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Opinione scritta da Francesco Yggdrasill Fallico

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    27 Marzo, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Marzo, 2022
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Marziale come pochi questo lavoro dei norvegesi Ulvehyrde, pubblicato lo scorso anno dalla Dusktone. Le otto tracce qui contenute sono legate da un filo conduttore che è quello di ripercorrere la “storia nera” della Norvegia, attraverso alcune figure molto particolari che si sono avvicendate nel corso dei secoli e che sono fortemente legate all’essenza di morte. Guidati da Sorath Northgrove, artefice della storica “Obscure Epitaph”, ‘zine dedicata al Metal più estremo, (e qui mi si aprono i ricordi da adolescente che, nei primi anni liceali, aveva scoperto ed amato il Black scandinavo, fatto di demo e ‘zine marcissime), la band ci presenta un Black cadenzato, ma fiero, libero dalle sfuriate, ma con un’altrettanto nera coltre che riveste ogni singola nota di questo lavoro. Il già citato vocalist ha assunto la figura del boia, predicatore di fatti indicibili ed esecutore del gesto estremo di giustizia, circondato da altrettanto marce figure, ultimi tra gli ultimi i Nattmen, sempre pronti a sorreggere il cantato con un tappeto sonoro sempre puntuale e preciso, accompagnato anche da una produzione, curata da Malphas (Carpathian Forest e Vulture Lord, insieme a Sorath e Uruz), che esalta ogni singolo strumento e rende il tutto facilmente fruibile all’ascolto. Musicalmente, in più passaggi, mi hanno ricordato l’Atmospheric Black degli Ancient Wisdom, one man band svedese creata negli anni ’90 da Marcus E. Norman, tornata dopo tantissimi anni di silenzio a pubblicare, ancora una volta per la nostrana Avantgarde Music. Gli spunti sono davvero ottimi ed in questi quaranta minuti sono sapientemente sparsi ed esplicati, senza mai annoiare nell’ascolto e, complice una serie d’ascolti ripetuti ed attenti come si faceva una volta, immergersi nel mondo dei Lupi norvegesi non sarà un’impresa ardua, ma anzi, riporterà alla mente tanti ricordi di un tempo che fu. Mi avete toccato l’anima nera, miei cari Ulvehyrde! A presto per un nuovo ed altrettanto intenso funerale da tributare ad ogni intima e travagliata esistenza.

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    23 Gennaio, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio, 2022
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Ho scoperto questa bellissima realtà solo nel 2020 con il precedente “La Tavola Osca”, che inaugurava una saga dedicata ai Sanniti, dopo i primi cinque lavori che avevano rivolto l’attenzione ai sei elementi (oltre a Terra, Acqua, Fuoco ed Aria, venne tributato il binomio Spirito / Misteri). Come il precedente lavoro, anche questo è stato pubblicato dalla Antiq Records ed è formato da due lunghissime tracce che spaziano tra sfuriate Black, tanta epicità e virtuosismi classici. Il mastermind Vittorio Sabelli, autore di tutti i testi e delle musiche è un geniale polistrumentista che ha saputo unire la follia sonora del Black Metal con l’unicità di uno strumento come il clarinetto! Ecco che persino il Jazz entra a far parte della magia che, solitamente, siamo abituati a sentire attraverso un certo tipo di Black Metal, pronto a tessere delle atmosfere uniche, capace di rapirmi, senza esitazione e portarmi attraverso un viaggio storico, ma anche personale. Qui, partendo dall’atroce umiliazione patita dall’esercito romano in occasione dell'evento storico citato nel titolo (vi risparmio sia la lezione, sia una banale trascrizione da qualunque sito e vi invito ad approfondire questo spaccato storico fondamentale), il nostro Eurynomos (vi ricorda qualcosa?) ci fa fare i conti con quelle che possono essere le nostre cadute personali, le nostre pagine nere, le volte in cui ci siam dovuti arrendere con vergogna. Credetemi, non è un lavoro sicuramente facile, come non lo era il suo predecessore, ma, senza esitazione, questi due capitoli sono diventati parte della mia Top Ten di lavori pubblicati durante i due anni trascorsi e, anche stavolta, arrivo a dare il massimo dei voti a questo capolavoro, senza che io sia stato ricoperto da favori o da mille copie promozionali, rilegate in pelle umana. Chi vi parla, tramite queste pagine, sta solo cercando di farvi capire che si può riconoscere il merito ad un artista, senza un secondo fine, senza dover cercare o aver ottenuto un personale tornaconto. Sono felice che, la cartella digitale con questo lavoro, sia toccata a me, anche se priva dei testi che comunque, essendo declamati in italiano, sono facilmente comprensibili e completano maggiormente la bellezza e la grandezza di questa Opera figlia della nostra Cultura!
