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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2022
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I Circle of Silence arrivano dal Baden-Württemberg tedesco e sono attivi da quasi vent'anni; non sono mai stati una band prolifica, infatti, con questo “Walk through hell” tagliano il traguardo solamente del quarto full-length. Non sono mai stati prolifici, ma intanto ci piazzano un album composto da undici tracce per circa 50 minuti di durata, a cui si aggiungono altre due tracce nella versione in digipack (che non saranno presenti sul vinile), che porta il totale a quasi un’ora di musica. Pur essendo il Power Metal suonato dai tedeschi indubbiamente godibile da ascoltare, forse tredici pezzi sono un po’ tanti e magari la band avrebbe fatto meglio a tenerne fuori tre o quattro da riservare ad un EP, da far uscire nel prossimo anno, tanto per evitare di tirar fuori un disco ogni 4-5 anni (l’ultimo, infatti, risaliva al 2018). A questa maniera l’ascolto sarebbe stato più semplice ed il gruppo avrebbe del materiale in più per farsi sentire tra un LP e l’altro. Oltretutto, questo disco soffre un po’ la mancanza di una hit di quelle che ti facciano saltare dalla sedia e ti colpiscano immediatamente ed ecco che una durata così elevata non facilita, ma al contrario rischia di appesantire l’ascolto. La voglia di strafare, insomma, non è mai una buona amica. Tenendo da parte queste considerazioni, devo dire che il Power Metal dei Circle of Silence si fa ascoltare come sempre in maniera gradevole. La voce ruvida di Nick Keim si sposa perfettamente con il sound della band, in cui le due chitarre di Christian Sommerfeld e Tobias Pfahl recitano da protagoniste, con ottime parti soliste, ben sorrette dal basso di Björn Boehm (forse un po’ troppo relegato in sottofondo con compito di mero accompagnamento); la batteria di Peter Suppinger, infine, impone spesso un ritmo bello frizzante che regala energia nell’ascolto. Anche nelle parti più cadenzate e pesanti (“I want more” o "God is a machine", ne sono esempi), i Circle of Silence non dispiacciono, grazie anche ad un songwriting che non è mai eccessivo o prolisso. Certamente questo “Walk through hell” non è un disco che passerà alla storia dell’Heavy Metal e non permetterà ai Circle of Silence di salire ai livelli delle storiche Power Metal bands tedesche, però è sicuramente un buon disco che si farà ascoltare piacevolmente dai fans di questo genere musicale.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Mag, 2022
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Gli Steelbourne sono una band nata nel 2020, durante il lockdown dovuto alla pandemia da covid-19, tra musicisti residenti in diverse città della Danimarca. Inizialmente doveva essere semplicemente un progetto da studio e non un gruppo vero e proprio, ma poi pian piano tutto ha avuto un’evoluzione culminando con la realizzazione del debut album, intitolato “A tale as old as time”, uscito inizialmente come autoproduzione il 28 aprile 2021, per poi essere licenziato ufficialmente dalla nostra WormHoleDeath il 29 aprile 2022. Ma cosa suonano gli Steelbourne? La musica del gruppo danese è un piacevolissimo Power Metal, con una notevole attenzione per le melodie, suonato molto bene e cantato altrettanto egregiamente; naturalmente la produzione in un genere come questo è fondamentale e, anche da questo punto di vista, possiamo affermare che tutto è stato fatto come si deve. Tanto per dare un’idea, prendete un po’ del Power italiano più duro (White Skull su tutti, ma anche Drakkar e Sound Storm), metteteci qualche lontano tocco della scuola scandinava di gente come Insania o Dreamtale, ma anche qualcosa dello stile dei tedeschi Rage ed avrete il sound degli Steelbourne. E’ stato davvero un piacere ascoltare e riascoltare questo disco, perché non ho trovato nulla di livello qualitativo inferiore all’ottimale, nonostante la presenza di diversi pezzi dal minutaggio importante; canzoni come l’opener “By the way of the serpent”, ma anche come la rocciosa “Defiler” (la più vicina ai White Skull) o la dolce “King of Kings”, fino alla conclusiva “Inferno” sono fulgidi esempi della qualità di questo disco. A voler trovare il pelo nell’uovo, personalmente avrei accorciato la lunga parte iniziale di “Requiem for those about to die”, ma si tratta solo di punti di vista che, in quanto tali, sono ampiamenti opinabili. Ciò che invece è un dato di fatto incontestabile è la qualità di questo “A tale as old as time”, debut album con cui gli Steelbourne si segnalano come una band da tenere assolutamente d’occhio!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Mag, 2022
