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Opinione scritta da Danilo Dardano

7 risultati - visualizzati 1 - 7
 
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4.5
Opinione inserita da Danilo Dardano    19 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

28 anni di carriera, 14 Full-Lengths, 21 fra demo, EP, singoli e raccolte, 8 pubblicazioni live, non hanno bisogno di presentazioni, loro sono i Marduk. Hanno influenzato più di due decadi di blacksters di tutto il mondo, inventando il proprio sound e diventando una delle principali influenze per chiunque abbia voluto, in vent'anni, accostarsi a questo genere.
Chi ascolta Black Metal, ascolta i Marduk.
Ci si poteva aspettare un'ulteriore evoluzione da parte loro, che nelle due ultime pubblicazioni hanno cercato di integrare, alla propria identità puramente blackster, degli arrangiamenti più curati e delle linee melodiche funzionali alla loro idea. Invece, Viktoria fa qualcosa di diverso:
la produzione è essenziale, lo stile è rapido, l'aggressività la fa da padrona fin dall'inizio, il sound è senza dubbio più improntato a rivivere lo stile degli anni '90, rispetto ai lavori da quando Mortuus è alla voce, e si avverte una vena vagamente punk, a tratti anche doom metal.
Il disco è conciso e dura poco più di mezz'ora (se pensiamo che il precedente Frontscwhein sfiorava l'ora intera, e Serpent Sermon raggiungeva i quarantacinque minuti...), nella quale la band di Norrköping si conferma il quartetto di bestie che ha dato vita a capolavori come Opus Nocturne.
Nella sua semplicità ed immediatezza, Viktoria è un disco che conferma la capacità dei Marduk di poter ancora dire la loro dopo 28 anni di attività.
Disco consigliatissimo a tutti gli appassionati di Black Metal.

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20
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3.5
Opinione inserita da Danilo Dardano    12 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 13 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Diciotto anni di attività per una band, gli Heruka, che ha pubblicato ben poco: soltanto una demo, un EP e questo full-length molto atteso.
In realtà, si tratta di un doppio disco: la prima parte, infatti, è composta dai sei brani che erano proposti nell'EP "Leggenda", del 2005, e i successivi dieci sono il vero e proprio "Deception's End". La sensazione di stare ascoltando due dischi diversi è evidente: soprattutto nei primi 3 brani si avverte la poca maturità della band in quel periodo. Il sound di questa parte del disco, è piuttosto confuso: la chitarra solista viene quasi sommersa dal muro sonoro delle percussioni e della chitarra ritmica, mentre un grande rilievo è dato al basso, che si occupa tanto di dare spessore ai riff, quanto di impreziosire i brani di linee melodiche anche ben scritte, ma dal sound piuttosto deludente. Dopo il quarto brano, Monrgh – The Two Swords, avviene un cambiamento radicale: i brani cominciano ad essere via via più intriganti, hanno più mordente e più carattere. Se la prima parte del disco poteva essere stilisticamente vicina a gruppi come Moonspell e, in minima parte, ai Samael, adesso il sound è più personale ed eterogeneo, talvolta ricorda i The Kovenant dei migliori anni, quelli di "Nexus Polaris", per intenderci, ma senza la stessa finezza e mantenendo uno stile più aggressivo. Il quinto brano è Takar – The Enigma, e rappresenta il salto di qualità del disco. Da questo punto in poi, nonostante i problemi di mixaggio piuttosto evidenti (la chitarra solista proprio non ne vuole sapere di uscire fuori), l'ascolto è entusiasmante e ogni brano cattura l'attenzione con nuove idee, come le voci pulite in Bethuria – The Three Entities. Una vera sorpresa che una band dal sound così diretto sia stata capace di creare, in maniera del tutto inaspettata, una parte corale così coinvolgente. Questo è sicuramente il mio brano preferito dell'intero lavoro, che migliora in creatività canzone dopo canzone.
L'unico vero e proprio neo del disco è la qualità delle registrazioni, non al livello di un full-length. Certo, in giro si è sentito molto di peggio, ma comunque è un peccato sentire una chitarra fare un assolo in tapping ad un volume effettivo così basso, così come non è piacevole sentire una batteria digitale dalle dinamiche così poco naturali (almeno nel contesto del metal).
La mia opinione finale è che si tratta di un disco non certo perfetto, ma che non lascia affatto l'amaro in bocca, nonostante un inizio lento e caotico.
Consigliato soprattutto per gli amanti del black metal melodico, ma senza addobbi pseudosinfonici. Sconsigliato, invece, soltanto agli affezionati delle produzioni pompose ed impeccabili.
Gli Heruka non sono i Dimmu Borgir, e questo è soltanto un bene.

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4.0
Opinione inserita da Danilo Dardano    13 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Sesto album dei sassoni Grabak, attivi dal 1995. Chi conosce il genere sa che è un grave errore ignorare questa band dell'underground teutonico, che ha sempre rilasciato lavori molto validi (soprattutto Encyclopaedia Infernalis, se non lo avete ancora ascoltato, recuperatelo al più presto), talvolta però peccando per mancanza di originalità.
Non è il caso di Bloodline Divine, un lavoro molto solido e valido. La produzione non è entusiasmante, ma nel complesso è molto funzionale, sicuramente piacevole per gli appassionati del black metal duro e puro dal sound molto acido, ma non completamente lo-fi. Nonostante prendano grande ispirazione dal Black Metal di matrice svedese, soprattuto da gruppi come Dark Funeral, sono presenti momenti musicali intriganti e ben pensati; la band è maturata molto e ha ritrovato personalità, sicuramente più evidente ora che nei due lavori precedenti.
Il black metal proposto in Divine Bloodline è energico e malinconico, a tratti anche molto melodico, ma senza mai ammorbidire troppo i toni, che restano aggressivi per tutta la durata del disco.
La voce di Jan Klepel ricorda moltissimo quella di Emperor Magus Caligula, ma più rauca, specialmente quando passa ad uno scream più grave, dove acquisisce un carattere ed una potenza spaventosi. Il vero difetto di questo disco è la batteria digitale fin troppo evidente: alcune sezioni di rullante appaiono meccaniche ed inespressive, e viene da chiedersi come sarebbe suonato lo stesso disco con un batterista vero.
Phoenix il pezzo migliore: eterogeneo, coniuga bene potenza, parti melodiche con l'aggressività generale del sound dell'intero lavoro.
In definitiva, Divine Bloodline merita un ascolto. Consigliato soprattutto agli amanti del black metal svedese (Dissection, Lord Belial, Dark Funeral).

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3.5
Opinione inserita da Danilo Dardano    30 Mag, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I quattro californiani Xanthochroid, nel secondo atto di "Of Erthe and Axen", riprendono lo stile melodico e variegato del lavoro precedente e lo arricchiscono di sonorità estreme.
Se per "Act I" può essere mossa la critica di un inizio troppo lento e delicato, lo stesso non può essere detto per "Act II", per fortuna: dopo la breve intro strumentale Reveal Your Shape, O Formless One, il brano successivo esplode in un riff energico e coinvolgente, che trasporta verso un'atmosfera decisamente più metal rispetto al predecessore. I toni fiabeschi di Act I, infatti, vengono presto smorzati in questo disco, divenendo tragici ed esplosivi. Le atmosfere eleganti delle parti sinfoniche, già presenti nel lavoro precedente, qui ricordano molto gli ultimi lavori degli Shade Empire: un comparto sinfonico che accompagna con teatralità una musica violenta e struggente, senza mai sembrare pomposo o pretenzioso. Ancora una volta, il comparto vocale è prevalentemente affidato a voci pulite, sempre accostabili ai Wintersun, sia per timbro che per espressività, mentre gli harsh vocals stavolta non sono solo marginali, ma anche evidentemente di un volume inferiore rispetto al sonoro generale. Notevole l'utilizzo dei cori maschili, che impreziosiscono la trama musicale delle sezioni sinfoniche con delle melodie sempre originali. Of Gods Bereft Of Grace è il brano più riuscito, in quanto tutti gli elementi utilizzati nell'intero album, appaiono qui perfettamente fusi tra loro ed in equilibrio. La seconda parte dell'album però, perde di mordente e di energia, non cattura l'ascoltatore come dovrebbe. L'originalità dei riff si perde gradualmente e il carattere della musica acquisisce un tono ripetitivo, a tratti banale, e tutto ciò nonostante l'eccezionale lavoro di arrangiamento delle parti sinfoniche, che resta superlativo per tutta la durata del disco.
Come il suo predecessore, questo disco è consigliato specialmente agli appassionati dei Wintersun, e del metal sinfonico in generale. Chi invece non è preso da questo tipo di sonorità, è meglio che lasci perdere.

