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Opinione scritta da Gianlu "RocketTobi"

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Opinione inserita da Gianlu "RocketTobi"    24 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Marzo, 2021
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Quando c’è classe, quando c’è una notevole maturità e quel senso di crescita in ogni contesto musicale, allora ci si imbatte in possibili capolavori, e se non sono tali poco ci manca.
Quattordici anni di carriera per gli Svedesi Horisont, un tempo che li ha notevolmente forgiati portandoli da quell’heavy metal impresso in ‘Odyssey’ fino ad un cambio di rotta, in quanto ‘Sudden Death’ è praticamente un altro capitolo che nessuno si sarebbe mai aspettato.
E’ anche difficile al primo impatto collegarne il genere, tanto più quando ci si concentra sul titolo dell’album (e sulla copertina) aspettandosi qualcosa di attinente appunto al metal.

Ma parliamo di musica! Ebbene il quintetto in questione sforna un lavoro dalle sonorità di matrice puramente classic rock ‘70, leggero, limpido, con una produzione notevole, e tanti ampi “tributi” a quelle band che hanno dato radici forti al genere fino ai nidi più moderni dell’hard’n’heavy.

La doppietta iniziale ‘Revolution’ e ‘Free Riding’ genera subito un sacco di flash-back grazie a quelle tastiere e allo stacco centrale, sembra quasi che Don’t Go Breaking my heart di Elton John e Born to be Wild degli Steppenwolf si siano scontrate con classe.
Si prosegue nei meandri sonori tra riferimenti Eagles e Pink Floyd, mentre ‘Pushin' the Line’ e ‘Into the Night’ mescolano il sound made ’80, richiamano le chitarre e i ritmi più hard rock dei Kiss, con le tastiere che strizzano l’occhiolino agli anni migliori di Jon Bon Jovi, ed infine citiamo probabilmente il punto più alto dell’album ‘Archeopteryx In Fligh’, un vero gioiello di rock progressive che prende illuminazioni dai grandi Rush, con atmosfere profonde, piene e intense, otto minuti da ascoltare in tranquillità immergendosi nei pensieri di Axel Söderberg, che dedica questo album ad uno dei suoi migliori amici morto suicida.

Gli Horisont possiedono il dono di saper creare Musica (con la M maiuscola) con disarmante classe, con quell’ingegno che solo i grandi musicisti sanno fare, in questo ‘Sudden Death’ potrete ritrovare tutto il meglio del rock, tutte le influenze più gradite dell’hard rock fino a quelle del metal melodico, tutte cucite con personalità e profonda passione.
Album che rasenta la perfezione.

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Opinione inserita da Gianlu "RocketTobi"    03 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

È un ritorno, quello dei thrashers Shrapnel, veramente gradito. Di tempo ne è passato da quel 2017 che ci aveva fatto gustare per bene "Raised on Decay", un album serio dalle giuste prospettive, previsioni che il nuovo "Palace for the Insane" non solo ha rimarcato, ma ne ha anche ampiamente allargato il raggio di valutazione, e rappresenta per questa promettente band la maturità che ci aspettavamo.
Risalta all'istante l'entrata di Aarran Jacky Tucker che, dopo aver preso le redini di basso e voce, innesta all'interno del sound anche il suo style puramente devoto agli Slayer; si modifica non solo l'aspetto del songwriting, ma anche quello più personale e diretto a livello di idee.

La tripletta iniziale "Might of Cygnus", "Salt the Earth" e "Vultures Circle" non potrà che rendere felici i puristi del genere: dirette, potenti, ricche anche di aspetti più classici e di contaminazioni melodic death, con un grande lavoro ritmico in primo piano. Non mancano anche bei riferimenti all'era migliore dei Metallica in "Begin Again", veramente piacevole nella sua completezza, un buon connubio tra melodia e potenza che trascina e si fa notevolmente apprezzare, mentre poi il tiro di "Bury Me Alive" ci fa fare headbanging in puro stile Overkill.

