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Opinione scritta da Francesco Yggdrasill Fallico

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    02 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Mag, 2021
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Ancora un lavoro edito dalla Dusktone che, a distanza di quattro anni dal debut “Eve”, ci propone il ritorno sulle scene dei riminesi Omega.
La proposta dei nostri si articola attraverso sonorità doom, permeate di ambient, ma anche di tutto ciò che sa toccare l’anima, strizzando l’occhio ad un certo jazz noir (sarò forse blasfemo per questa affermazione, ma… pazienza!!!) e si sviluppa in quattro lunghissimi brani che, nel cantato e in un certo lavoro sonoro, sono vicini ad una parte di black scandinavo che negli anni ’90 brillava di luce propria. Pur avendola citata con un’accezione diversa, la Luce è un tema portante di questo lavoro, intesa a tutto tondo, in tutti i suoi svariati significati, partendo dall’uso devastante che se ne fa, sin già dalla front cover, per poi svilupparsi in tutto il meraviglioso booklet che accompagna questa opera che, pur essendo capitata nelle mie mani in versione digitale, presenta una ricca cartella con foto ed immagini. Liricamente e concettualmente, l’album si articola attraverso i sillogismi e le affinità che, nel corso della Storia, hanno accomunato popoli e tradizioni anche lontanissime tra loro, e, ad onor del vero, non ho esitato a ripercorrere mentalmente tanti studi fatti negli anni universitari, coltivando alcune passioni parallele a ciò che approfondivo in quel periodo. Spunti ne troverete parecchi, se saprete cercare e farvi catturare da questa forte scarica esoterica, sapientemente infusa da parte di questi quattro sacerdoti che hanno disseminato in tutta quest’opera una serie di messaggi sonori, ma anche visivi che riveleranno un cammino ben preciso. Non voglio svelarvi nulla di più e mi auguro vi possiate immergere in questo percorso così come, sin dal primo ascolto, ho iniziato a fare in prima persona, facendovi aiutare, perché no, anche dalla visione del primo video che la band ha rilasciato, quella “Ratis” che nei suoi 13 minuti racchiude l’anima di questa immensa realtà, figlia della nostra Cultura: ho proposto il brano in puntata nella sua interezza e, credetemi, di vittime ne ha mietute diverse.
La strada è tracciata, segnata da note di piano, tapping di basso e una batteria sempre puntuale, tutti elementi che faranno da guida ad ogni viandante. A voi dove cercare, se in alto o nella profondità, se nel vento o sulla terra, se all’inizio o alla fine.

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    25 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Questo album segna il ritorno sulle scene di questa interessante realtà veneta, a cinque anni di distanza da un quattro tracce che ebbi modo di gustarmi su un masterizzato e presenta un bel mix di sonorità estreme tra black e death con tanta melodia ed inserti interessanti di piano e tastiere.
Non ho i testi a mia disposizione, ma spulciando i titoli di questi nove brani si evince un interesse trasversale per varie realtà a cavallo tra storia, religione e mitologia, sapientemente calate in un contesto, spesso troppo inflazionato, come quello estremo. I due singoli che hanno anticipato l’album, avevano già dato modo di assaporare il sapore aspro e pungente di questo full-length, inserendosi prepotentemente anche nella scaletta dei miei programmi radiofonici, insieme ad altre nere realtà del nostro panorama tricolore. Questo viaggio nel nero mondo e nelle sue accezioni più intriganti è sapientemente sorretto a livello musicale da una band che ha saputo forgiare un suono ben riconoscibile e compatto, fatto ora di brutalità, ora di pacatezza, ora di marzialità ed epicità, ora di magia sinfonica. Non voglio neanche scomodare nomi altisonanti ai quali la band è stata paragonata, ma voglio invitarvi ad un ascolto sempre più attento che, certamente, vi darà modo di scoprire quanta grandezza c’è nella musica di casa nostra! In un momento così difficile, in cui, anche in ambito musicale, spopolano i Dajjal, siate liberi, siate anche eretici se serve, ma non fatevi sfuggire ciò che merita, solo perché non è incensato o tributato da i soliti Dottori della Legge!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    18 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

“…I am the herald. I am the path, I am the presage. I am the wrath…”

