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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    27 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2022
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Quando una band decide di dare in pasto ai proprio famelici fans un "best of", lo fa quasi sempre per tacitare momentaneamente gli appetiti dei suoi adepti più accesi ed irriducibili: una sorta di "contentino" in attesa della prossima release in studio. Magari, inserisce pure qualche brano inedito, a fungere da antipasto, sempre per acquietare i mugugni di chi - da troppo tempo - è rimasto a digiuno ed inizia a sbraitare, manifestando il proprio malcontento, più che comprensibile. Ma quando si tratta di Udo Dirkschenieder e i suoi U.D.O., quando si tratta di un personaggio che, da sempre, fa la storia dell'Heavy Metal, quando si tratta di un'ugola inconfondibile, che - ancora oggi - alla soglia delle 70 primavere, fa rabbrividire e fa tremare tutto e tutti, allora il discorso cambia. Dal 1987 il Signor Dirkschneider ci ha travolti da una tale massa di magma metallico che quasi si stenta a fare a meno di ascoltare qualche pezzo generato dalla sua sordida mente di sacerdote del metallo per più di qualche mese. Se poi ci aggiungiamo che si è contornato non solo del suo impavido drummer generato dai suoi stessi lombi (il quale non ha disdegnato di fungere da session di lusso per altri colossi del genere come i Saxon), ma anche di una prima ascia (Andrey) che ha militato in gloriosi gruppi come quelli messi su da due ex singers dei titanici Iron Maiden (Paul Di'Anno e Blaze Bayley) e di un bassista che ha condiviso il live stage dei distruttori Testament, non possiamo non comprendere perché le crisi di astinenza dei fans dell'ex vocalist degli immensi Accept siano così frequenti. Tale e tanta è la produzione del singer teutonico, che a malapena due CD riescono a contenere i migliori capitoli della sua infinita saga metallica, nonostante ben 33 pezzi, uno più massiccio e dirompente dell'altro (addirittura, nella versione vinile ben 4 dischi!). Altresì, nella tracklist figurano due inediti, proposti come singolo quasi a lasciar presagire l'immediato futuro discografico della band, che rispondono al nome di "Wilder Life" e "Dust and Rust", per non dimenticare la rara "Falling Angels". Dal debut album "Animal House" fino all'ultima fatica in studio "Game Over", vengono passati in rassegna brani che sono tutti autentici campioni dei pesi massimi dell'Hard'n'Heavy, dall'opening track "Fear Detector" passando per "Break the Rules" (estrapolata da "Mean Machine") a "Metal Eater" (tratta da "Timebomb"). Un vero e proprio monumento metallico eretto dal leader tedesco ed i suoi quattro accoliti che, per l'ennesima volta, ci danno ulteriore dimostrazione (semmai ve ne fosse bisogno) che - come dal titolo di uno dei tanti leggendari pezzi marchiati U.D.O.- "Heavy Metal Never Dies", perlomeno fino a quando ci saranno baluardi del loro calibro. Un "must have", senza "se" e senza "ma".

