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Opinione inserita da Marianna    11 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 11 Aprile, 2021
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Kariti, che in una antica lingua ecclesiastica slava significa “piangere i morti”, è una giovane e talentuosa artista russa approdata in Italia più di dieci anni fa. Debutta nella scena musicale con un disco “cupo” e fortemente introspettivo, già dalla scelta del nome: “Covered Mirrors”. Esso si rifà all’antica tradizione slava (e non solo) di coprire gli specchi della casa del defunto per tutto il periodo del lutto, ciò per evitare che la sua anima vi resti intrappolata.

Sin dall’inizio con “Sky Burial” si respira un’aria malinconia e solenne, la stessa che ci accompagnerà per tutta la tracklist; il primo brano proposto in tutta la sua semplicità ed armonia, ha profonde tinte Dark che cullano durante l’ascolto. La validità di questa artista emergente sta tutta nella sua grande forza evocativa, resa in maniera sublime attraverso pochi semplici strumenti: una chitarra acustica, fingerstyle e voce tenue ma profondamente toccante. Tutto ciò diventa funzionale alla resa dei concetti proposti da Kariti, ovvero il trattare il tema della morte diventato, soprattutto nell’epoca odierna, tabù. Esperienze personali, letteratura (Dostoevskij, Bulgakov, Efremov), il folklore legato alle proprie radici, i grandi compositori e pittori, hanno ispirato Kariti e le sue opere. Un esempio di tali influenze che convergono tra loro è "Baptist Ved’my (The Baptism Of a Witch)": ispirata ad un’antica canzone Folk russa, è stata riarrangiata grazie anche all’aiuto di Lorenzo Della Rovere (qui suona la chitarra, ma ha anche registrato e mixato il disco). Sebbene le tracks siano accomunate da un forte senso di misticismo ed austerità, non si scade mai nel banale o nella pesantezza; l’ascoltatore viene coinvolto in questo viaggio introspettivo, guidato dalla semplicità della musica, degli strumenti e dal timbro di voce dimesso. “Anna (Requiem To Death)" è la dimostrazione di quanto detto poc’anzi: nonostante la chitarra distorta iniziale e qualche breve ed accennato acuto, il cantato si mantiene sempre quasi liturgico ed a tratti sofferente, soprattutto in relazione alle tematiche trattate.

“Covered Mirrors” è un lavoro toccante sia per gli argomenti scelti, sia per la resa; la semplicità diventa giocoforza dell’artista. Un primo lavoro accattivante, non solo per la difficile classificazione musicale (Dark Folk? Folk? Doom?), ma anche per la scoperta della bravura di Kariti sia nella stesura dei testi che nell’accompagnamento di questi. Un disco che sicuramente si discosterà dal gusto dei più, in quanto fortemente introspettivo, dalla tematica dura, cruda e per una resa altrettanto complessa. L’ascolto richiede un attimo di pace e di contatto sensoriale con il nostro intimo, accettando anche di lasciarsi travolgere dalle emozioni; sebbene questo velo di cupezza si dirami per tutta la tracklist, la volontà di fondo è quella dell’accettazione del dolore e del tema della morte, per superarle a pieno. Kariti con “Covered Mirrors”è una piacevole scoperta nel panorama nostrano, una chicca diversa da solito e da concedersi in momenti particolarmente riflessivi.

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Opinione inserita da Marianna    11 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 11 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

I Natural Spirit sono una band ucraina nata nel 1998 e con già alle spalle una solida discografia. Il loro ultimo full-length ha visto la luce il 18 Maggio 2020; licenziato da Epidemie Records, è il disco adatto a tutti gli amanti del Folk Metal.