Questo debut album degli svedesi Svartghast (dopo il cambio moniker da Ossuarium), segna il ritorno sulle scene di due personaggi conosciuti, mi auguro, da molti di voi, che hanno vissuto, come me, l’epopea del black metal scandinavo in tutte le sue varie accezioni e sonorità. Il progetto è, infatti, appannaggio di Lord Choronzon (ex Setherial) e Azazel (The Citadel) e si muove lungo i sentieri tracciati a metà anni ’90 dal cosiddetto symphonic black metal, senza mai voler uscire dai canoni predefiniti. Questo non è necessariamente un difetto, in quanto troppo spesso cercando di voler essere innovativi a tutti i costi si rischia di scadere nel banale o, ancor peggio, nel ridicolo. Non è il caso di questo duo, che si avvale di alcuni ospiti illustri provenienti da altre realtà estreme, articolando la propria proposta musicale attraverso otto tracce racchiuse in poco meno di 40 minuti, nelle quali troviamo voci in screaming, inserti orchestrali, momenti di apparente quiete e le consuete cavalcate black, a tratti anche epiche nel loro incedere maestoso. Sono certo che non in pochi liquideranno questo lavoro, definendolo piatto e poco variegato, ad un ascolto distratto e carico di pregiudizi, ma vi invito, come sempre, a porvi con attenzione all’approccio con questo primo passo di questa creatura proveniente dalla gelida - ma affascinante - Svezia, perché in esso troverete sicuramente tanti spunti e vi verrà anche, perché no?, voglia di riascoltare o di scoprire per la prima volta tante meravigliose realtà provenienti da questo magico Paese. La traccia suggerita per l’ascolto è la conclusiva “Luciferian Dawn”, una sorta di summa del suono dei Nostri, ma vi invito a soffermarvi, soprattutto, sulla seconda metà del lavoro, in cui troverete sonorità inaspettate, persino un assolo rockeggiante ed un cantato pulito come nella penultima “The Fall Of The First”, che, da sola, vale già l’acquisto dell’album.
Fissate bene la front cover, chiudete gli occhi e iniziate a PERDERVI!

“…as darkness falls over moonlit moors, the haunting winds begin to roar
In awe of night I stand to raise Hell itself and set the world ablaze…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    14 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Seppur questo sia il loro debut album, la storia degli inglesi Kull parte da molto indietro, essendo la band la prosecuzione degli epic blacksters Bal-Sagoth, fatta eccezione per il vocalist Byron Roberts.
Il quintetto di Sheffield, che vede al microfono Tarkan Alp, riprende le atmosfere e le sonorità alle quali la band madre ci aveva abituato sin dagli anni ’90 e per chi, come me, quegli anni li ha vissuti a pieno, sa che il songwriting è per lo più gestito dai due polistrumentisti e fratelli Chris e Jonny Maudling che, in questo debut si “limitano” a ricoprire soltanto il ruolo, rispettivamente, di chitarrista e tastierista.
Questo lavoro non aggiunge nulla di nuovo a quello a cui purtroppo siamo abituati, e le undici tracce si susseguono in poco meno di un’ora senza particolari cadute ma, allo stesso tempo, senza guizzi di genio che ormai è sempre più difficile trovare.
Il singolo “Vow Of The Exiled” è la cartina tornasole di questo lavoro, tastierone, accelarazioni, poi break, parte parlata, ripresa e ritmiche a volte danzerecce, insomma quello che i nostri, da anni, in pieno stile albionico, ci proponevano sotto altre spoglie.
Non sono qui a dirvi che l’album sia noioso e son certo che a molti di voi piacerà anche ma, nel mio caso, a tradirmi è la mia età che, seppur non veneranda, fa sì che molte di queste sonorità mi risultino già sentite milioni di volte.
Che dirvi di più? Amate ancora spadoni, cori, voci che cercano di muoversi tra screaming e growling, mentre le tastiere rincorrono suoni farciti di epicità? Salite sul vascello dei Kull e lasciatevi condurre alla deriva, forse approderete in lidi a voi consoni, io nel frattempo mi fermo qui…

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    14 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 2021
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Con la mia proverbiale lentezza, vi restituisco le emozioni provate grazie all’ennesimo lavoro (il secondo con questo moniker), realizzato dal polistrumentista belga Stijn Van Cauter che, ancora una volta, è capace di condurre l’ascoltatore in sentieri fuori da ogni logica consueta. Il progetto Arcane Voidsplitter, partito nel 2017, come si evince dal titolo dell’opera in questione, dà voce alle stelle, servendosi di un genere di non facile assimilazione come il drone, con commistioni di doom strumentale.
