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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    20 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 2024
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Ok, ok non bisogna mai giudicare un disco dalla copertina, ma - onestamente - quella di questo "Witches Wheel" dei Vulgar Devils è oggettivamente accattivante! Vabbè, ma il contenuto? Questo è un quartetto originario di Cleveland, Ohio, e ha debuttato nel 2016 con il full-length "Temptress of the Dark". Dopo otto lunghi anni di oblio, si ripresentano con questa nuova creatura malefica ispirata al sinistro (ma sempre affascinante) mondo della stregoneria, ma con un approccio molto più vicino a quello "old school" dei vari Demon, Whitcfinder General, Hallow's Eve, cioè andando a rinverdire i fasti del Power Metal classico con testi aventi ad oggetto tematiche stregonesche. "Awaken the Night" è il primo assalto frontale bello tosto con un riffone che fa presa sulla testa meglio del cemento rapido. Il pezzo immediatamente successivo mantiene ciò che promette nel titolo ("Bringing Hell"), portandoci dritto all'Inferno sonoro con un suono sporco e cattivo come il morso fulmineo di un cobra. A seguire, tutto d'un fiato, un brano sulle anime perse ("Lost Souls"), che è ciò che questo disco ci ha già resi chiamandoci ad affrontare la ardua prova di reggere l'urto dell'ennesimo muro di suono creato dai Nostri, specie nella parte centrale di questo pezzaccio micidiale. Con "Black Talons" ennesimo riffaccione acchiappone con la voce di Dave che - man mano che si avvicendano le tracce - diventa sempre più corrosiva. E' poi la volta della title-track: che dire? Un altro diretto in pieno volto! Con "Wild and High" non si cambia rotta e cominciamo a barcollare sotto la gragnuola di colpi alla quale siamo piacevolmente sottoposti fin dai primi solchi di questo monumento alla potenza. Idem dicasi per "In the Gutter Again", ancor più vigorosa e possente, così come con "Death or Victory/Give Me Speed" e la conclusiva "Ready to Rock": questo CD è un'aggressione in piena regola, è come se ti stesse prendendo a pugni un pugile tanto massiccio quanto sordo, che non sente le tue imprecazioni e le tue suppliche, che sai che si fermerà solo quando ti vedrà al tappeto, inerme e abbacinato. Una aggressione senza pietà!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    13 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 13 Aprile, 2024
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Appena tre anni fa, in quel di Cerveteri, provincia di Roma, si è formato questo quartetto che ha scelto di chiamarsi Sulphur and Mercury, traendo spunto da quella che è la antichissima e sempre affascinante scienza alchemica. L'alchimia è stata un po' la progenitrice della moderna chimica, ma con in più una connotazione esoterico-iniziatico-filosofica che portava i suoi adepti ad intraprendere un arduo percorso morale e spirituale, senza del quale nessuna opera poteva essere realizzata, in primis la mutazione del metallo rozzo (il piombo) in metallo nobile (l'oro), ossia la Pietra Filosofale. Gli alchimisti considerano lo zolfo uno dei tre princìpi della loro opera e lo chiamano Spirito o materia prima del Sole e dell'Oro filosofico, attribuendogli una natura maschile e ignea e la facoltà di coagulare (mentre il mercurio è solitamente femminile), era considerato dissolvente ed acquatico. Un'arte molto complessa, al limite della magia, a cui hanno contribuito numerosi nostri compatrioti e sulla quale si potrebbe disquisire all'infinito. Prima di dare alla luce questo EP, i Nostri hanno tastato il terreno con due singoli ("Lightless Slumber" e "Venereal Levitation") poi confluiti nella tracklist di questo disco. Un lavoro il cui preludio è tutto un programma: già dal titolo italianissimo ("Presagio del Maligno") non lascia adito a dubbi, preannunciando altre cinque pezzi tetri, ma pur