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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    24 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Luglio, 2021
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Prendete i primissimi Venom, con la inconfondibile “vocina” di Cronos (quelli di “Women, Leather & Hell”) metteteli a suonare delle cover degli Slayer più accelerati (tipo “Aggressive Perfector”), qua e là delle spruzzatine di seventies (ad esempio l’intermezzo di "Beer Drinkers & Hellraisers" dei Motorhead della prima ora), qualche reminiscenza dei Whiplash (quelli di “Warmonger”), sparate tutto a velocità supersonica ed avrete come risultato gli Hellcrash! Questo CD è una vera mazzata nelle gengive senza preavviso!!!! Era da tempo che i miei padiglioni auricolari non venivano presi d’assalto da cotanta violenza sonora ed un po’ (lo confesso) ne sentivo la mancanza: fin dalle primissime note, infatti, questi ragazzi di Santa Margherita Ligure (Genova) ci catapultano in un universo fatto di Speed Metal come non se ne sentiva da parecchio. Si ha la sensazione di ritrovarsi lanciati a velocità stratosferica su delle montagne russe, ma a bordo di una possente locomotiva impazzita, immagine tanto cara a Sua Maestà Lemmy Kilminster. Non a caso ho citato power-trios come Venom, Motorhead e Whiplash: con questa band ligure l’adrenalina scorre come un fiume in piena ripercorrendo dei passaggi che riportano alla mente le gesta discografiche di queste bands pionieristiche nei rispettivi generi. Peraltro, gli stessi nomi d’arte dei tre risultano in linea e coerenti con quanto da loro proposto fin dal 2013, senza dimenticare il fatto che provengono dalla stessa terra di altri campioni come i Necrodeath, le cui tematiche vengono a rispecchiarsi in gran parte dei testi; senza dimenticare poi – e questo gli headbangers di più lunga militanza se lo ricorderanno – le affinità con un altro power trio italico come i Bulldozer. Insomma, nove inesorabili scudisciate sulle orecchie e sulla testa, che proprio non ne vuol sapere di fermarsi e sembra che sia lì lì per staccarsi in un mare di sudore da headbanging sfrenato! Dopo l’ultima traccia, vi sorprenderete di essere ancora coscienti e ringrazierete di esser scampati ad un vero e proprio massacro sonoro perpetrato nel nome dello speed metal, riportato ai fasti della mitica compilation apripista “Speed Kills”.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    20 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Luglio, 2021
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Super-classica line up da band metallara, questi cinque doomsters americani provengono dal Connecticut, ove si sono assemblati di recente (2017) sotto l’egida di un sound molto grato e devoto ai mostri sacri del genere made in USA, ossia i giganteschi Trouble. Hanno esordito con "Weight of the World", EP datato 2018, seguito dal singolo "Carry the Flame", dello stesso anno; l’anno seguente hanno preso parte ad uno split con gli Oxblood Forge. L’anno scorso è stata la volta dei singoli "Blink of an Eye" e "When the Fear Subsides". Non c’è male come prolificità; dove casca l’asino, però, è sull’aspetto “originalità”. Come detto, i nostri cinque della grande tristezza, pagano dazio ai monumentali Trouble, finanche nell’artwork, pur non avendone però la medesima carica a livello di pathos; specialmente i vocalizzi di Andrew Stachelek, sono ben puliti ma piuttosto ordinari, che non conferiscono al tutto quella atmosfera tipica del Doom Metal al quale la band di considera appartenente. A dirla tutta, anzi, il risultato di questa fatica è senz’altro encomiabile ma alquanto fiacco e spompato, pur mantenendosi a livelli decenti per il genere, non fosse altro che per i molteplici cambi di tempo nell’ambito di ogni traccia, che conferiscono al lavoro una certa varietà di soluzioni. Si stagliano dalla media, a mio avviso, “Take Your Pain Away” (dal riff principale un po’ ipnotico) e la lunga ed articolata title-track dal finale funebre, mentre “Refuse to Fall” si appalesa alquanto avulsa dal contesto.