Fiero di credere che questo album meriti di esser conosciuto anche fuori dai nostri confini nazionali e che, finalmente, tutti quelli che osannano i prodotti provenienti dall’estero, capiscano quanta ricchezza abbiamo in casa nostra!
Onore al nostro Syrinx!!!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    22 Novembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 2021
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Una delle recensioni più difficili che mi sia mai capitata questa della quale mi appresto a darvi il mio feedback. Amo visceralmente, sin dai loro esordi, le band dalle quali questi due immensi artisti provengono, rispettivamente Enslaved e Wardruna, e seguo le loro evoluzioni sempre col massimo interesse. Questo progetto che vede Ivar ed Einar unirsi a celebrare la grandezza della madrepatria Norvegia, con le sue radici più profonde ed ancestrali, arriva a questo nuovo EP dopo due full-length e una serie di partecipazioni ad eventi, e ci propone due tracce molto particolari.
In apertura c’è una versione in stile acustico, con testo in norvegese, di un vecchio classico degli Enslaved, “Return To Yggdrasill”, tratto dall’album “Isa” del 2004, qui riproposto in chiave decisamente diversa, sia dall’originale, sia dalla splendida versione che proprio il duo Bjørnson/Selvik aveva presentato qualche anno fa. La differenza è data dalla parte centrale del pezzo, diventato “Heim Til Yggdrasil”, che ad un certo punto viene disturbata da una base quasi remix che proprio non riesco a digerire e che, per quanto mi riguarda, ruba parte della magia che, invece era presente nella versione acustica che potete ascoltare anche nel canale ufficiale degli Enslaved. Questo mezzo passo falso, per quanto comunque reputi questa traccia molto interessante, unito anche alla scarsa durata dell’EP, è la motivazione di quel 3/5 che troverete come valutazione (e non è certamente una stroncatura!!!). La title-track invece ci dà modo di assaporare quella che è la matrice essenziale di questo progetto, con l’inserimento di super ospiti tra cui Grutle degli Enslaved e Lindy-Fay Hella, concentrando in poco più di quattro minuti, l’amore viscerale per la propria terra e per le origini, ora storiche, ora culturali, di un popolo che nel corso dei secoli ha saputo mantenere vivo il legame con un tempo che fu, senza, per questo, risultare anacronistico e banale. Un intersecarsi di percussioni e strumenti acustici, con il canto epico ad abbracciarci e condurci in mondi lontani, con la grazia che solo pochi hanno.
Poco meno di 10 minuti in versione digitale e vinile colorato, con una front cover che, in maniera tribal ci restituisce l’Albero della Vita. Se siete degli accaniti collectors fatevi avanti ed acquistatelo, io rimango nell’attesa di un nuovo full. Nel frattempo: SKÅL!!!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    25 Ottobre, 2021
Ultimo aggiornamento: 25 Ottobre, 2021
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Sesto lavoro per questa band dalla caratura internazionale, formata da personaggi della scena europea e sudamericana, con una proposta musicale che, pur partendo da classici canoni Black Metal, giunge al produrre un album farcito di suoni e colori decisamente non consueti. Durante i 45 minuti di durata, infatti, non è raro imbattersi in sonorità e parti vocali che richiamano un certo tipo di dark ottantiano, amalgamate in maniera interessante dalla band e rette dal nuovo ingresso in formazione nelle vesti di cantante. Al microfono troviamo Martyn Lucifer dei romagnoli Hortus Animae che, in questo lavoro, spazia attraverso il suo registro vocale, venendo fuori dai classici screams e difendendosi sapientemente tra cantato pulito e spoken words. Questo non è sicuramente uno di quegli album che ami al primo ascolto, ma va assaporato passo dopo passo, con la mente sgombra da pregiudizi, per poterne cogliere le caratteristiche peculiari. Per quanto mi riguarda, le parti più darkeggianti sono quelle che ho apprezzato di più, sorrette anche da un buon lavoro tastieristico, mentre non sempre le parti Black, con venature Pagan, risultano esser coinvolgenti, rischiando, talvolta, di risultare una sorta di rispolvero forzato di ciò che trent’anni fa rese celebri diverse realtà del panorama estremo scandinavo. Se non vi piacciono le cose scontate, sono certo che questo album finirà nelle vostre case e sarete in diversi ad apprezzare questo nuovo corso della band che, in nome della musica, è in grado di superare ogni barriera geografica, regalandoci, in un'epoca in cui tutto è ormai patinato, una personale visione di un genere estremo che cerca, dopo tantissimi anni di vita, di uscire dallo stato di stasi nella quale versa ormai da troppi anni.