Insomma, avrete capito che con gli Shrapnel ce n'è per tutti, e state tranquilli, se siete amanti del thrash metal old school, be', "Palace for the Insane" è un album che vi renderà sicuramente felici. Quasi un'ora di musica suddivisa in dodici canzoni che non lasciano scampo. Veramente un ottimo ritorno.

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Opinione inserita da Gianlu "RocketTobi"    10 Febbraio, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Febbraio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

I Wishbone Ash sono una band dalle qualità indiscutibili, il loro sound va ben oltre la sola tecnica, in esso c’è pura classe e un gusto melodico senza precedenti.
La loro è una carriera immensa, un cammino nel quale hanno influenzato non solo il sound dell’hard rock ma anche quello dell’heavy metal, e con “Coat of Arms” arrivano al loro venticinquesimo lavoro in studio, cosa veramente non da poco visti i turbolenti momenti che hanno caratterizzato il loro passato, ci sarebbe da aprire un capitolo solo per raccontare tutto quindi andiamo direttamente a parlare di musica.
In questo lavoro troviamo arrangiamenti eccelsi che variano dai suoni più classici del rock anni ’80, a chitarre ritmiche distorte che infondono quel robusto marchio hard, fino a toccare reminiscenze blues equilibrate da fraseggi "americaneschi", quelli più street e retrò, momenti lenti ed intensi, accordi e assoli più puliti che sembrano quasi parlare affiancando la voce di Andy Powell.
Come non perdersi quindi nei sette minuti sopraffini della tittle-track "Coat Of Arms", o nel basso cadenzato di"‘Empty Man" con quel suo ritornello su sfumature più rock scivolando poi quasi sul "flammesco", l’hard rock in "Back In The Day" tra assoli virtuosi, ma di un virtuoso contenuto e proprio per questo motivo di grande impatto, un vero gioiello che basta da solo a far comprendere a chi ascolta il livello altissimo di questo album.
Quel groove trascinante in "Personal Halloween" che fa scintille funk rock e non smette di farci battere il piede a tempo, e la magica "Consider Me Now", una vera poesia acustica, una di quelle canzoni perfette dalla rara bellezza, atmosfere sognanti, chitarre che sembrano carillon, e quel leggero senso di sinuosità che ci fa chiudere gli occhi e stare bene.

I Wishbone Ash sono una band di altri livelli e "Coat Of Arms" è "semplicemente" un album eccelso; undici brani da scoprire, quasi un’ora di musica nella sua più totale completezza, un tempo che dovete assolutamente prendervi per godervi cotanta perfezione.

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Opinione inserita da Gianlu "RocketTobi"    21 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Album di debutto per i brasiliani Guardian of Lightning, che si sbilanciano lanciando un nuovo filone del nostro genere preferito: il Thunder Metal.
L’album in questione, "Cosmos Tree" (Eclipse Records), racchiude in se le tipiche sfaccettature del rock'n'roll con pesanti influenze devote ai cari Motorhead, per non parlare dei rallentamenti decisamente Sabbathiani al limite dell’ansioso, e delle spiazzanti entrate blues che fanno ogni tanto storcere il naso se legati a fraseggi dark/doom.
Cosa colpisce di questo album? Non troviamo sicuramente niente di nuovo, questo è un lavoro decisamente di stampo rock /hard rock.
Ma fondamentalmente il trio funziona, c’è una sorta di energia e di spiritualità che traspare dai brani (l’intro corale o meglio, il mantra di apertura e i testi ne sono poi pienamente la conferma), complice anche un affiatamento abbastanza palese che decora il sound rendendolo efficace e diretto, con una predominanza del basso, spina dorsale assoluta in tutta la tracklist.

