A+ A A-

Opinione scritta da Ninni Cangiano

1991 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 200 »
 
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 24 Febbraio, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Fondati nel 2023, grazie anche all’iniziativa del bassista dei SinHeresy Davide Sportiello, gli Elettra Storm arrivano immediatamente al traguardo del debut album, con questo “Powerlords”, uscito a metà febbraio su Scarlet Records. Il disco ha un piacevole artwork realizzato dall’artista Beatrice Demori (ormai una garanzia di qualità!), è composto da nove canzoni per una durata totale di circa 40 minuti ed è stato registrato nei Domination Studios di Simone Mularoni, ormai uno dei migliori studi di registrazione al mondo per il genere. E’ lo stesso Sportiello ad occuparsi dei testi e delle musiche che evidentemente traggono ispirazione da quanto realizzato dai Frozen Crown nei loro dischi; del resto anche lo stile canoro dell’affascinante Crystal Emiliani ricorda vagamente quello della splendida Giada Etro. Ci troviamo davanti quindi ad un Power Metal molto frizzante, ricco di energia e con un’attenzione notevole alle melodie ed all’orecchiabilità. Tutte le canzoni, infatti, sono decisamente godibili da ascoltare e si ficcano in testa pressoché immediatamente, non meravigliatevi quindi se, dopo qualche ascolto, vi troverete a fischiettare qualche coro di questo disco mentre siete sotto la doccia, perché viene quasi naturale. Se volete addentrarvi in discorsi su originalità ed innovazione, con questo lavoro sarebbe come affondare un coltello nel burro, dato che sono argomenti lontani dal concetto di musica degli Elettra Storm; come, però, ho avuto modo di dire parecchie volte: se la musica che ascolto è piacevole, non me ne frega assolutamente niente della mancanza di originalità! Già, perché è evidente che la ricetta vincente degli Elettra Storm è la stessa che in tanti altri gruppi hanno ripetuto in questi ultimi anni, con una voce femminile di qualità superiore ed un Power Metal frizzante ed orecchiabile. Se quindi, come questo misero recensore, non siete alla ricerca dell’ultimo ritrovato in fatto di innovazione in musica e siete fans del genere, è indubbio che la musica degli Elettra Storm vi piacerà ed anche molto! Canzoni come l’accoppiata iniziale “Higher than the stars”/“Redemption”, come anche la title-track “Powerlords”, o la velocissima “Sacrifice of angels”, fino alla conclusiva “Voices in the wind” vi conquisteranno immediatamente; è però tutto il full-length nella sua interezza ad essere convincente e coinvolgente, senza nemmeno un attimo di calo qualitativo o una nota fuori posto. Siamo solo al debut album, ma questo ottimo “Powerlords” candida gli Elettra Storm tra i gruppi migliori in campo Power Metal e non solo in Italia! Se questo è l’inizio, non oso immaginare cosa ci riserverà il futuro.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 24 Febbraio, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Ember Belladonna (all’anagrafe Emma Kramer-Rodger) è una musicista canadese che, sin da quando aveva 9 anni, suona il flauto; ispirata da gente come Myrkur, Heilung ed Eluveitie, suona una specie di Folk Metal, molto melodico e poco ritmato con il suo flauto naturalmente quale strumento principale, mentre chitarra e batteria fanno sostanzialmente solo da accompagnamento. Arriva in questo mese di febbraio ad autoprodurre il proprio debut album intitolato “The grove”, dotato di copertina che non esalta granché; il disco è composto da otto tracce per una durata molto breve, quasi quanto un mini-album, di circa 28 minuti. La parte strumentale è preponderante e ci sono parti vocali solo su alcuni pezzi, a cura di vari ospiti non proprio noti alle masse. Bisogna essere del giusto spirito per mettersi all’ascolto di questi componimenti, dato che il sound è decisamente particolare, molto oscuro ed onirico, decisamente poco ritmato e “poco Metal” e sicuramente non orecchiabile; se quindi cercate qualcosa che possa darvi energia o essere easy listening, siete sul disco sbagliato. Se, invece, vi