“…idols collapsed beyond any persistence, from their ashes we rise, the pagan resistance…”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    18 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 2021
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L’agnello e il caprone, il bianco ed il nero, la Luce e le Tenebre, chi va incontro a chi e cosa domina cosa?
Potrei fermarmi qui, visto ciò che traspare dalla front cover di questo debut album dei varesini Argesh, ma voglio che, liberi da ogni pregiudizio, vi fermiate ad ascoltare queste sei tracce di furioso Black Metal con influenze Death che, come anticipato, gioca continuamente su una dicotomia in maniera nient’altro che banale.
Concettualmente questo lavoro si muove su quella che è una delle forme di presa di coscienza considerata più estrema, ovvero l’apostasia, l’abbandono del credo religioso fino a quel momento professato e sapete quanto, in un Paese come il nostro, questo rappresenti un passo non indifferente nella vita del singolo individuo, se egli prende atto di essere approdato intelligentemente a questo tipo di scelta e non alla mera idea di “fa figo andare contro la Chiesa”. Proprio con la fase dell’Abiura si apre quest’opera che vede la presenza al microfono di tantissime voci che si intervallano tra loro, ancora una volta in questa dicotomia che dall’Uno porta al Molteplice e viceversa. Musicalmente il primo pezzo è una sorta di intro orchestrale che infonde, complice il recitato, un carattere maestoso per poi sfociare nella prima dichiarazione di intenti che ci porta ad affermare con chiarezza che troppe pecore codarde sono guidate da un pastore ormai prossimo a marcire e che quindi bisogna staccarsi da questo processo che non può che portare all’annientamento. Le citazioni bibliche presenti sono molteplici e basta leggere i titoli per aver chiaro riferimento a stralci dell’Apocalisse (o, se preferite, Rivelazione), ma, attenzione, non è una corsa all’esser blasfemi a tutti i costi, ma c’è un attento percorso filosofico-culturale! Le basi per un’ulteriore crescita ci sono tutte, a livello strumentale la band regala anche dei passaggi melodici e ben costruiti, complice un bell’amalgama creatosi negli anni e degli inserti orchestrali non eccessivi e ben spalmati lungo questi 30 minuti.
Per quanto mi riguarda, prova superata e ve li proporrò anche in radio e sono curioso di conoscere il vostro parere che potete già iniziare ad esprimere come commento a questa recensione.
“…we’re our own gods!!!”

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    18 Settembre, 2021
Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 2021
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Il mio amore per i Thyrfing nasce nel 1999, anno in cui viene pubblicato il secondo full-length “Valdr Galga”. Anticipato da ben tre singoli, a distanza di ben otto anni dal precedente album, gli svedesi tornano con questo lavoro che prende il nome da uno degli appellativi del lupo Fenriz e dal fiume Van, generato dalla stessa creatura. La divinità troneggia nella splendida copertina e ci introduce, senza tanti dubbi, verso ciò che, concettualmente, ci aspetta.
Ancora una volta, quindi, si viaggia attraverso la mitologia norrena, senza però tuffarci in una sfuriata Black senza né capo né coda, ma con un’epicità unica che si unisce a sonorità classic e persino di rock di matrice settantiana, con innesti folk sui quali, nuovamente, la voce di Jens Rydén riesce ad esser versatile e coinvolgente. Vi parlavo di ben tre singoli che hanno preceduto quest'uscita e che ci danno uno spacco variegato di ciò che è ritrovabile nell’intero album anche se, nei pezzi non utilizzati come apripista, si nascondono delle autentiche sorprese, sia vocalmente che come sonorità. Vorrei non segnalarvi un brano su altri, perché questo è uno di quegli album che va ascoltato e gustato nella sua totalità, con un sapiente lavoro chitarristico, una sezione ritmica molto puntuale e, come già detto, un lavoro vocale che mi riporta indietro agli anni d’oro della scena svedese e sembra davvero di veder sullo stesso palco, contemporaneamente Naglfar e Deep Purple! Da brividi è la parte finale di questo lavoro, un saluto ad una vita terrena che fu e che non tornerà, ma la malinconia del pezzo non mostra rimpianti, visti i preamboli annunciati dal pezzo in apertura (non a caso entrambi scelti come singoli). Marzialità e classe, incedere possente unito a voci femminili e strumenti ad archi, esaltano la bravura dei musicisti e ci portano verso un finale che sconvolgerà molti di voi; perché, chi cercherà di screditare questa band, non avrà proprio capito nulla e avrà perso l’occasione di godere di una validissima opera che fosse uscita negli anni d’oro avrebbe sicuramente fatto tabula rasa attorno.