sempre Heavy. "Invoke the Adversary (Pugnali di Megiddo)" rievoca la mitica località egiziana in cui si svolse una significativa attività bellica dalle forti tinte esoteriche. Il songwriting - affidato al Maesto d'Ascia Francesco Conte - è estremante variegato, in coerenza con il logo della band, palesemente ispirato a quello dei fantastici Mercyful Fate. "Lightless Slumber" è tanto ossessiva quanto possente e con un organo da paura a fungere da tappeto sonoro che si contrappone al wall of sound dei chitarroni di Francesco, sempre in improvvisa accelerazione. Jason - nel suo stile vocale - mi rievoca un po' Tom G. Warrior dei Celtic Frost. La successiva "Venereal Levitation (Voci dall'Aria)" è la mia traccia preferita, andando a configurare un sinistro connubio tra i divini Slayer e i Celtic Frost di cui sopra. "Entombed in Necrodust" è il pezzo più cupo, con il suo incedere pesantemente oscuro. Chiude le ostilità "Heads Will Roll", cover dei seminali Satan, di recente tornati ad incidere dopo una vita. Insomma, questo "Alchimia Prophetica" è davvero un gran bell'EP, in cui si fondono esoterismo, occultismo e Metal in un unico mortale crogiuolo.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    07 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 07 Aprile, 2024
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Gli Attic, quintetto Heavy Metal proveniente da Gelsenkirchen in Germania, mi hanno cagionato con questo loro "Return of the Witchfinder" un brusco ma piacevole balzo all'indietro nel tempo; dopo la immancabile intro orrorifca con tanto di violino del diavolo in evidenza, è partita la seconda traccia ("Darkest Rite") e quasi non credevo alle mie orecchie: i grandiosi Mercyful Fate si erano reincarnati! Negli anni '80 mi crogiolavo nell'ascolto di capisaldi del Metal come "Melissa", "Don't Break the Oath", con quegli inconfondibili cori malefici generati dalla malevole mente di King Diamond! Certamente il paragone è di quelli tostissimi, non fosse altro per il fatto di essere fatto con uno dei più carismatici dei frontman dell'Empireo (o degli Inferi?) del metallo. Paragone che, però, ci rapporta ad un Meister Cagliostro che non sfigura comunque dinanzi a cotanta pietra di paragone. Così come certamente i Nostri non hanno certo la medesima varietà di songwriting e cambi di tempo dei mostri sacri danesi, ma tuttavia riescono a ricreare e riproporre egregiamente le atmosfere horror e sataniche dei Mercyful Fate, dei quali sono indiscutibilmente allievi. Peraltro, i loro primi passi li hanno mossi ben dodici anni fa, con il loro demo omonimo del 2012; è seguito poi uno split "Satan's Bride / Ghost of Dublin" che ha fatto da apripista al full-length di esordio "The Invocation" sempre nello stesso anno. Cinque anni di silenzio (quanto meno in studio, sopperiti da una intensa attività on stage) ed ecco arrivare, nel 2017, "Sanctimonious", loro secondo album; poi spariscono dai radar, per rimaterializzarsi quest'anno con il singolo "Darkest Rites" che è poi confluito in questa loro ultima fatica oscura, "Return of the Witchfinder", che rievoca quella che è stata l'era più contraddittoria del Cristianesimo: quello della caccia alle streghe, nel quale nel nome di Dio (..?) sono state processate e date al rogo dalla Santa Inquisizione un numero non ben precisato (né precisabile) di donne, ritenute streghe per i motivi più fantasiosi e disparati, così come lo erano le torture a cui venivano sottoposte al solo fine di estorcere una confessione. Ed effettivamente, questo disco fa rivivere quelle stesse sensazioni: nessuno può sentirsi al sicuro, l'aria è vieppiù pesante ed opprimente, la morte è sempre in agguato e non vi sono vie d'uscita; l'organo che dà la stura ad "Up the Castle" ne è l'emblema, unitamente alla title-track. In siffatto contesto, non poteva mancare l'omaggio all'Arcangelo della Morte ("Azrael") che giunge ad apporre il proprio sinistro sigillo ad un'opera grandiosamente nefasta, che merita di essere inserita nella collezione di ogni fan dei Mercyful Fate.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    30 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 30 Marzo, 2024