Tirando le somme dopo gli ascolti, una fatica appena sufficiente, che comunque denota ampi margini di miglioramento del quintetto oscuro, in prospettiva; per il momento, lor signori e signore sono pregati di accomodarsi nel feretro fino a nuova release.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    03 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Luglio, 2021
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Una delle associazioni di idee più facile nel dark & black metalrama internazionale è quella tra Danimarca e Mercyful Fate; indiscutibilmente, il marchio malefico di sua maestà King Diamond persiste nei decenni, intatto nella sua malvagità, oscurando tutto e tutti. Eppure, questa onesta band danese esiste fin dagli albori del NWOBHM, ossia dai primissimi anni ’80. E si sente. Questo loro terzo full-length (sia pure i primi due siano stati intervallati da una ragguardevole quantità di demos ed autoproduzioni) non fa certo gridare al miracolo ma si appalesa come un lavoro onesto, duro e puro come si conviene. Il sound è senz’altro un po’ datato e non brilla certo per originalità, ma gli ingredienti per un sano e robusto metallo dalle venature dark ci sono tutti: riffs “catchy”, di impatto immediato, assoli discreti (anche se non si intravedono virtuosismi di sorta), tappeto ritmico roccioso al punto giusto, liriche esoteriche e fantasy. Peccato per il cantato, davvero poco convincente, un po’ fiacco. Mi ricorda certi Witchfynde della prima ora. Certo, aver scelto un titolo che è anch’esso una associazione di idee ("Angel of Death") forse non sarà stata una genialata perché siamo distanti anni luce del leggendario pezzo-killer degli Slayer: tuttavia, questo CD – alla resa dei conti – fa la sua onesta figura senza strafare e senza entusiasmare eccessivamente, che sa tanto di compitino ben svolto ma senza infamia e senza lode.
Dopo la classica intro suggestiva e tenebrosa (come è d’uopo) si parte per una godibile cavalcata in balìa dei nostri five horsemen che – da bravi reduci – pagano il loro doveroso tributo ai mostri sacri Iron Maiden (in particolar modo in “Phoenix Fire”) e Black Sabbath riconducendo il tutto in una dimensione in grado di strizzare l’occhio anche all’Epic Metal più raffinato. Non può mancare la mezza-ballad (“Marauders”, che mi ha portato alla mente certi Metal Church più datati, e “The Chosen One”). Comunque sia, è innegabile che - anche creazioni come questa del quintetto della - assolvono al loro scopo, ossia quello di divulgare il Verbo e perpetrarlo nel tempo, affinché non vada perduto o dimenticato dalle nuove leve, alle quali, tutto sommato, i nostri cinque conterranei della Sirenetta hanno qualcosa da tramandare. Un po’ come una sorta di amanuensi dell’heavy metal.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    26 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Giugno, 2021
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Ma guarda un po’. È proprio vero che non si smette mai di imparare! Quando Ninni The Boss mi ha chiesto di occuparmi di questa band, mai avrei pensato che il monicker Mammoth WVH altro non fosse che la creatura hard rock di Wolfgang Van Halen (da cui l’acronimo WVH). Ebbene si, Wolfgang è figlio del mitico ed inarrivabile Eddie Van Halen!
Esordì nel mondo musicale nel 2004, intraprendendo alcune date del tour del gruppo del padre e dello zio in qualità di ospite. In seguito Wolfgang entrerà nei Van Halen come membro effettivo alla fine del 2006, per sostituire il bassista Michael Anthony, appena uscito dal gruppo (anche se le male lingue attribuiscono la dipartita di Michael proprio alla volontà di Eddie di far posto al figlio alle quattro corde). Wolfgang esordirà come membro dei Van Halen nel settembre dell'anno successivo a Charlotte, in occasione della prima data del tour americano che segna il ritorno, dopo ventidue anni di assenza, del cantante David Lee Roth. Dalla fine del 2012 è divenuto il bassista dei Tremonti, progetto solista del chitarrista Mark Tremonti (Alter Bridge, Creed), band nella quale ha militato fino agli inizi del 2017, per potersi dedicare a tempo pieno al suo progetto solista, ormai maturo. A novembre 2020 pubblica il singolo "Distance", vero e proprio antipasto del suo full-length solista, appunto quello che sto recensendo, in cui canta e suona tutti gli strumenti. Senza tanti giri di parole, ho trovato questo debut-album STRATOSFERICO!!! Sono rimasto folgorato! Raramente ho riscontrato una vena compositiva ed una freschezza di songwriting simile: verrebbe davvero da pensare che la genetica compie prodigi inenarrabili!
