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Opinione scritta da Francesco Yggdrasill Fallico

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    22 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 2021
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Una delle recensioni più difficili che mi sia mai capitata questa della quale mi appresto a darvi il mio feedback. Amo visceralmente, sin dai loro esordi, le band dalle quali questi due immensi artisti provengono, rispettivamente Enslaved e Wardruna, e seguo le loro evoluzioni sempre col massimo interesse. Questo progetto che vede Ivar ed Einar unirsi a celebrare la grandezza della madrepatria Norvegia, con le sue radici più profonde ed ancestrali, arriva a questo nuovo EP dopo due full-length e una serie di partecipazioni ad eventi, e ci propone due tracce molto particolari.
In apertura c’è una versione in stile acustico, con testo in norvegese, di un vecchio classico degli Enslaved, “Return To Yggdrasill”, tratto dall’album “Isa” del 2004, qui riproposto in chiave decisamente diversa, sia dall’originale, sia dalla splendida versione che proprio il duo Bjørnson/Selvik aveva presentato qualche anno fa. La differenza è data dalla parte centrale del pezzo, diventato “Heim Til Yggdrasil”, che ad un certo punto viene disturbata da una base quasi remix che proprio non riesco a digerire e che, per quanto mi riguarda, ruba parte della magia che, invece era presente nella versione acustica che potete ascoltare anche nel canale ufficiale degli Enslaved. Questo mezzo passo falso, per quanto comunque reputi questa traccia molto interessante, unito anche alla scarsa durata dell’EP, è la motivazione di quel 3/5 che troverete come valutazione (e non è certamente una stroncatura!!!). La title-track invece ci dà modo di assaporare quella che è la matrice essenziale di questo progetto, con l’inserimento di super ospiti tra cui Grutle degli Enslaved e Lindy-Fay Hella, concentrando in poco più di quattro minuti, l’amore viscerale per la propria terra e per le origini, ora storiche, ora culturali, di un popolo che nel corso dei secoli ha saputo mantenere vivo il legame con un tempo che fu, senza, per questo, risultare anacronistico e banale. Un intersecarsi di percussioni e strumenti acustici, con il canto epico ad abbracciarci e condurci in mondi lontani, con la grazia che solo pochi hanno.
Poco meno di 10 minuti in versione digitale e vinile colorato, con una front cover che, in maniera tribal ci restituisce l’Albero della Vita. Se siete degli accaniti collectors fatevi avanti ed acquistatelo, io rimango nell’attesa di un nuovo full. Nel frattempo: SKÅL!!!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    25 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 25 Ottobre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Sesto lavoro per questa band dalla caratura internazionale, formata da personaggi della scena europea e sudamericana, con una proposta musicale che, pur partendo da classici canoni Black Metal, giunge al produrre un album farcito di suoni e colori decisamente non consueti. Durante i 45 minuti di durata, infatti, non è raro imbattersi in sonorità e parti vocali che richiamano un certo tipo di dark ottantiano, amalgamate in maniera interessante dalla band e rette dal nuovo ingresso in formazione nelle vesti di cantante. Al microfono troviamo Martyn Lucifer dei romagnoli Hortus Animae che, in questo lavoro, spazia attraverso il suo registro vocale, venendo fuori dai classici screams e difendendosi sapientemente tra cantato pulito e spoken words. Questo non è sicuramente uno di quegli album che ami al primo ascolto, ma va assaporato passo dopo passo, con la mente sgombra da pregiudizi, per poterne cogliere le caratteristiche peculiari. Per quanto mi riguarda, le parti più darkeggianti sono quelle che ho apprezzato di più, sorrette anche da un buon lavoro tastieristico, mentre non sempre le parti Black, con venature Pagan, risultano esser coinvolgenti, rischiando, talvolta, di risultare una sorta di rispolvero forzato di ciò che trent’anni fa rese celebri diverse realtà del panorama estremo scandinavo. Se non vi piacciono le cose scontate, sono certo che questo album finirà nelle vostre case e sarete in diversi ad apprezzare questo nuovo corso della band che, in nome della musica, è in grado di superare ogni barriera geografica, regalandoci, in un'epoca in cui tutto è ormai patinato, una personale visione di un genere estremo che cerca, dopo tantissimi anni di vita, di uscire dallo stato di stasi nella quale versa ormai da troppi anni.