Spegnete le luci attorno, spegnete ogni pensiero superfluo e imbarcatevi con i Thyrfing, alla fine del viaggio: non sarete più gli stessi!!!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    17 Agosto, 2021
Ultimo aggiornamento: 17 Agosto, 2021
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Molto interessante questo debut dei danesi Angstskríg rilasciato dalla svedese Despotz Records, dopo esser stato anticipato da due singoli digitali, entrambi inseriti all’interno di questo lavoro. Il progetto ruota attorno alle due figure chiave di Simon Erlendsson e Esben Hansen (quest’ultimo in forza per diversi anni agli Hatesphere e, ospite in sede live dei nostrani Methedras), che vengono coadiuvati nei vari brani da ospiti veramente illustri.
In apertura, uno dei singoli citati, ovvero “Skyggespil”, arricchito dalla presenza di Attila Vörös, talentuoso chitarrista ungherese, che ha offerto i suoi servigi a tante realtà europee, estreme e non. Bello il video con i due artisti mascherati e spesso in ombra, a richiamare il titolo del brano, con questi sacchi che celano chissà quali segreti e un paio d’ali strappate via ad un angelo caduto; una traccia che entra subito in testa, arricchita da un solo che arriva, quando meno te lo aspetti, ma capace di abbellire il tutto. L’ascolto è particolarmente interessante ed articolato e ci presenta tracce interessanti, malgrado la durata non sia indifferente, ma con partiture e strutture molto coinvolgenti, fino ad arrivare a quello che è stato il primo singolo rilasciato, “Lucifer Kalder” dove l’anima rock ‘n’ roll emerge e si manifesta visivamente nella scelta di chitarra e batteria in tipico stile anni d’oro. Qualche decennio fa, questa commistione, tipica delle band scandinave, venne definita, con gran lavoro di inventiva, Black ‘n’ Roll, ma qui, signori miei, siamo decisamente oltre, c’è classe, c’è capacità e c’è una gran voglia di catturarvi! Peccato non ci siano i testi nella copia digitale a mia disposizione perché sono certo riserveranno grandi spunti di riflessione!
Chissà se i prossimi a finire dentro ai sacchi dei nostri non siate proprio voi! Per gli sciagurati con la puzza sotto il naso, invece, ci sono sempre i cappi pronti. O forse, ancor meglio, perché l’apparenza potrebbe ingannare e l’incertezza esser più efficace. Io inizio il mio gioco d’ombre, calzo la mia bombetta, lascio a qualcuno il cappuccio e si parte.

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    12 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 2021
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Che rituale sublime ci portano all’ascolto i nostrani Ishvara!!! Il loro black metal ricco di tutto ciò che può esser definito avant-garde ed industrial, ci traghetta, in poco meno di un’ora in dimensioni malate, oscure, lisergiche. Venuto alla luce, giusto il giorno del mio 42° compleanno, prendo questo lavoro come una sorta di invito alla riscoperta di me stesso, passando attraverso la profondità dei testi e la grandezza delle sonorità intessute dai nostri. C’è una ricchezza, all’interno di queste otto tracce più intro, che non respiravo da tanto tempo ed è un vero peccato non potermi addentrare in un’analisi più approfondita dei testi, in quanto il presskit in mio possesso ne è sprovvisto, ma i titoli dei brani lasciano presagire tanta creatività, resa poi tale in ogni singola traccia. Suoni ESTREMI, a 360 gradi! Non è il classico album convenzionale questo, quindi non aspettatevi né sfuriate sconclusionate, né canzoncine da un ascolto e via, bensì dei riti in cui voci declamate e screaming si intrecciano, a stordire il malcapitato ascoltatore distratto, in un turbinio di immagini e simboli che pescano da culture remote fino ad arrivare all’Estremo Oriente. Quando meno te l’aspetti, ritmiche cadenzate e cori orientali ti rapiscono e ti portano là dove Vita e Morte si intrecciano, là dove nulla è come sembra, là dove pochi oseranno arrivare, scevri da ogni pregiudizio e barriera.