piacciono questi ritmi alienanti e queste musiche tutt’altro che scontate, ecco che Ember Belladonna potrebbe fare al caso vostro. A livello di tematiche ci troviamo davanti ad una sorta di concept album che racconta la storia di una donna che ha subito torti da parte degli uomini nella vita; dopo la sua morte, risorge dalla tomba e dà la caccia alle persone che le hanno fatto del male prosciugandone il sangue. I vari ascolti dati a questo disco non sono mai stati semplici, sia per la pressoché totale mancanza di elettricità, ma anche perché il flauto è uno strumento decisamente particolare che, in questo sound, dona quasi un’aura di tristezza e decadentismo al tutto (proprio per questo facevo riferimento in precedenza al giusto spirito per apprezzare queste sonorità). Qui di musica Metal c’è davvero poco e diventa perfino difficile far rientrare Ember Belladonna nel calderone del Folk Metal con questo suo “The grove”, debut album che avrebbe bisogno di un po’ più di energia per poter essere apprezzato dai più; a questa maniera, infatti, si finisce in una ristretta nicchia per pochi eletti.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 23 Febbraio, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Leah McHenry, in arte Leah, è un'affascinante musicista canadese, nota anche come l’Enya dell’Heavy Metal; è attiva da diversi anni ed ha all’attivo dal 2012 ad oggi un EP e ben cinque full-length, l’ultimo dei quali è questo “The glory and the fallen”, dotato di piacevole artwork realizzato da Giannis Nakos (Kamelot, Evergrey ed Amaranthe, tra i tanti). Il genere suonato viene definito “Celtic Fantasy Metal”, che è una sorta di incrocio tra il Folk Metal (per via dell’uso di flauti e cornamuse) ed il female fronted Melodic Symphonic Metal; un sound quindi non proprio così inflazionato - ed in alcuni passaggi finanche originale -, che punta sulla splendida voce della leader, spesso anche eterea ed estremamente versatile ed espressiva. L’inizio affidato alla robusta “Archangel” fa ben sperare per un appassionato di Symphonic Metal, dato che si tratta di una canzone ritmata ed estremamente piacevole; le seguenti tracce non dispiacciono, con “No more fear” ed “Unshakable” che hanno un bel ritmo e risultano orecchiabili e coinvolgenti. Dopo la folkeggiante “Speak to me”, si arriva a “Dream voyage” che segue la linea delle precedenti canzoni, risultando discretamente ritmata e ruffiana. Raggiunta la metà del disco, la parte più melodica ha il sopravvento ed il ritmo cala, a volte anche fin troppo (Sander Zoer a tratti sembra quasi volersi risparmiare), ed a poco servono gli innesti quasi Death Metal in “Sleeping giant” (forse un po’ troppo “esagerata” per il contesto generale dell’album). Ecco, a voler essere pignoli, magari qualche altro pezzo tirato in questa seconda parte del disco non avrebbe assolutamente guastato; la sola “Before this war is over”, ed anche solo a tratti, non è sufficiente per alzare il tiro. Il sound, infatti, si fa quasi sognante ed etereo, particolare che, alla lunga, rischia di stancare un po’; una maggiore dose di energia, lo ripeto, avrebbe aiutato non poco. Si tratta comunque di gusti personali che, in quanto tali, sono ampiamente opinabili; ciò che non è opinabile è il buon livello qualitativo di questa artista che ha realizzato un album sicuramente interessante e piacevole, soprattutto se si amano certe sonorità particolarmente melodiche. “The glory and the fallen”, insomma, è un album certamente valido e piacevole e mette in mostra un’artista, quale Leah, di grande talento.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    09 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 09 Febbraio, 2024
Top 10 opinionisti  -  

