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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Mag, 2021
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Gli Immortal Sÿnn arrivano da Denver in Colorado e sono attivi dal lontano 2004; solo nel 2017 arrivano però ad autoprodursi il loro debut album (già recensito su queste stesse pagine) e, dopo un bel po’ di singoli, ecco che si riaffacciano al mondo con questo secondo full-lenght, intitolato “Force of habit”, composto da 10 tracce per un totale di circa 40 minuti di thrash metal fortemente influenzato dalla scena newyorkese degli anni ’80 (chi ha detto Anthrax?). Trattandosi di autoproduzione dobbiamo accontentarci, anche se obiettivamente si poteva migliorare sia il suono della batteria (il rullante grida vendetta!) che, in genere, i volumi degli strumenti che sono troppo in secondo piano rispetto alla voce del singer (e tastierista) Duel Shape, dotato di ugola acuta che non sinceramente non mi fa impazzire (ma sempre meglio del suo predecessore!). Come detto, il sound è fortemente influenzato dal thrash della costa est degli Stati Uniti, compreso qualche passaggio quasi rappato che poteva anche essere evitato, ma ha anche qualche richiamo al buon vecchio heavy metal di scuola europea (particolare che si ritrovava in maniera molto più marcata anche nel primo full-lenght). Il disco parte bene con “Anamnesis”, melodica e con il giusto groove sulle chitarre dall’andamento quasi mosheggiante. Proprio le due chitarre di Tony Z e Brad Wagner sono le protagoniste nel sound, con un muro di riff non indifferente e piacevoli parti soliste. L’ascolto prosegue con “Fight the Prince”, la cui parte centrale strumentale è decisamente piacevole; con “F.U.D.C.” iniziano quelle contaminazioni rappeggianti che sinceramente non ho mai apprezzato, nemmeno quando erano gli Anthrax a farle oltre 30 anni fa. Tra alti e bassi si arriva alla fine, senza sussulti particolari, dato che forse mancano vere e proprie hits che varrebbero da sole l’acquisto del disco e potrebbero far emergere la band dalla marea di gruppi simili che affollano la scena thrash odierna. Ecco, il problema principale di questo “Force of habit” è che non ha nulla che rimanga impresso in positivo, nulla che non abbiano già realizzato altri in passato. Gli Immortal Sÿnn hanno finalmente deciso di essere più thrash che heavy, è indubbio che ci mettano tanta passione nella loro musica, ma ciò non basta per farli notare nell’underground e per il futuro servirà fare qualcosa di più, iniziando ad evitare contaminazioni con il rap! Sufficienza di stima.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Mag, 2021
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Dopo aver pubblicato nel corso del 2020 i tre EP intitolati rispettivamente “Tales”, “Sagas” e “Legends”, tornano i londinesi Grimgotts con un full-lenghts intitolato “Tales, sagas & legends” che appunto riunisce i tre EP che, per l’occasione, sono stati rimasterizzati ed aggiunge tre nuovi pezzi, posti in fondo alla tracklist. Mentre gli EP erano tutti autoprodotti e, se non erro, editi solo in versione digitale, questa volta l’album esce sotto l’egida della Stormspell Records (da sempre una garanzia!) e verrà stampato anche su cd. Per i primi 12 pezzi della tracklist, vi rimando alle recensioni dei tre EP che potete trovare nella sezione dedicata alle autoproduzioni del nostro sito; in questa recensione parleremo dunque solo dei tre inediti. “Fight against the world” è un pezzo semplicemente trascinante, una vera e propria cavalcata power che non può non far breccia nei cuori dei fans di questo genere musicale, visto che ha tutto ciò che viene richiesto in questo tipo di musica: melodie orecchiabili e ruffiane, ottime parti soliste, ritmo frizzante e voce squillante. La seguente “Grimgotts calling” è la classica canzone