Ishvara, maschere e costumi, rituali e simboli, luce e ombra, rivelazione e nascondimento. Follia magistralmente controllata ed inoculata in ognuno di noi. Immensi!
Dimenticavo: vi aspettano due lyric video nel loro canale ufficiale, accompagnati da immagini che accresceranno il vostro senso di stordimento e, più esso avverrà, più avrete compiuto un passo in avanti nel vostro cammino!

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    02 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Mag, 2021
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Ancora un lavoro edito dalla Dusktone che, a distanza di quattro anni dal debut “Eve”, ci propone il ritorno sulle scene dei riminesi Omega.
La proposta dei nostri si articola attraverso sonorità doom, permeate di ambient, ma anche di tutto ciò che sa toccare l’anima, strizzando l’occhio ad un certo jazz noir (sarò forse blasfemo per questa affermazione, ma… pazienza!!!) e si sviluppa in quattro lunghissimi brani che, nel cantato e in un certo lavoro sonoro, sono vicini ad una parte di black scandinavo che negli anni ’90 brillava di luce propria. Pur avendola citata con un’accezione diversa, la Luce è un tema portante di questo lavoro, intesa a tutto tondo, in tutti i suoi svariati significati, partendo dall’uso devastante che se ne fa, sin già dalla front cover, per poi svilupparsi in tutto il meraviglioso booklet che accompagna questa opera che, pur essendo capitata nelle mie mani in versione digitale, presenta una ricca cartella con foto ed immagini. Liricamente e concettualmente, l’album si articola attraverso i sillogismi e le affinità che, nel corso della Storia, hanno accomunato popoli e tradizioni anche lontanissime tra loro, e, ad onor del vero, non ho esitato a ripercorrere mentalmente tanti studi fatti negli anni universitari, coltivando alcune passioni parallele a ciò che approfondivo in quel periodo. Spunti ne troverete parecchi, se saprete cercare e farvi catturare da questa forte scarica esoterica, sapientemente infusa da parte di questi quattro sacerdoti che hanno disseminato in tutta quest’opera una serie di messaggi sonori, ma anche visivi che riveleranno un cammino ben preciso. Non voglio svelarvi nulla di più e mi auguro vi possiate immergere in questo percorso così come, sin dal primo ascolto, ho iniziato a fare in prima persona, facendovi aiutare, perché no, anche dalla visione del primo video che la band ha rilasciato, quella “Ratis” che nei suoi 13 minuti racchiude l’anima di questa immensa realtà, figlia della nostra Cultura: ho proposto il brano in puntata nella sua interezza e, credetemi, di vittime ne ha mietute diverse.
La strada è tracciata, segnata da note di piano, tapping di basso e una batteria sempre puntuale, tutti elementi che faranno da guida ad ogni viandante. A voi dove cercare, se in alto o nella profondità, se nel vento o sulla terra, se all’inizio o alla fine.

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Opinione inserita da Francesco Yggdrasill Fallico    25 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 26 Aprile, 2021
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Questo album segna il ritorno sulle scene di questa interessante realtà veneta, a cinque anni di distanza da un quattro tracce che ebbi modo di gustarmi su un masterizzato e presenta un bel mix di sonorità estreme tra black e death con tanta melodia ed inserti interessanti di piano e tastiere.
Non ho i testi a mia disposizione, ma spulciando i titoli di questi nove brani si evince un interesse trasversale per varie realtà a cavallo tra storia, religione e mitologia, sapientemente calate in un contesto, spesso troppo inflazionato, come quello estremo. I due singoli che hanno anticipato l’album, avevano già dato modo di assaporare il sapore aspro e pungente di questo full-length, inserendosi prepotentemente anche nella scaletta dei miei programmi radiofonici, insieme ad altre nere realtà del nostro panorama tricolore. Questo viaggio nel nero mondo e nelle sue accezioni più intriganti è sapientemente sorretto a livello musicale da una band che ha saputo forgiare un suono ben riconoscibile e compatto, fatto ora di brutalità, ora di pacatezza, ora di marzialità ed epicità, ora di magia sinfonica. Non voglio neanche scomodare nomi altisonanti ai quali la band è stata paragonata, ma voglio invitarvi ad un ascolto sempre più attento che, certamente, vi darà modo di scoprire quanta grandezza c’è nella musica di casa nostra! In un momento così difficile, in cui, anche in ambito musicale, spopolano i Dajjal, siate liberi, siate anche eretici se serve, ma non fatevi sfuggire ciò che merita, solo perché non è incensato o tributato da i soliti Dottori della Legge!

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