Sin da subito notiamo che cantato e titoli delle tracks sono nella lingua madre dei Nostri, una scelta forse azzardata, ma di forte carattere e tipica delle bands di tale genere, come a voler sottolineare le radici con la propria Terra. Ci concentriamo subito su “Гори, Палай!/ Burn Blaze!” (singolo estratto dall’album e di cui è stato realizzato il videoclip); esplicativo dell’animo e del sound del gruppo, è stata un’abile scelta di marketing per presentarsi. Rispetto ad altri brani, qui è Antonina Vinnyk la vera protagonista, con una voce profonda e ricca di grande duttilità nei vocalizzi. Non mancano tutti i più classici elementi musicali e visivi del Folk, come natura, flauto, tamburi, accantonati solo per un attimo sul finale da un lungo assolo di chitarra elettrica. In 38 minuti riusciamo a capire la grande ed abile varietà stilistica dei Natural Spirit, capaci di esprimerla in ben otto differenti composizioni; più modi di rendere il Pagan Metal, significa originalità e voglia di contaminazioni innovative. Quanto appena detto è riscontrabile in “Чортів Млин”, in cui si viene colpiti da questa sorta di dialogo tra i vocalists (quasi uno scambio di battute in stile Rap), il quale movimenta il pezzo. Una forma di duetto “freestyle” insolito per il Folk che, accompagnato da chitarre e dallo Scream maschile, riesce a non essere troppo sui generis rispetto a quanto proposto. Proseguendo nell’ascolto troviamo ”Бачу Бога”, che si discosta parecchio dal brano precedente. Notiamo come emerga la forte componente Black Metal del gruppo, già presente nell’album di debutto “Star Throne”; sebbene la direzione fosse quella, il vero punto di arrivo per Oleg Kirienko erano le tematiche storiche, epiche e pagane slave. Un mix di influenze che hanno come punto di arrivo il Pagan/Folk Metal; ecco allora che tra la graffiante male voice, accompagnata da potenti e veloci chitarre elettriche, trovano spazio anche strumenti più tradizionali. Risultano apprezzabili le parti corali che infondono un forte senso di epicità; male i flauti dal 1:44 al 2:04: un'escalation di stonature voluto? Tra tutte spicca “Mapa” in cui i due vocalists danno prova della loro bravura nelle rispettive tecniche canore, creando un brano dal doppio animo, sintesi un po’ di tutto il disco.

L’atmosfera di “Під Серпом Часу” si tinge sia di note più Folk classiche ed armoniose, che di suoni più cupi, aggressivi e vicini al Black Metal, rendendolo un lavoro studiato e ricco di sfaccettature. Una composizione che si avvale di strumenti tradizionali come viola, violoncello, tromba, djambe, percussioni, flauti, tromba, bandura, didgeridoo, accostandoli alla più moderna chitarra elettrica e batteria. Nonostante tali modernità, la tracklist racconta storie a sé ma dalle radici antiche e profonde, tratte da fonti del Mondo Antico ma intrecciate in unico modello di visione del mondo pre-cristiana. La componente folkloristica è lo spirito della band tant’è che li spinge ad avvalersi del supporto di dodici musicisti ospiti e quattro cantanti per il coro, tutto volto alla creazione di un suono specifico, tipico dell’Europa Orentale. I Natural Spirit dimostrano grande ricercatezza ed originalità in questo nuovo album che, nonostante qualche piccola sbavatura da perfezionare, ne esce come un buon ascolto. Il mix proposto piacerà sicuramente agli amanti delle sonorità Folk contaminate che, come risultante, ha un prodotto gradevole e convincente.

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Opinione inserita da Marianna    04 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 05 Aprile, 2021
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Nati nel 2017 a Botucatu (São Paulo) i brasiliani HellgardeN si affacciano sul panorama europeo con un disco potente, tagliente, ricco anche di spunti melodici che ben si accostano alle loro influenze Thrash e Groove. Sebbene le radici sonore siano riconducibili a bands come Sepultura e Pantera, l’intenzione è quella di distinguersi dal retaggio musicale passato, senza esserne una mera copia (non sempre con successo come vedremo più avanti).

“Spit on Hypocrisy” è il brano di apertura; veloce, dinamico e dalla potente sezione ritmica, stabilisce subito le regole del gioco. Il mix musicale è quello tipico di Thrash e Hardcore, così coinvolgente ed aggressivo da scaraventarci (virtualmente) in un impetuoso moshpit. La violenza musicale scatenata dalla band continua anche nel brano seguente: “Evolution Or Destruction”; fin dal primo ascolto è evidente come il sound strizzi l’occhio ai Pantera, sia in fatto di riffs decisi, che nel Groove. Diego Pascuci dà sfogo a tutte le sue abilità di vocalist per arrivare dritto alle orecchie ed allo spirito del buon metallaro, creando due pezzi capaci di imprimersi e smuoverne le teste. “Learned to Play Dirty” si apre con un deciso “Fuck this shit!”, accompagnato da martellanti basso e batteria, che fanno da cornice al vocalist. Le sonorità ricordano tanto quelle degli anni '90 (i Pantera in particolare), risultando quasi una copia della tanto amata “Walk”. La tracklist rimane pressoché immutata in tutto il suo percorso, per chiudersi (in grande stile) con “Possessed by Noise”. Diego Pascuci, accompagnato dall’instancabile Matheus Barreiros, arriva diretto come un pugno sul muso dell’ascoltatore frantumandone ogni aspettativa.