da pirate metal, con fisarmonica in evidenza e ritmi cadenzati, ottima per bere una birra ghiacciata e fare baraonda in compagnia! Si termina con “Lost chapters”, sorta di outro, come una specie di canzone di chiusura di uno spettacolo teatrale e che, tutto sommato, non dispiace. Detta sinceramente, viste le premesse dei tre EP, aspettavo con trepidazione questo full-lenght, perché mi dispiaceva davvero tanto non avere il cd nella mia collezione, soprattutto in considerazione del notevole valore qualitativo di quanto ascoltato nel corso del 2020. Le canzoni inedite non hanno fatto altro che confermare la qualità elevata della proposta musicale dei Grimgotts, attestando questo “Tales, sagas & legends” come un disco imperdibile per ogni fan del power metal!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Mag, 2021
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Un po’ di chitarra acustica rubata ai Led Zeppelin ed una delle copertine più brutte viste di recente ci introducono a “The bloodening”, secondo album dei metallers finlandesi Bloody Hell. Quasi un’ora per 12 pezzi di heavy metal che vuole avere un tocco di modernità nel cantato che però non riesce ad essere né particolarmente aggressivo, né melodico finendo per deludere, soprattutto quando si cerca di sciabordare nello screaming da thrasher; ridicoli poi sono quei versi che vorrebbero far pensare ad uno che vomita (“Hangover rider”) e che invece falliscono nel loro intento risultando solo fastidiosi. Dispiace dire tutto ciò soprattutto alla luce della più che valida performance musicale; se, infatti, i Bloody Hell avessero avuto un cantante serio e capace avrebbero regalato a noi vecchi metallari un disco davvero piacevole! Marko Skou, dunque, farebbe meglio a concentrarsi sul suo basso dato che lo sa suonare davvero bene, lasciando il microfono ad un vocalist più espressivo (che non urli dall’inizio alla fine!) e dotato di ugola più calda ed acuta. Il songwriting è di buona qualità, anche se forse 12 tracce sono un po’ troppe ed avrei tenuto un terzetto da pubblicare in un EP magari un po’ più avanti; canzoni valide ce ne sono diverse, a partire dalla splendida “Smoking” che è di gran lunga il pezzo migliore, passando per l’ottima “Long road to hell” e le ritmate “Burn witch burn” e “Midnight man”. Purtroppo c’è anche qualcuna con qualche marcia in meno; “Face in hell” e “What the hell” (insomma “hell” ovunque!) non colpiscono particolarmente e risultano un po’ fiacche e ripetitive. Strumento protagonista del sound dei Bloody Hell sono le due chitarre della coppia di axemen Jaakko Halttunen ed Esa Orjatsalo, sostenute alla grande dal basso del già citato Marco Skou. Un po’ più di protagonismo mi sarei atteso dalla batteria di Atte Marttinen (come nell’attacco della già citata “Burn witch burn”), ma si tratta puramente di gusti personali, dato che il musicista comunque il suo compitino lo svolge egregiamente. Tirando le somme, è evidente che i Bloody Hell suonano per passione (e lo fanno da oltre 20 anni), il loro amore per l’heavy metal è palese ma purtroppo questo “The bloodening” per quanto detto finora non è in grado di andare oltre la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Mag, 2021
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L’emiliana WormHoleDeath fa un altro colpo e va a pescare in Australia una band semisconosciuta (almeno qui in Italia), pur essendo attiva da oltre 20 anni, di nome Temtris. Questo “Ritual warfare” è il sesto album della carriera del gruppo, capitanato dalla potente singer Genevieve Rodda, che in certi frangenti ricorda la nostra mitica Federica “Sister” De Boni (10 minuti di vergogna per chi non conosce questo pezzo di storia del metal italiano!). Il genere suonato dai Temtris è un robusto heavy/thrash, molto veloce, da piazzarsi quasi al confine con lo speed, grazie al