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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    12 Aprile, 2024
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I Fatal Fire sono una nuova band tedesca, formatasi nel 2020 ed arrivata al debut album a fine marzo con questo “Arson”, rilasciato dalla sempre attenta MDD Records. Il full-length è dotato di discreta copertina che raffigura quella che immaginiamo essere una strega sul rogo ed è composto da 8 tracce (finalmente un disco senza inutilissime intro!) per una durata totale di poco inferiore ai 39 minuti, segno che il songwriting è bello conciso ed efficace. Il power metal suonato dal gruppo di Francoforte sul Meno sicuramente non ha tra le sue caratteristiche l’originalità (come per il 95% dei gruppi metal), ma è decisamente frizzante, grazie ad un ottimo lavoro alla batteria di Till Felden. Le chitarre suonano affilate come rasoi nel riffing e regalano parti soliste di gusto con ottime melodie, ben sorrette dal basso che pulsa in sottofondo. C’è poi la voce della bionda Svenja Rohmann che non sarà all’altezza delle varie virago come Marta Gabriel o la nostra mitica Federica De Boni, ma sa farsi apprezzare per grinta ed energia e, per dirla tutta, si sposa davvero bene con il veloce power metal della band. Le 8 tracce dell’album si lasciano ascoltare e riascoltare tutte molto piacevolmente, hanno breve durata, sono convincenti e soprattutto trascinanti e poco ce ne importa se non sono particolarmente originali perché, come ho sempre sostenuto nelle mie recensioni, se ciò che ascoltiamo è piacevole e ben fatto sotto tutti i punti di vista, ce ne possiamo fregare altamente della mancanza di originalità o presunta tale! L’importante è che la musica che siamo qui ad ascoltare ci regali sensazioni positive, ci faccia trascorrere piacevolmente il nostro tempo e ci dia l’energia e la forza per combattere le nostre guerre personali nella vita di tutti i giorni. Il livello qualitativo è alto per tutto il disco che risulta compatto e convincente, tanto che sarei in difficoltà se dovessi indicare una o più canzoni preferite. “Arson” è insomma un altro degli ottimi debut album che abbiamo avuto in questi primi mesi del 2024 in campo power metal, segnatevi il nome dei Fatal Fire perché hanno tutte le qualità ed il talento per affermarsi in futuro!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    09 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 09 Aprile, 2024
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Avevo conosciuto i tedeschi Inner Axis sette anni fa all’epoca del loro discreto secondo album; li ritrovo adesso, dopo una manciata di singoli usciti nel corso degli ultimi anni, sempre sotto l’egida della tedesca Fastball Music con il terzo full-length intitolato “Midnight forces”, uscito a fine marzo. L’album è dotato di artwork non proprio esaltante che ritrae il quartetto teutonico, un po’ come si usava fare negli anni ’80. Ed è proprio alle radici dell’Heavy Metal che i nostri si ispirano, pur riuscendo a risultare al passo coi tempi, grazie soprattutto ad una produzione cristallina che non cade nell’errore di cercare di essere vintage. Nell’album, composto da dieci pezzi per una durata totale di poco superiore ai 52 minuti, ritroviamo anche i cinque singoli che sono stati rilasciati negli ultimi anni, un paio dei quali (“Midnight hunter” e “Steelbladed avenger”) in versioni “master”, leggermente differenti da quelle uscite prima. La band, rispetto al precedente lavoro, ha subito una mezza rivoluzione, nel senso che non c’è più un bassista (e non sono state fornite informazioni su chi l’abbia suonato nell’album) e Nino Helfrich è entrato in formazione al posto di Dirk Tienman alla seconda chitarra. Diciamo subito che se tutto il disco fosse come i primi due brani “I am the storm” e “Strike of the cobra”, di gran lunga i pezzi migliori in assoluto, staremmo a parlare di un album con i controfiocchi! Purtroppo non è così ed alcuni pezzi fin troppo cadenzati nel centro della tracklist non entusiasmano particolarmente e, pur senza annoiare, finiscono per essere un po’ una zavorra, rispetto ai primi due pezzi o agli ultimi, fra i quali spicca anche la già citata “Steelbladed avenger” e la cavalcata “Burn with me”. Rispetto al precedente disco gli Inner Axis hanno fatto grandi passi avanti; il loro Heavy Metal, spruzzato qua e là di Power Metal, è sicuramente efficace e convincente e piacevole da ascoltare, soprattutto nei brani più frizzanti, in cui l’ottimo Thies Jacobsen alla batteria impone ritmi veloci e brillanti. “Midnight forces” sicuramente non passerà alla storia del Metal tedesco, ma è un disco piacevole da ascoltare, soprattutto se si è fans di queste sonorità. Date loro una chance!