Tutti i pezzi sono fantastici sotto tutti i punti di vista: un equilibratissimo mix di hard rock melodico godibilissimo ed adatto per tutte le occasioni (seduzione inclusa), ottimamente suonato e cantato dal talentuosissimo figlio d’arte. Il livello è talmente alto che è impossibile eleggere il brano migliore: tutti i pezzi sono vincenti e convincenti, facendo impallidire persino le realizzazioni più monumentali della storia dell’Adult Oriented Rock (A.O.R.) sfornate da gente denominata Kip Winger, Ratt, Nightranger e compagnia bella.
Notevolissimo, un vero must have! Non perdetevelo per nessuna ragione al mondo.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    12 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 12 Giugno, 2021
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Interessante full-length per questi doomsters teutonici, il cui drappo nero si è dischiuso nel 2013 in Detmold, nella Nord Rhine-Westphalia per poi spostarsi a Mainz, nel Rhineland-Palatinato. Il classico quintetto (che viene rappresentato attraverso degli alias anonimi) ci propone un Doom Metal caratterizzato da liriche incentrate su temi letterari; hanno esordito con un album intitolato “Spectres of Revocable Loss” nel 2014, al quale ha fatto seguito “The All-Consuming” nell’anno successivo. Nel 2016 è arrivato poi l’EP “Miles to Take”. I pezzi sono piuttosto lunghetti ed hanno più che altro l’essenza delle litanie funebri permeate di malinconia ed intrise di tristezza per la dipartita in onore della quale vengono composte ed eseguite. Durante l’ascolto si può facilmente visualizzare il corteo funebre con il suo lento incedere, l’atmosfera sempre più greve della tumulazione, lo scenario sempre più cupo in cui si compie il destino amaro di ogni essere umano. Un album che potrebbe ambire al titolo di colonna sonora ideale per ogni funerale, di sottofondo per camere ardenti, di leitmotiv di ogni estremo saluto, di tappeto sonoro per un perfetto eterno riposo. Un cd che sembra la rappresentazione di una serie interminabile di esequie, un inno al pessimismo più lugubre, la dichiarazione di morte di ogni speranza, anche la più flebile; e, man mano che si susseguono lentamente le tracce di questa release, il gelo piomba sempre più pesantemente nella stanza, nella mente e nel cuore dell’ascoltatore. Insomma, i cinque della volta a croce (tanto per intenderci e per non andare fuori tema, la volta delle chiese di un tempo o, se preferite, della chiesa in cui si celebra il rito funebre dalla quale prenderà le mosse il corteo di cui sopra) propongono dei pezzi che fanno sembrare “The Skull” dei Maestri Trouble un allegro coro di buontemponi! Per autentici amanti del tormento dell’anima.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    07 Giugno, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Giugno, 2021
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Ed ecco a voi un’altra pietra miliare dell’Heavy Metal di tutti i tempi, una band seminale che – fin dal 1972 – ha imposto il proprio marchio di fabbrica nel metalrama mondiale. Il nome della band è di derivazione tolkieniana, proviene dalla immensa saga de “Il Signore degli Anelli”. In lingua Sindarin, Cirith Ungol significa letteralmente "Passo del Ragno" dalle parole cirith ("passo") e ungo ("ragno") e sta a designare un antico avamposto di Gondor, retta dal Sovrintendente Denethor fino al trionfale ritorno di Aragorn. Oltre al marchio di fabbrica sonoro, di cui tratterò a breve, l’altra stupenda tradizione perpetrata dai nostri è rappresentata dalle fantastiche (in tutti i sensi) copertine dei numerosi (anche se non tantissimi) dischi sfornati dalla band, quasi tutte create dall’immaginifico Michael Whelan, che si sposano perfettamente con il concept. Il combo ha iniziato a mettere tutto a ferro e fuoco nel lontano 1972 in quel di Ventura, in California ed in origine una delle asce era affidata alle cure di Jerry Fogle (poi passato a miglior vita nel 1998) ed annoverava Greg Lindstrom al basso, Robert Garven alla batteria e Neal Beattie come vocalist, presto sostituito da Tim Baker, forgiando in fucina autentici capolavori come “Frost & Fire” e rimanendo lungo gli anni fedeli e sé stessi e coerenti, proponendo tematiche fantasy esposte con un singing narrante un po’ stridulo ed ipnotico, poggiato su di un tappeto ritmico ben possente e cadenzato, sostenuto ed intarsiato con chitarroni ficcanti ed intrecciati tra loro e ben inseriti in tutto il contesto epico.