“Making Noise, Living Fast” è un disco carico di violenza musicale, fatta di riffs tempestosi e groove brutale, capaci di far affiorare la voglia di moshpit anche al più vecchio metallaro. Sebbene il sound ricordi (a volte troppo) quello dei sopracitati Pantera e Sepultura, rimane pur sempre un buon ascolto per gli amanti del genere. Le linee di basso, la martellante batteria e il classico stop&go, creano una miscela così energica da risultare quasi viscerale; l’idea è quella di non fermarsi mai, gettandosi nella mischia di chissà quale festival Metal. HellgardeN è un progetto ancora giovane, tecnicamente interessante, ha solo bisogno di trovare la propria strada per sapersi distinguere dalle altre bands. Sebbene la furia musicale ed il carattere duro siano ben evidenti, bisogna che il gruppo apporti più originalità nella propria produzione. Consigliamo l’album ai vecchi nostalgici del genere, desiderosi di rievocare le serate fatte di birra e headbanging.

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Opinione inserita da Marianna    04 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 04 Aprile, 2021
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Nonostante le più nefaste previsioni preannuncino un altro anno povero di live, per nostra fortuna le uscite discografiche non mancano. Ecco allora che aprile ci porta il nuovo lavoro dei Wolfchant. A quattro anni di distanza da “Bloodwinter” ritornano sulla scena con un disco carico di energia e potenti schitarrate - "Omega: Bestia" -, che tanto mancano al popolo Metal.

In apertura troviamo la instrumental title-track “Omega: Bestia” che, con l’unione di epicità, rigore e sontuosità, già dalle prime note delinea l’atmosfera Fantasy che andrà ad accompagnarci per tutto l’ascolto. Il brano seguente (“Komet”) è decisamente l’opposto del precedente: aggressivo e potente nei suoi riffs, è quanto di più stilisticamente vicino alla tradizione della band. Il genere proposto dai Nostri non è nulla di innovativo, bensì un’abile unione di Power ed Epic, in cui le parti in Scream rompono la maestosità di tali generi. L’effetto è ben udibile in pezzi come “Into Eternal Darkness”, in cui le voci dei vocalists Lokhi e Nortwin creano un duetto antitetico nella forma, ma che ben si sposano tra loro. Il mix canoro esplode nel ritornello in cui si mantiene quella che è la maestosità dello stile Epic, accompagnandola alla forza trascinante tipica del Pagan ed alla velocità del Power. Il risultato è il classico ritornello che viene da sé cantare a squarciagola, magari brandendo una birra in mano. Il punto di forza dei bavaresi Wolfchant sta nell’abilità di fondere più generi musicali; sebbene il sound non dia origine ad un prodotto ex novo, è comunque particolare ed originale in tutta la tracklist. Le atmosfere che vengono a crearsi, dapprima risultano oscure ed aggressive, per poi mutarsi subito dopo in arie più quiete, quasi magiche (vedi la manciata di secondi a partire dal minuto 4.08 di “Der Geist und die Dunkelheit” ndr.).

I Wolfchant si riconfermato sicuramente come una proposta interessante. Il sound è una miscela di Extreme, Power, Pagan e (a tratti) Viking, i quali si reggono sulle potenti chitarre di Skaahl e Sheelb, le quali, però, riescono a dare il giusto spazio alle tastiere. Il risultato è un album ricco di sfumature, adatto ad un pubblico giovane ed amante del Metal estremo moderno.

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Opinione inserita da Marianna    30 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 30 Marzo, 2021
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Il quartetto bavarese formatosi nel 2018, esce il 6 Luglio 2019 con un demo maturo e convincente; se l’animo è quello Thrash, sono gli elementi Metalcore e Progressive a dare quel tocco in più a questa nuova produzione.