Nota: Alla fine dell'ultimo brano, dopo qualche secondo di silenzio, c'è una ghost-track di tastiera e voce

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 07 Aprile, 2024
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I Razor Attack sono un gruppo proveniente da Linköping, nell’Östergötland (sud della Svezia), attivo da pochi anni, con alle spalle una manciata di singoli ed un EP uscito nel 2021, prima di questo debut album omonimo, rilasciato ad inizio febbraio come autoproduzione. “Razor attack” ha un artwork alquanto minimale e deludente (un rasoio insanguinato su sfondo nero) ed è composto da nove tracce per una durata totale di poco superiore ai 40 minuti. Ma cosa suonano i Razor Attack? Il gruppo svedese è dedito ad un Power Metal alquanto old style, registrato in maniera in un certo senso “vintage”, come se si trattasse di un disco di una trentina d’anni fa…. Siamo nel 2024 e non trovo abbia più molto senso registrare un album a questa maniera, la tecnologia moderna non è così dispendiosa ed un investimento in tal senso sarebbe stato auspicabile, soprattutto se ci si autoproduce un disco con la speranza che qualcuno ci possa notare e far progredire la nostra carriera musicale. Se poi, invece, si suona giusto per il piacere di farlo, fregandocene di tutto e tutti, allora è un’altra cosa e chiudo qui questo capitolo. Il Power Metal di questo quartetto svedese, oltre a non essere originale né innovativo (altri argomenti che immagino non interessino minimamente a questi soggetti), non è particolarmente brillante e confesso che i vari ascolti dati a questo album non sono riusciti mai ad entusiasmarmi, né ad evitare il rischio della noia. E questo fondamentalmente perché c’è assenza di una o più hit che possano destare l’attenzione e valere da sole l’acquisto del full-length (uscito solo in versione digitale); tutti brani, infatti, si assestano su un livello qualitativo medio, non dispiacciono, ma nemmeno esaltano. Le due chitarre sono lo strumento principale, mentre il basso è un po’ troppo sacrificato dalla registrazione scadente; la batteria, infine, non impone sempre ritmi veloci e frizzanti e sembra si limiti a svolgere il proprio compitino senza sforzi particolari. C’è poi la voce del chitarrista Tommy Hedin che, detta sinceramente, non mi ha convinto per niente (troppo “stridula” e nasale, poco melodica ed espressiva), tanto che forse sarebbe meglio se il buon Tommy si limitasse a suonare il suo strumento e si cercasse un cantante migliore per il futuro della band. Già, il futuro… a questa maniera i Razor Attack non hanno molte speranze di farsi notare in positivo ed emergere dall’underground; c’è bisogno di molto di più di questo solo discreto “Razor attack”, a patto di non voler rimanere sempre a suonare solo per pochi amici in qualche disperso pub della campagna della propria zona...