Non fa eccezione questo attesissimo EP che, in soli quattro brani, sferra dei colpi mortali alle nostre “malcapitate” orecchie, che da troppo tempo non venivano “accarezzate” da cotanta maestria metallica! Le ostilità sono aperte da “Route 666”, che subito ci catapulta, senza tanti fronzoli, nella più tipica atmosfera metal, con tanto di rombo di moto e riffone introduttivo, sul quale si innesta la epicamente stralunata voce narrante di cui sopra. "Shelob's Lair" continua sulla stessa scia micidiale mentre "Brutish Manchild" risulta un giusto condensato tra epic e hard old school . La conclusiva title-track "Half Past Human" ci ammalia con un arpeggio iniziale di tutto rispetto per poi snodarsi in una ballata epica con un finale da far impallidire i mostri sacri Manowar (non oso immaginare cosa sarebbe questo pezzo con la ugola di Eric Adams…!).
Un come-back breve ma intenso, presumibilmente (come quasi tutti gli EP) un antipasto del prossimo (e mi auguro davvero prossimo) full-length di questa band storica, alla quale non si può non augurare lunga, lunghissima vita.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    29 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 29 Mag, 2021
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Correva l’anno del Signore 2008, allorquando un axeman tedesco noto per aver militato per tanti anni nei mitici Accept, in quel di Hannover levò il proprio urlo di guerra solista. E da quell’urlo – per partogenesi – si originò un micidiale monicker al quale dette il suo nome. Colui che, con la sua ascia, tanto aveva dato alla causa del Dio metallo teutonico (non a caso il CD si apre con “Teutonic Order”) alimentandone per decenni le potenti spire, aveva deciso di fornire il suo massiccio tributo di persona, circondandosi di altri quattro metalheads doc che ne sapessero assecondare le bellicose finalità. Ed è subito heavy di quello inossidabile, di quello imperituro, di quello che ti agguanta alla testa ed alla gola e non ti molla più fino a quando l’ultimo solco ti farà cadere tramortito giusto per riuscire a raccogliere dal pavimento la testa, staccatasi per l’headbanging sfrenato! Lo stesso che abbiamo riscontrato nelle precedenti fatiche, "Loyal to None" (full-length del 2009), "Right in the Guts" (datato 2012), "The Devil Rides Out" (di quattro anni più tardi) e "Fight the Fear", forgiato nelle premiate officine e fonderie Frank nel 2019.