In apertura abbiamo “Behind The Glow”: un buon Thrash Old School, fatto di veloce batteria e riffs decisi. La voce del vocalist Timo Kammerer si destreggia bene nei passaggi in pulito e scream, sebbene sia accompagnata da cori poco convincenti e trascinanti.
Nonostante questa piccola pecca, la tracklist si innalza di valore con la title-track “Voices”: trascinante. Si può apprezzare del puro Thrash fatto alla vecchia maniera come piace a noi adoratori del genere. Pezzo forte è sicuramente il lungo assolo di chitarra nella parte centrale che spezza il brano, pur mantenendone la grande forza trascinante; a mio avviso uno dei migliori della tracklist.
A seguire troviamo “Apotheosis”, forse la track che stravolge lo schema di questo demo. Il sound è un mix di melodie Thrash e Punk, retto dalla veloce e martellante batteria; un brano che, soprattutto nelle parti cantante quasi sofferte, al primo impatto potrebbe non essere di gradimento.
In chiusura abbiamo “Sun” che insieme alla title-track, rappresenta uno dei due migliori brani di questo lavoro; il vero mistero resta come mai solo adesso le parti corali siano migliorate, mentre nelle tracks precedenti siano appena mediocri.

Nel complesso “Voices” ne esce come un buon biglietto da visita per i Tezura che, sicuramente, dovranno ancora perfezionarsi sotto alcuni aspetti, presentandosi però alla scena Metal come un gruppo dal sound giovane ed energico. I riffs ultraveloci, quasi Punk, uniti agli elementi classici del Thrash e quelli più moderni del Metalcore, creano una miscela accattivante e fresca. Il risultato è un Thrashcore ricco di sound made in Europe, ma dalle radici più aggressive tipiche dell’America. Ai Tezura non mancano inventiva e qualità, frutto di quella voglia di osare e voglia di uscire dai canoni prestabiliti, tipica delle giovani bands.
Come gli stessi dichiarano: “Questo demo è uno sguardo al futuro e solo l’inizio del viaggio che stiamo per intraprendere” e, se le premesse sono queste, siamo certi che sentiremo parlare di loro ancora per molto.

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Opinione inserita da Marianna    07 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Marzo, 2021
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I Tedeschi Mortal Infinity fanno parlare di sé già dal lontano 2009, proponendo un sound moderno, forte e deciso che, come andremo ad ascoltare, si mantiene tale anche in questo nuovo lavoro.

Datato settembre 2019, “In Cold Blood” mostra subito tutta la sua furia: “Fellowship Of Rats” è quel classico Thrash Metal svecchiato che tanto piace ai giovani. La martellante batteria dà quel tocco di speed che trascina ma, allo stesso tempo, lascia spazio a riffs dal sapore old school. Questo saper svecchiare il Thrash accostandolo a componenti più moderne, è il vero punto di forza della band. “Misanthropic Collapse” è un esempio di quanto appena detto: l’intro urlato e sofferto, così Punk, muta poi verso un sound più Hardcore che li avvicina a bands come i Terror.
Il terzo brano è “Repulsive Messiah”, che si conferma sicuramente uno dei migliori dell’intera tracklist; colpiscono le veloci e taglienti chitarre, capaci di passare da lunghi assoli a riffs diretti ed incisivi. Insieme a questo pezzo, sottolineiamo anche la title track “In Cold Blood”: così Thrash che ben si accompagna alla graffiante voce del vocalist Marc Doblinger.

“In Cold Blood” è un album davvero potente, le cui tracks non presentano grandi differenze, mantenendosi fedeli allo stile della bands. Il Groove è sempre un mix tra Thrash, Melodic e Death Metal, con richiami al più moderno Metalcore; lo strumento cardine del sound proposto, è sicuramente la batteria. Il cantato sporco e moderno è certamente accattivante, ma tutto regge sul dinamismo di Müller veloce, martellante ed instancabile, che dà struttura ad ogni pezzo.
Il titolo dell’album fa riferimento all’omonimo romanzo di Truman Capote, in cui viene descritta l’infruttuosa rapina avvenuta nel 1959 nel Kansas, la quale ha portato al brutale assassinio a sangue freddo di un’intera famiglia. L’inquietante e cruda atmosfera rende perfettamente la musica dei Mortal Infinity, riconfermandosi un progetto interessante per il mix di sound proposto.