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 07 Aprile, 2024
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Ci sono gruppi che da anni continuano a proporre imperterriti sempre lo stesso Power Metal di qualità; fra questi vanno sicuramente annoverati i tedeschi (di Kaiserslautern) Hammer King che da quasi un decennio, disco dopo disco, si sono sempre fatti apprezzare e continuano a riproporre sempre la stessa ricetta vincente: un Power Metal chiaramente ispirato ai maestri Hammerfall, molto vivace e ritmato, oltre che decisamente orecchiabile e ruffiano. Qualcuno potrà accusarli di immobilismo compositivo, ma credo che agli Hammer King di questo non importi assolutamente niente, così come non importa assolutamente nulla a chi ha apprezzato i loro dischi in passato e continuerà a farlo anche con questo loro sesto album, intitolato “König und Kaiser”. Anche questa volta abbiamo il nostro Re Martello muscoloso che campeggia sulla copertina dell’album che è composto da dieci tracce per circa 47 minuti di durata totale; esistono diverse versioni del disco, in quella in vinile colorato è presente una bonus track (“Fire hammer” in cui è ospite Dee Dammers, chitarrista di UDO), mentre in quella su cd ci sono altre tre bonus track; in tutti i casi, per questa recensione, abbiamo a disposizione solo la tracklist ufficiale e non abbiamo possibilità di giudicare gli altri pezzi. Il disco è uscito nella seconda metà di marzo e mi scuso del ritardo con i fans della band tedesca, ma la Napalm Records ha una politica rigida che concede solo lo streaming a pochissimi giorni dalla release date, fregandosene altamente dei recensori, soprattutto quelli che lo fanno per passione nel tempo libero, come noi di allaroundmetal.com. Chiuso questo capitolo polemico (sterile ed inutile, tanto non cambierà nulla!), torniamo all’album. Se conoscete la musica degli Hammer King, qui non avrete alcuna sorpresa, dato che il sound è identico al passato, ragion per cui se avete apprezzato i precedenti dischi, anche qui troverete pane per i vostri denti! I dieci brani della tracklist, infatti, sono decisamente piacevoli e si lasciano ascoltare e riascoltare molto piacevolmente, tanto che non trovo momenti di stanca o di calo qualitativo. L’unica differenza possiamo trovarla nella canzone “Kings of Arabia” che naturalmente richiama a sonorità orientaleggianti, cosa alquanto anomala per il gruppo tedesco, ma che si fa apprezzare non poco. Tirando le somme, “König und Kaiser” è un album bello compatto di Power Metal di qualità che conferma gli Hammer King tra i gruppi su cui si può andare a scatola chiusa, ben sapendo che non deluderanno mai i loro fans!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Aprile, 2024
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Dopo soli tre full-length prodotti, i cechi Symphonity decidono di rilasciare un live album, intitolato "Marco Polo: Live in Europe". Il disco è stato registrato durante il tour di supporto all’album “Marco Polo: The metal soundtrack” nel 2023 e vede brani registrati tra varie date, tra cui anche quella del 22.4.23 a San Donà di Piave (VE), in cui si sentono i nostri esibirsi in un sonoro bestemmione evidentemente istigati dal pubblico veneto, e quella a Milano del 23.4.23. Se qualcuno immaginasse il live sbilanciato verso l’ultimo album cadrebbe in errore, magari ingannato anche dal titolo; la scaletta, infatti, è abbastanza equilibrata ed accanto a 5 pezzi estratti dall’ultimo disco (tracce 1, 3, 7, 8 e 13), ne troviamo quattro dal debut album, il meraviglioso “Voice from the silence” (tracce 5, 6, 9 e 11) ed altrettante dal secondo e meno riuscito album (tracce 2, 4, 10 e 12), con la curiosità del pezzo “Anyplace, anywhere, anytime” (registrato durante la data di Amburgo), cover della cantante pop tedesca Nena, presente solo sulla versione giapponese di “King of Persia”. Il live album è quindi composto da tredici tracce, per la durata totale di oltre 68 minuti; chi segue la band fondata dal chitarrista Libor Křivák sa benissimo che le sue canzoni non sono mai brevi e concise, né particolarmente ritmate, ma sempre ricche di parti strumentali (naturalmente in cui la chitarra è protagonista) ed alquanto complesse; del resto il loro Neoclassical Power è sempre stato (tranne forse nel primo disco, il migliore mai realizzato) molto teatrale