ritmo indiavolato imposto dall’ottimo batterista Nicholas Bolan. La registrazione tende a mettere in risalto soprattutto la vocalist, ma comunque si riesce ad apprezzare eccome anche il prezioso lavoro di Nik Wilks al basso (ascoltare l’attacco di “One for all” per capire a cosa faccio riferimento), nonché le parti soliste di gran gusto (con lontani richiami ai vecchi Maidens) da parte della coppia di axemen Anthony Fox/Nadi Norouzian. ¾ d’ora circa di ritmi forsennati che metteranno a dura prova le vostre vertebre cervicali, dato che l’headbanging viene pressoché spontaneo dopo pochi istanti. Certo, i maniaci dell’innovazione dovranno tenersi lontano da questo disco, dato che obiettivamente nella proposta musicale dei Temtris non c’è nulla di nuovo o che già altri non abbiano realizzato da circa 40 anni a questa parte, eppure possiamo tranquillamente affermare che non ce ne frega assolutamente niente dell’originalità se un lavoro è realizzato così bene ed è così piacevole da ascoltare! Il full-lenght è composto da 8 tracce, tutte belle compatte fra loro, tanto che non c’è spazio per filler di sorta o comunque cali qualitativi. L’heavy/thrash dei Temtris convince e conquista e questo “Ritual warfare” credo sarà uno dei migliori album dell’anno in questo specifico settore musicale; se siete fans di queste sonorità, questo è un disco da non perdere!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Mag, 2021
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A distanza di 6 anni dall’ottimo “A matter of supremacy” da me recensito su queste pagine, torna Mauro Paietta con i suoi My Refuge (ricordiamo che la band era nata come suo solo project) ed il secondo album intitolato “The anger is never over”, edito dalla sempre attenta label tedesca Pride & Joy Music che ha messo sotto contratto una delle più promettenti realtà del power metal italiano. Se già il debut album era stato di livello ampiamente superiore alla media, questa volta Paietta ha dato il meglio di sé, mettendosi accanto una lunga serie di ospiti internazionali (fra cui diversi cantanti), oltre ai soliti fidati Simone Dettore (chitarra) e Salvatore Chimenti (basso). Questo nuovo album è composto da 12 pezzi di un power metal moderno e dalle varie sfaccettature, con qualche tocco di prog, qualche lontano richiamo al thrash nelle parti più dure e nel groove delle chitarre e persino qualche parte di symphonic ed echi dell’opera del Maestro Franco Battiato (nella strumentale “The child and the moon”, ad esempio). Il tutto è miscelato con maestria e gran gusto, oltre ad essere registrato e prodotto in maniera sopraffina tra i Temple of The Noise Studio di Roma ed i milanesi Eleven Mastering Studio. Ogni ascolto ha la rara qualità di mostrare piccoli dettagli che in precedenza erano sfuggiti, arrivando a convincere sempre di più, con il rischio di creare persino dipendenza; mi sono ritrovato spesso, infatti, andando al lavoro di aver voglia di ascoltare buona musica e di andarmi a cercare questo disco! “The anger is never over” ha un solo difetto: dura oltre un’ora. Forse sarebbe stato meglio riservare un paio di tracce per un EP da rilasciare nell’immediato futuro, anche se mi rendo conto che, visto l’elevato livello qualitativo medio, sarebbe stata un’ardua scelta da operare. E’ sempre un piacere avere a che fare con dischi di siffatta qualità ed i vari ascolti (che ogni recensore dovrebbe dare ad un lavoro che gli viene affidato) sono sempre stati estremamente piacevoli, arrivando in breve a conquistarmi e convincendomi di avere tra le mani uno di quelli che saranno alla fine tra i migliori dischi del 2021! Se siete fans del power metal, ma anche se credete semplicemente di ascoltare buona musica “The anger is never over” dei My Refuge è per voi un must.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Mag, 2021
