e pathos e di potenza (anche evocativa), accresciute dal ben dosato utilizzo del pianoforte (vedasi la final track “Adieu” e la title-track “Zeit”). Certamente, non mancano i brani più fedeli al loro marchio di fabbrica, come il singolo apripista “Zick Zack” (dedicato alle false promesse della chirurgia estetica imperante, con tanto di videoclip sarcastico e dissacrante) o la ottima “Giftig” (a mio parere il pezzo migliore del CD), come anche l’altro singolo “Angst”, con i loro caratteristici chitarroni in primo piano a generare un wall of sound implacabile. Ciò che è certo, è che i nostri rockers tedeschi si esprimono ancora agli altissimi livelli di brani che sono incisi a fuoco nel firmamento del genere tosto, come “Sonne”, “Mutter”, “Du Hast” e “Mein Hertz Brennt”, e che continuano a rappresentare un punto di riferimento nel panorama mondiale della musica alternativa, perpetrando un mix tra Metal, Industrial ed Elettronica, che forse farà storcere il naso a più di qualcuno dei puristi del metallo ma che, innegabilmente, riesce ad attrarre molti fans attingendoli proprio tra gli headbangers. Bentornati, Rammstein!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    16 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 16 Aprile, 2022
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Per chi, come me, ha vissuto la propria adolescenza negli anni ’70, apprezzando la scena Prog Rock italica di quel periodo, questo CD è una vera manna dal cielo. Infatti, amo da sempre i gruppi cult di quel periodo, come Balletto di Bronzo, Biglietto per l’Inferno, i primi Le Orme, Il Bacio della Medusa, Quella Vecchia Locanda, che ritengo un po’ l’archetipo di band (all’epoca si chiamavano “complessi” o “gruppi”) di quell’era mitica, che hanno tratto ispirazione dalla terra d’Albione, sempre all’avanguardia con vere e proprie icone come Emerson, Lake & Palmer, utilizzando rigorosamente testi in italiano (non dimentichiamo mai che – nel mondo, grazie alla lirica – il nostro idioma era universalmente riconosciuto come lingua ufficiale della musica ed è, ancora oggi, molto apprezzato all’estero per la sua musicalità). Inoltre, amo da sempre i Goblin, facenti parte della medesima scena ma che hanno prodotto quasi esclusivamente brani strumentali legandoli a doppio filo con la inarrivabile prima filmografia di Dario Argento, creando delle atmosfere davvero uniche ed irripetibili, annoverando tra le proprie file musicisti del calibro di Claudio Simonetti (superbo tastierista ancora oggi a capo del progetto), Agostino Marangolo (poi divenuto session drummer di lusso) ed un sottovalutato chitarrista come Massimo Morante. Ancora, amo il medioevo e le tematiche afferenti alla Santa Inquisizione ed alla caccia alle streghe. Ebbene, se consideriamo che questo combo siciliano (d’altronde il nome stesso della band lo lascia intuire) sintetizza in sé tutti questi elementi, capite bene come questa loro release costituisca, per il sottoscritto, semplicemente il top!
Formatisi in quel di Palermo nel 1995 (ergo, non certo l’altro giorno…) hanno al loro attivo ben quattro album, tre demo, una raccolta, un singolo e questo EP, tutti caratterizzati dal contenuto legato alle suddette tematiche, proponendo tracce sinistre e darkeggianti, che ricordano molto i succitati Goblin (l’into sembra mutuata dalla colonna sonora di Suspiria) e l’Horror Metal di un’altra band italiana superlativa che risponde al nome di Death SS (quelli con Paul Chain, però) che raggiunge le sue vette in “Malleus Maleficarum”, dedicata al manuale del bravo inquisitore scritto da Sprenger ed Institoris, due che hanno torturato e mandato al rogo un bel po’ di persone (specie donne, appunto ritenute streghe) con tanto di finale con organo alla Profondo Rosso. Insomma, un lavoro davvero superlativo, che merita certamente l’acquisto e che invita all’approfondimento di certe tematiche (invero, ancora oggi scomode) e di un certo periodo storico oscuro e maledetto. Oscuro e maledetto come questo EP.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    09 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 09 Aprile, 2022
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Debut album per questo combo scandinavo nato dalla amicizia di vecchia data tra Christian Liljegren (Narnia, Audiovision, Golden Resurrection, ecc.) e l’axeman Mats-Åke Andersson. L’idea è subito stata quella di dare libero sfogo alla loro passione viscerale per il metallo classico, quello imperituro ed inossidabile; idea sposata dagli altri four horsemen che compongono la band. La pregevole intro “New Dawn”, evoca l’aurora di una release che ricalca i canoni dell’Heavy Metal che più classico non si può, come si evince dalla opening track “Gloria” (il loro primo singolo): c’è tantissimo della mitica Vergine di Ferro, la quale – comunque – ancora oggi vede un po’ dappertutto tracce di quanto seminato ai tempi di quella New Wave Of British Heavy Metal di cui è stata co-fondatrice insieme ad altri colossi del calibro di Judas Priest, Motorhead, Saxon. Si procede belli spediti con la title-track che dà anche il nome al sestetto, seguita da quella “Madness” che è già stato il loro secondo (ed anch’esso fortunato) singolo: un’abbinata di pezzi sempre segno di devozione al credo musicale di cui sopra, che vi darà un “uno-due” degno dei migliori match pugilistici. Il singing di Christian, effettivamente, è un giusto ed equilibrato mix tra Bruce Dickinson, Rob Halford e Ronnie James Dio: non avrà la loro stessa potenza vocale, è vero, ma l’estensione e la carica interpretativa sono quelle giuste. Massiccio il riff di “I am”, leggermente più accostabile agli stilemi del metallo mitteleuropeo, così come “Time to Live” costituisce l’ineluttabile omaggio a colui che tanto lustro ha dato all’Heavy sinfonico virtuosistico, ossia Sua Maestà Yngwie Malmsteen. E, a tal proposito, vi è da sottolineare come le due asce al servizio della band non sfigurino affatto quanto a tecnica ed inventiva negli assoli, sempre ficcanti e mai ridondanti. In definitiva, un full-length di esordio davvero di spessore, che lascerà il segno non solo nel metalrama internazionale, ma anche nelle vostre orecchie e nella vostra mente.

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