e barocco. Le varie tracce sono registrate discretamente, anche se il pubblico si sente poco; forse un lavoro maggiore in sede di post-produzione sarebbe stato necessario per regolare i volumi (la batteria spesso sovrasta gli strumenti ed il basso si fatica alquanto ad individuarlo). Se siete fans dei Symphonity, questo "Marco Polo: Live in Europe" vi piacerà sicuramente; in caso contrario, è giusto sapere che ci sono molti live album migliori di questo in giro, anche nel solo campo del Power Metal. In ultimo segnalo che la Limb Music ha deciso di rilasciare, assieme al CD, anche un DVD, interamente registrato a Zlín nella Repubblica Ceca, purtroppo non avuto a disposizione per questa recensione, ragion per cui non sono in grado di riferire alcunché al riguardo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Aprile, 2024
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Gli Stormhunter sono una delle band tedesche più longeve, essendo attive sin dal lontano 1998, con all’attivo però solo un paio di EP, una manciata di singoli e quattro LP, di cui l’ultimo è questo “Best before: death”, uscito a fine marzo per la tedesca MDD Records. Erano ben dieci anni che il gruppo del Baden-Württemberg non rilasciava un full-length e finalmente l’attesa è stata placata con questo disco composto da nove canzoni, a cui si aggiungono le immancabili intro ed outro (questa volta anche piacevoli da ascoltare, anche se, come sempre, del tutto futili), per una durata totale di quasi 48 minuti. Il sound del gruppo teutonico è legato alla tradizione Power del proprio paese, quella di gente come Grave Digger, Iron Savior e Rage, gruppi cioè che hanno tutti un cantante con un’ugola abrasiva, non particolarmente acuta, ma decisamente aggressiva. Anche gli Stormhunter rientrano in questa categoria, grazie alla presenza del singer Frank (all’anagrafe Frank Urschler) che è una specie di incrocio tra Peavy dei Rage e Piet Sielck degli Iron Savior. Naturalmente lo strumento protagonista è la chitarra del fondatore e leader Stefan Müller il quale, con il fido Burkhard (che di cognome fa Ulrich, come il mitico Lars), si scambia assoli e pesanti muri di riff carichi di groove. In sottofondo si fa apprezzare il basso di Fritz (all’anagrafe Florian Bernhard), mentre il batterista Andreas (di cognome Kiechle) assicura un buon ritmo che non sempre è frizzante (in “Fallen angel”, ad esempio, avrebbe potuto fare di meglio). Gli ascolti dati a questo disco sono sempre stati gradevoli, anche se alcuni brani funzionano meglio di altri (“Nightmare”, ad esempio, è brillante mentre la successiva e già citata “Fallen angel” finisce per essere un mattone difficile da digerire, anche per una durata alquanto eccessiva) ed il livello qualitativo, di conseguenza, risulta un po’ ondivago. Bisogna comunque specificare che non c’è nulla di sgradevole, ma anzi, come detto, l’ascolto fila via senza particolari problemi o filler di sorta. Canzoni migliori del disco credo siano la già citata “Nightmare”, la furiosa “Death” (in cui Andreas picchia per bene sul suo strumento e le chitarre sono affilate come rasoi!) e la conclusiva “War is peace”, ma si tratta di gusti personali che, come sempre, sono ampiamente opinabili. Gli Stormhunter non saranno mai un gruppo di punta del Power Metal mondiale ed i loro dischi non passeranno sicuramente alla storia, eppure sono una band in grado di regalare circa 3/4 d’ora di Power Metal di buona qualità; se vi piace la scuola tedesca di questo particolare genere musicale, sicuramente questo “Best before: death” potrà fare al caso vostro!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 06 Aprile, 2024
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I Dialith arrivano dal Connecticut negli USA, dove si sono formati nel 2015 per iniziativa della cantante Krista Sion e del chitarrista Alasdair Wallace Mackie; da allora hanno realizzato una manciata di singoli, un full-length nel 2019 (recensito su queste stesse pagine, https://www.allaroundmetal.com/component/content/article/26-releases/6487-dialith,-non-la-solita-female-fronted-symphonic-metal-band) e tre EP, di cui questo “Alter” è l’ultimo, uscito in autoproduzione solo in digitale in questi primi giorni di aprile 2024. Il loro è un Power Metal bello frizzante con forti influssi folk, soprattutto orientale come nella brevissima “Houglass (Shadowdancer pt. 1)”, e qualche tocco sinfonico (leggermente meno del passato), con una notevole attenzione alle melodie ed all’orecchiabilità e la voce della Sion che non è mai “esagerata” (evita anche i liricismi stucchevoli), né particolarmente grintosa ma, tutto sommato, sicuramente gradevole. Come detto, l’attenzione all’orecchiabilità è decisamente elevata e la traccia “Ironbound” ne è un’evidente prova, decisamente ruffiana nel suo incedere ed in grado di ficcarsi in testa pressoché immediatamente, finendo per essere la migliore del disco. Naturalmente lo strumento principale è la chitarra di Alasdair Wallace Mackie che è decisamente carica di groove nella conclusiva “Shadowdancer”, il pezzo più complesso ed articolato dell’EP. “Alter” è composto da sole quattro tracce, per circa 13 minuti e mezzo di durata ed ha un’artwork accattivante. I vari ascolti dati a questo lavoro sono sempre stati piacevoli, non ci troviamo davanti al disco dell’anno, questo è poco ma sicuro, ma altrettanto certamente posso dire che questo EP dei Dialith merita ogni attenzione, così come lo merita la band americana, dotata di talento e capacità di creare musica indubbiamente gradevole.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 01 Aprile, 2024
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Uscito a novembre 2023, ma arrivato in redazione ben quattro mesi dopo la sua uscita ufficiale, “The ancient force” è il debut album dei varesini Ancient Trail, duo formato da Simone Boldini (basso) e Fabio Fiorucci (chitarra), entrambi ex-Steel Violin. Il disco è composto da dieci0 tracce (compresa l’immancabile inutile intro) per una durata totale di poco superiore ai 44 minuti, segno che il songwriting è bello conciso e bada al sodo, senza perdersi in inutili fronzoli ed evitando di “allungare il brodo” inutilmente. Non è stato reso noto l’ospite che ha suonato la batteria, mentre dietro il microfono troviamo il talentuoso Moz, alias Marco Moranzoni, singer degli Steel Violin e dei russi Concordea; la sua voce squillante ed acuta si sposa alla perfezione con il Power Metal suonato dalla band. Le tematiche di questo disco, come è facile immaginare, sono ispirate al Fantasy ed anche l’artwork (piacevole, anche se alquanto canonico, con il classico monaco incappucciato) è apertamente ispirato a tali tematiche. Il sound quindi non è né innovativo, né originale, ma ritengo che gli Ancient Trail non avessero la benché minima intenzione di essere tali, dato che è evidente che suonano la musica che amano e lo fanno per la passione che arde da tempo dentro di loro (non si tratta di giovincelli alle prime armi)! E bisogna evidenziare che quello che fanno, lo fanno anche molto, ma molto bene, dato che il loro Power Metal è decisamente piacevole da ascoltare e riascoltare. Lo stile si mantiene nella classica scuola italiana, ricca di melodia e ben ritmata e frizzante, mentre ogni tanto c’è anche qualche lontano accenno al Folk degli Elvenking (come in “We’ll meet around the fire”) e all’Epic dei Domine (in “Immortal stars”, forse la canzone migliore del disco). In un panorama affollato come quello Power Metal, gli Ancient Trail non pretendono di inventarsi qualcosa, ma suonano con passione e talento, realizzando un debut album decisamente piacevole che non mette in mostra particolari punti deboli ma che, al contrario, evidenzia un duo in grado di poter dire la sua e che immeritatamente è relegato all’autoproduzione! Adesso speriamo che gli Ancient Trail possano diventare un gruppo a tutti gli effetti e ci regalino anche in futuro altri dischi validi come questo “The ancient force” e che magari qualche attenta label stampi l’album su CD, visto che per ora è uscito solo in versione digitale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 01 Aprile, 2024