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Quanto è importante la produzione nella musica metal? Tantissimo! Soprattutto in alcuni generi, fra i quali sicuramente annoveriamo il power metal. Prendiamo il caso di “La guera granda (The great call to arms)” dei laziali Nexus Opera; un disco sicuramente interessante ma affossato da una produzione mediocre che non permette di assaporare degnamente gli strumenti e le voci. La doppia-cassa è penalizzata fortemente tanto che sembra artificiale, anche se comunque tutta la batteria, piatti compresi, grida vendetta; le chitarre hanno poco groove ed ogni tanto sembrano perfino “zanzarose”, si salvano (ma fino ad un certo punto) solo le tastiere ed il basso. Una registrazione troppo “bassa” penalizza anche le voci, dando poca potenza al singer Davide Aricò (particolare in cui comunque sembra un po’ mancare) e rendendo ancora più stucchevoli di quanto non lo siano già le backing vocals femminili (purtroppo non abbiamo informazioni su chi siano le ospiti). Avevo già trovato questo problema nel 2014, all’epoca del debut album dei Nexus Opera (da me recensito su queste stesse pagine), così mi viene il dubbio che sia proprio la band a cercare una produzione simile per il proprio sound, il che mi spiazzerebbe sinceramente, dato che saremmo alla stregua di autolesionismo. Già, perché si può anche sbagliare una volta, ma reiterare l’errore è scoraggiante. E dispiace sinceramente, perché a livello musicale anche questa volta i Nexus Opera avrebbero messo su un dischetto davvero interessante, con canzoni notevoli come, ad esempio, l’accoppiata tellurica “Strafexpedition”/”Raid over Vienna”, oppure la ritmata “The river”. Non convince, invece, la ballad “Dreams fade away”, a causa delle poco incisive vocals femminili di cui si accennava in precedenza (che penalizzano anche le altrimenti più che piacevoli “Trenches” ed “If even sky burns”). In conclusione, trovo giusto accennare al concept sulla prima guerra mondiale che, da appassionato di storia quale sono, è sempre argomento che trovo interessante e che è decisamente meglio dei soliti dragoni, spadoni ed altre amenità fantasy che ormai impestano certo power metal. Dispiace non promuovere un disco come questo “La guera granda (The great call to arms)”, soprattutto di una band che lascia intravedere un non indifferente talento, oltre ad una evidente passione per la propria musica, ma ascoltare un album registrato a questa maniera è davvero arduo. Per il futuro (sperando di non dover aspettare così tanto…) per i Nexus Opera sarà indispensabile migliorare la produzione e renderla al passo coi tempi, per avere qualche speranza di farsi notare in positivo e di emergere dall’underground. Ad Maiora!!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Mag, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Mag, 2021
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Formatisi nel 2014, i polacchi Ironbound riescono a fine aprile 2021 a tagliare il traguardo del debut album, con questo ”The lightbringer”, dotato di piacevole artwork realizzato dall’artista Mariusz Gandzel e composto da 8 canzoni, cui si aggiunge l’immancabile inutilissima intro, per un totale di poco superiore ai ¾ d’ora. Gli Ironbound prendono a piene mani la lezione degli Iron Maiden ed, in genere, di tutte le bands della NWOBHM degli anni ’80 e la portano ai giorni nostri, grazie anche ad una produzione pressoché perfetta (opera di Daniel Arendarski) che esalta tutti gli strumenti (soprattutto il basso!) e che dimostra come si possa suonare old-style senza per forza avere una produzione anacronistica che penalizza l’ascolto! Davvero devo fare i complimenti agli Ironbound ed a chi si è occupato della registrazione, perchè hanno dato una lezione a tante bands che si ostinano a voler suonare il buon vecchio heavy metal registrandolo come se si fosse 40 anni indietro nel tempo! Ma veniamo alla musica che è quello che conta. Per un vecchio metallaro come il sottoscritto, questa è ambrosia per lo spirito infiacchito dagli anni e dalle fatiche, perchè è come tornare agli anni della propria adolescenza in cui si aveva la testa spensierata e ci si nutriva di ideali e di buona musica. Qualcuno potrà evidenziare che gli Ironbound non si inventano nulla di nuovo ma, pur riconoscendo tutto ciò, bisogna precisare che lo fanno maledettamente bene e non ce ne frega assolutamente niente se non sono originali, quando la nostra amata musica heavy metal è fatta così bene! Spesso e volentieri si rasenta lo speed metal (ascoltatevi la conclusiva ”Beyond the horizon”!), con ritmi forsennati imposti dall’ottimo batterista Adam Całka, ottimamente seguito dal basso pulsante di Zbigniew Bizoń e dalle chitarre affilate come rasoi della coppia di axemen Michał Halamoda/Krzysztof Całka. A voler essere pignoli, forse la voce di Łukasz Krauze assomiglia un po’ troppo a quella di Blaze Bayley che, per qualche vecchio metalhead (come il sottoscritto ad esempio), potrebbe non essere un punto a favore. Per il resto questo ”The lightbringer” mi ha pienamente soddisfatto e spero vivamente di poter ascoltare presto un nuovo disco di questi Ironbound, promettente gruppo polacco!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Aprile, 2021
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Gli Hellsike! arrivano dalla Norvegia e si sono formati nel 2011; da allora, oltre al debut album omonimo uscito nel 2017, avevano realizzato solo pochi singoli, prima di questo “Insanitarium” uscito a fine marzo 2021 come autoproduzione. Il disco è composto sostanzialmente da 5 pezzi, cui si aggiunge l’immancabile ed inutile intro ed una piacevole outro pianistica che si rivela poi essere la traccia migliore del disco! E tutto ciò per un semplice motivo: tolta l’inutilissima intro, è l’unica strumentale in cui non si sente in cantante Ole Morten Kvarme vero e proprio tallone d’Achille della band! Dispiace dirlo, dato che porto sempre rispetto per la passione di ogni musicista, ma il ragazzo norvegese farebbe meglio a concentrarsi sulla propria chitarra lasciando il microfono a qualcuno che sappia cantare se ci tiene al futuro della propria band. E’ stato davvero duro ascoltare ripetutamente questo disco per effettuare correttamente la recensione, dato che quando il vocalist cerca di raggiungere le note più alte è in palese difficoltà (non che nelle note più basse faccia esaltare, sia chiaro….). Fortunatamente il disco è breve (nemmeno 26 minuti totali), perché anche la produzione non è delle migliori, risultando un po’ troppo “vintage”, particolare che invece immagino possa essere anche voluto; inoltre i volumi non mi sembrano proprio equilibrati tra voce (troppo in risalto) e strumenti (il basso appare, ad esempio, troppo in sottofondo), Due parole voglio spenderle sui paragoni che sono stati fatti in fase di presentazione del disco da parte dell’agenzia pubblicitaria: Testament, In Flames, Lamb Of God, Queensryche, Metallica… con nomi del genere, uno pensa di avere davanti chissà cosa e rimane poi tristemente deluso, dato che semplicemente non c’azzeccano nulla con l’heavy metal classico suonato dagli Hellsike! (uso il punto esclamativo perché, seppur non presente sulla copertina del disco, a quanto pare fa parte del nome della band e viene indicato pressoché ovunque). Mi dispiace bocciare questi norvegesi, ma non vedo alcuna possibilità per loro di emergere dall’underground più profondo a meno che non trovino un cantante migliore e diano una sferzata di modernità al loro sound fin troppo vintage. “Insanitarium” purtroppo non è in grado di avvicinarsi nemmeno lontanamente alla sufficienza ed è destinato solo ai fans più sfegatati degli Hellsike! (immagino ce ne siano….).

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 25 Aprile, 2021
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Una delle più brutte copertine capitatemi davanti negli ultimi tempi costituisce il non invitante biglietto da visita del debut album dei colombiani Witch Hunt, intitolato “Rock n 'Roll Possession”. Il full-length inizialmente è uscito in audiocassetta (a fine dicembre 2020) su Heretic Forces Records, per poi essere ristampato ad aprile 2021 dalla label ucraina Dead Center Productions, che ci ha inviato il promo. Ma cosa suonano i Witch Hunt? Stando alle note biografiche la band, attiva dal 2006, sarebbe dedita allo speed metal, vengono poi citate influenze a dir poco campate in aria come Onslaught, Venom, Celtic Frost, Slayer, e Mercyful Fate; di fatto, forse l’unica influenza esatta, tra quelle citate, è quella dei tedeschi Steeler, gruppo heavy metal dell’underground tedesco degli anni ’80 che ricordo di aver ascoltato da ragazzo qualche volta e che sarà sconosciuto alla quasi totalità degli odierni metalheads. Già, perché fondamentalmente questi Witch Hunt suonano un heavy metal molto, ma molto old-style con qualche richiamo allo speed metal, quando il batterista si ricorda di imporre ritmi elevati con il suo strumento. Nulla di nuovo sotto questo cielo quindi, nulla di innovativo o che non abbiano già suonato migliaia di altre bands meglio e prima di questi colombiani, se poi aggiungete una produzione decisamente scadente che penalizza fortemente il risultato finale (il rullante della batteria sembra un fustino del detersivo per come è registrato!), capirete quanto sia stato arduo ascoltare ripetutamente questo disco per una corretta recensione. Il problema è che penso che questa registrazione così “vintage” sia stata anche voluta per essere quanto più old-style possibile, anche se spero sinceramente di sbagliarmi! Non c’è niente di memorabile in questo disco, se non qualche interessante parte della bassista Adriana Lizcano (che dimostra di saperci fare con il suo strumento!); la chitarra fa il proprio compitino senza particolari sussulti, la batteria non fa niente di eccezionale e qualche volta pare dimenticarsi che nello speed metal bisogna darci dentro con la doppia-cassa ed, infine, la voce del singer non ha nulla di interessante e difetta in espressività, urlando dall’inizio alla fine, spesso senza particolare costrutto. Non vedo alcuna possibilità di emergere per questi Witch Hunt, dato che il loro “Rock n 'Roll Possession” è un disco adatto solo ai loro più stretti fans (immagino ce ne siano) ed, in genere, a chi non accetta di essere nel 2021 e crede di vivere 40 anni indietro nel tempo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Aprile, 2021
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Ci sono gruppi i cui dischi possono essere acquistati a scatola chiusa, tanto si sa già a cosa si andrà incontro e si sa già che si rimarrà soddisfatti! Fra questi vanno annoverati sicuramente i nostri connazionali Frozen Crown, vera e propria garanzia in campo power metal, di quello più veloce e ritmato. Credo che ogni appassionato di questo genere di metal, conosca la band di Federico Mondelli e Giada “Jade” Etro, quindi ritengo inutile dilungarsi sulle presentazioni; bisogna invece specificare che 3/5 della line-up è cambiato con Fabiola Bellomo, Francesco Zof e Niso Tomasini entrati rispettivamente al posto di Talia Bellazecca, Filippo Zavattari ed Alberto Mezzanotte. Ciò che non è cambiato in questo “Winterbane” è il sound, quel veloce e frizzante power metal che fa sempre breccia nei cuori degli appassionati di gente come Dragonforce o Unleash The Archers; se poi ci aggiungiamo la cover di un pezzo come “Night crawler” dei Judas Priest, allora il quadro è completo. Una dopo l’altra scorrono potenziali hits, da “Towards the sun” e “Far beyond” (scelte per la realizzazione di due singoli), fino alla meravigliosa “Angels in disguise (di sicuro il pezzo migliore di tutti!) con l’ospite Federica Lanna a duettare con la Etro, ed alla conclusiva lunga suite “Blood on the snow”. L’unica cosa che continua a non convincermi nella maniera più assoluta è il growling del leader Federico Mondelli che trovo esagerato e del tutto fuori posto in pezzi come la già citata suite finale o “Crown eternal” (tanto per citare i primi due che mi sono venuti in mente); capisco la voglia di avvicinarsi al melodic death (il batterista qualche volta si lascia andare anche al blast-beat), ma mi sembra una inutile forzatura che disturba, invece che “incattivire” il sound. Per carità, si tratta di semplice gusto personale e sono certo che ci sarà tanta gente che, pensandola diversamente, apprezzerà anche questo particolare. Chiusa questa doverosa parentesi, resta da dire che “Winterbane”, il terzo disco dei Frozen Crown, conferma la band italiana tra le punte di diamante del power metal tricolore, dimostrando che ormai non ha nulla di meno dei tanto osannati nomi stranieri del settore!

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