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3.5
Opinione inserita da Danilo Dardano    30 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 31 Mag, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I californiani Xanthochroid nel 2017 pubblicano Of Erthe and Axen Act I, un lavoro con un sound ricercato e ricco di dettagli vari ed ispirati. Questo disco così eterogeneo, è una proposta di metal sinfonico con inserti che ricordano talvolta gli Opeth e, più frequentemente, i Wintersun.
"Open The Gates, O Forest Keeper", brano di apertura interamente strumentale e dalla spiccata vena folk, introduce l'ascoltatore ad un'esperienza sonora evocativa, mistica. La qualità dei riff, ma soprattutto dei passaggi tra una sezione e l'altra è notevole, così come quella degli assoli: appassionanti nonostante la loro semplicità. Le voci sono prevalentemente pulite, e a tratti lasciano l'impressione che si stia ascoltando un disco dei Porcupine Tree; tuttavia, si rivela una decisione coerente con l'estetica generale del disco, dalla spiccata vena "fantasy". Gli harsh vocals sono invece marginali, ma sempre di grande effetto. Lo stile adottato è moderno e maturo, a tratti teatrale, che si evolve in un continuo fondersi di molteplici generi, che sicuramente si discostano dal metal estremo, ma senza mai dare l'impressione di essere fuori contesto. Le voci femminili sono il vero punto debole del disco: pur fornendo un ulteriore elemento di varietà alla proposta musicale, sono prive di espressività e appaiono piuttosto spente e banali. Un'altra caratteristica che fa storcere il naso, invece, è l'inizio del disco un po' sottotono: per ascoltare una chitarra distorta bisogna aspettare il terzo brano.
Of Erthe and Axen Act I è un disco che alterna delicatezza e potenza, che potrebbe all'apparenza sembrare una grande opera di citazione di altri gruppi più blasonati, ma è ricco di originalità e personalità.
Consigliato agli amanti del power, symphonic e progressive metal, oltre che ai nostalgici dei Katatonia dei primi 2000. Sconsigliato, chiaramente, a chi non è interessato a sonorità ricercate e ad atmosfere fiabesche tipiche del power.

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3.0
Opinione inserita da Danilo Dardano    17 Mag, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Nonostante Tales Of Woe Part I e Part II dopo un ascolto sommario possano sembrare due dischi gemelli, questi presentano una grande quantità di differenze sul piano del carattere: mentre Part I esprime una grande energia, in Part II una fortissima malinconia pervade l'intero disco.

Infatti, il disco inizia in maniera decisamente più lenta, con un brano strumentale di ben sette minuti, seguito da Sirens, una canzone più breve e con la linea vocale affidata ad una voce femminile molto intensa (la voce delle sirene). Il sound complessivo è caratterizzato da una cura per i dettagli simile a quella avvertibile in Part I, ma si tratta di musica decisamente più melodica e malinconica, che lascia spazio ad un comparto solistico più sostanzioso, decisamente superiore al precedente, più intenso ed ispirato. Più sostanziose anche le parti melodiche: la chitarra classica e la sezione sinfonica acquisiscono un'importanza maggiore che enfatizza il carattere più sommesso di Part II. Sono più numerosi, e più netti, anche i cambi di dinamica: accade spesso che si passi da sezioni strumentali più morbide ad esplosioni sonore di chitarre distorte e doppia cassa accompagnate dalla voce growl.

In generale, questa seconda parte del concept si presenta come un disco sicuramente interessante, ma non cattura l'attenzione come il suo predecessore; specialmente il penultimo brano Bloodbound – The Bow Of Odysseus, dalla durata di ben 17 minuti (quasi un terzo di tutto il disco), nonostante non sia un brutto brano, risulta faticoso da ascoltare per esteso. La sensazione che lascia Part II è che sia un disco fin troppo dipendente dal precedente. Gli Imperious avrebbero indubbiamente potuto, e dovuto, fare di meglio.

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4.0
Opinione inserita da Danilo Dardano    17 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 17 Mag, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I bavaresi Imperious propongono un doppio concept album basato sull'Odissea. Tales of Woe – The Journey Of Odysseus è diviso in due parti, uscite ad un anno di distanza l'una dall'altra.

Il titolo della prima parte è Part I: From Ilion to Hades, uscito nel 2015 (e ristampato nel 2017). La narrazione del viaggio dell'eroe omerico fin da subito appare come un lavoro in cui ogni dettaglio è ben curato. Dopo una breve introduzione recitata, si parte con un sound decisamente moderno e pulito, molto vicino a gruppi come Draugnim, Falkenbach e, in minor misura, Kampfar, ma senza dubbio di grande originalità. La performance vocale è molto varia: si passa dal recitativo, al canto growl, al canto pulito con disinvoltura. L'ascolto risulta nel complesso immersivo e coinvolgente, anche ogni traccia fluisce nella successiva con naturalezza. Part I è sicuramente un disco di qualità: il brano The Sharpened Pale è senza dubbio il migliore fra i dieci proposti, ma non sussistono dei grossi cali di qualità all'interno dei 62 minuti di musica del trio tedesco.

Gli unici veri due difetti che si possono riscontrare in Tales Of Woe Part I possono essere l'eccessiva ripetizione di alcuni riff nei brani più lunghi e magari gli assoli di chitarra che appaiono un po' sottotono rispetto al pathos che caratterizza l'intera musica. Tuttavia si tratta di piccolezze che non svalutano assolutamente l'album.

L'ascolto è consigliato soprattutto ai fan di Draugnim e Stormlord, e a tutti coloro che sono affascinati da sonorità melodiche e malinconiche, che non scadano eccessivamente nel sinfonico come è di moda negli ultimi anni. Sconsigliato soltanto agli amanti dell'old-school, che potrebbero trovarlo prolisso ed estremamente melodico.

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