Gli immortali e sempre-verdi ingredienti del sano metallo ci sono tutti ed a profusione: ugola rocciosa, sezione ritmica tellurica, chitarroni granitici con assolazzi da visibilio, tecnica sopraffina in tutti i reparti; insomma, il bengodi del metallaro. E non si fa sconti a nessuno! Un album semplicemente superlativo, che sa regalare anche bei sprazzi melodici, quanto basta per non debordare, proprio come vuole ed insegnano i canoni ed i dettami dell’heavy mitteleuropeo. L’originalità? Vabbè, allora state proprio a guardare il pelo nell’uovo! Questo album è un vero e proprio inno al metallo, e tanto basta! Fino a quando ci sarà qualcuno (specie di questi “vecchietti” terribili) che avrà voglia di impartire lezioni su come si fa hard & heavy, a noi metalbangers andrà sempre più che bene.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    26 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2021
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Non posso esimermi dal ringraziare pubblicamente “the boss” Ninni Cangiano per avermi segnalato questa band transalpina; evidentemente, avrà tenuto bene a mente che il sottoscritto, quando si tratta di medioevo, di Santa Inquisizione, di caccia alle streghe et similia, va in visibilio. Se poi queste tematiche a me tanto care vengono inserite in un contesto metal e per di più proposte attraverso un grandissimo cd come questo, per me è il non plus ultra!
Formatisi nel 2016 in Francia, questi sei ragazzi amano identificarsi attraverso degli pseudonimi che ineriscono strettamente ai temi trattati e proposti: Giulio L’Accusatore (rectius: Inquisitore), il Generale dei cacciatori di streghe (rammentate i mitici Witchfinder General?), Fratello Fuoco (o meglio sarebbe dire Rogo?), Padre Martello delle Streghe (il famigerato vademecum di Sprenger ed Institoris che ha ispirato e guidato l’attività degli Inquisitori per tanti anni), sono pseudonimi che non lasciano nulla all'immaginazione e dichiarano apertamente di cosa si sta trattando in questo loro primo full-length (preceduto solo da un EP del 2017 intitolato “Witching Metal of Doom”).
Già la intro “Excommunicamus” è da brividi, con le invocazioni ed evocazioni in latino a impreziosire il breve ma intenso preludio alla opera (che ne è comunque pervasa) interamente dedicata alle gesta del braccio armato della Chiesa, che per secoli ha terrorizzato le genti, incombendo come una costante minaccia sulle esistenze, specie delle donne avvenenti. Il cd è a dir poco avvincente e più che convincente: il singer Frater Arnhwald è davvero notevole, sembra nato per immolare la sua ugola alla superiore causa del metallo, la sezione ritmica è poderosa e precisa, le due asce tagliano che è una bellezza. “Montesgùr” è ispirata alla strage dei Catari, che ivi si rifugiarono invano, dapprima nel castello che fu assediato e distrutto, poi in una grande grotta nella quale furono impietosamente murati vivi. Si procede spediti e poderosi come una armata crociata che tutto travolge: “Antichristus” non ha bisogno di spiegazioni, “Deus Vult” rappresenta il grido ("Dio lo vuole!") che troppe volte ha accompagnato la distruzione portata dagli eserciti non solo cristiani, ma – in generale – armati dal fanatismo religioso. E via via, fino a “Don’t burn the Witch” che (oltre ad essere perfettamente in tema) costituisce il doveroso cover-omaggio al trio fondatore del black metal: i Venom. L’ultima traccia non poteva non chiamarsi “Ite missa est”; oltre a conferire circolarità al lavoro (che inizia con il medesimo piglio con il quale era iniziato) va a sugellare questa mastodontica prova di forza che, a mio modesto avviso, non potete non avere nella vostra collezione di reliquie metalliche.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    15 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Mag, 2021
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I Red Moon Architect sono un sestetto formatosi nel 2011 in Finlandia (precisamente a Kouvola, Kymenlaakso) dedito ad un pregevolissimo Melodic Death/Doom Metal, con liriche che spaziano dalla malinconia alla disperazione alla morte: insomma, dei buontemponi.