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Gli Ethereal Realm arrivano da Sydney in Australia, dove si sono formati nel 2019 grazie all’iniziativa del singer TNT che aveva messo un annuncio su Facebook per cercare dei musicisti con cui dare vita ad una band, al fine di suonare la propria musica preferita: il buon vecchio Heavy Metal ispirato alla scena della NWOBHM degli anni ’80. Dopo qualche cambiamento di bassista, la band arriva a realizzare il proprio primo disco, rilasciando questo “Enter the realm”, dotato di artwork alquanto “artigianale” (poco affascinante, per essere sinceri) e composto da quattro pezzi per nemmeno 20 minuti di durata totale. Il principale problema di questo disco è la produzione; abbiamo un lavoro semplicemente fatto male, con la voce che sovrasta tutto essendo registrata a volumi molto più alti ed un impasto sonoro tra basso e chitarre che non permette di assaporare il lavoro fatto dai vari strumenti; sulla batteria invece… sembra di stare ad ascoltare un demo registrato quarant'anni fa…. Non va! Non ci si può presentare a questa maniera nel 2022! Dare un parere su cosa fanno gli strumenti, con questo marasma sonoro diventa anche complicato; il basso lo si sente solo sulla prima traccia, mentre le chitarre dovrebbero anche fare parti soliste piacevoli, ma sono poste troppo in sottofondo e sostanzialmente perdono parecchie potenzialità; eviterei inoltre quei riff serratissimi che lascerei a certo Metal più estremo che evidentemente non appartiene alla band. Sulla batteria preferisco non esprimermi oltre, non la sentivo registrata così male dai demo dei primi gruppi Death Metal a metà anni ’80. Andando ad analizzare la voce di TNT (unica che può essere “ascoltata”) c’è da dire che farebbe molto meglio ad evitare parti aggressive (come nella prima traccia) perché il suo lavoro è molto più apprezzabile nei pezzi successivi, quando mette in mostra anche un’interessante ugola pulita. Leggendo le note d'accompagnamento, vedo che il sound viene paragonato a Kamelot e Blind Guardian, ma non ho trovato sostanzialmente un bel niente che possa anche lontanamente avvicinarsi a questi gruppi storici; concordo, invece, sul fatto che gli Ethereal Realm abbiano quale musa ispiratrice gli Iron Maiden, soprattutto a quelli dell’era Di’Anno. Gli Ethereal Realm hanno molta strada ancora da fare prima di poter farsi notare in positivo, in primis devono migliorare assolutamente la produzione, perché questo “Enter the realm” è quasi inascoltabile! Va bene suonare per passione (qui più che evidente!), ma serve anche almeno un pizzico di professionalità e personalità in più.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Mag, 2022
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Ci sono dei dischi che sin dal primo ascolto, sin dalle prime note della prima canzone ti fanno saltare dalla sedia e ti catturano immediatamente; ciò purtroppo avviene molto raramente e mi ritengo un fortunato di aver avuto la possibilità, grazie ad Allaroundmetal.com ed all’agenzia greca Angels PR, di scoprire questo piccolo gioiello intitolato “Beyond the realms of time”, debut album dei greci Sands of Eternity. Il full-length è uscito ad inizio maggio per la Symmetric Records, etichetta di quel vecchio volpone di Bob Katsionis, che ha curato anche la produzione ed il mix del disco in maniera, come al solito, pressoché perfetta. I Sands of Eternity nascono dalle ceneri degli Hourglass SOE (sigla che sta appunto per “Sands Of Eternity”), per iniziativa del chitarrista ed autore di tutte le musiche Ioannis Ioakimides che ha creato il gruppo assieme al cantante Michael “Dice” Papadakis, reclutando poi gli altri membri. L’album ha un affascinante artwork realizzato dall’artista tedesco Uwe Jarling (autore anche dell’artwork sull’ultimo disco dei Grave Digger) ed è composto da dieci tracce per poco più di 48 minuti di godibilissimo Power dalle forti tinte Progressive, che può ricordare in un certo senso i migliori Kamelot o Vision Divine, ma anche qualcosa degli australiani Voyager (dei primi dischi) o degli nordirlandesi Sandstone. Ogni ascolto è stato semplicemente piacevole ed estremamente godibile; sin dall’opener, la frizzante “Still awake” e dalla successiva “Enlightened (Mighty warrior)”, passando per la delicata “Desire” e la veloce “Shadows of light”, fino alla splendida “So far away (A soldier’s cry)” ed alla suite conclusiva “Beyond the limits”, è tutto un susseguirsi di pezzi decisamente affascinanti e convincenti. E’ difficile trovare punti deboli (forse solo le chitarre hard-rockeggianti dell’inizio di “The hitman”) in questo “Beyond the realms of time” dei greci Sands of Eternity, lavoro che si candida prepotentemente ad entrare nella top 10 dei migliori dischi in assoluto del 2022. Album semplicemente imperdibile!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Mag, 2022
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Dietro il nome Battle Symphony si cela il giornalista, autore e tastierista greco Nikos Tzouannis. E’ infatti lui la mente di questa Metal Opera intitolata “War on Earth” che si giova di un artwork accattivante realizzato dall’artista Mohammed Khoirul Anam e di un’ottima produzione (indispensabile in questo settore) curata dagli HD Factory. Accanto a lui tre nomi di musicisti conosciuti nell’underground greco, come il batterista Ektoras Tsolakis (che si occupa anche del basso), il chitarrista Grigoris Giarelis ed il vocalist Tasos Lazaris. Come spesso accade in lavori del genere, si tratta di un concept album; in questo caso si narra di una guerra fantascientifica tra gli eserciti degli umani ribelli contro gli abitanti alieni ed umani del pianeta Terra. E come sempre accade per lavori del genere, anche qui abbiamo una marea di cantanti ospiti, più o meno famosi, fra cui il nome di spicco è sicuramente quello del nostro connazionale Roberto Tiranti. Non a caso il brano migliore dell’album è proprio quello in cui canta il vocalist dei Labyrinth; “Soul survivors” è il pezzo più diretto ed efficace dell’intero lavoro, un ottimo esempio di Symphonic Power. Ho trovato piacevole anche la bonus track (cantata dal singer cileno Felipe Del Valle), intitolata “Los guerreros”, canzone più tipicamente Power che ricorda la scuola spagnola di gente come Red Wine e Tierra Santa. Il resto dei componimenti soffre un po’ per un eccessivo minutaggio, a cui si uniscono un po’ troppi ammennicoli che si potevano evitare al fine di alleggerire i vari brani e renderli meno prolissi e più efficaci ed accattivanti; in alcuni casi, infatti, sembra che l’autore si sia lasciato prendere la mano dalla voglia di strafare, compromettendo l’esito finale che risulta a volte poco convincente. Emblematica, in tal senso, è la suite conclusiva “Battle symphony”, quasi 13 minuti che sanno di “troppo” un po’ da tutti i punti di vista, rendendo il brano ai limiti del noioso; al contrario, con una durata notevolmente inferiore, la traccia poteva essere anche interessante e coinvolgente. Un altro particolare che non mi ha convinto è il ritmo; in molti casi Ektoras Tsolakis alla batteria si limita al compitino di blando accompagnamento, mentre avrebbe potuto risollevare la sorte di diversi pezzi, semplicemente imponendo un ritmo più brillante e frizzante. Ciò nonostante “War on Earth” è un discreto esordio per il progetto Battle Symphony; con un po’ più di esperienza e qualche accorgimento in più, sono sicuro che Nikos Tzouannis & C. siano in grado di regalarci del Symphonic Power molto migliore di questo a cui comunque va assegnata una sufficienza di stima ed incoraggiamento.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 21 Mag, 2022