Tre sono le tracce, lunghissime ed intense, dedicate a tre stelle molto importanti e presenti nella cultura di tanti popoli. Alla luminosa Arturo ("Arcturus" per i latini), che per molti popoli era portatrice di vita ma, per altrettanto tanti, portatrice di sventura, è dedicata l’apertura di questo lavoro, con i suoi 15 minuti ciclici e ripetitivi che lasciano sospesi a poca altezza da terra per tutta la durata del brano, fino all’irrompere di "Betelgeuse", la cui durata sfiora i 35 minuti dove i suoni si dilatano grazie ad innesti di dungeon synth che, ultimamente, sembra affascinare e rapire in maniera sempre più intensa tanti estimatori e compositori anche nel nostro paese. Questo brano è il più epico del lotto, sicuramente difficile, ma quello che mi dà le sensazioni più profonde ed alte. La conclusiva "Aldebaran" ha il fascino che il significato astrologico della stessa conserva in sé, ma non voglio svelarvi nulla in proposito in questa sede, perché vorrei invitarvi ad una rilettura in chiave mitologica di questo lavoro, che potrebbe portarvi ad un’ulteriore comprensione dello stesso; vi dico soltanto che non reputo casuale la scelta di questi tre riferimenti, in quanto possono rappresentare un ulteriore viaggio in quello che è il nostro animo, ora etereo ora pragmatico, ora sognante ora rude, ora affascinante ora pauroso…
Spegnete tutto, luci e suoni e preparatevi ad affidarvi a questo lavoro che sarà certamente capace di portarvi dove non siete mai stati, ma dove vorrete tornare ogni qualvolta ne sentirete la necessità e, credetemi, la voce delle stelle grida senza quietarsi!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    21 Febbraio, 2021
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Questo è uno di quei lavori di cui mi pento di non avervi parlato prima!
Eterna pecca, per quanto mi riguarda, è la lentezza assoluta con cui vi restituisco le mie sensazioni dopo ascolti ripetuti di lavori, spesso provenienti dall’underground più remoto…
L’album in questione, edito nel 2019 dalla immensa Aesthetic Death, è la prima produzione sulla lunga distanza di questa band che, partendo da Cipro, ha sparso il suo oscuro seme a ridosso di Portogallo e Regno Unito…
Non semplice e, ad onor del vero, non è ciò che mi interessa fare, categorizzare questo lavoro in un genere musicale, anche perché ci troviamo ad un caleidoscopio di suoni che meritano di essere vissuti dalla prima all’ultima nota qui presente.
Il lavoro, diviso in maniera simbolica in 2 facciate, ABOVE e BELOW, consta di sei tracce, tre per lato, che alternano cantato e recitato, suoni più violenti e suoni più d’amtosfera.
Filosofia, esoterismo…vita e morte in questi pezzi, in questi squarci..in questi tagli che ci arrivano….
Non voglio segnalarvi un brano in particolare, ma vi basti sapere che troverete echi dell’Attila del “De Mysteriis...” e contemporaneamente un certo folk presente in tanti album scandinavi e dell’Est Europa, accompagnati, non solo dai tipici strumenti metal, ma da Moog e sintetitezzatori, figli di una ricerca sonora e culturale non indifferente.
Questo “Sublimation” non è un album per tutti, e così deve essere, ma sicuramente è uno di quei lavori che va a collocarsi tra i miei preferiti in mezzo al marasma delle uscite degli ultimi anni!
“Et toi, divine Mort, où tout rentre et s’efface,
Accueille tes enfants dans ton sein étoilé,
Affranchis nous du temps, du nombre, et de l’espace,
Et rends nous le repose que la vie a troublé…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    07 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Febbraio, 2021
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Questa è la seconda release dei torinesi Feralia che mi trovo ad analizzare, dopo il mini “Over Dianam”, che era orientato su sonorità folk. Questo però, devo subito avvisarvi, non è il nuovo lavoro del progetto esoterico piemontese, bensì l’album che venne rilasciato nel 2019.
Il lavoro, cinque tracce + intro e outro, ruota, è proprio il caso di dirlo, attorno alla ciclicità e al processo di alternanza vita/morte, fatto di tappe inesorabili, presente in svariate culture e religioni. Musicalmente abbiamo una band davvero molto interessante, che, grazie alla presenza di figure che reputo non convenzionali all’interno di diverse scene internazionali, riescono a dare un’aura molto intrigante a questo lavoro, che in poco meno di 30 minuti, rappresenta un debut album che non bisogna affatto farsi sfuggire.