A ben cinque anni di distanza dal loro debut album “Imperium Romanum”, tornano a farsi sentire i finlandesi Metal De Facto con un nuovo full-length dedicato al Giappone ed alla sua cultura e storia, intitolato “Land of the Rising Sun – Pt. 1” (dal che si deduce che ci sarà anche un seguito prima o poi). La prima differenza con il passato, oltre alla tematica differente, è la presenza del nuovo cantante, lo spagnolo Aitor Arrastia che ha preso il posto di Mikael Salo. A livello di sound non ci sono particolari cambiamenti, dato che la band suona sempre un Power Metal di scuola scandinava della cui rinascita si fanno promotori sin dai loro esordi, quindi melodie azzeccate, parti soliste di gusto e voce acuta ed espressiva (in questo Arrastia non fa rimpiangere il suo predecessore). Ciò che non torna è che questo disco è ondivago e poco compatto; cerco di spiegarmi meglio: accanto a gemme di Power Metal, come ad esempio l’accoppiata iniziale “Rise Amaterasu” e “Code of the samurai”, ci sono pezzi che funzionano meno bene e che, guarda caso, hanno anche il minutaggio maggiore; mi riferisco, ad esempio, alla ripetitiva “Heavier than a mountain” (in cui si perde il conto delle volte in cui si ripete la parola “I”) ed alla lunga conclusiva “47 Ronin”. Fortunatamente i brani migliori sono la maggioranza ed ecco che una canzone come “Slave to the power”, aperta alla grandissima dal basso di Sami Hinkka, ti si ficca in testa immediatamente; altrettanto valide anche “Divine wind” e “Superstars”. Sembra insomma quasi che la band abbia al suo interno due anime differenti, una che è più solare e positiva ed un’altra meno orecchiabile e più contorta; non so se dipenda dalle tematiche affrontate nei testi, fatto sta che alcune tracce sono meno convincenti ed efficaci di altre, cosa che non era invece successa con il debut album. Ciò non toglie, comunque, che i Metal De Facto abbiano realizzato comunque un buon disco con questo “Land of the Rising Sun – Pt. 1” ma, se vogliono davvero far rinascere il Power Metal (a patto che non sia sempre vivo e vegeto!), per la seconda parte di questa serie dovranno far meglio.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 08 Febbraio, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Avevo conosciuto gli spagnoli In Vain all’epoca del loro quarto album, appunto intitolato “IV”, uscito nel 2017 (ma a noi pervenuto nel 2018), rimanendone colpito molto favorevolmente, così tanto che mi ero meravigliato come una band di simile talento fosse costretta all’autoproduzione; sono passati un po’ di anni e gli In Vain si ripresentano forti di un contratto con la madrilena Fighter Records - sub-label di Xtreem Music - con questo “Back to nowhere” che è il loro sesto album (nel 2021 era uscito il quinto LP, “All hope is gone”, per un’etichetta minore spagnola che non ci è mai arrivato). Il disco è composto da undici tracce per la durata totale di circa 3/4 d’ora ed ha un bell’artwork che rappresenta un monatto tra la nebbia. Lo stile è sostanzialmente rimasto invariato rispetto al passato: un Thrash molto ritmato con qualche lontano richiamo al Power Metal di scuola teutonica (Orden Ogan su tutti); naturalmente le chitarre di Julio Abadía (solista) e Daniel Cordón sono protagoniste nel sound, ma anche la batteria dell’ottimo Teo Seoane ha la sua importanza fondamentale; il basso di Mario Arredondo, invece, dà spessore al wall of sound con un lavoro egregio in sottofondo, facendosi comunque sentire ed apprezzare. Lo stesso Daniel Cordón si occupa anche di cantare ed il suo vocione sporco e roco (che ricorda vagamente quello di Gabriele Bruno degli Spellblast) è aggressivo al punto giusto, ma è anche estremamente versatile ed espressivo, dimostrandosi uno dei migliori cantanti Thrash che ci sono attualmente in giro! Ho ascoltato e riascoltato più e più volte questo disco, rimanendone sempre estasiato, grazie ad un gusto raffinato, sia per la parte melodica che per quella più carica di groove e ricca di energia. Il songwriting poi è estremamente convincente ed efficace ed i brani hanno quasi tutti durate contenute, badando dritto al sodo; anche quando il minutaggio sale (“The last breath of freedom” e “Dreaming awake”, in cui ci sono chiari richiami agli Iron Maiden nelle parti strumentali), comunque, i pezzi rimangono ugualmente incisivi e non si perdono mai in inutili ammennicoli. La produzione è pressoché perfetta, bella pompata e carica, con un impatto che è letteralmente una mazzata sulle gengive e goduria per i padiglioni auricolari di ogni thrashers che si rispetti! Siamo solo all’inizio del 2024, ma ritengo che quest’anno, in campo Thrash Metal, sarà molto difficile per chiunque, anche per i cosiddetti “Big”, far meglio di questo “Back to nowhere” degli In Vain, un gruppo che è ormai garanzia di qualità assoluta!