C’è atmosfera e tiro in "Sound of Thunder" funesta e trascinante da far battere il piede a tempo per poi ritornare nel tempio del doom con il ritornello lento e cadenzato.
Il blues di "Follow Your Silver Shine" è semplicemente perfetto, incastrato nella ruvidità di una chitarra sporca, grezza, l’incidere di un drumming pieno dal rullante secco e deciso, si apre su accordi rockeggianti ricchi di groove.
Sprigiona sano hard rock "Aligned With the Stars" semplice nella struttura ma dai toni sicuri e ricchi di energia come il finale “speed”, ma è con "Another Place" che danno del loro meglio – l’unica traccia che strizza l’occhio all’heavy metal e che si spinge verso una timbrica vocale tributante al grande Ozzy.

Possono non convincere le orecchie meno allenate, mentre invece per noi i Guardian of Lightning confezionano un buon esordio, e si prendono il merito di aver prodotto un album "Cosmos Tree" ricco di potenziale che speriamo venga bissato e maturato anche in un futuro successore.

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Opinione inserita da Gianlu "RocketTobi"    09 Novembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 09 Novembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Tornano agguerritissimi i teutonici e metallarissimi Primal Fear con il loro tredicesimo album “Metal Commando”, un lavoro che di heavy metal ha tutto, nel quale spiccano non solo i loro ormai marchi di fabbrica, ma anche nuovi elementi che strizzano l’occhiolino a delle probabili future evoluzioni di stile.
Non cambiano invece, le scelte canoniche di Ralf Scheepers quelle no, il suo approccio canoro ormai è più che collaudato, anche se in alcuni frangenti diventa un pò prevedibile, questo è forse l’unico elemento che non implementa “quel” valore aggiunto in più.

Questo ‘Metal Commando’ sa di melodia, sa di classic heavy metal, e l’apripista ‘I Am Alive’ ne è nettamente la prova, forgiata su in ritornello che ne che fa crescere a dismisura il fascino, pura, diretta e marcata dalle solite due chitarre spavalde, tra assoli e ritmiche più cadenzate e decise.
Un po' troppo a stampino le due ‘Along Came The Devil’ e ‘‘Halo’’ si affacciano al solito sound della band sulla scia di brani già sentiti come ‘Nuclear Fire’ ma nel complesso viaggiano bene.
Da ‘The Lost & The Forgotten’ l’album inizia a crescere di intensità, cambia il cantato il Ralf, cambiano i toni che diventano più scuri, ritmiche più accentuate e cupe, scelte inusuali ma finalmente ben congeniate.
Arriva la prima impennata ‘My Name Is Fear’ diretta, doppio pedale sfrenato, un chorus fatale domina su tutto, assoli virtuosi si incastonano ad un finale che più power non si può.
Questo nuovo lavoro cresce piacevolmente con tre perle che sicuramente i nostri useranno come punte di diamante in sede live – ‘Raise Your Fists’ fa riemergere il sound dei primi album, riportandoci agli elementi più classici della band, un brano da headbanging come da classico PF – ‘Howl Of The Banshee’ è una di quelle tracce che non può mai mancare nei loro lavori, molto più diretta ad un classic power, ritornello da cantare a squarciagola, trascinante da far battere il piede a tempo di pedale.
Ed infine ‘Infinity’: tredici minuti di tutto il meglio dei nostri, Ralf crea magia, melodie in primo piano che si fondono in un connubio perfetto tra heavy metal e power metal, si spingono un po' oltre su sentieri più moderni, un finale acustico che sfocia quasi sull’ operistico ci trasporta verso una chiusura dalle atmosfere molto intense.

I Primal Fear ritornano con questo album alla Nuclear Blast e lo fanno decisamente con stile, ‘Metal Commando’ ci consegna una band in gran forma, si fa ascoltare bene e contiene al suo interno, elementi che sicuramente renderanno felici tutti i fan del combo tedesco.
Decisamente piacevole, heavy e power quanto basta per promuoverlo a pieni voti.

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Opinione inserita da Gianlu "RocketTobi"    24 Settembre, 2020
Ultimo aggiornamento: 24 Settembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

La musica è fatta di colori ed è così bello, quasi miracoloso, poterne cogliere ogni sfumatura, avvertirne l’essenza e l’energia trascinante che sa infonderci.
Si parla di energia si, e il nuovo “Nemesis” degli Skeletoon ne contiene tanta perché è quello che ci serve ora, buona musica che ci faccia emozionare fino a trasportarci dove tutto è possibile, dove tutto sa di positività e di vitale.