Al microfono troviamo Tibor Kati dei rumeni Grimegod, formazione storica del panorama musicale dell’Est Europa, che, ancora una volta, offre una prova vocale degna di nota! Inesorabile e massiccia presenza del basso sin dalle prime note dell’Intro, Khrura, è una figura sempre più fondamentale nell’economia musicale della band, mai eccessivo, ma puntuale e granitico, come non accadeva da tanto tempo nel panorama musicale italiano e non solo. Piacevolmente sorprendente è il lavoro dietro le pelli (comprensivo anche di innesti elettronici) del buon Ignotus Nebis che, insieme al chitarrista/tastierista Raijinous, completano e rendono impenetrabile la corazzata nera Feralia. Non c’è una caduta, per quanto mi riguarda, né un momento di esitazione, lungo tutto questo album, che è un must per tutti gli amanti dell’estremo e non solo.
Vorrei potervi dire qualcosa di più sui testi, ma non ho avuto modo di leggerli; nel frattempo però vi invito, ancora una volta, ad abbandonare l’esterofilia ad ogni costo e a farvi rapire dalla magia oscura dei nostri piemontesi, nell’attesa di un loro nuovo passo in avanti…
“Oh Sun…Oh Father…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    09 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 09 Novembre, 2020
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Non arriva ai 20 minuti di durata questo ritorno sulle scene dei piemontesi Feralia, alle prese con un folk acustico di pregevole fattura, ma davvero intriso di sonorità molto interessanti, che servono da preludio a quello che sarà il loro prossimo lavoro, del quale questo EP, dovrebbe esser parte integrante.
Il lavoro della band è reso disponibile in free download sulla pagina bandcamp e questo la dice lunga sul messaggio che i nostri vogliono far passare in questa difficilissima fase, dando un loro personale tributo ad un tempo che fu, partendo proprio dalla venerazione di una delle divinità (presente, con affinità e divergenze, sia nella cultura greca che in quella latina) più importanti delle civiltà che stanno alla base della nostra.
Ad affiancare Raijinous e Krhura (quest’ultimo in forza anche ai miei conterranei Inchiuvatu), troviamo dei personaggi che molti di voi, mi auguro conosceranno!
Il cantato/recitato sulle ultime due tracce è, infatti, affidato, rispettivamente, ad Erymanthon Seth mente degli Apocalypse (attualmente entrato in pianta stabile a sostituire l’ex Tibor Kati, membro dei rumeni Grimegod) e a Erba Del Diavolo, senza dimenticare l’apporto alla chitarra acustica di Mr. Håvard Jørgensen, che fece parte dei norvegesi Ulver durante la fase che va dai primi demo fino a “The Marriage…” passando per la storica trilogia nella quale è contenuto anche “Kveldssanger”, interamente basato sul folk norreno…
L’ascolto di questo EP è da farsi in maniera intera e continua, a nulla varrebbe estrapolarne un brano, perché avrei il timore di non restituirne il senso di totalità e di fragilità che appare.
La chiave di lettura che vi do resta, quindi, questa, un inno alla Natura potente e possente, identificata con la figura della Dea, protettrice quanto vendicativa (nei secoli diventata addirittura una strega, a causa di una interpretazione dei vecchi culti lunari che la ponevano in antitesi ad Ecate) alla quale dar tributo non in maniera violenta ed efferata, ma con i suoni onirici degli strumenti a corda e con la magia dell’acustico.
Scelta non facile, ma per quanto mi riguarda molto azzeccata, spogliatevi di ogni orpello e a pieni nudi innalzate i vostri canti…
“…the blood of the earth becomes eternal life…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    11 Ottobre, 2020
Ultimo aggiornamento: 11 Ottobre, 2020
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Non scomoderò nomi altisonanti dello scenario doom o death per parlare di questo combo che viene dall’estremo sud della Spagna, ma voglio esser quanto più onesto con chi si accinge a leggere le mie parole.
Troppo facile sarebbe liquidare la band o, ancor peggio, osannarla, semplicemente per compiacere qualcuno, come ultimamente va di moda, ma, credo sia più corretto darvi un’analisi libera da ogni pretesto o condizionamento.