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Avevo conosciuto i polacchi Ironbound nel 2021, all’epoca del loro debut album ”The Lightbringer”; li ritrovo tre anni dopo con il loro secondo full-length intitolato “Serpent’s kiss”, uscito ancora una volta per la polacca Ossuary Records. Il disco è composto da otto pezzi (inutile strafare ed “allungare il brodo”!) per una durata totale di circa 46 minuti e mezzo ed ha in copertina lo stesso personaggio che avevamo trovato sul debut album, come una sorta di mascotte della band. Il sound sostanzialmente non è cambiato, grazie anche al fatto che la formazione è rimasta intatta; abbiamo quindi davanti il classico Heavy Metal di cui sono da sempre maestri gli Iron Maiden. E proprio la band di Steve Harris credo sia la principale fonte d’ispirazione degli Ironbound, dato che lo strumento protagonista, assieme alla chitarra solista di Michał Halamoda, è il basso dell’ottimo Zbigniew Bizoń che si fa sentire in maniera strepitosa (ascoltatelo nell’attacco della meravigliosa “The destroyer of worlds” per capire), connotando tutto il sound del gruppo. Aggiungete che il singer Łukasz Krauze è evidentemente cresciuto a pane e Bruce Dickinson e le similitudini sono al completo! Ecco forse il ritmo, dettato dall’ottimo batterista Adam Całka, è leggermente differente, nel senso che il gruppo polacco è più brillante e veloce di quanto gli Iron Maiden facciano normalmente (ci sono sempre le eccezioni, come “Gangland”, “Flash of the blade” e pochi altri vecchi pezzi), grazie anche ad un maggiore uso della doppia cassa. Evitiamo discorsi su originalità ed innovazione, vocaboli credo sconosciuti agli Ironbound, perché non è questo il terreno adatto, perché qui si omaggia la tradizione e poco ce ne importa se in tanti hanno suonato come questo gruppo in oltre quarant'anni! I vari ascolti dati a questo disco sono sempre stati estremamente gradevoli, soprattutto per un vecchietto come il sottoscritto che ha avuto la fortuna di vivere la propria gioventù nei meravigliosi anni ’80. Già, non so quanto queste sonorità old style, sia pure registrate perfettamente con tecnologia al passo coi tempi, possano affascinare le giovani leve di metallari, ma questo, lasciatemelo dire, è l’Heavy Metal, è come deve essere suonato e cantato e non ci sono storie, né niente altro da aggiungere! Se siete fans del vero Heavy Metal, questo “Serpent’s kiss” degli Ironbound farà sicuramente al caso vostro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    31 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 31 Marzo, 2024
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Gli Ana sono una female fronted Symphonic Metal band formatasi a Melbourne, in Australia, nel gennaio 2023; dopo tre singoli usciti in questo 2023, in questi giorni di fine marzo rilasciano sull’attenta label statunitense Eclipse Records il loro primo lavoro, un EP intitolato “The art of letting go”. Il disco, dotato di semplice artwork che rappresenta un uroboro, è composto da cinque pezzi per una durata totale di poco superiore ai 23 minuti. Il sound, come detto, è un female fronted Symphonic Metal ma, contrariamente al trend imperante in questo settore, la voce della brava e bella cantante russa, Anna Khristenko, non è mai stucchevole, praticamente mai si spinge su terreni lirici (nonostante un suo background operistico) ed interpreta le varie atmosfere dei pezzi, risultando duttile, poliedrica ed estremamente efficace (da brividi in “Moth”!), arrivando finanche a sembrare quasi aggressiva nella lunga “Ouroboros” (da cui trae ispirazione la copertina del disco). Strumenti principali sono indubbiamente le tastiere dell’ottimo Matt Williamson (che sembra sia un “orecchio assoluto”), assieme alla batteria del panamense Cleveland Beckford Gonzalez che dà ritmo e potenza. La chitarra di Josh Mak ed il basso di Tory Giamba contribuiscono a rendere il sound degli Ana non così scontato, come potrebbe apparire in un genere inflazionato come quello in cui il gruppo australiano va a cacciarsi, grazie anche a soluzioni convincenti che non induriscono più di tanto il sound, ma lo rendono decisamente godibile. Le cinque canzoni che fanno parte dell’EP sono davvero belle e si lasciano ascoltare e riascoltare molto gradevolmente; oltretutto la breve durata contribuisce a rendere l’ascolto non impegnativo ed a far crescere, di volta in volta, la voglia di ripigiare quel dannato tasto “play”. Bisogna evidenziare che non ci sono filler di sorta, né momenti di calo qualitativo e l’intero disco convince e colpisce in compattezza e buon gusto. Se siete fans del Symphonic Metal (non solo quello con voce femminile), non fatevi assolutamente scappare questo “The art of letting go” e segnatevi il nome degli Ana, perché hanno tutte le carte in regola ed il talento per affermarsi a livello internazionale!

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