Questa volta ho deciso di scrivere una recensione diversa, ho deciso di focalizzarmi sulle sensazioni più profonde e non solo sulla musica.
Credo che “Nemesis” nelle sue magiche 12 perle rappresenti il power metal in tutto e per tutto, riesce a mantenere un impatto sonoro capace di stupirti sempre traccia dopo traccia, e non è cosa da poco, perché diciamocela tutta: il power metal ha raggiunto un punto nel quale è molto difficile proporre veramente qualcosa di nuovo, che possa stupire, e che possa veramente lasciare il segno.
Il successore di “They never say die” è “semplicemente” un album magnetico nel quale Tomi Fooler riesce a far coincidere perfettamente non solo le sue influenze musicali, ma anche quel lato personale che pervade i brani e che li caratterizza nella loro totale essenza.
Dentro questo album c’è l’anima di chi dà tutto per quello che ama, ascoltando “Nemesis” non entri solo in un mondo fantastico e nella storia avvincente che narra, ma anche in quel senso profondo di appartenenza alla musica che più amiamo e che troppo spesso viene a mancare.
Se con “They never say die” era già tutto ampiamente chiaro, ora ci ritroviamo su un'altra vetta, un apice di composizione veramente alto, una crescita esponenziale che va dalle musiche ad una produzione pomposa che non lascia niente al caso, Mr. Fooler poi, si circonda di ospiti ormai pilastri della nostra musica preferita, parliamo di Alessandro Conti, Giacomo Voli, Bill Hudson, Roberto De Micheli, Melissa Bonny, Sara Squadrani, e tanti altri che dirige magistralmente risaltandone le caratteristiche migliori, quelle che poi sposano completamente il tema e le idee dell’album, anche senza ombra di dubbio il suo modo incredibile di cantare, perché penso fermamente che Tomi sia ormai consacrato tra le migliori voci della scena power metal.

Potremo citare gli Stratovarius, i Sonata Arctica, e i Rhapsody… Io invece penso che se questo album l’avessero scritto gli Edguy come successore di “Space Police - Defenders Of The Crown” a quest’ora sarebbe molto probabilmente ai vertici delle classifiche.
Volumi alti, ritmiche tiratissime, e un chorus talmente inebriante da non lasciare scampo, questa è “Brighter Than 1000 Suns” un emozionante vortice di puro power metal, bisogna solo chiudere gli occhi e immaginare di volare.
L’ormai immancabile e grandissimo Alessandro Conti arricchisce “Will You Save All?” cucita ad hoc sulla sua voce, l’affiatamento dei due singer è evidente, entrambi raggiungono livelli di interpretazione altissimi, e inoltre si iniziano ad intravedere scenari leggermente più metal operistici.
La title-track “Nemesis” con il growl di Melissa Bonny, una scelta fuori dagli schermi, ma che poi, con la voce melodica di Tomi e le ritmiche rocciose si sposano a pennello, tastiere e toni futuristici tra una “Matrix” e “King of fools” dei già citati Edguy.
Le parole iniziano a scarseggiare per “Cold The Night” - una ballad dalle profonde radici, la voce di Tomi è in primo piano insieme ad uno degli assoli più azzeccati che si potessero sentire, un momento tutto da godere.
Andiamo in contro alle melodie di “Wake Up The Fire” la più semplice delle dodici, ma il chorus ci riporta in viaggio quasi a sfiorare gli anni ’80, diventa irresistibile, entra subito in testa ed è subito colpo di fulmine.
E poi arriva la gemma, “Il Tramonto delle Ere” che in italiano esalta ancora di più la sua bellezza, profonda, magistralmente elaborata per regalare emozioni, quel taglio sinfonico, i cori luminosi posti a dar vigore alle parole, e la voce di Tomi che deve raggiungere non solo il cuore di chi vuole bene, ma anche il centro di tutti coloro che sanno percepire la magia della musica.
Nel giungere verso il finale Giacomo Voli duella con Tomi Fooler su vette inarrivabili quasi a ricordare Sammet e Kiske nelle loro migliori apparizioni, la suite “Arcana Opera” è un puro messaggio di positività, qualcosa che veramente a parole non si può spiegare.
La divertente “The NerdMetal Superheroes” scritta con il contributo dei fans, ci riporta su toni scanzonati e leggeri fino alla cover di “Carry On” degli Angra, una performance maiuscola dei nostri supereroi, dannatamente fedele e priva di ostentamenti, un grande tributo al caro e unico Andre Matos, un modo anche per farci capire che la storia non è finita…