Partiamo dal presupposto che chi scrive ama alla follia un certo tipo di doom funereo , fatto di atmosfere dilatate o rallentate all’inverosimile, suoni cupi e ovattati e una sezione ritmica al limite della psicosi, ma non è questa la chiave di lettura di questo lavoro e se qualcuno ve lo presenterà così, probabilmente ha ascoltato qualcos’altro!
Non inganni la presenza di due voci femminili all’interno della band iberica, in quanto la Carrasco rappresenta l’anima più dura della formazione, la voce in growl che a volte sfocia in uno screaming, non sempre preciso, ma comunque efficace nell’economia della band e dall’altra la soprano Lidalin che però non osa quanto potrebbe e mi auguro che prenda sempre più consapevolezza delle proprie capacità.
Si ragazze, vorrei proprio da voi una prestazione che mi faccia dire…loro sono uniche e non comuni!!!
Negli anni ’90, prima che divenisse quasi normale l’uso delle doppie voci, vennero fuori delle figure capaci di non esser rilegate al ruolo di coriste o di riempimento, ma che furono in grado di spiccare persino sui propri colleghi uomini che, in teoria, rivestivano il ruolo di lead vocalist…
A riscatto della band, vi sottolineo che, pur essendo questo il debut, che segue, a distanza di poco più di due anni, il demo di esordio, c’è una bella compattezza di suoni, che trovano esplicazione più intensa nella parte centrale di questo lavoro che si assesta sui 52 minuti di durata, dandoci, come da canoni, brani che non vanno mai sotto i 6 minuti di durata.
“Joy Of Your Misery” e ancor più “Your Somber Look”, sono i due brani che danno meglio il potenziale di crescita di questo quartetto, che spero riesca sempre più ad amalgamarsi e diventare band, vista anche la compattezza ritmica che il fondatore Euman, al basso, ha qui col batterista Jesus MW, vecchia mia conoscenza anche come editor di zines, oltre che in forza nei MurderWorker.
Mi aspetto davvero tanto da voi cari Funeralia e, credo non deluderete le aspettative!!!
“…I feel terror…I feel love!...”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    03 Agosto, 2020
Ultimo aggiornamento: 04 Agosto, 2020
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Basterebbe fare un copia/incolla della seppur piccola bio allegata o appioppare il massimo voto, per farvi capire il valore di questo album, ma chi mi conosce sa che non riuscirei in tale impresa così altamente utilizzata per accattivarsi favori di band ed etichette e quindi, ascolto dopo ascolto, vi restituisco le sensazioni ricevute da un’assunzione massiccia e continua di questo lavoro.
Partiamo localizzando la band, siamo a Genova, culla da decenni di tantissimi gruppi, più o meno famosi e più o meno estremi, molte delle quali hanno visto militare nelle proprie fila i musicisti che fanno grande questo debut album. Non vi dirò di più perché troverete i loro nomi allegati alla recensione e potrete tranquillamente scoprire, qualora non riusciste a primo impatto, chi si cela dietro questo bell’album realizzato dalla Black Tears. Vi anticipo solo che molti di loro hanno, in questo caso, imbracciato uno strumento diverso da quello suonato nelle band di provenienza.
Nove sono le tracce racchiuse in questo album che trasuda potenza come pochi! Compattezza sonora unica, furia sonora mai fine a se stessa, effetti usati per catapultarci nella scena tessuta dai nostri, linee di basso e di chitarra esageratamente coinvolgenti, una batteria sempre puntuale ed una prova vocale veramente interessante. C’è tanta Scandinavia in questo lavoro, ma c’è anche tanta Italia, tanta Genova!
Questo album è a tratti epico, senza perdersi mai in virtuosismi o becere e pacchiane sviolinate al metal più pomposo e più pompato, ma è una vera prova di forza da parte di cinque musicisti che respirano e vivono la scena tricolore da tantissimi anni! Non vi suggerirò un brano a scapito degli altri, perché queste tracce meritano davvero di essere ascoltate e riascoltate e fatte davvero vostre!
Marcio, nero come pochi sanno essere, con una pulizia di suoni ormai marchio di fabbrica, provenendo dai Nadir Studios, e con un artwork ad opera di Lisalinda Ozenga e la grafica di mister Paolo Puppo dei Will ‘o’ Wisp, che, sembra, aver seminato all’interno del booklet dei riferimenti esoterici…
Mettetevi alla RICERCA cari miei!!!
“…No hope…no dreams…no tears!...”

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