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    19 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 2022
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Quando ti accingi ad ascoltare un disco dei veri titani del metallo, non puoi esimerti dal genufletterti e porti in uno stato di religiosa veglia, facendo del training autogeno per prepararti al meglio a ricevere la tua dose di superlativa musica da essi generata e che ti verrà elargita a piene mani attraverso gli altoparlanti, destinati a fumare per quanta sarà la ultra-violenza sonora che saranno chiamati ad erogare. Nella fattispecie, sapendo di avere il piacere immenso di ascoltare l'ultima fatica dei colossi scandinavi del Doom, i Candlemass, a maggior ragione mi sono raccolto in me stesso non solo ponendo in essere gli accorgimenti di cui sopra, ma tremante in quanto consapevole che - di lì a poco - mi si sarebbero spalancati davanti i sette cancelli dell'Inferno sonoro, orrorifico e oscuro come non mai. Peraltro, altra prerogativa dei titani del metallo, è quella di aver creato una sorta di "marchio di fabbrica", ossia un sound assolutamente unico, che solo ed esclusivamente loro sanno di ricreare ogni volta che realizzano un'opera discografica. E, devo subito chiarirlo, anche questa volta i Candlemass hanno mantenuto tutte le promesse e le premesse di questa loro ennesima opera al nero! Non appena parte questo "Sweet Evil Sun", con "Wizard of the Vortex", si viene immediatamente pervasi da una sensazione di greve angoscia che solo un "dolce malvagio sole" può provocare. Un album sinistro, come la successiva title-track, in cui la paura ti assale e non ti lascia più, attanagliandoti e paralizzandoti quasi totalmente: quasi, perché l'unica parte del corpo che si muove è la testa, chiamata (con la seguente "Angel Battle") ad un headbanging cadenzato ma non per questo meno furente. Ed è un sudare freddo, quello che ti accompagna per tutto l'ascolto, seguendo le traiettorie di una nera farfalla ("Black Butterfly") un po' come se fossi nel tuo bel tirettone dell'obitorio, mezzo vivo ma in preda ad un rigor mortis cagionato dall'incedere ineluttabile dei pezzi che compongono l'intero CD. Il marchio di fabbrica, dicevamo: ebbene, in effetti questo ennesimo capitolo della infinita saga dei maestri della messa macabra, ripropone tutto ciò che c'è del tipico Candlemass sound ma, semmai fosse possibile, con quel pizzico di follia compositiva in più, che solo delle menti fortemente perverse e costantemente proiettate verso le tenebre potrebbero concepire (vedasi "Scandinavian Gods" e "Devil Voodoo"). Impossibile segnalare qualche brano della tracklist, per quanto essa è tutta di altissimo livello: il tutto è un'unica, mastodontica pietra tombale, che suggellerà la vostra cappella immaginaria, lentamente ma inesorabilmente, creatasi intorno a voi man mano che procedete con la mortifera sequenza dei brani, fino a crocifiggervi in essa ("Crucified"). Diciamo che questo CD si candida seriamente ad entrare nella scaletta dei brani dai quali attingere per la colonna sonora del proprio funerale. E c'è, come sempre, l'imbarazzo della scelta, perché questa release ti costringe a scegliere fior da fiore (cimiteriale, of course); vabbè, al limite, se proprio non ci riuscite, potete sempre delegare la scelta al becchino... C u in hell!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    14 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Novembre, 2022
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Questo album è da urlooooooooo!!!
Ciò chiarito, in via di premessa, vengo a precisare per quali motivi si tratta di une vero e proprio masterpiece: già il semplice considerare che questa band nasce da un perverso sodalizio tra un bassista che è stato nientedimeno che uno dei fondatori dei megagalattici Megadeth e un vocalist che può tranquillamente essere annoverato tra i più dotati e talentuosi in circolazione, ci fa capire che le premesse ci sono tutte. Quando poi passiamo all’ascolto, ci accorgiamo subito che tutte le promesse iniziali risultano tutte mantenute, ed alla grande pure! Giusto per quei due o tre che lo ignorano, Jeff Scott Soto è sempre stato un session di extralusso, avendo prestato la propria ugola superlativa a nomi del calibro di Yngwie Malmsteen, Axel Rudi Pell, Lita Ford, Paul Gilbert, Slaughter, Steelheart, Stryper, House of Lords, Michael Schenker, Zakk Wylde, Journey, pur