Gli Skeletoon con “Nemesis” non solo si superano ma alzano ancor più il tiro sfornando un album capolavoro.
Riallacciandomi alle premesse di questa recensione, credo che per il metallaro italiano sia giunto il momento di aprire gli occhi, e di rendersi conto cosa si perde nel seguire sempre e solo lo stesso genere e lo stesso stereotipo, discorso difficile se si affronta la mentalità che continua a sminuire il supporto alle band ancor più in questo periodo difficile che stiamo affrontando.
Ma… Abbiamo bisogno di “buona musica che ci faccia emozionare fino a trasportarci dove tutto è possibile, dove tutto sa di positività e di vitale” e in questo gli Skeletoon sono dei SuperEroi.

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Opinione inserita da Gianlu "RocketTobi"    01 Agosto, 2020
Ultimo aggiornamento: 01 Agosto, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Ritorno in grande stile quello dei From the Depth, che con questo “Moments” mettono finalmente le cose in chiaro e lo fanno sfornando un album dalle tinte power nel DNA, pescando le migliori influenze devote agli Stratovarius di "Vision" e ai Sonata Arctica di "Ecliptica", il tutto condito (lo si deve sottolineare doverosamente), da una notevole crescita personale nello stile e nel saper scegliere le soluzioni melodiche migliori per far funzionare tutto al meglio.
Altro punto del quale prendere atto è il drumming di Cristiano Battini, una vera colonna portante di questo album, che amalgama con stile i riff creando un suono energico con delle scelte ben pensate, rispetto al primo album il salto di qualità tecnica è evidente.

Pur ammettendo che il primo assaggio “Spread Your Fire” non mi aveva convinto del tutto, e tutt’ora riascoltandolo non riesce a farsi piacere al 100% ma solo perché, nonostante la potenza mi faccia sempre un gran piacere, trovo alcuni momenti un po' esagerati a discapito di una parte melodica non proprio incisiva. In ogni caso il pollice è in su.
Ma “Moments” è un album che cresce traccia dopo traccia, basterebbe parlare delle seguenti scintillanti “Ten Years”, “Streets of Memory” e “Forget And Survive”, per chi scrive l’apice di questo lavoro, un brano dannatamente trascinante, un connubio di power metal esaltante nel quale potrete trovare tutto il meglio del genere, epicità, cori maggiormente in risalto, e la componente orchestrale, che in questo album prende maggiore volume esprimendo sfumature che lasciano il segno.
Assoli e riff speed, momenti più sentiti e personali, frangenti strumentali in crescendo, e interpretazioni vocali di Raffaele “Raffo” Albanese che continua a stupire confermandosi un’ugola molto valida e promettente.
Troviamo ancora “A Matter of Time” brano che maggiormente racchiude l’essenza dei From the Depth senza citare influenze, c’è personalità, un tassello che fa emergere il potenziale di questi ragazzi che sono riusciti a creare un lavoro che sa andare oltre.
Cresce in sordina fino ad esplodere su ritmiche melodice e in un chorus avvincente affiancato da tastiere e assoli di chitarra duellanti, la voce di Raffo rimane più dosata su una linea più semplice ma con un phatos energico, ed infine il finale leggero ci fa quasi prendere fiato.