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 08 Febbraio, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Gli olandesi Donor sono uno dei gruppi che nella prima metà degli anni ’90 ha scritto un’importante pagina per il Progressive Thrash, assieme a gente come Despair, Anacrusis, Watchtower e soprattutto Mekong Delta (unica band sempre rimasta in attività). Il quintetto originario di Amsterdam realizzò il proprio fantastico debut album, intitolato “Triangle of the lost”, nel 1992 sull’etichetta belga Mausoleum Records, ormai chiusa da un decennio; in questi giorni di inizio febbraio, la label olandese Metal Warrior Records ha deciso di rimasterizzare e ristampare quel capolavoro di oltre trent'anni fa in vinile colorato limitato a soli 300 esemplari. Ecco per noi l’occasione di tornare a parlare di un disco che all’epoca non ebbe il giusto risalto per svariate ragioni che non stiamo qui ad elencare, ma che costituisce un punto fermo per tutti coloro che hanno amato e continuano ad amare il genere. L’album è composto da dieci pezzi per oltre 53 minuti di durata totale e nell’attuale versione gode anche di una buona produzione (particolare che nella versione originale non esaltava, soprattutto sul rullante della batteria). Il songwriting è complesso e contorto, con numerose canzoni dal minutaggio elevato; il talento e l’elevato tasso tecnico dei Donor sono però in grado di rendere interessante e convincente ogni singolo componimento, grazie anche ad un ritmo spesso frizzante imposto dall’ottimo batterista Toni Van Petten. Assieme a lui contraddistingue indubbiamente il sound del gruppo l’altro Van Petten, il bassista Cees, che è splendido protagonista alla pari della chitarra solista di Bart Vreken; il chitarrista ritmico Jelle Bakker, invece, intesse massicci muri di riff, dando il suo comunque fondamentale apporto. C’è poi la splendida voce di Ard van Beers (che purtroppo, dopo questo disco, uscirà dal gruppo) che è acuta ed isterica a dovere in alcuni passaggi, quasi un lusso per un gruppo Thrash, talento strappato allo Speed Metal in cui sicuramente sarebbe stato meglio messo in risalto. Il talentuoso singer, con una prestazione maiuscola, differenzia questo disco dalla massa grazie ad un’espressività ed una capacità interpretativa fuori dal comune. Sarà grave per i Donor il suo abbandono! “Triangle of the lost” va preso nella sua compattezza ed interezza, perché non ci sono canzoni di livello qualitativo inferiore all’eccezionale, tanto che diventa difficile indicare quali possano essere le migliori; così solo per gusto meramente personale (sempre opinabile in quanto tale), direi “Cimmerian darkness”, “When the Valkyries ride” e “The pendulum” ma, lo ripeto, tutti i pezzi sono di qualità superiore alla media. I Donor realizzeranno un altro album qualche anno più tardi, di livello ampiamente inferiore a questo “Triangle of the lost” e finiranno per far perdere le proprie tracce a metà anni ’90, tanto che oggi non esiste nemmeno un sito ufficiale o una pagina social della band.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 08 Febbraio, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Dopo il fantastico debut album “Triangle of the lost” del 1992, a giugno del 1994 gli olandesi Donor rilasciarono quello che fu poi il loro canto del cigno, l’album “Release”, contraddistinto dal cambio di cantante con l’onesto Richard Dijkman che prese il posto del talentuoso Ard van Bers. Proprio questo cambio affossò la carriera del gruppo di Amsterdam, dato che Dijkman aveva un approccio un po’ troppo aggressivo ed isterico per il Progressive Thrash suonato dalla band e non aveva le stesse potenzialità del suo predecessore, sia come interpretazione dei singoli brani che come versatilità; diciamo che se