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Opinione inserita da Marianna    08 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 08 Novembre, 2020
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Dopo sette anni di attesa dal loro ultimo lavoro, (finalmente) ritornano i Finntroll. La loro ultima fatica ("Vredesvävd"), licenziata via Century Media il 18 Settembre, suona di “ritorno alle origini”; sonorità oscure miste al tanto amato Folk, non deluderanno gli ascoltatori.

Il disco si apre con “Väktaren”, una instrumental da toni cupi, quasi Fantasy, pronta a traghettare l’ascoltatore verso il pezzo seguente: “Att Döda Med En Sten”. La forza del puro Black Metal finlandese arriva dritto in faccia, colpendoci con tutta la sua violenza, attraverso la cruda voce di Vreth. Il growl è attenuato dalla vena Folk che emerge, sia nei fori, che nelle sonorità più danzanti. Questo spirito più festaiolo dà infatti vita a pezzi travolgenti come “Ormfolk”; le tastiere ben si sposano ai rapidi passaggi più Dark e Black del gruppo.
“Vid Häxans Härd” è sicuramente il brano dalle tinte più oscure ed aggressive della tracklist: nonostante lo spazio concesso a Virta, è lo scream del vocalist Vreth ad infrangere qualunque spiraglio di luce. Una doppia anima quella dei Finntroll: da un lato emblema del sound Folk/Viking per eccellenza, dall’altra la maestosa imponenza delle radici Black. Anche in pezzi più animati come “Myren”, non mancano di quella oscurità retta su un'impalcatura di velocità e chitarre graffianti; la chiave vincente del gruppo è proprio questa: creare un sound che trascina in sfrenate, oscure e selvagge danze.
Dieci pezzi che conservano lo smalto dei Nostri, trasudando quella voglia di allegria, spensieratezza mai banale, bensì ricercata ed arricchita di sfumature Black e Pagan. Un Folk Metal contaminato da una solida influenza oscura, ma che non manca mai di una componente importante: la velocità. Che sia in rapidi passaggi di chitarra o tastiera, è sorprendente la forza con i vari generi riescano a sposarsi tra loro, fino a creare il desiderio di pogare o buttarsi in sfrenate danze.
“Vredesvävd” è indiscutibilmente un disco energico e che mantiene la forza e bravura dei Finntroll; un lavoro ben fatto, sia dal punto di vista musicale che di produzione. Abbiamo di fronte del materiale interessante, tanto da trovare posto in un panorama che, a causa dell’attuale situazione, si trova (purtroppo) spoglio di novità.

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Opinione inserita da Marianna    14 Settembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 14 Settembre, 2020
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Dietro il one-man project di Winterblade si cela Alex Waters, già noto alle nostre orecchie per l'interessante debut album “Long Nights”. Ad appena otto mesi dalla sua uscita, ci troviamo davanti un nuovo lavoro: “Greatest Saga”; la tematica storica, questa volta, si ispira (tra le altre cose) al racconto “Greatest Saga of Olaf Tryggvason”, dello scrittore scandinavo Snorri Sturluson.

In apertura troviamo la title-track “Greatest Saga”, dall'incipit narrativo che traghetta l'ascoltatore verso un brano semplice, arricchito da graffianti riffs, la cui matrice rituale si mantiene costante durante tutto il minutaggio. “The Axe” è un pezzo totalmente opposto al precedente: dal carattere più oscuro, con leggere inflessioni Rock, ma sempre dominato dalla voce di Alex Waters. Questi si destreggia bene sia sul piano pulito che growl, riuscendo a dare carattere alla canzone (la macabra risata a metà è da brividi!). La tracklist prosegue sulla linea Black senza grandi colpi di scena fino a “One Lonely Visitor”, in cui si contrappone clean a growl, dando vita ad un brano dal sapore Pagan. Le parti cantate e la base che li accompagna, nella loro semplicità, arrivano dirette a chi ascolta, richiamando alla mente anche il vecchio Grunge degli anni '90.
“An Offering” è certamente la track che più si discosta dalle precedenti: l'influenza Dark/Black lascia il posto al Rock più moderno, che ricorda (vagamente) quello dei Black Label Society. La stessa voce, come detto sopra, è carica di sofferenza e passione tipica del Grunge, capace di creare una canzone che ci riporta indietro nel tempo.
In chiusura troviamo “Wonder”, la cui delicatezza ci appare totalmente inaspettata, visti i passaggi precedenti; nota di merito per l'esecuzione di Alex Waters, la cui voce ci stupisce in positivo. Una chiusura perfetta e chicca di questo album, la mia track preferita.