La loro discografia, a dispetto della recente formazione, è di tutto rispetto. Partiti nel 2012 con l’album “Concealed Silence”, hanno poi dato alle stampe – nel 2015 – l’EP “Cradle” ed il Full-length “Fall”. Ma l’anno più prolifico per loro è stato il 2017, anno in cui hanno partorito ben tre malsane creature: il cd “Return of the Black Butterflies”, che è andato ad inframezzare due singoli “Tormented” e “Rising Tide”. Nel 2019, poi, ci hanno deliziato con “Kuura”, precursore delle sonorità di questo ultimo lavoro. Un lavoro, ribadisco, assolutamente pregevole e ben (è il caso di dirlo) architettato.
L’attitudine pessimistica e malinconica non è mutata, ed anzi, viene vieppiù accentuata dalle suadenti vocals femminili che fanno da contraltare ad una “voce” maschile che (a mio parere) avrebbe potuto essere molto più valorizzata, non limitandosi ad un verso inespressivo e monocorde al limite del growl più incomprensibile. Nel complesso, mi ricordano molto i primissimi Lacuna Coil (tanto per intenderci, quelli di “In a Reverie”) laddove il (giusto) tributo pagato da Anni Viljanen a Cristina Scabbia è evidentissimo. Molto ispirati risultano gli inserti tastieristici (segnatamente, quelli pianistici a dimostrazione del fatto che il pianoforte è davvero uno strumento immortale e trasversale, semmai ve ne fosse stato bisogno..) che ben si intrecciano con le ritmiche funerarie anzichenò: ripeto, avrei dedicato più cura alle vocals maschili, che avrebbero potuto (ovviamente, se ben selezionate) impreziosire ancora di più il tutto, perché lo meriterebbe… chissà, magari in futuro, sempre che sopravviviate a questo lavoro, terribilmente fascinoso e macabro.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    09 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 09 Mag, 2021
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Per me è un vero onore - oltre che un vero piacere - poter recensire quelli che personalmente considero i veri mostri sacri del dark metal. Quasi non credevo ai miei occhi, quando ho letto che "The Boss" mi aveva affidato questo compito, che indubbiamente è un onore ma anche un onere! Per quei quattro gatti metalbangers che non lo sapessero, queste Maestà del metallo oscuro, sono sorte dalle tenebre nel lontano 1984 nella glaciale Stoccolma, cuore pulsante di quella Scandinavia che - di lì a poco - sarebbe assurta alle cronache metalliche come la patria del Black metal più oltranzista. Del lugubre quintetto, per dritta o per storta, sono rimasti fedeli al monicker tutti tranne il vocalist, subentrato solo nel 2018; molto bravo ma (non me ne voglia) appena uno step al di sotto del mai troppo compianto Messiah Marcolin che, per me, rimane il Titano dei vocalist del genere. Sono loro che hanno dato forma a perle imperiture che hanno pensato bene di riproporre in versione "lockdown session", registrandole in presa diretta in piena crisi epidemiologica.
Questo live atipico è un monumento al dark metal, è solo loro potevano creare un simile "evento" in grado di far accapponare la pelle anche a chi (ripeto, una sparuta minoranza) non avesse ancora vissuto l'esperienza unica di ascoltarli. Esperienza unica perché non si tratta di un mero ascolto, ma di vedersi ingoiare dalle malefiche spire di un sound che esprime in maniera eccelsa quella che è l'essenza del gotico, dell'occulto, del mistero, del profondo ignoto. Un suono che dà del tu persino a quella che San Francesco d'Assisi appellò "Sorella Morte" conferendole (in sonoro) quella continuità di presenza incombente sulle nostre esistenze, quella terribile ineluttabilità che mai ci abbandona, se non solo a sprazzi (peraltro puramente illusori), ma che sempre incombe con il suo sinistro appeal. Tutte tematiche dalle quali siamo terrorizzati, ma anche innegabilmente affascinati. Ebbene, i Candlemass incarnano tutto questo e, con questo ultimo lavoro, sono a rammentarci la presenza e la vicinanza loro e del loro macabro messaggio, del loro ossianico fardello, che si perpetra e (auspichiamo) continuerà a perpetrarsi ancora per tantissimo tempo, continuando a scandirlo con le loro ritmiche mortifere, ma sempre terribilmente affascinanti.

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