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Un paio di anni fa, un chitarrista italiano ed un cantante svedese si incontrarono. Le loro passioni comuni erano il Metal ed i film horror e pensarono bene di farle sposare. Fu così che da questo connubio malefico nacquero gli Scarefield ed il loro primo singolo, "Primitive Shadows". Un anno fa, altri due singoli, "Shiver" e "Always", poi confluiti nel full-length di esordio, "A Quiet Country"; ebbene, ormai la vena creativa malevola della nostra strana coppia è esplosa, se è vero come è vero che a brevissima distanza dall'album appena menzionato, sentono il bisogno di condividere il loro ennesimo incubo musicale, dando vita a questo "Night Creatures", che annovera quattro pezzi del precedente CD (i primi quattro) e gli stessi riproposti in versione demo. E devo in effetti confermare, con piacere, che di idee il nostro duo ne ha a bizzeffe, muovendosi sul filo del rasoio del Death/Thrash che fu originato dai capostipiti Death della buonanima di Chuck Schuldiner ed i cui epigoni furono i vari Dark Angel, Necrophiliac e altri maniacs, ma caratterizzata da innesti a volte inaspettati. La stessa "God of Terror" che funge da opening track, ha una struttura anomala, atipica ma nel complesso molto convincente. Un primo assalto all'arma bianca che lascia subito le prime cicatrici, così come la seguente "Dead Center" che sembra un bisturi impazzito in mano ad un chirurgo assassino. "Shiver" non fa eccezione: sembra l'alternarsi di una sequenza di pugnalate sferrare da uno psicopatico, che ogni tanto rifiata, per poi proseguire nella mattanza. Per fortuna giunge "Child of the Corn" a darci una pausa con i suoi suadenti arpeggi e l'ugola di Markus che - per una volta - si acquieta; ma è solo una infinitesimale parentesi, perché - dopo pochissimo - il massacro riprende feroce come prima e la voce di Markus torna d'acciaio mentre l'ascia di Simone torna a colpire inesorabilmente. In effetti il tutto riporta alla mente immagini degli horror movies made in USA, al limite dello splatter, come Terrifier 2, del quale potrebbe essere benissimo la colonna sonora. Si passa poi alla seconda metà di questo "Night Creatures", ossia ai quattro brani riproposti in versione demo, su cui non c'è molto da dire. Davvero un'ottima ed orrorifica conferma per gli Scarefield!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    23 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 24 Marzo, 2024
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Quando uno ha cantato in bands come Chalice of Sin, Clockwork Revolution, Disaster/Peace, Lucian Blaque, War of Thrones, Leash Law, The Priest, Crimson Glory, Leatherwolf, Seven Witches, Tiwanaku, Ben Jackson Group, Astaroth, DeuxMonkey, Sector 9, Slash Maraud, Templar si può ben dire che è un frontman ricercatissimo, ma anche un tipo che non si accasa facilmente, probabilmente perché ha delle idee tutte sue e, in generale, non si accontenta facilmente. Se poi uno fatto così incontra un altro tipo che ha contribuito, con le sue sei corde, all'affermazione di una band come i War Of Thrones, da quel fortunato incontro di talenti puri non può che sortire un progetto ambizioso e comunque degno di essere attenzionato. E così, sotto il caldo sole di Tampa, in Florida, Wade Black e Rich Marks hanno concepito questo scrigno di gemme Power Metal che risponde al nome di "The Awakening" (un titolo che mi ha riportato alla mente il bellissimo pezzo dei Prong), debut album dei Wade Black's Astronomica. Poter godere simultaneamente di una voce possente e super estesa come quella di Wade e degli assoli iper virtuosistici come quelli di Rich è tanta roba! Il songwriting è di