La narrazione delle gesta del primo Re della Scandinavia si intreccia con quella di regine, Dei e serpenti, sia in modo rabbioso che più soft, grazie ai diversi piani vocali. Sebbene le influenze musicali siano molteplici, possiamo certamente affermare che quella Black è la dominante, andando di pari passo con l'esecuzione diretta e senza tanti fronzoli, tipicamente Pagan. Ad arricchire il tutto, troviamo un campionario di effetti sonori ed intermezzi narrativi che, non solo creano suggestione ed enfasi ai brani, ma aumentano anche il carattere teatrale di questo lavoro ed il conseguente coinvolgimento dell'ascoltatore.
“Greatest Saga” è un buon album, quasi rustico sia nella resa che nella registrazione e, forse, quest'ultima ne viene penalizzata. Le parti vocali, insieme (ancora una volta) alla batteria, andrebbero perfezionate; una volta smussate queste piccole imperfezioni, il prodotto finale ne troverebbe giovamento.

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Opinione inserita da Marianna    31 Agosto, 2020
Ultimo aggiornamento: 02 Settembre, 2020
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I Capitolini Stilema nascono come act acustico che unisce la musica cantautoriale italiana al Folk irlandese ma, con il passare del tempo, si avvicinano alle dure sonorità Heavy Metal.
Il primo lavoro, datato 2017, è l' EP "Ithaka": il trampolino di lancio per la band. Ne seguono svariati concerti in giro per l'Italia finché, il 24 Luglio di quest'anno, esce il full-length "Utopia". Un disco frutto di molteplici influenze: Folk, sonorità medievali, Prog e Black; il prodotto finale è complesso e dalle mille sfaccettature.

Al primo impatto rimango subito affascinata dalla cover art: il contrasto tra la veduta dal portico con un villaggio medioevale e, in primo piano, oggetti carichi di forte simbolismo Illuminista; un disco che appare intrigante già solo visivamente,chissà cosa cela nei suoi contenuti. Accanto agli strumenti musicali troviamo una sfera armillare ed una statua egizia avvolta dalle fiamme, questi ultimi immediatamente riconducibile all'Epoca della Ragione.
Si tratta non solo di un periodo storico ma anche di un modo di essere dell'uomo, il quale viene ben esplicato nel brano “Tra Leggende e Realtà”: la lotta dell'Essere umano tra il desiderio spirituale ed irrazionale, contro quello terreno, fatto di doveri e raziocinio. Il sound è prettamente Folk nel vero e puro senso della parola ma, nel ritornello, nell'intermezzo acustico e nei passaggi più morali, le influenze Heavy surclassano le altre.
La parte centrale dell'album è riservata a due pezzi impegnati: "Mondi Paralleli" e “Da Qui non si Passerà”. La quarta track è la visione della società attuale, basata sulla strategia dell'odio e della paura e, ad accompagnare questa dura visione, vi è un sound meno tradizionalista. Ne segue un'altrettanto forte inno alla ribellione per un mondo più giusto: “Da Qui non si Passerà”. Le iniziali atmosfere danzerecce che vedono protagonista il violino, ricordano quelle degli spagnoli Mago de Oz, accompagnate e poi rimpiazzate, da potenti virate Rock. Proprio in questo brano, infatti, troviamo una inaspettata vena Black, resa dal sentito growl di Federico Mari; altro esempio del mix sonoro presente in "Utopia".
L'interludio “Anacrusis” ci traghetta verso la title-track “Utopia”, in cui la narrazione si concentra su una ideale città la cui società è comunitaria, libera, autogestita e rispettosa del Bene Comune: da sottolinearne l'exploit growl del chitarrista, che precede la parte più orientaleggiante.