si fosse trattato di un gruppo Grunge (genere ormai al tramonto all’epoca) l’ugola ruvida di Dijkman sarebbe stata azzeccata, ma per il sound dei Donor era semplicemente inadatto. A questo si aggiunge un notevole ammorbidimento delle sonorità, con una lentezza molto maggiore della batteria, con Toni Van Petten che sembrava quasi essersi dimenticato di quanto di buono avesse fatto in precedenza. Restava l’ottimo lavoro al basso di Cees Van Petten, qualche assolo delle chitarre e poco altro. I brani, presi singolarmente, non erano certo malaccio, anche con qualche richiamo all’US Metal, ma mancavano di quel piglio e quell’energia che invece erano il punto di forza del precedente lavoro. Già dall’opener “Portrayal” è chiaro il tutto, ottime parti strumentali, ma una limitata brillantezza e la voce fuori luogo del singer e così sarà sostanzialmente per tutti i successivi pezzi, tranne poche eccezioni (la melodica “Whispering waves”, “Crossing fields” e le due bonus tracks di questa edizione, che risalgono al periodo in cui c’era ancora Ard van Bers); i 10 minuti abbondanti della title-track finiscono poi per compromettere definitivamente il tutto, dato che sembrano non aver mai termine. La sufficienza concessa a questo “Release” è semplicemente per la tecnica strumentale fuori dal comune, ma il disco è la pietra tombale alla carriera dei Donor che, come detto, poco dopo spariranno dalla circolazione.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Febbraio, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Dopo tanti anni di carriera, arriva il momento anche per i danesi Artillery di rilasciare un live album, con questo “Raw live (in Copenhell)”, registrato a Copenhagen durante il Copenhell in data 18.06.2022 (per amor di precisione, c’era anche stato il DVD live “One foot in the grave the other in the trash”, rilasciato poi nel 2009 anche in CD). La storia degli Artillery è stata costellata di situazioni tragiche, nel 2019 la morte di uno dei leader, il chitarrista Morten Stützer; qualche mese dopo la registrazione di questo live è toccato al batterista Josua Madsen, morto perché investito da un autobus nel marzo 2023 (l’album è dedicato alla sua memoria). Ma i cambiamenti nella formazione della band non si sono fermati al batterista, ma anche il cantante Michael Bastholm Dahl ed il chitarrista Kraen Meier sono andati via, costringendo il leader rimasto, Michael Stützer, assieme al fido bassista Peter Thorslund, a reclutare ben tre nuovi musicisti. Ma torniamo al live album, composto da undici tracce della durata totale di oltre 55 minuti, con una copertina che ritrae i cinque membri del gruppo durante il concerto. La scaletta poteva essere migliore, ma obiettivamente non è così negativa, dato che comunque pezzi storici come “By inheritance”, la sempre splendida “Khomaniac”, o anche “Terror squad”, sono presenti assieme ai pezzi più recenti estratti dagli ultimi quattro album in studio (non proprio i migliori della storia della band); stride però parecchio la totale assenza di brani dal mitico “Fear of tomorrow”, debut album dei danesi nel lontano 1985. Altro punto debole è la registrazione; va bene voler essere “raw”, come anche inserito nel titolo, ma siamo nel 2024 ed un livello di poco meglio di un bootleg degli anni ’80 è difficilmente comprensibile ed accettabile. L’impasto sonoro disturba un po’, soprattutto se si alza il volume o si ascolta il disco in cuffia. Sono però pronto a scommettere che gli ortodossi del Metal apprezzeranno non poco questo disco, sostenendo discorsi sulla genuinità del suono e sul fatto che non ci sono post-produzioni (o almeno non ce ne dovrebbero essere…) atte a migliorare la registrazioni; per quanto concerne questo umile recensore, detta con il cuore in mano dato che gli Artillery sono tra le mie bands preferite in assoluto, preferisco live più “puliti” e meno grezzi, soprattutto tenendo presente quanto possano offrire le più moderne tecnologie al riguardo. Mi dispiace, mi dispiace davvero molto, ma ritengo che questo “Raw live (in Copenhell)” degli Artillery non meriti nemmeno la sufficienza.