In questo periodo così difficile c’è bisogno di buona musica e di band come i From The Depth, abbiamo ancor più bisogno di belle emozioni e quindi di album come “Moments”.
Cosa troverete in questo lavoro? Una produzione curatissima, un suono ricco di energia positiva, e una crescita artistica veramente notevole sotto tutti i punti di vista.

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Opinione inserita da Gianlu "RocketTobi"    08 Luglio, 2020
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I Serbi Aurium giungono al loro secondo album “The Second Sun” un lavoro dalle tinte tipicamente symphonic metal che, se pur ben suonato, non aggiunge niente di nuovo al genere, anzi purtroppo troviamo al suo interno troppa confusione e arrangiamenti che rovinano gran parte dei brani.
Provare a trovare una traccia tra le undici riuscita per intero è stato veramente difficile ed è un vero peccato, perché i ragazzi hanno comunque sicuramente un gran talento, ma ciò che più li incatena è probabilmente una mancanza vera e propria di stile e direzione.

Estraggo e salvo “Asylum”, un brano melodico dal buon chorus che mette in risalto la bellissima voce di Dragica Maletic (unica nota positiva a favore che pervade tutto l’album), una cantante che sicuramente farà parlare di se per le sue notevoli qualità stilistiche.
Influenze Nightwish molto marcate, ritmiche più tendenti ad un sound heavy, nonostante le orchestrazioni non siano sempre incastrate al momento giusto dunque possiamo anche mettere una piena sufficienza.
Alza di poco l’asticella di gradimento “Garbage Eater” che parte col botto, pedale veloce e ritmiche serrate, attacchi più diretti che fanno quasi sperare in uno svolgimento positivo, ma quando finalmente intravediamo un po' di luce, ecco che tutto viene rovinato da arrangiamenti dissonanti senza senso e dall’entrata di un growl decisamente fuori luogo. Peccato.

Il resto purtroppo è buio.

Puntare tutto sulla voce e sul carisma di una cantante non è di sicuro la scelta giusta, perché è proprio questo che maggiormente si intuisce.
C’è una mancanza di stile e un approccio al genere non adeguato, non basta la padronanza dello strumento, serve personalità, serve maturità, ammettere e saper riconoscere i propri limiti. Questo “The Second Sun” degli Aurium racchiude tutto questo.

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Opinione inserita da Gianlu "RocketTobi"    17 Giugno, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Come un fulmine a ciel sereno arrivano da Bilbao (Spagna) i The Space Octopus: progetto solista di Dann Hoyos, talentuoso chitarrista Spagnolo con alle spalle un curriculum di tutto rispetto. Questo nuovo album (il quinto del progetto ormai consolidato) dal titolo “Tomorrow We'll Be Gone” è un vero gioiellino sonoro, sin dalla prima traccia (undici) rappresenta un intreccio ben pensato tra hard rock e progressive metal, il buon Dann insieme ai suoi alleati colleghi Joshu Misfits (basso) Oier De Pedro (batteria) sono riusciti, estrapolando da entrambi i generi citati le reminiscenze più caratteristiche, ad ottenere un sound omogeneo e compatto capace di sprigionare energia da vendere.