assoluto livello, realizzando un connubio tra potenza e melodia di quelli che si sentono davvero raramente. Pronti-via e la opening track ci investe con la sua veemenza e la virulenza dei riffs di Rich: è come aprire la porta e venire inondato non da acqua, bensì da musica che subitaneamente ti sbatte contro il muro. Da lì in poi, il ciclone non si fermerà più e continuerà inesorabilmente a tenerci incollati contro quel muro. Mollerà la presa solo dopo una sequela di pezzi uno più turbinoso dell'altro. Una sequela in cui l'ugola di Wade sembra diventare sempre più tosta e votata alla guerra totale, mentre gli assoli di Rich si fanno sempre più funambolici e coinvolgenti. E sotto, un tappeto ritmico degno di misurazione tanto con la scala Mercalli, quanto con la scala Richter! E questo anche grazie alla presenza di turnisti assolutamente all'altezza della situazione, scelti con estrema perizia. Un vera delizia per padiglioni auricolari che hanno vissuto innumerevoli battaglie sonore, tanto da essere considerati veterani dei conflitti musicali globali. La chicca è rappresentata da "Hellwalker", nella quale Rich cede temporaneamente lo scettro di axeman per passarlo a Tobias Kersing, mastro d'ascia di Steelhammer ed ora nei mitici Grave Digger. Beh, siete ancora lì? Non siete ancora andati di corsa a comprare il CD?

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    16 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 16 Marzo, 2024
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Nel lontanissimo 1976 uscì un disco doppio con 33 giri in formato 45 annesso, che rispondeva al nome di "Songs in the Key of Life", un'opera monumentale di Stevie Wonder. Nel 2024 esce questo album intitolato esattamente all'opposto: "Songs in the key of Death"; un titolo palesemente ironico che i canadesi Blood Opera ha voluto assegnare al proprio full-length di esordio. Formatisi nel 2017 a Toronto, esordirono con un EP chiamato "EP" (?!) nel 2019. Nel 2022 un singolo, "The Devil's Eyes", al quale hanno fatto seguito altre due maligne creature denominate "Be My Victim" e "The Gates of Hell", poi riconfluite in questo CD. Leggendo il monicker ed il titolo di questa ultima fatica dei conterranei dei vari Anvil, Exciter, Danko Jones mi aspettavo un genere grandguignolesco, truce e truculento: niente di tutto ciò. I Blood Opera altro non propongono se non un Power/Pop Metal melodico con qualche strizzatina d'occhio alle charts e qualche rivolo di sangue qua e là (come, ad esempio, un audio estrapolato dal b-movie horror "Killer Klowns from Outer Space" o la traccia "Damien", tratta dalla colonna sonora dell'omonimo film). Diciamo subito che il risultato di questa fatica degli emuli di Damien e Nicko Mc Brain, che ne costituiscono la sezione ritmica non è affatto malaccio, ma che si limita allo svolgimento del classico compitino che ogni band Metal è chiamata a compiere. Le idee ci sono, anche se non particolarmente originali ma sono sviluppate fino ad un certo punto; alla fine dell'ascolto, resta una sensazione di incompiutezza, per la serie: "potrebbero fare di più, ma non si applicano abbastanza". La sequenza dei pezzi scivola via piacevolmente ma senza particolari scossoni, senza qualche spunto cha abbia del clamoroso. Quanto basta, comunque, per conquistare la sufficienza piena e guardare avanti con buone prospettive per le prossime releases in studio nelle quali, però, i nostri quattro dovranno dimostrare un deciso passo in avanti su tutti i fronti.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    09 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 10 Marzo, 2024