non disdegnando qualche sortita come solista (ha ben dieci album nel suo palmares dal 1995 ad oggi), svelando la sua immensa poliedricità e versatilità; un vero animale da palcoscenico, in grado di spaziare dal Metal al Blues, al Funky ed al Rock più melodico, sfoggiando una timbrica a tratti accattivante, a tratti Heavy. Non è da meno l’italianissimo axeman Andy Martongelli, un maestro d’ascia come ce ne sono pochi in giro; non a caso è contesissimo ed ha prestato i suoi servigi a gente del livello di Steve Vai, Marty Friedman, Guthrie Govan, Paul Gilbert, Kiko Loureiro (Megadeth, ex-Angra), Andy Timmons, Frank Gambale, Michael Angelo Batio, Gus G. (Ozzy Osbourne), Reb Beach (Whitesnake, Winger), George Lynch, Vinnie Moore e tanti altri. Completa il quartetto l’altrettanto italianissimo drummer Paolo Caridi, una vera belva dietro le pelli, al punto che lo stesso Ellefson lo aveva voluto nell’album “Over the Cover”. Ebbene, quando metti insieme quattro big del genere, il risultato non può che essere semplicemente stellare; una release stratosferica, che ti incolla al muro con la forza d’urto di un ordigno abnorme, che genera una deflagrazione mostruosa. Ben quattordici gemme metalliche della più variegata foggia (che dire del violino in “The day before tomorrow”?), con le sole ballads “Writing on the Wall” e “Out of the Blue” a far rifiatare. Superlativo! Ogni altro aggettivo sarebbe superfluo per descrivere questa magnifica produzione destinata a rimanere scritta a lettere di fuoco nell’Empireo metallico!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    05 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 05 Novembre, 2022
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Ottimo EP d'esordio per i Wildfire, cinque ragazzi ateniesi formatisi davvero di recente (2019) all'ombra della Acropoli più famosa del mondo. Non è la prima volta che mi trovo al cospetto di una release proveniente dal paese ellenico e devo dire, ad onor del vero, che - come nelle volte precedenti - sono rimasto favorevolmente impressionato dal lavoro svolto in sala di incisione dai metallers greci, i quali hanno dimostrato di aver ben assimilato e metabolizzato il verbo metallico più ortodosso. Anche nel caso di questi epigoni del fuoco selvaggio, infatti, ci viene proposto un Hard'n'Heavy di tutto rispetto, molto ben composto ed altrettanto ben suonato: la band non mostra punti deboli e fa il suo prepotente ingresso nel metalrama internazionale mostrandosi ben compatta e sinergica nel propugnare la fede che noi tutti professiamo con orgoglio e fierezza. Sugli scudi gli assoli: veramente pregevolissimi e tecnicamente sopra la media; l'ugola del frontman William Joestar si difende più che bene, senza mai sbavature o cedimenti; i riffs sono tanto semplici quanto d'impatto; il duo ritmico è granitico e preciso; il sound è roccioso e senza fronzoli. Le quattro tracce dell'EP si rivelano assolutamente convincenti e lasciano presagire un futuro più che roseo per questo monicker del sud-est europeo che, in linea con le peculiarità della loro gloriosa terra, sotto la dura scorza dell'involucro generato dalla loro musica, celano uno scrigno di tesori nascosti che ripagheranno certamente tutti coloro che si prenderanno la (piacevole) briga di andarlo a scovare, quasi come novelli Indiana Jones del metallo. Di rilievo, senza tema di smentita. Ne sentiremo parlare a lungo.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    29 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre, 2022
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Ci sono dei meccanismi psicologici per cui si creano cosiddette associazioni di idee: sentendo una parola, inconsciamente e quasi meccanicamente la mente associa ciò che quella parola rappresenta con un altra rappresentazione di un'altra persona, un altro oggetto, un'altra idea, un altro concetto e così via. Nel caso di Herman Frank, la associazione di idee è con i mitici Accept. Certo, la stessa cosa vale per Udo Dirkshneider, ugola al vetriolo che ormai da tempo sta proseguendo egregiamente la propria carriera solista supportato dal figlio batterista. Certo, quando hai letteralmente fatto la storia del metallo per decenni, la band con la quale lo hai fatto ti rimane cucita sulla pelle e nell'anima per sempre. Purtuttavia, come si suol dire "the show must go on" e bisogna sempre guardare avanti, proiettarsi nel futuro con focus