“…idols collapsed beyond any persistence, from their ashes we rise, the pagan resistance…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    18 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 2021
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L’agnello e il caprone, il bianco ed il nero, la Luce e le Tenebre, chi va incontro a chi e cosa domina cosa?
Potrei fermarmi qui, visto ciò che traspare dalla front cover di questo debut album dei varesini Argesh, ma voglio che, liberi da ogni pregiudizio, vi fermiate ad ascoltare queste sei tracce di furioso Black Metal con influenze Death che, come anticipato, gioca continuamente su una dicotomia in maniera nient’altro che banale.
Concettualmente questo lavoro si muove su quella che è una delle forme di presa di coscienza considerata più estrema, ovvero l’apostasia, l’abbandono del credo religioso fino a quel momento professato e sapete quanto, in un Paese come il nostro, questo rappresenti un passo non indifferente nella vita del singolo individuo, se egli prende atto di essere approdato intelligentemente a questo tipo di scelta e non alla mera idea di “fa figo andare contro la Chiesa”. Proprio con la fase dell’Abiura si apre quest’opera che vede la presenza al microfono di tantissime voci che si intervallano tra loro, ancora una volta in questa dicotomia che dall’Uno porta al Molteplice e viceversa. Musicalmente il primo pezzo è una sorta di intro orchestrale che infonde, complice il recitato, un carattere maestoso per poi sfociare nella prima dichiarazione di intenti che ci porta ad affermare con chiarezza che troppe pecore codarde sono guidate da un pastore ormai prossimo a marcire e che quindi bisogna staccarsi da questo processo che non può che portare all’annientamento. Le citazioni bibliche presenti sono molteplici e basta leggere i titoli per aver chiaro riferimento a stralci dell’Apocalisse (o, se preferite, Rivelazione), ma, attenzione, non è una corsa all’esser blasfemi a tutti i costi, ma c’è un attento percorso filosofico-culturale! Le basi per un’ulteriore crescita ci sono tutte, a livello strumentale la band regala anche dei passaggi melodici e ben costruiti, complice un bell’amalgama creatosi negli anni e degli inserti orchestrali non eccessivi e ben spalmati lungo questi 30 minuti.
Per quanto mi riguarda, prova superata e ve li proporrò anche in radio e sono curioso di conoscere il vostro parere che potete già iniziare ad esprimere come commento a questa recensione.
“…we’re our own gods!!!”

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4.5
Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    18 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 2021
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Il mio amore per i Thyrfing nasce nel 1999, anno in cui viene pubblicato il secondo full-length “Valdr Galga”. Anticipato da ben tre singoli, a distanza di ben otto anni dal precedente album, gli svedesi tornano con questo lavoro che prende il nome da uno degli appellativi del lupo Fenriz e dal fiume Van, generato dalla stessa creatura. La divinità troneggia nella splendida copertina e ci introduce, senza tanti dubbi, verso ciò che, concettualmente, ci aspetta.
Ancora una volta, quindi, si viaggia attraverso la mitologia norrena, senza però tuffarci in una sfuriata Black senza né capo né coda, ma con un’epicità unica che si unisce a sonorità classic e persino di rock di matrice settantiana, con innesti folk sui quali, nuovamente, la voce di Jens Rydén riesce ad esser versatile e coinvolgente. Vi parlavo di ben tre singoli che hanno preceduto quest'uscita e che ci danno uno spacco variegato di ciò che è ritrovabile nell’intero album anche se, nei pezzi non utilizzati come apripista, si nascondono delle autentiche sorprese, sia vocalmente che come sonorità. Vorrei non segnalarvi un brano su altri, perché questo è uno di quegli album che va ascoltato e gustato nella sua totalità, con un sapiente lavoro chitarristico, una sezione ritmica molto puntuale e, come già detto, un lavoro vocale che mi riporta indietro agli anni d’oro della scena svedese e sembra davvero di veder sullo stesso palco, contemporaneamente Naglfar e Deep Purple! Da brividi è la parte finale di questo lavoro, un saluto ad una vita terrena che fu e che non tornerà, ma la malinconia del pezzo non mostra rimpianti, visti i preamboli annunciati dal pezzo in apertura (non a caso entrambi scelti come singoli). Marzialità e classe, incedere possente unito a voci femminili e strumenti ad archi, esaltano la bravura dei musicisti e ci portano verso un finale che sconvolgerà molti di voi; perché, chi cercherà di screditare questa band, non avrà proprio capito nulla e avrà perso l’occasione di godere di una validissima opera che fosse uscita negli anni d’oro avrebbe sicuramente fatto tabula rasa attorno.