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Sinsid: si può sbagliare, ma perseverare no! Già la copertina, con il solito guerriero muscoloso con turbante come protagonista, mi aveva fatto insospettire, poi sono bastate le prime note dell’opener “Iron heart” (dopo l’immancabile ed inutilissima intro “The northern march”) per confermarmi che nulla è cambiato anche questa volta. Il terzo album della band, intitolato “In victory”, infatti, non ha sostanzialmente niente di diverso rispetto ai suoi predecessori, compresi gli enormi problemi che avevano gli altri due. A nulla è servito il cambio di batterista, con l’ingresso in formazione di Trygve A. Tvedt al posto di Robin Wick, dato che sostanzialmente il nuovo entrato non ha apportato alcuna miglioria. La registrazione continua a non essere esaltante (tra l’altro, proprio la batteria è lo strumento che maggiormente ne risente), non c’è niente che possa far “eccitare” i fans dell’Heavy Metal old school, dato che argomenti tipo fratellanza, fede nel Metal ecc. sono stati abbondantemente abusati nel corso degli ultimi quarant'anni e, per sonorità del genere, è meglio andarsi a riascoltare i maestri (chi ha detto Manowar?). Non aiuta nemmeno il ritmo, spesso poco frizzante, tanto da rischiare di essere noioso (“Secret of the Beast” ne è un esempio) ed il songwriting spesso eccessivo. Ma il problema principale dei Sinsid, quello che affossa tutto, è la voce del singer Terje Singh Sidhu! L’ex wrestler è fin troppo monocorde, tanto da risultare spesso monotono (e qui il rischio della noia è notevole!), difetta in espressività e non sembra in grado di conferire alcunché di interessante ai vari pezzi. Ma chi siamo noi per dire che Terje Singh Sidhu non debba cantare? Effettivamente siamo dei perfetti “signor nessuno” ed, anche se ci appare evidente che il singer sia il tallone d’Achille di questo gruppo, se la band vuole continuare a questa maniera non possiamo certo opporci. Ma ci sono solo lati positivi in questo disco? Sinceramente i diversi ascolti a cui mi sono sottoposto non hanno messo in luce granché, giusto qualche interessante trama dei due chitarristi che risolleva le sorti di qualche brano, ma è troppo poco per rendere gradevole e convincente un lavoro come questo. Tirando le somme, sembrano molto poche le possibilità per i Sinsid di emergere dall’underground continuando a questa maniera e sorprende che abbiano anche una label seria come la Pitch Black che continua a pubblicare i loro dischi…. Dispiace, ma c’è tanto, davvero tanto di meglio in giro e questo “In victory” non permette al gruppo norvegese nemmeno di avvicinarsi ad una risicata sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 15 Mag, 2022
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Valiant Sentinel è il progetto del talentuoso polistrumentista greco Dimitris Skodras, che ha poi reclutato il cantante dei Mentalist (tra le tante bands a cui partecipa) Rob Lundgren; lo svedese si destreggia come suo solito molto bene in tutte le canzoni, lasciando la scena a mostri sacri come Fabio Lione e Tim "Ripper" Owens su due canzoni (rispettivamente “Forelorn” e “King in the North”). Il genere musicale suonato dai Valiant Sentinel è un classicissimo Power Metal, molto veloce, decisamente orecchiabile, che può andare incontro sicuramente ai gusti dei fans del Power di scuola scandinava, ma ha anche qualcosa del classico stile melodico dei gruppi italiani (“Age of mythology”, ad esempio, sembra un pezzo dei Frozen Crown). Il debut album si intitola come il nome della band “Valiant Sentinel”, ha un artwork piacevole realizzato da Michael Ailarov (con diversi cliché del genere come spadoni, armature e leoni) ed è composto da dieci tracce per una durata totale di circa 48 minuti; il disco inizialmente è uscito solo in digitale a dicembre 2021 come autoproduzione, ma è poi stato stampato su CD dalla greca No Remorse Records a fine aprile 2022. Come ho avuto spesso modo di evidenziare durante le mie recensioni, non mi interessa nulla della mancanza di originalità, se ciò che ascolto mi piace, mi prende, mi suscita emozioni ed è esattamente ciò che è successo con questo disco! I maniaci dell’originalità e dell’innovazione dovranno tenersi ben lontani da questo full-length perché non è intenzione dei Valiant Sentinel quella di essere originali o innovativi, loro suonano solo e soltanto la musica che amano che corrisponde esattamente a quella che piace a noi! Quel Power Metal pieno di ritmo e melodie che ci fa sbattere il capoccione in furiosi headbanging e che ci accompagna sostanzialmente invariato da circa trent'anni. Se rientrate in questa schiera di metalheads, canzoni come l’opener “Victorious”, la già citata “Age of mythology”, la medievaleggiante “Forelorn”, ma anche “Destiny awaits” o la conclusiva strumentale “Titans awake” vi conquisteranno sicuramente! Adesso Dimistris Skodras ha solo bisogno di trovare un vero batterista che possa dare quel tocco in più per rendere la sua musica ancora più piacevole, già questo debut album omonimo è comunque un ottimo biglietto di presentazione per i Valiant Sentinel! Non fatevelo sfuggire…