positivo e costruttivo. E, se i risultati sono questi, non c'è minimamente da temere che possa non essere roseo. Il buon Herman, in quel di Hannover, tramava da tempo il come back nell'Olimpo degli Dei metallici e, finalmente, dopo l'aperitivo costituito dai due singoli (estrapolati dalla tracklist sopra riportata) rappresentati dalla opening track e dalla title-track, ora - come novello Zeus - ci scaglia dall'altro questo tonante CD. Ovviamente, per sferrare questo primo attacco, il nostro non poteva che attorniarsi di una vera e propria Metal militia, di gente che potesse vantare un curriculum di tutto rispetto; e così si va da un drummer che ha prestato i propri rudi servigi a Jorn Lande, U.D.O., Primal Fear, Sinner (Francesco Jovino) fino ad una seconda ascia con precorsi nei Victory (Michael Pesin), passando per un vocalist che ha cantato nei Bonfire e persino negli Accept (David Reece). Il risultato non poteva che essere ultra-dirompente: avete presente quei rulli compressori tanto delicati e carini che si usano per asfaltare le strade? Bene, anche voi - dopo l'ascolto di questa release - rimarrete asfaltati! Dalla furiosa opening track, per poi passare alla mega-heavy title-track, non riuscirete a divincolarvi dalle pesantissime spire in cui vi ritroverete subito avvolti, se non quando avrà suonato l'ultimissimo solco di questo full-length di esordio che erutta metallo incandescente come un vulcano sopito per tanti anni che si è improvvisamente destato con una insaziabile voglia di originare terremoti sonori e di sommergere tutto e tutti sotto un tappeto di lava, quasi fosse posseduto da un insano istinto di generare una seconda Pompei in pieno XXI secolo. E che dire di "Destroyers of the Night" o l'incazzatissima "Fear No Evil"? Come commentare la valanga di assoli al fulmicotone di cui è infarcito l'album? Come appellare un tappeto sonoro incessantemente distruttivo creato da una sezione ritmica superlativa? Come definire i duelli d'ascia dispensati a piene mani lungo tutta la release? Un debut album tostissimo come pochi, in grado di sviluppare gradi Richter e Mercalli a più non posso, facendovi tremare le mura e le budella come se non ci fosse un domani. Un vero "must have"!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    22 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 2022
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I quattro dell’attacco di cuore (probabilmente la band preferita dai cardiologi… E cala il gelo…) sono attivi dal 2006 e sono una delle numerosissime bands che hanno avuto origine nella nazione dei nostri beneamati cugini d’Oltralpe, la Francia e – precisamente – a Cannes, ben nota a tutti per il festival del cartone animato (….vabbè, oggi sto in vena di battutacce…). Hanno esordito con un EP ("Lullabies for Living Dead") nel 2009, per poi partorire il debut full-length ("Stop Pretending") nel 2013, al quale ha fatto seguito nel 2017 la seconda fatica in studio, "The Resilience". Dopo una raffica di singoli, giungono a noi con questo CD il cui titolo non lascia presagire niente di buono. E difatti, fin dai primi solchi, capiamo che qui sono botte serie (of course, musicalmente parlando); e sì, perché quello che contraddistingue questo combo transalpino è un mix mortale di Thrash old style a tinte fosche, di quelli che non lasciano nessuna speranza al malcapitato ascoltatore: impatto devastante, martellamento a mo’ di maglio impazzito e grandissima potenza. È come se ti spalmassero della lava incandescente sotto i piedi mentre stai correndo per scappare da un pericolo immanente, cagionando una accelerazione così repentina da farti sfiorare (appunto) l’attacco di cuore! C’è, invero, un bel po’ di Slayer in questo album (ma, d’altronde, come si fa a non pagare dazio alle divinità della musica ultra-violenta?), sia pure intrecciato con spunti stile old Bay-Area (Testament, Exodus, Nuclear Assault, etc.) e con aperture melodiche (specie negli assoli, sempre pregevolmente variegati) ben dosate e ben incastonate nel muro sonoro edificato su riffs davvero schiacciatutto, ben congegnati e che ti cingono d’assedio il cervello fino a mandartelo in pappa! Quanto alla tecnica, beh questi four horsemen francesi ne hanno davvero da vendere, risultando assolutamente convincenti e convinti dal primo fino all’ultimo solco (nientedimeno che una cover degli eterni Genesis), lasciandoti in un bagno di sangue, sudore e birra.
Imperiosi!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    09 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 09 Ottobre, 2022
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I Moonspell sono in circolazione da parecchio tempo, visto che questo quintetto di Lisbona ha mosso i primi passi nell’ormai lontano 1992 e vanta una discografia davvero molto nutrita. Diciamo che questa ultima produzione (of course, solo in ordine di tempo) può costituire una buona occasione per familiarizzare un po’ con questo gruppo – a mio avviso – un po’ troppo sottovalutato, forse perché si è sempre mosso tra le pieghe di un genere (il Gothic a tutto tondo) che, tradizionalmente, non ha mai riscosso clamorosi successi. Eppure si tratta di una sapiente mistura velenosa tra sonorità ed atmosfere tipiche della Dark Wave anni ’80 ed il Gothic Metal, quasi a voler realizzare una pozione venefica che, solo apparentemente, penetra silenziosamente ma ineluttabilmente nelle orecchie, nel cervello e nell’anima, oscurandola lentamente ma inesorabilmente. Non a caso, ho scritto di “Gothic a tutto tondo”: i nostri cinque lusitani sanno ricreare delle “dark sensations” come pochi, non limitandosi al solo sound, ma arricchendo le loro performance on stage in maniera sorprendentemente coerente. Prendiamo il caso proprio di questa loro ultima fatica: il solo fatto di aver deciso di tenere un concerto nella Grutas de Mira d’Aire, famoso sito naturalistico del Portogallo, complesso di grotte posto a circa 110 km a nord di Lisbona, che consistente nella intera tracklist della loro ultima produzione - il full-lenght “Hermitage” -, è di per sé un evento non di poco conto. Le sonorità che ne sono scaturite (appunto, cavernose) conferiscono ancora maggiore suggestione a dei brani già abbastanza oscuramente introspettivi e meno fruibili di quanto non possa sembrare. La risposta dei loro accoliti accorsi nella cavità (ovviamente, in numero non certo considerevole, rispetto a quello che si sarebbe potuto registrare in uno stadio o un locale) è – giustamente - entusiastica ed alla fine si viene a creare una situazione ai limiti del magico, di un sortilegio in nero, davvero molto particolare. Non c’è che dire: quando il genio incontra il talento, i risultati sono sempre di altissimo profilo. Senz’altro da acquistare e sperimentare.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    01 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 01 Ottobre, 2022
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E' con orgoglio ed un po' di emozione che mi accingo a recensire l'ultimo masterpiece di una delle monsters-band planetarie più importanti. Quello dei super gruppi è - da sempre - un mito che affascina ogni adepto di un genere musicale, quale che sia. Nel caso dell'Hard & Heavy, si sfiora la venerazione, da parte dei fans sparsi in tutto il globo terracqueo. E lo si capisce bene al solo pronunciare il divino nome di Sua Maestà Glenn Hughes! Nel caso del vostro umile recensore, un po' come quando chiedi ad un bambino cosa vorresti fare da grande, da sempre, se avessi potuto esprimere i famosi tre desideri, avrei sicuramente espresso quello di cantare e suonare il basso come lui! Per carità, mi rifiuto di pensare che ci possa essere anche uno solo di voi che davvero non sappia chi sia. Sarebbe vera e propria eresia! Roba da anatema Rock! Oddio, non che gli altri nomi dei componenti della band siano da meno: già gli stessi fondatori del gruppone (Jon Stevens e David Lowy nel 2012 erano rispettivamente cantante solista e chitarrista molto affermati). A loro si sono affiancati tanti artisti di assoluto livello, rendendo la band un esperimento work in progress, ma sempre e comunque