Spegnete le luci attorno, spegnete ogni pensiero superfluo e imbarcatevi con i Thyrfing, alla fine del viaggio: non sarete più gli stessi!!!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    17 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Agosto, 2021
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Molto interessante questo debut dei danesi Angstskríg rilasciato dalla svedese Despotz Records, dopo esser stato anticipato da due singoli digitali, entrambi inseriti all’interno di questo lavoro. Il progetto ruota attorno alle due figure chiave di Simon Erlendsson e Esben Hansen (quest’ultimo in forza per diversi anni agli Hatesphere e, ospite in sede live dei nostrani Methedras), che vengono coadiuvati nei vari brani da ospiti veramente illustri.
In apertura, uno dei singoli citati, ovvero “Skyggespil”, arricchito dalla presenza di Attila Vörös, talentuoso chitarrista ungherese, che ha offerto i suoi servigi a tante realtà europee, estreme e non. Bello il video con i due artisti mascherati e spesso in ombra, a richiamare il titolo del brano, con questi sacchi che celano chissà quali segreti e un paio d’ali strappate via ad un angelo caduto; una traccia che entra subito in testa, arricchita da un solo che arriva, quando meno te lo aspetti, ma capace di abbellire il tutto. L’ascolto è particolarmente interessante ed articolato e ci presenta tracce interessanti, malgrado la durata non sia indifferente, ma con partiture e strutture molto coinvolgenti, fino ad arrivare a quello che è stato il primo singolo rilasciato, “Lucifer Kalder” dove l’anima rock ‘n’ roll emerge e si manifesta visivamente nella scelta di chitarra e batteria in tipico stile anni d’oro. Qualche decennio fa, questa commistione, tipica delle band scandinave, venne definita, con gran lavoro di inventiva, Black ‘n’ Roll, ma qui, signori miei, siamo decisamente oltre, c’è classe, c’è capacità e c’è una gran voglia di catturarvi! Peccato non ci siano i testi nella copia digitale a mia disposizione perché sono certo riserveranno grandi spunti di riflessione!
Chissà se i prossimi a finire dentro ai sacchi dei nostri non siate proprio voi! Per gli sciagurati con la puzza sotto il naso, invece, ci sono sempre i cappi pronti. O forse, ancor meglio, perché l’apparenza potrebbe ingannare e l’incertezza esser più efficace. Io inizio il mio gioco d’ombre, calzo la mia bombetta, lascio a qualcuno il cappuccio e si parte.

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    12 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 2021
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Che rituale sublime ci portano all’ascolto i nostrani Ishvara!!! Il loro black metal ricco di tutto ciò che può esser definito avant-garde ed industrial, ci traghetta, in poco meno di un’ora in dimensioni malate, oscure, lisergiche. Venuto alla luce, giusto il giorno del mio 42° compleanno, prendo questo lavoro come una sorta di invito alla riscoperta di me stesso, passando attraverso la profondità dei testi e la grandezza delle sonorità intessute dai nostri. C’è una ricchezza, all’interno di queste otto tracce più intro, che non respiravo da tanto tempo ed è un vero peccato non potermi addentrare in un’analisi più approfondita dei testi, in quanto il presskit in mio possesso ne è sprovvisto, ma i titoli dei brani lasciano presagire tanta creatività, resa poi tale in ogni singola traccia. Suoni ESTREMI, a 360 gradi! Non è il classico album convenzionale questo, quindi non aspettatevi né sfuriate sconclusionate, né canzoncine da un ascolto e via, bensì dei riti in cui voci declamate e screaming si intrecciano, a stordire il malcapitato ascoltatore distratto, in un turbinio di immagini e simboli che pescano da culture remote fino ad arrivare all’Estremo Oriente. Quando meno te l’aspetti, ritmiche cadenzate e cori orientali ti rapiscono e ti portano là dove Vita e Morte si intrecciano, là dove nulla è come sembra, là dove pochi oseranno arrivare, scevri da ogni pregiudizio e barriera.
Ishvara, maschere e costumi, rituali e simboli, luce e ombra, rivelazione e nascondimento. Follia magistralmente controllata ed inoculata in ognuno di noi. Immensi!
Dimenticavo: vi aspettano due lyric video nel loro canale ufficiale, accompagnati da immagini che accresceranno il vostro senso di stordimento e, più esso avverrà, più avrete compiuto un passo in avanti nel vostro cammino!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    02 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Mag, 2021
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Ancora un lavoro edito dalla Dusktone che, a distanza di quattro anni dal debut “Eve”, ci propone il ritorno sulle scene dei riminesi Omega.
La proposta dei nostri si articola attraverso sonorità doom, permeate di ambient, ma anche di tutto ciò che sa toccare l’anima, strizzando l’occhio ad un certo jazz noir (sarò forse blasfemo per questa affermazione, ma… pazienza!!!) e si sviluppa in quattro lunghissimi brani che, nel cantato e in un certo lavoro sonoro, sono vicini ad una parte di black scandinavo che negli anni ’90 brillava di luce propria. Pur avendola citata con un’accezione diversa, la Luce è un tema portante di questo lavoro, intesa a tutto tondo, in tutti i suoi svariati significati, partendo dall’uso devastante che se ne fa, sin già dalla front cover, per poi svilupparsi in tutto il meraviglioso booklet che accompagna questa opera che, pur essendo capitata nelle mie mani in versione digitale, presenta una ricca cartella con foto ed immagini. Liricamente e concettualmente, l’album si articola attraverso i sillogismi e le affinità che, nel corso della Storia, hanno accomunato popoli e tradizioni anche lontanissime tra loro, e, ad onor del vero, non ho esitato a ripercorrere mentalmente tanti studi fatti negli anni universitari, coltivando alcune passioni parallele a ciò che approfondivo in quel periodo. Spunti ne troverete parecchi, se saprete cercare e farvi catturare da questa forte scarica esoterica, sapientemente infusa da parte di questi quattro sacerdoti che hanno disseminato in tutta quest’opera una serie di messaggi sonori, ma anche visivi che riveleranno un cammino ben preciso. Non voglio svelarvi nulla di più e mi auguro vi possiate immergere in questo percorso così come, sin dal primo ascolto, ho iniziato a fare in prima persona, facendovi aiutare, perché no, anche dalla visione del primo video che la band ha rilasciato, quella “Ratis” che nei suoi 13 minuti racchiude l’anima di questa immensa realtà, figlia della nostra Cultura: ho proposto il brano in puntata nella sua interezza e, credetemi, di vittime ne ha mietute diverse.
La strada è tracciata, segnata da note di piano, tapping di basso e una batteria sempre puntuale, tutti elementi che faranno da guida ad ogni viandante. A voi dove cercare, se in alto o nella profondità, se nel vento o sulla terra, se all’inizio o alla fine.

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    25 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Questo album segna il ritorno sulle scene di questa interessante realtà veneta, a cinque anni di distanza da un quattro tracce che ebbi modo di gustarmi su un masterizzato e presenta un bel mix di sonorità estreme tra black e death con tanta melodia ed inserti interessanti di piano e tastiere.