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Mooooolto interessanti questi King Potenaz, power-trio proveniente da Fasano, in provincia di Brindisi (ergo, pugliesissimi). Correva l'anno 2019 ed ancora non si era disvelata l'immane tragedia del Covid, allorquando Francesco, Giuseppe ed il fantomatico PRNX pensarono bene di partorire un'idea malsana e pestifera: quella di originare un corrosivo connubio tra lo Stoner ed il Doom. E, in effetti, coniugare la oniricità dello Stoner con la "pesantezza" del Doom non poteva che far scaturire una miscela mortale fatta di atmosfere cupe e angoscianti ma estremamente deliranti. Il risultato è un sound a tratti soffocante e disperato oltreché sconvolgente. Sound del quale il nostro terzetto brindisino ha dato un saggio attraverso il demo di esordio "King Potenaz (Demo 6​:​66)" risalente a due anni orsono. L'anno seguente, è stata la volta del singolo "Monolithic" seguito a ruota da "Pazuzu (3​:​33)" dello scorso anno. Il tutto, al fine di creare i presupposti per questo loro primo full-length in cui tutto il materiale precedente è (giustamente) confluito: difatti, la opening track e "Pyramid Planet" hanno costituito il contenuto del loro primo demo; "Among the Ruins" irrompe in tutta la sua cupezza, con le sue reminiscenze di Spiritual Beggars e la sua accelerata che era tanto cara ai mostri sacri Black Sabbath anni '70 con tanto di tastiere che fanno capolino. La traccia seguente già citata è lunga e complessa, articolata ma mai indigesta con una voce semi-narrante che sembra collegata direttamente dagli inferi e, comunque, sempre con un sottile filo rosso che lega la band agli anni '70, questa volta rievocando i sempre sottovalutati Saint Vitus. La title-track è più vivace ma pur sempre avvolgente come le spire di un boa constrictor. E' poi la volta di "Pazuzu (3:33)", il singolo sopraccitato, che si insinua nella nostra testa strisciante come un serpente velenoso. D'altronde, un pezzo dedicato al Demone mesopotamico del vento di Sud-Ovest, apportatore di malattie agli uomini non poteva che essere così, con in più una voce femminile quantomai azzeccata. "Cosmic Voyagers" mi ha riportato alla mente i Pink Floyd di "Ummagumma" (ennesimo riferimento ai 70's), mentre "Moriendoom" (sottotitolo "La ballata di Ippolita Oderisi") al di là del calambur insito nel titolo, ha tutta la parvenza di un inno funebre in memoria della trapassata. "Monolithic" è l'altro singolo che fu, tanto funereo quanto corrosivo. La final track "Dancing Plague" - un vero e proprio delirio a tinte fosche - chiude questo pregevolissimo "Goat Rider" che ci consegna quella che, con tutta probabilità, costituirà un punto di riferimento per lo Stoner/Doom nostrano. Consigliabilissimo!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    02 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Marzo, 2024
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Come back di fuoco, quello degli Iron Curtain, combo sorto nel 2007 nella regione iberica della Murcia che fin da allora mise le cose in chiaro: signori, qui si fa del Thrash/Speed Metal old style, quello (tanto per intenderci) ispirato alla leggendaria Bay Area. Qui si parla di guerra, distruzione, disagio sociale. Qui ci si rifà a gente come i Metallica, i Megadeth, i Death Angel, i Nuclear Assault e compagnia bella. Qui si pesta di brutto, ci si lancia all'impazzata in un ottovolante musicale al fulmicotone, dove energia e velocità sono tutto fuorché sotto controllo, ma pur sempre micidiali! Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel "Road to Hell" che, nel 2012 (ergo dodici anni orsono), ha catapultato gli Iron Curtain nell'Olimpo dello Speed/Thrash, ma questo "Savage Dawn" ce li restituisce freschi come delle rose di acciaio. Pronti-via, dopo la intro d'uopo, irrompe "Devil's Eyes" che mi ha rammentato le mazzate che prendevo quando ascoltavo i mitici Exciter di Dan Beehler & Co (su tutti "Violence and Force"). A seguire, un'altra botta fortissima con il riffone di "Gipsy Rocker" che, per chi come me viaggia per le 60 primavere, significa molto in termini di rimembranza e reminiscenza. La successiva "The Wolf" continua nel martellamento senza requie. Giusto il tempo di rifiatare con l'ammaliante