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Mag, 2022
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Annunciati da un artwork non proprio esaltante (direi, anzi, tra i peggiori visti di recente), tornano a farsi vivi gli inglesi Tysondog, gruppo non proprio prolifico, attivo sin dal lontano 1983, ma con solo tre full-length realizzati prima di questo “Midnight”, uscito in aprile per la label danese From The Vaults. Non avevo mai sentito parlare di questo gruppo finora, nonostante ascolti Metal dalla seconda metà degli anni ’80, quindi non sono in grado di fare paragoni con il passato e forse è anche un bene per me, dato che quanto ascoltato in questo disco non mi ha per nulla esaltato. A parte l’opener “Battalion” (che però soffre di un minutaggio eccessivo) e qualche altro pezzo nel corso della tracklist (la veloce “Defiant”, oltre a qualche passaggio dell’orrorifica “Paper cuts” e della conclusiva “Waiting for God”), c’è poco per cui esaltarsi e principalmente a causa della voce monocorde e sgraziata del singer John “Clutch” Carruthers (nel frattempo, fortunatamente uscito dal gruppo, sostituito dal chitarrista dei Blitzkrieg, Alan Ross), una sorta di brutta copia di un Blaze Bayley spompato. Manca poi quella hit che ti faccia saltare dalla sedia o, per arrivare alla realtà di questo album, che ti possa svegliare dal torpore; tutto il disco puzza di stantio e di già sentito miriadi di altre volte, prima e meglio di questo gruppo inglese. Dispiace essere così drastici, perché è evidente la passione che questi non più giovani musicisti ci mettono ancora, nonostante gli anni, ma non è sufficiente per strappare un consenso che non è meritato. Certo l’energia non manca, il basso si fa sentire molto bene, le chitarre non dispiacciono (nella title-track ricordano non poco lo stile degli Artillery), ma manca quel quid pluris che possa distinguere la band da tante altre che negli ultimi quarant'anni hanno suonato come e meglio di loro. Questo “Midnight” è composto da nove tracce per poco meno di 40 minuti di Heavy Metal destinato ai fans più oltranzisti del settore più canonico del nostro mondo musicale; mi dispiace per i Tysondog, ma c’è molto di meglio in giro e devono fare molto di più per poter sperare di emergere dal più profondo underground.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 14 Mag, 2022
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Archie Caine è un cantante inglese e questo “Tommy and the angels” è il debut album del suo progetto personale, registrato tra Olanda e Paraguay. Si tratta di un concept album che narra la storia di un bambino (appunto Tommy) con una vita disperatamente infelice e dell'angelo che gli ha insegnato amore, gioia e sicurezza. Assieme a lui (che se la cava discretamente come cantante), due cantanti ospiti come l’ex-Xandria Dianne van Giersbergen e l’ex-Threshold Damian Wilson. Il disco è composto da dieci tracce per una durata di poco superiore ai 40 minuti ed ha un piacevole artwork realizzato da tale Sam Hayles. Il sound è un Symphonic Metal molto melodico, con forti (forse troppe) influenze pop, decisamente orecchiabile e ruffiano. Il songwriting ha alcuni passaggi rivedibili che, però, immagino siano asserviti al concept generale; mi riferisco ad esempio al lungo discorso iniziale in “TTGBITN” (decisamente noioso!), nonché alla presenza di fin troppi pezzi esageratamente melodici e mielosi, in cui si sente terribilmente la mancanza della batteria; passi per la conclusiva “Epilogue” con il suo bel duetto tra voce maschile e voce femminile, ma “Meeting the angel” e “Tommy’s lament” sono un po’ troppo sdolcinati, mentre un po’ di ritmo ed energia dettate dalla doppia cassa credo non avrebbero guastato. Di contro, ci sono pezzi davvero notevoli che si ispirano chiaramente alla scena