Trovi utile questa opinione? 
01
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 03 Febbraio, 2024
Top 10 opinionisti  -  

“Never a good day to die” è il terzo album degli inglesi Absolva, uscito nell’ottobre 2015 per Rocksector Records; a fine gennaio di quest’anno la label inglese lo ha ristampato in doppio vinile da 180 grammi, rendendolo nuovamente disponibile dato che l’edizione in CD è da tempo difficile da reperire (sostanzialmente è acquistabile solo tramite la band). Il full-length è composto da undici tracce per circa 56 minuti ed ha un piacevole artwork che ricorda vagamente quello di “Brave new world” degli Irons. Personalmente avevo conosciuto il gruppo di Manchester solo con l’album successivo, quel “Defiance” che già faceva intendere che gli Absolva sono un gruppo di talento; mi sono quindi incuriosito verso questa recensione che mi ha dato la possibilità di scoprire un disco del passato. “Never a good day to die”, come il suo successore, mette in mostra un gruppo dalle ottime potenzialità e dal gran gusto per le melodie, in cui sostanzialmente tutti gli strumenti recitano da protagonisti alla pari. Già, perché non sono solo le due chitarre soliste dei fratelli Appleton a fare la parte principale, ma anche il basso di Karl Schramm si sente molto in evidenza (ascoltate “The light” a titolo esemplificativo), mentre Martin McNee alla batteria impone spesso un bel ritmo frizzante, mettendo in mostra un drumming versatile e ben fatto. C’è poi il leader Christopher Appleton che, oltre a suonare in modo egregio la sua chitarra, sa anche cantare molto bene, dando ogni tanto anche quel tocco di cattiveria che nell’Heavy Metal ci sta divinamente! L’album è pieno di ottime canzoni, dall’opener “Disguise”, alla già citata “The light”, passando per la validissima title-track “Never a good day to die”, ma anche la veloce “Trasform”, “No tomorrow” e “Warrior soldier” (forse la migliore), fino alla conclusiva “All alone”. Certamente “Never a good day to die” non passerà alla storia dell’Heavy Metal, ma è un disco sicuramente piacevole da ascoltare che permette di approfondire la conoscenza degli Absolva, un’ottima band che poi, con i dischi successivi, migliorerà ancora.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    28 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Sono passati ben sette anni da quell’ottimo debut album intitolato “To live is to suffer”, periodo in cui nelle Jenner è successa una specie di rivoluzione con la sola Aleksandra Stamenković rimasta di quella formazione. Le prime ad andarsene furono la cantante Anđelina Mitić (grave perdita!) e la bassista Mina Petrović; ma mentre del canto è passata ad occuparsene la Stamenković, al basso ci sono state diverse alternanze, fra cui Katarina Henc che abbiamo sentito nell’EP “The test of time” (che risale a quattro anni fa), fino ad arrivare all’attuale bassista Anja Mirković; anche alla batteria ci sono state delle alternanze con Marija Dragićević (sorella della Stamenković) che, dopo il predetto EP, ha lasciato il posto all’attuale Selena Simić. Nonostante questa instabilità della formazione che logicamente comporta difficoltà di coesione, non ci sono state, almeno in apparenza, problematiche particolari per il songwriting, dato che il Thrash delle Jenner è sempre di ottima qualità. La Stamenković nel canto ha uno stile un po’ sporco ed aggressivo che non può non ricordare quello della nostra mitica Federica De Boni e che con il sound del gruppo ci sta anche bene (ma la Mitić era di livello superiore!). La chitarra della stessa Stamenković è carica di groove proprio come viene richiesto nel Thrash ed ogni tanto ci regala anche piacevoli parti soliste, anche se forse una seconda chitarra aiuterebbe non poco. La batteria della Simić impone ritmi belli frizzanti e veloci, con un sapiente uso della doppia cassa che rivela le buone doti tecniche della musicista serba (del resto è la più esperta del trio, avendo da poco superato i 30 anni). Molto