Non nascondo la gioia che mi ha pervaso nell’ascoltare questo album, non volevo farmi grandi aspettative mentre invece l’opener “Go On!” ha messo subito le cose in chiaro, un hard rock moderno dalle tinte metalliche rappresentate da ritmiche potenti che sfumano poi su melodie più classiche. Dann Hoyos con la sua bellissima voce si rivela essere non solo un chitarrista completo ma anche un ottimo cantante dal timbro notevole e versatile.
Si va avanti e “Our Time Is Running Out” non è da meno, parte con una leggera virata fatta di velato progressive ma il connubio con l’hard’n’heavy da una spinta in più, si aggancia ad un virtuoso assolo ricco di buon gusto e prosegue diretta crescendo di intensità.
La tittle-track “Tomorrow We'll Be Gone” è uno dei punti più alti della track-list, tastiere dal sapore power-prog, un basso molto presente, delle liriche melodiche di stampo ottantaniano premono su un ritornello tutt’altro che scontato, ritmiche leggere ma che risaltano a pieno il valore di questa traccia.
L’unico episodio nettamente prog lo troviamo in “Closer” la quale scorre senza rendercene conto su quattro minuti che non fanno altro che arricchire lo spessore di questo lavoro, mette in risalto la tecnica di tutti, ma in particolare le doti vocali di Dann, la sua capacità di sapersi adattare senza problemi allo stile più melodico, al graffiato, fino a tonalità ben più difficili da eseguire. Tastiere in primo piano, agganci sincopati, slappate, e accenni nello stile che ricordano dalla lontana qualcosa dei Dream Theater.
Sicuramente “To Die for the Outside” è il brano che nella sua totalità racchiude lo spirito eccelso di questa band e di questo album, quello che cerchiamo nella musica che amiamo, potenza, creatività e tecnica, tutto messo a disposizione per creare una traccia puramente melodica, ma allo stesso tempo con una timbrica spigolosa e tagliente, un concentrato esaltante di metal e hard rock che si dirama tra accelerate e inserti di tastiere virtuose di matrice power, per poi spiccare su un chorus trascinante fatto di controvoci.
Citiamo infine “React” che arriva come se dovesse farci prendere fiato con il suo semplice rock moderno, elegante negli arpeggi e nella scelta quasi radiofonica, se non fosse peri passaggi inaspettati che risaltano la personale visione della musica di questi grandi musicisti.

Questo “Tomorrow We'll Be Gone” è un album trascinante da ascoltare e riascoltare nella sua totalità perché ogni brano ha un suo valore, è un lavoro curato nei minimi dettagli (produzione compresa) arrangiato e suonato con classe, quella di chi la musica la conosce molto bene e a desiderio di renderla pura e sana energia. Ci vorrebbero più band come i The Space Octopus.

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Opinione inserita da Gianlu "RocketTobi"    09 Giugno, 2020
Ultimo aggiornamento: 09 Giugno, 2020
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Anche la scena Sarda è in costante crescita nell’ambito metal, in questi ultimi anni poi alcune band stanno tornando con nuovi e interessanti album, mentre altre arrivano finalmente a porre il primo tassello nel proprio cammino.
Giungono a noi da Oristano i Black Code band nata nel 2013 come tributo Black Sabbath capitanata dal singer Marco Ricci, artista con alle spalle una lunga esperienza su palchi sardi ed esteri, deciso a riportare in vita il sound tipico dell' heavy metal made '80, mette nero su bianco il suo bagaglio musicale, per dare vita a questo progetto inedito che riesce finalmente a maturare ed emergere nel 2020.
L'album omonimo (composto da 9 tracce) che ha subito un lungo processo di maturazione, si estende appunto senza indugi su territori tipici del classic heavy metal, si avverte subito che il marchio e le influenze di icone come Black Sabbath e Judas Priest sono nel DNA di Marco e colleghi che riescono a risaltarne i lati migliori creando buon feeling e compattezza nelle composizioni.
Un mastering ben bilanciato mette in risalto dei brani dalla struttura semplice e immediata, tracce come la tagliente e scura "The wrath of god", l'omonima dal ritornello più classico "Black Code", e l'apri pista Maideniana "Immortal" si fanno strada tra ritornelli di facile presa, ritmiche e assoli lineari ben strutturati anche senza evoluzioni tecniche, e una batteria decisa dal "pugno" pesante.

L'album nella sua semplicità funziona bene, è piacevole, e rispecchia a pieno una mentalità fortemente devota a quel sound "minimale" che ha accompagnato e rappresentato la NWOBHM.
Forse un ascoltatore più esigente avrebbe preferito una batteria più esuberante e meno "scolastica", ma va bene così, è sicuramente un buon inizio.

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