Non ho i testi a mia disposizione, ma spulciando i titoli di questi nove brani si evince un interesse trasversale per varie realtà a cavallo tra storia, religione e mitologia, sapientemente calate in un contesto, spesso troppo inflazionato, come quello estremo. I due singoli che hanno anticipato l’album, avevano già dato modo di assaporare il sapore aspro e pungente di questo full-length, inserendosi prepotentemente anche nella scaletta dei miei programmi radiofonici, insieme ad altre nere realtà del nostro panorama tricolore. Questo viaggio nel nero mondo e nelle sue accezioni più intriganti è sapientemente sorretto a livello musicale da una band che ha saputo forgiare un suono ben riconoscibile e compatto, fatto ora di brutalità, ora di pacatezza, ora di marzialità ed epicità, ora di magia sinfonica. Non voglio neanche scomodare nomi altisonanti ai quali la band è stata paragonata, ma voglio invitarvi ad un ascolto sempre più attento che, certamente, vi darà modo di scoprire quanta grandezza c’è nella musica di casa nostra! In un momento così difficile, in cui, anche in ambito musicale, spopolano i Dajjal, siate liberi, siate anche eretici se serve, ma non fatevi sfuggire ciò che merita, solo perché non è incensato o tributato da i soliti Dottori della Legge!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    18 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

“…I am the herald. I am the path, I am the presage. I am the wrath…”

Questo debut album degli svedesi Svartghast (dopo il cambio moniker da Ossuarium), segna il ritorno sulle scene di due personaggi conosciuti, mi auguro, da molti di voi, che hanno vissuto, come me, l’epopea del black metal scandinavo in tutte le sue varie accezioni e sonorità. Il progetto è, infatti, appannaggio di Lord Choronzon (ex Setherial) e Azazel (The Citadel) e si muove lungo i sentieri tracciati a metà anni ’90 dal cosiddetto symphonic black metal, senza mai voler uscire dai canoni predefiniti. Questo non è necessariamente un difetto, in quanto troppo spesso cercando di voler essere innovativi a tutti i costi si rischia di scadere nel banale o, ancor peggio, nel ridicolo. Non è il caso di questo duo, che si avvale di alcuni ospiti illustri provenienti da altre realtà estreme, articolando la propria proposta musicale attraverso otto tracce racchiuse in poco meno di 40 minuti, nelle quali troviamo voci in screaming, inserti orchestrali, momenti di apparente quiete e le consuete cavalcate black, a tratti anche epiche nel loro incedere maestoso. Sono certo che non in pochi liquideranno questo lavoro, definendolo piatto e poco variegato, ad un ascolto distratto e carico di pregiudizi, ma vi invito, come sempre, a porvi con attenzione all’approccio con questo primo passo di questa creatura proveniente dalla gelida - ma affascinante - Svezia, perché in esso troverete sicuramente tanti spunti e vi verrà anche, perché no?, voglia di riascoltare o di scoprire per la prima volta tante meravigliose realtà provenienti da questo magico Paese. La traccia suggerita per l’ascolto è la conclusiva “Luciferian Dawn”, una sorta di summa del suono dei Nostri, ma vi invito a soffermarvi, soprattutto, sulla seconda metà del lavoro, in cui troverete sonorità inaspettate, persino un assolo rockeggiante ed un cantato pulito come nella penultima “The Fall Of The First”, che, da sola, vale già l’acquisto dell’album.
Fissate bene la front cover, chiudete gli occhi e iniziate a PERDERVI!

“…as darkness falls over moonlit moors, the haunting winds begin to roar
In awe of night I stand to raise Hell itself and set the world ablaze…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    14 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 2021
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Seppur questo sia il loro debut album, la storia degli inglesi Kull parte da molto indietro, essendo la band la prosecuzione degli epic blacksters Bal-Sagoth, fatta eccezione per il vocalist Byron Roberts.
Il quintetto di Sheffield, che vede al microfono Tarkan Alp, riprende le atmosfere e le sonorità alle quali la band madre ci aveva abituato sin dagli anni ’90 e per chi, come me, quegli anni li ha vissuti a pieno, sa che il songwriting è per lo più gestito dai due polistrumentisti e fratelli Chris e Jonny Maudling che, in questo debut si “limitano” a ricoprire soltanto il ruolo, rispettivamente, di chitarrista e tastierista.
Questo lavoro non aggiunge nulla di nuovo a quello a cui purtroppo siamo abituati, e le undici tracce si susseguono in poco meno di un’ora senza particolari cadute ma, allo stesso tempo, senza guizzi di genio che ormai è sempre più difficile trovare.
Il singolo “Vow Of The Exiled” è la cartina tornasole di questo lavoro, tastierone, accelarazioni, poi break, parte parlata, ripresa e ritmiche a volte danzerecce, insomma quello che i nostri, da anni, in pieno stile albionico, ci proponevano sotto altre spoglie.
Non sono qui a dirvi che l’album sia noioso e son certo che a molti di voi piacerà anche ma, nel mio caso, a tradirmi è la mia età che, seppur non veneranda, fa sì che molte di queste sonorità mi risultino già sentite milioni di volte.
Che dirvi di più? Amate ancora spadoni, cori, voci che cercano di muoversi tra screaming e growling, mentre le tastiere rincorrono suoni farciti di epicità? Salite sul vascello dei Kull e lasciatevi condurre alla deriva, forse approderete in lidi a voi consoni, io nel frattempo mi fermo qui…

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