Il nuovo lavoro dei nostrani Stilema è qualcosa di particolare, lontano da ciò che solitamente si ascolta in ambito Metal. Il mix di stili e le molteplici influenze sonore e tematiche, danno vita sia a brani più battaglieri (“Da Qui non si Passerà” ndr.) che a pezzi più ballad ed armonici (“Armonie” ndr.). La particolarità di "Utopia" è quella di saper trascinare in un mondo parallelo al nostro (per le tematiche proposte), rappresentandolo mediante un sound ricercato e lontano dai canoni moderni. Le impronte Folk e Progressive sono quelle che spiccano maggiormente, facendo subito scattare il paragone con Mago de Oz, Diabula Rasa o Daridel (questi ultimi due per la vicinanza allo spirito Pagan e Folk tradizionale ndr.). Nel complesso, il risultato finale è soddisfacente, sebbene vi siano da migliorare alcune parti di batteria (inficiate probabilmente dalla qualità di registrazione?) e raffinare il Growl.
"Utopia" permette ai Nostri di emergere e differenziarsi dalla solita proposta Underground, soprattutto per la qualità e complessità dei testi, intrinsechi non solo di importanti messaggi socio-politici, ma anche per la cura posta nel linguaggio con cui vengono resi. La metrica usa spesso rime e metafore volte ad esprimere il pensiero del gruppo; gli stessi generi musicali diventano funzionali per tale scopo. Le parole creano immagini che coinvolgono l'ascoltatore sia in modo visivo che uditivo; il viaggio è verso un mondo utopico ma, per fare ciò, occorre ribellarsi dalle costrizioni moderne.
Un full-length dal sapore retrò, che strizza l'occhio al Folk ma anche (narrativamente parlando) al cantautorato anni '70 italiano, abbracciando così un pubblico più vasto ed esigente.
In conclusione, la singolarità dell'opera proposta, diventa il punto di forza degli Stilema che riescono a creare un prodotto per nulla banale e ricco di spunti riflessivi.

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Opinione inserita da Marianna    16 Agosto, 2020
Ultimo aggiornamento: 16 Agosto, 2020
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A distanza di sei anni dal loro primo lavoro, i tedeschi Varus tornano con un interessante full-length dal carattere Symphonic Folk e, a tratti, orchestrale. Una proposta che vanta molteplici influenze unendo, talvolta, alle melodie solenni, l'aggressività del Death e Black Metal.

Sin dai primi due brani possiamo definire quella che sarà la matrice dell'album; in particolare, la dualità di anima e sound del gruppo, emerge in “Tränk dein Herz”. Se flauto e tin whistle danno quell'aria Folk al pezzo, le chitarre spezzano la melodia creando suoni più oscuri, accompagnando il duro growl di Konstantin Raab. Nella title track “A New Dawn”, le imponenti parti corali rendono l'atmosfera quasi sospesa, giocando molto sulle emozioni dell'ascoltatore, spingendosi fino ad atmosfere quasi epiche/fantastiche. Tutta la tracklist si basa sul contrasto tra la voce lirica femminile, accompagnata da una struttura orchestrale, a quella del vocalist dalle forti tinte Death Metal. Questo dualismo genera una forza espressiva capace di portarci direttamente sul campo di battaglia. “Ein Lebewohl” vede il flauto come strumento guida verso ampi spazi espressivi e sensoriali, riuscendo anche a sovrastare le stesse chitarre; arie armoniose, colonne sonore di tipici paesaggi boschivi, di scontrano con la martellante batteria Black Metal. Le otto canzoni seguono questo filone compositivo fino a “The Minstrels Chant”, dove emerge il carattere più “arcaico” e Folk dei Varus, grazie all'utilizzo di flauto, mandolino ed orchestrazione “epic style”. Il cantato rimane sempre gutturale e quasi sporco, il più fedele possibile alle melodie di stampo tradizionale.

"A New Order" è un album ricco di sfaccettature, per nulla semplice o banale; il richiamo alle ambientazioni medievali ben si sposano con la vena Dark. Il sound che ne esce è qualcosa di interessante, in grado di poter accontentare un ampio spettro di pubblico. Il giusto bilanciamento tra generi, influenze e strumenti, crea brani pieni di una forza e resa espressiva, che entrano dentro e travolgono nel profondo. I Varus sono certamente una proposta da non sottovalutare; ricchi di idee e capaci di trovare il giusto equilibrio tra stili diversi, danno una marcia in più alla scena attuale.

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Assolutamente promosso il debut album omonimo degli inglesi Cult Burial
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4.0
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Dama, un progetto interessante per chi si nutre di hard rock e metal a 360 gradi
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3.5
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