scandinava: “Faster” ricorda i migliori Stratovarius (senza le parti soliste di chitarra), “Eden” fa venire in mente i primi Nightwish; “Losing the game”, invece, mi ha fatto pensare ai nostri Temperance, sia per le melodie, ma anche e soprattutto per l’uso delle diverse voci al suo interno. Molto piacevoli anche “Chains” (decisamente orecchiabile!), “Wonderland” ed “Happy ever after”, ricca di cori e melodie ruffiane ed easy listening. Archie Caine con questo suo “Tommy and the angels” ha realizzato sicuramente un piacevole debutto, ma deve fare una scelta: se vorrà intraprendere la strada del Metal sinfonico, avrà bisogno di un chitarrista solista di gran livello e di un vero batterista (che in questo disco non c’è, dato che è tutto realizzato con il computer), grazie ai quali indurire un po’ la sua proposta musicale che, a questa maniera, risulta a volte un po’ troppo soft. Le idee e le potenzialità sono sicuramente interessanti, adesso bisogna farle fruttare per un nuovo ed ancora più piacevole Symphonic Metal album, magari con una vera band accanto!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 08 Mag, 2022
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Devo ammettere che questa è stata una delle recensioni più difficili e complicate che mi siano mai capitate in circa 15 anni che mi diletto in questo compito e per svariati motivi. In primis, “EpiClassica” del Vivaldi Metal Project è composto da due CD divisi in ben 18 tracce per oltre 95 minuti, tracce che hanno sostanzialmente tutte minutaggio elevato, il che non rende certo semplice l’ascolto. La seconda difficoltà è individuabile nel fatto che questo non è un album come gli altri, ma è come trovarsi a teatro ad assistere ad una vera e propria opera lirica, con i vari cantanti che si alternano interpretando vari ruoli; in questo caso abbiamo un’Opera Metal a cui, oltre ai vari cantanti ospiti, ci sono anche numerosi musicisti differenti che affiancano il Maestro Mistheria nella realizzazione di quello che è il suo lavoro più complesso e particolare finora realizzato. Qui non abbiamo un solo genere musicale, attorno al Metal sinfonico troviamo numerosissimi richiami a varie composizioni di grandi musicisti che hanno fatto la storia della musica classica (oltre a Vivaldi, anche Mozart, Beethoven, Chopin, Bach, Liszt, ecc.), ma anche diverse digressioni in generi di musica Metal differenti. Dare un giudizio, di conseguenza, diventa impresa decisamente ardua. Ecco forse l’unico tallone d’Achille di questo lavoro è proprio la sua natura complessa e particolare; natura che potrebbe essere non compresa ed apprezzata da tutti, con il rischio che diventi un lavoro di nicchia, riservato ad una ristretta élite di ascoltatori in grado di comprendere tutte le varie sfaccettature di questo disco. Bisogna, infatti, predisporsi del giusto spirito e con la giusta pazienza per assaporare fino in fondo le varie canzoni, anche perché, come detto, solo in poche hanno un minutaggio breve e di facile assimilazione. Scordatevi l’easy listening, qui c’è solo roba di classe e di qualità fuori dal comune; Mistheria per questo “EpiClassica” ha fatto le cose in grande, andando anche a coinvolgere nel suo progetto talmente tanti artisti internazionali che elencarli qui e tutti diventa compito decisamente gravoso; non me ne vogliano gli altri, ma mi limito a citare Mike Portnoy, Rob Rock, Anders Johansson, Chris Caffery, Roy Z, Bob Katsionis, Steve Di Giorgio, Mike Terrana, Mark Boals e, venendo in Italia, Michele Guaitoli, Giacomo Voli, Roberto De Micheli e Fabio D’Amore ma, lo ripeto, è solo un elenco decisamente ridotto a cui andrebbero aggiunte decine di altri artisti. E’ indubbio che sostanzialmente qui non c’è alcun termine di paragone con altri dischi o gruppi (per la somma gioia dei maniaci dell’originalità); forse, ma solo mantenendosi di manica larga, potremmo pensare ad un parallelismo con i Therion più sinfonici, ma comunque daremmo un’idea solo parziale di cosa è questo “EpiClassica” dei Vivaldi Metal Project. Non vi resta che mettervi comodi, prendervi un po’ di tempo libero e godervi quanto la mente del Maestro Giuseppe Iampieri, alias Mistheria, è riuscito a concepire e realizzare.

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