vincente. Dall'omonimo debut - album targato 2013, al quale hanno fatto seguito nel 2015 "Revolución", nel 2016 "Make Some Noise" (con l'ingresso dell'ex Whitesnake e Dio Dough Aldrich e, nel 2018 "Burn It Down"), è stato un costante inanellamento di pietre miliari del Rock duro. Ma la svolta nella svolta arriva nel 2019, allorquando si unisce alla già titanica band Glenn Hughes con cui realizzano, nel 2021, l'immenso "Holy Ground" ed ora questo "Radiance" nuovo di pacca. Ad esprimere un giudizio sulle autentiche dieci gemme che si incastonano in questa release semplicemente megagalattica, si rischia la lesa maestà, tale e tanta è la levatura stratosferica delle tracce. Un album che rasenta la perfezione assoluta, in cui trovare il classico pelo nell'uovo è impresa davvero ardua. Già dall'outtake della opening track capisci di essere improvvisamente entrato nell'occhio di un ciclone musicale, fatto di potenza elettrica di gran classe, avvertendo un brivido lungo la schiena ed una scarica nelle ossa che non ti abbandoneranno più se non all'ultima nota della conclusiva "Roll on". Un'overdose di adrenalina purissima, che dura - senza cali di intensità - per tutto il CD, durante l'ascolto del quale ti scoprirai a dimenarti come raramente hai fatto in vita tua, letteralmente rapito dalla voce imperiosa e divina di Glenn e da tutto il contesto unico in cui i The Dead Daisies ti avranno catapultato. Ho perso il conto di quante recensioni ho scritto, ma qui sono in grande difficoltà perché vengo messo nelle condizioni di dovermi limitare a tessere solo ed esclusivamente delle sperticate lodi nei riguardi di veri e propri mostri sacri, che (sicuramente senza volerlo fare appositamente) mostrano tutta la loro grandeur, tutta la loro classe adamantina con la nonchalance di chi, semplicemente, è così, ce l'ha nel proprio DNA il fatto di essere un combo stratosferico: semplicemente titanici!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    24 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Settembre, 2022
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Parliamoci chiaro: come noi italici, anche i nostri "cugini" spagnoli sono vittime di una sequela di triti e ritriti luoghi comuni; noi siamo perseguitati da pizza, spaghetti, mandolino ed altre irritanti amenità del genere, loro sono da sempre accostati a corride, sangria, paella, flamenco e così via. Se poi spostiamo il focus in ambito Hard'n'Heavy, la nazione iberica risulta essere tra le più avare in assoluto di talenti metallici; personalmente mi vengono in mente i Baron Rojo e pochissimo altro (ma sarà certamente un mio limite...). Ebbene, in Alcorcón, molto prossima a Madrid, nel 2016 prendono vita gli Invaders, classico quintetto che ha forgiato nel sacro fuoco del metallo il primo EP denominato (devo dire, ad onor del vero, in maniera moooolto originale), "Metal Madness". Ha fatto seguito il singolo "Endless Wait" dello scorso anno e poi gli altri due singoli (antipasto di questo "Beware of the Night" da cui sono stati estratti) "Spin the Roulette" e "Redhead Lady". La formula proposta dai nostri cinque è tanto semplice quanto efficace: sano, puro e duro Metal tradizionale, ben composto e ben suonato. Ben composto perché le linee melodiche si appalesano dirette, senza troppi fronzoli, con il classico riff che acchiappa, ritornello altrettanto acchiappone. Ben suonato perché articolato su esecuzioni essenziali e mai ridondanti, adagiate su una sezione ritmica spaccatutto ed a metronomo, un wall of sound di chitarrone nitido e possente impreziosito da assoli a duello del tutto apprezzabili (per tecnica e varietà) senza mai essere stucchevoli né scontati. La opening track è bella piazzata secca come un uppercut, con un finale in cui (doverosamente) i cinque pagano dazio alle loro origini, lasciando spazio ad un gradevolissimo arpeggio di chitarra classica in puro Spanish-style. A ruota, i due singoli sopraccitati, altrettanto godibili in termini sia melodici che tellurici. "Crimson Fate" entra a gamba tesa con un riffaccione niente male, per poi lasciar esaltare le indubbie doti canore di Sergio, che sembra rinverdire i fast dei vocalist dei vari King X, Crimson Glory, Samson e compagnia bella. La strumentale "Visions" ci regala una performance leggermente più tecnica e ricercata (quasi alla Steve Vai), ma pur sempre dall'approccio durissimo. La cavalcata prosegue senza requie fino alla lunga final track con intro classicheggiante/spagnoleggiante che poi confluisce in una semi-ballad struggente e ricca di spunti interessanti. Non c'è che dire, questo è un gran bell'album, che "si lascia ascoltare" e ci fa godere al punto giusto dandoci ancora una volta ampie rassicurazioni sul fatto che il nostro beneamato metallo avrà ancora vita lunghissima. E bravi Invaders!

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    10 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 11 Settembre, 2022
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Ennesimo capitolo discografico per la saga dei Mad Max, band ispirata al celebre film interpretato da Mel Gibson (con la partecipazione straordinaria di Tina Turner nel terzo), la cui ambientazione annoverava la Thunderdome, che per anni ho utilizzato per dare il benvenuto ai miei ascoltatori durante il mio programma radiofonico hard 'n' heavy. Ma ora basta con le memorie e passiamo a recensire questo full length (il quindicesimo!) di un monicker che tanto ha dato e sta ancora dando alla causa del metallo. E' dal lontanissimo 1981, infatti, che questi quattro ragazzoni tedeschi provenienti dalla Westfalia (più precisamente da Munster) partoriscono creature fatte di puro metallo e, nonostante abbiano già eruttato fiumi di rock durissimo, hanno ancora qualcosa da dire, eccome! Questo album è composto da undici gemme dure come diamanti, a dimostrazione - semmai ve ne fosse stato bisogno - che siamo al cospetto di un quartetto inossidabile, per il quale il tempo sembra che si sia fermato e la cui vena compositiva sembra davvero inesauribile. Apre le ostilità "Too Hot to Handle", che mette subito le cose in chiaro: i Mad Max fanno (ancora) maledettamente sul serio e sono tornati per picchiare duro sui padiglioni auricolari, senza la benché minima intenzione di smettere. La successiva "Days of Passion" prosegue sulla scia di un songwriting molto efficace, che sa bilanciare sapientemente melodia, potenza e tecnica: gli assoli di Jürgen non sono affatto male, concisi e sempre ben misurati, senza mai debordare in virtuosismi apprezzati ma un po' fini a sè stessi ai quali tanti axemen ci hanno abituati (denotando un ego incontenibile ed ingombrante). Cori sempre ben calibrati e piazzati nella struttura di ogni pezzo, anche nella molto catchy "Best Part of Me", che rappresenta, insieme alla seguente "Rock Solid" la parentesi un po' più AOR (Adult Oriented Rock) del disco. Con "The Stage Is for You" si torna a modalità più toste, così come le restanti tracce proseguono sulla medesima falsa riga, mantenendo sempre uno standard elevatissimo sotto l'aspetto compositivo, confezionando un lavoro di assoluto livello che continua a consacrare i Mad Max nell'Empireo del panorama metallico mondiale. Un'ennesima, graditissima conferma che lascia presagire una strada lunga e costellata di release tutte da gustare scuotendo la capoccetta a più non posso, sì ma con classe.

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