arpeggio che dà la stura a "Калашников 47", che veniamo investiti dall'ennesima locomotiva impazzita che nemmeno "Ridin' with the Driver" dei titanici Motorhead può! Il giro di basso della seguente "Rattlesnake" fa partire la pogata in automatico mentre "Tyger Speed" preme vieppiù sull'acceleratore scatenando l'headbanging più sfrenato, riprendendo il fil rouge con i canadesi di cui sopra, stile "Long Live the Loud". Il pezzo immediatamente dopo ci ricorda (semmai ve ne fosse bisogno) che il male è ovunque, anche qui con un super basso a terremoto sugli scudi, puntando decisamente all'anthem di grossa presa, con ritmo più cadenzato ma potentissimo. Il brano dedicato alle epiche trombe di Gerico (oltre che al famoso aereo caccia tedesco della II guerra mondiale) è l'ennesima testata in pieno volto ad alto indice di metallicità. E finalmente l'outro "Savage Dawn" ci dà il segnale del "liberi tutti", che ci consente di riprendere le forze, messe a durissima prova dall'ascolto di questo CD tanto annichilente, quanto valido. Long live Iron Curtain!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    24 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 24 Febbraio, 2024
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E non poteva che provenire da Torino, una delle città più esoteriche al mondo (sicuramente quella più esoterica d'Italia) questo nero quartetto chiamato Ponte del Diavolo, materializzatosi due anni orsono all'ombra della Mole Antonelliana. L'abbrivio fu dato da "Mystery of Mystery" EP del 2020, cui hanno fatto seguito "Sancta Menstruis" e "Ave Scintilla!" l'anno scorso. Ed ora, sono giunti a noi con il loro primo full-length, che mantiene tutto ciò che promette: una nefasta mistura di tutte le sensazioni che finora ha potuto e saputo provocare la musica dark in tutte le sue declinazioni, a partire dalla Dark Wave anni '80 fino al Black Metal di matrice scandinava, passando per il Dark Metal ed il Doom. Il tutto attraverso una sinistra rappresentazione di un infinito rituale esoterico celebrato dalla sacerdotessa Erba del Diavolo: una Dark Goddess come se ne sono viste poche; una che, questo genere di cose, si vede che ce l'ha nel DNA. Il suo singing nel brano "Covenant" mi ha fatto venire gli stessi brividi che mi suscitava Siouxsie Sioux, la frontwoman dei Siouxsie Sioux and the Banshees. E la cosa meravigliosa è che i nostri quattro darksters hanno optato per il cantato nel nostro magnifico idioma italico, assolutamente eccelso quando si tratta di musica impegnata, colta ma pur sempre fortemente alternativa. Fanno eccezione la soffertissima "Red as the Sex of She Who Lives in Death", l'arrembante "Nocturnal Veil", in cui la voce di Erba del Diavolo si fa quasi narrante e perniciosa, come il violoncello che irrompe a metà pezzo, costituendo una delle svariate sorprese di questo album. Tutti i pezzi che compongono il CD sono delle rose nere che formano un sinistro bouquet che provoca la paralisi annusandolo e ferite mortali toccandolo, per quanto sono cupi ed articolati, pericolosamente variegati: signori, questo "Fire Blades from the Tomb" non è assolutamente per tutti, ma solo per veri cultori dell'oscurità, per esploratori degli abissi, per chi ama gli anfratti più reconditi dell'animo umano. Come nel caso de "La Razza", che parte con un synth che rievoca le atmosfere della musica elettronica tedesca degli anni '70 (Tangerine Dreams, Klaus Schulze) per poi lanciarsi un un blast- beat degno dei migliori Darkthrone, snodandosi in ben otto minuti di puro delirio a tinte fosche. "Zero" fa accapponare la pelle, tanto è intensa e disperata. La chiusura è affidata a "The Weeping Song", cover riuscitissima di Nick Cave & The Bad Seeds, sottoposta ad un immancabile maquillage in puro dark&black-style. Che dire, sono stato piacevolmente avvolto dalle tenebre sonore di Erba del Diavolo & Co. Sono certo che ne sentiremo parlare a lungo. Ad maiora, Ponte del Diavolo!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    17 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 17 Febbraio, 2024
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La scena metallica barese della fine degli anni '80 è stata cavalcata da poche bands di spicco, in un'epoca nella quale essere metallaro nel capoluogo pugliese era quasi uno stigma e i luoghi in cui suonare il nostro beneamato genere erano davvero pochini. Non che ora lo scenario sia cambiato molto, ma, quantomeno, quei pochi protagonisti di quella scena hanno tenuto botta, fino al punto di riuscire a riproporsi (in una scena popolata più che altro da cover band) con produzioni che hanno rinverdito gli antichi fasti e impedito l'estinzione dell'Hard & Heavy a Bari. Ciò è stato possibile grazie alla buona volontà di etichette di nicchia - come la AUA Records - che si occupano di recuperare e valorizzare l'Heavy Metal italiano degli anni '80 e '90, rendendo possibile la realizzazione anche questo "The Demo Years". Tra i pochi irriducibili di quella scena barese annoveriamo gli Storm, capitanati da Carlo "D'Artagnan" Ragno, istrionico e carismatico frontman che allora già vantava una solida gavetta come axeman dall'ottima tecnica e dalle idee sempre particolari (ricordo ancora i suoi primi passi e poi i Wothan). Al loro demo "The Wolf Is Free" del 1987 (che possiedo ancora in versione audiocassetta) prese parte anche Donato Milella, altro talentuoso chitarrista barese. La miscela che ne scaturì dall'incontro di queste due fervide menti non poteva che essere dirompente. Ricordo ancora le ottime recensioni che ricevettero dalle riviste HM e Metal Shock, oltre al meritato spazio nel libro Metal Region di Gianni Della Cioppa. Peccato che la band durò solo tre annetti scarsi (che furono, peraltro, non poco travagliati). Fortunatamente, però, dalle ceneri ancora fresche degli Storm sorsero gli Oracle grazie all'incontro di Carlo Ragno con Francesco Patruno, veterano delle quattro corde, anch'egli estremamente versatile e multitasking. Incontro che rese possibile la realizzazione del domo "I'm the Only Queen" nel 1990. Un intrigantissimo concept su Sorella Morte, che prende la stura da una intro tutt'altro che scontata, che confluisce nella title-track introspettiva ma aggressiva con Carlo che sfoggia degli acuti niente male. "Damocle's Sword" conferma la assoluta originalità del sound proposto, con alternarsi di stop'n'go e cambi di ritmo a profusione. Su tutto, come era logico e lecito aspettarsi, svettano gli assoli di Carlo, tecnicissimi e ispiratissimi: un vero e proprio marchio di fabbrica! "Fuckin' Care of Dying" entra come un diretto nei denti con un riffone demolitore. "Cruel" è un ammaliante arpeggione a tinte fosche che funge da tappeto sonoro a dei vocalizzi riflessivi. La finale "Oracle" svolta tutto al nero, cupa ed ossessiva; degno sipario di una prima parte di CD pregevolissima. Si passa poi agli Storm ed al loro "The Wolf Is Free" che già conoscevo e che mi ha rievocato gli stessi brividi che mi procurava quando ascoltavo la audiocassetta! La opening/title-track - come tutto il (fu) demo - costituiscono uno dei più fulgidi esempi di come si debba suonare del Power/Epic Metal come si conviene. "Metempsychosis" è un slow down toccante, specie nella parte dello struggente assolo di Carlo. "Gautama the Buddha" irrompe con un giro di basso che mi era già rimasto impresso a fuoco nella memoria e si snoda epicamente possente per poi lasciare il posto a "Storm", una tempesta di nome e di fatto, un ciclone spazzatutto (sembra quasi che gli svizzeri Coroner abbiano tratto ispirazione da questo brano...); chiude le ostilità la composita ed articolata "Confession", che pone il sigillo su un'opera metallica ragguardevole e certamente ben superiore alla media, non solo nazionale. In bocca al lupo agli Oracle e ad majora semper!

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