giovane è invece la nuova ed affascinante bassista Anja Mirković (18 anni appena compiuti!) e forse sarebbe stato più opportuno un maggiore protagonismo, dato che la bionda musicista sembra si limiti solo al suo compitino da accompagnamento e qui forse anche la produzione avrebbe potuto esaltare meglio lo strumento. Ma veniamo all’album, intitolato “Prove them wrong”, uscito in questi giorni di fine gennaio per la spagnola Fighter Records, dotato di artwork non proprio affascinante e composto da nove tracce per una durata totale di quasi 3/4 d’ora. Se questo album fosse suonato da una band californiana staremmo qui a dire che il Thrash della Bay Area è immortale ed altre belle parole al riguardo, invece è stato realizzato da tre giovani serbe che evidentemente sono cresciute a pane e Testament, ma hanno l’abilità di ispirarsi ai grandi nomi della Bay Area senza però scopiazzare o imitare apertamente; la loro, nei ristretti limiti di questo stile, è una musica finanche personale (chi si ricorda di bands di ottimo livello nella Bay Area con voce femminile? Personalmente non ne ricordo nessuna), sicuramente non innovativa, ma comunque indubbiamente ben fatta. L’album, infatti, è estremamente convincente e pieno zeppo di canzoni di qualità, senza lasciare spazio alcuno a fillers di sorta o momenti di calo qualitativo; potrei citare l’accoppiata iniziale “No time for prayer” – “Prove them wrong”, così come anche la moderata (ma fino ad un certo punto) “I saw it all clear”, oppure la tellurica “Never say die” (nulla a che vedere con l’omonimo pezzo dei Black Sabbath), ma semplicemente perché sono quelle che mi sono venute in mente adesso scrivendo questa recensione, perché comunque tutti gli ascolti dati a questo disco sono stati ampiamente gradevole e la voglia di pigiare nuovamente il tasto “play” era sempre ben presente. Migliorabile, infine, la produzione che, oltre a non esaltare particolarmente il basso, sembra vada a mozzare la fine della già citata “Never say die” che termina improvvisamente (si spera in un difetto dei files avuti a disposizione per la recensione!). Inutile dilungarsi ulteriormente, mi sembra ormai chiaro che questo “Prove them wrong” costituisce l’ennesima ottima prova delle serbe Jenner, sicuramente una delle migliori Thrash Metal bands in circolazione e non solo a livello europeo.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
1991 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 200 »
Powered by JReviews

releases

Elettra Storm, un debutto con i controfiocchi!
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un buonissimo terzo album maturo per gli In Autumn
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Leah ed il Celtic Fantasy Metal
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
A tre anni dal debutto assoluto, arriva il primo album dei Damnation
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Stellar Remains: un grandioso debut EP sulla scia di Blood Incantation & Co.
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Acrid Death: dalla Germania una band per i fans della vecchia scuola svedese
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Ember Belladonna, un debutto fin troppo poco Metal
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Metal melodico: debutto per gli Attractive Chaos
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gengis Khan: epica cavalcata
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gli Asidie presentano un album introspettivo e profondamente umano in chiave Doom
Valutazione Autore
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
"The Serpent's Cycle" degli Hyperia : aggressività, potenza e melodia
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
No One Alive, un gruppo da tenere d'occhio!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Consigli Per Gli Acquisti

  1. TOOL
  2. Dalle Recensioni
  3. Cuffie
  4. Libri
  5. Amazon Music Unlimited

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla