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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 25 Luglio, 2021
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Ci sono gruppi, cosiddetti “di secondo piano”, che da sempre garantiscono un apporto al mondo metal di notevole qualità con la loro musica; fra questi vanno sicuramente annoverati i tedeschi Rebellion. Fondati 20 anni fa esatti dall’ex-bassista dei Grave Digger Thomas Göttlich assieme al singer Michael Seifert, nel corso del tempo hanno realizzato ben nove concept albums, fra i quali questo “We are the people” è l’ultimo, uscito in questi giorni come consuetudine su Massacre Records (etichetta con cui collaborano da ormai 18 anni). Ancora una volta i loro testi si ispirano alla storia europea; questa volta abbracciano un arco temporale che va dalla Rivoluzione Francese (con l’eccellente brano “Liberté, égalité, fraternité”) fino alla Seconda Guerra Mondiale (appunto “World war II”), in questo periodo si narrano storie di varie nazioni (fra cui la nostra Italia con l’ottima “Risorgimento” in cui ci sono anche parti di testo nella nostra lingua) evidenziando che i nazionalismi ed il razzismo hanno portato solo spargimenti di sangue; la speranza, racchiusa nella title-track, traccia conclusiva del disco, è che un Europa unita possa finalmente far scomparire questi problemi (pia illusione, a parere di chi scrive!). Come sempre, le musiche dei Rebellion sono strettamente connesse ai testi del concept ed anche questa volta abbiamo un power metal bello tosto e robusto, tipo di musica che per essere apprezzato a dovere necessita di essere sparato a volume bello alto per poter assaporare a dovere il groove delle chitarre, la pesantezza del basso e della batteria, nonché il vocione roco e cavernoso di Seifert che è semplicemente perfetto per questo genere di power metal! A seconda delle necessità, poi, ci sono anche piccole contaminazioni; molto azzeccate, ad esempio, il riffing da black metal delle chitarre in “Gods of war”, probabilmente il pezzo più duro della tracklist, stile che ritroviamo anche ogni tanto qua e là per il full-length. Il disco dura poco più di 54 minuti per dodici tracce, è registrato in maniera perfetta da Uwe Lulis (che ha anche suonato le chitarre in “World war II”) nei Black Solaris Studios, ha un piacevole artwork realizzato da Björn Gooßes e viene commercializzato anche in una limited edition in vinile. Con questo “We are the people” i Rebellion si confermano una band su cui ogni appassionato del power metal di scuola teutonica può contare ad occhi chiusi; un disco insomma davvero piacevole!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Luglio, 2021
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Il prog/thrash è stato uno dei generi metal più particolari nel corso degli anni; mentre il prog/power o il prog/death hanno avuto tantissimi gruppi da annoverare tra le loro fila, nel campo del prog/thrash sono poche le realtà che hanno avuto successo (citerei, a memoria, rischiando di scordarne qualcuna, i Mekong Delta, gli Anacrusis di Kenn Nardi ed i compianti Despair del mitico Waldemar Sorychta) e spesso anzi sono rimaste confinate nell’underground e costrette all’autoproduzione. E’ questo, ad esempio, il caso degli australiani Innasanatorium, gruppo fondato nel 2018 che arriva quest’anno ad autoprodursi il proprio debut album intitolato “Odissey of the mind”, composto da dodici tracce (tra cui intro ed outro) per poco più di 50 minuti di ottimo prog/thrash, con qualche richiamo al buon vecchio technical e qualche tocco di groove e thrashcore che, tutto sommato, non dispiacciono nemmeno più di tanto. Naturalmente per suonare questo tipo di thrash ci vuole una padronanza tecnica non indifferente, oltretutto anche nel songwriting bisogna saperci fare (ogni tanto qualche pausa piazzata qua e là riesce ad avere ottimi effetti!), perché la diversificazione dell’approccio e della proposta musicale è fondamentale; certo qualche volta si lasciano forse prendere un po’ troppo a lungo, rischiando di sembrare prolissi e qualche sforbiciata qua e là avrebbe anche giovato, rendendo più efficaci i componimenti. Il singer Adam McDonald, pur alternando sapientemente clean ed harsh vocals, si lascia andare un po’ troppo alla sua parte più aggressiva ed estrema (ogni tanto, insomma, esagera con il growling!), finendo per mostrare uno stile sicuramente migliorabile. Ma per il resto a questa band non manca nulla per farsi notare in positivo, sia a livello strumentale, che in quanto ad approccio e gusto nelle composizioni. Ciò nonostante non sono riusciti a trovare un contratto con una label (ma quanta miopia ed incapacità c’è in giro nelle labels?!?) e questo ottimo “Odissey of the mind” è destinato ad essere ricordato come una delle migliori autoproduzioni del 2021; segnatevi il nome degli Innasanatorium, perché hanno tutte le carte in regola per un brillante futuro ed ampi margini di ulteriore miglioramento!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 24 Luglio, 2021
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A volte sinceramente non riesco proprio a capire le dinamiche del music business; non me ne vogliano i tedeschi Space Chaser, onesta thrash metal bands attiva da un decennio, ma non riesco a capire come un gruppo del genere abbia alle spalle niente meno che una label storica come la Metal Blade Records, mentre bands decisamente migliori sotto ogni punto di vista fatichino nell’underground, costrette all’autoproduzione! Perdonatemi, ma proprio non riesco a mandarle giù certe ingiustizie. Mettiamo da parte la vena polemica e veniamo alla recensione vera e propria. “Give us life”, dotato di piacevole artwork, è il terzo album della carriera del gruppo berlinese, è composto da dieci tracce per una durata totale di poco inferiore ai 40 minuti. Songwriting conciso quindi, efficace e mai prolisso e questo è sicuramente un punto a favore che consente di apprezzare il lavoro del quintetto. Il thrash suonato è di quelli iper-veloci (ottimo il lavoro alla batteria di Matthias Scheuerer), affilato come un rasoio e che lascia poco spazio alla melodia (giusto qualcosa durante le parti soliste di chitarra); c’è poi lo screaming isterico di Siegfried Rudzynski che urla tutta la sua rabbia senza soluzioni di continuità, dal primo all’ultimo istante. I problemi iniziano ad appalesarsi quando si va sul territorio minato dell’originalità: quante bands hanno suonato a questa maniera negli ultimi 35 anni? Una marea. C’è poi un altro piccolo problemino: i brani si assomigliano sostanzialmente tutti tra loro, hanno tutti lo stesso trend e non ci sono particolari variazioni dalla prima all’ultima traccia; manca poi evidentemente una hit che possa distinguersi dalle altre e valere da sola l’acquisto del cd. Può quindi piacere questo album? Se siete fans sfegatati del thrash più duro e semplice (per capirci, quello che maggiormente si ispira al punk e non si lascia contagiare da cervellotici tecnicismi ed altre amenità) o magari avete iniziato da poco tempo ad ascoltare queste sonorità, non vi è dubbio che “Give us life” andrà incontro al vostro apprezzamento, soprattutto se siete fans degli Space Chaser; se, invece, ascoltate questo genere di musica sin dai suoi albori molto probabilmente resterete, come è successo al sottoscritto, abbastanza indifferenti. C’è di peggio in giro? Indubbiamente c’è molto di peggio; ma se cominciate a pensare a gruppi cosiddetti “di secondo piano” (insomma, non i classici nomi dei big), come Flotsam and Jetsam, Artillery, Onslaught ecc… beh questi Space Chaser ne escono abbondantemente ridimensionati verso il basso. Dispiace, ma non si va oltre una risicata sufficienza, nonostante una produzione a dir poco perfetta.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 20 Luglio, 2021
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A due anni di distanza dall’acerbo debut album “In the land of Vandor”, tornano a farsi sentire gli svedesi Vandor con un nuovo album, intitolato “On a moonlit night”, dotato di artwork molto affascinante, composto da nove tracce (di cui una bonus track in chiusura) per circa 55 minuti di ottimo power metal di scuola scandinava, con qualche lontano richiamo al symphonic. In realtà, pare esista anche un’altra edizione in cui le bonus tracks sono ben cinque, invece che una solamente, ma non abbiamo purtroppo informazioni certe al riguardo. Torniamo all’album, che è stato registrato negli USA in maniera non proprio perfetta (la produzione insomma è migliorabile), che però permette di assaporare il grandissimo lavoro di Alve Bjerde al basso, vero e proprio strumento protagonista alla pari, se non anche meglio delle due chitarre. Di novità rispetto al passato ce ne sono diverse; intanto la formazione è un quartetto e non più un quintetto, dato che è andato via (e non rimpiazzato) il tastierista; inoltre a cantare è rimasto il solo Vide Bjerde, mentre a Jack L. Stroem sono toccate solo le backing vocals; come avevo avuto modo di evidenziare nella recensione del debut album, la voce di Bjerde non è eccezionale, ma questa volta appare quanto meno accettabile (certo, se la band avesse un cantante più dotato, sarebbe molto meglio!). Il disco è licenziato dalla nostra Scarlet Records, con cui la band ha siglato un contratto. Il sound, pur rimanendo ancorato ai classici dettami del power nord-europeo e non presentando particolare originalità, è indubbiamente più accattivante e convincente; rimane da migliorare il songwriting, dato che molte canzoni hanno durate elevate ed, in alcuni casi, necessiterebbero di qualche sforbiciata qua e là per renderle più efficaci. Emblematica in tal senso, la lunghissima “The sword to end all wars” che dura quasi 18 minuti e poteva avere il medesimo fascino (se non anche di più) con 6-7 minuti in meno. Ciò nonostante, “On a moonlit night” è un gran bel disco, un lavoro che conquisterà i favori dei fans del power scandinavo, ma anche di coloro che apprezzano la sua variante più sinfonica. I Vandor hanno compiuto notevoli passi in avanti rispetto all’esordio e sono pronto a scommettere su di loro per il futuro; se sapranno concepire un songwriting più efficace e magari con un cantante ed una produzione migliore, potrebbero avere tutte le potenzialità per realizzare un disco memorabile; intanto date loro una chance, perché già questo album supera abbondantemente la prova.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 20 Luglio, 2021
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Avevo conosciuto i bulgari Rampart nel 2016, all’epoca del loro precedente disco “Codex metalum”; li ritrovo adesso con il loro quinto album, intitolato “WWII: Memories for the future”. Diverse le novità, in primis hanno cambiato label passando alla greca Sleaszy Rider Records, sono poi cambiate diverse cose nella line-up che, rispetto al precedente lavoro, attorno alla leader e fondatrice Maria Diese, vede la conferma del solo chitarrista Yavor Despotov, il passaggio al basso di Victor Georgiev che viene sostituito come seconda chitarra dalla new-entry Liubomir Boev ed, infine, l’ingresso del nuovo batterista Stefan Mijalkovich. La proposta musicale, invece, è rimasta tutto sommato invariata: un buon vecchio heavy metal, bello grintoso ed arrabbiato. Invariata anche la prestazione canora della leader Maria Diese che, purtroppo, continua a non convincermi, soprattutto quando cerca di essere più melodica e meno aggressiva; si tratta, però, di gusti personali e sono pronto a scommettere che ci sarà chi amerà il modo di cantare della vocalist. Lungo gli oltre 48 minuti (divisi in 11 tracce) di questo disco troverete quindi diverse parti soliste di chitarra, ritmi sempre belli frizzanti imposti dalla batteria ed un basso che pulsa forse troppo in sottofondo. Ecco, probabilmente la produzione poteva essere migliorata, dato che risulta un po’ troppo old-style; viene però il dubbio che questa ricerca del sound più vintage sia stata effettuata volutamente, particolare su cui non mi troverei proprio favorevole, visto che nel 2021 le moderne tecnologie ci permettono di migliorare la resa sonora e renderla anche più godibile. Non ci sono particolari hits che ti facciano saltare dalla sedia, ma il disco si presenta compatto e comunque piacevole da ascoltare, a patto di apprezzare il particolare stile canoro della cantante. C’è di meglio in giro? La risposta è sicuramente affermativa. Se, però, amate il buon vecchio heavy metal questo “WWII: Memories for the future” dei bulgari Rampart potrà anche andare incontro ai vostri favori, ben consci che comunque avete davanti un disco che non passerà alla storia della musica metal e che certamente merita la sufficienza. Da segnalare in conclusione che è prevista la presenza di un dvd bonus, con alcuni pezzi live, interviste e video vari.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 20 Luglio, 2021
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Arrivano dal Brasile i Lasting Maze, gruppo fondato nel 2014 ma con all’attivo solamente due EP, di cui questo “Thunder” è l’ultimo, autoprodotto a fine aprile di quest’anno, composto da cinque pezzi per poco più di 26 minuti di durata. Un piacevole, quanto alquanto canonico, artwork ci introduce a questo lavoro che è basato su un melodic metal con voce femminile, alquanto al passo con i tempi, anche se di fatto senza particolare infamia o lode. I pezzi si lasciano ascoltare senza problemi, anche abbastanza piacevolmente (se si gradisce il particolare genere musicale), ma alla fine rimane un senso di incompiuto, forse dovuto al fatto che manca sostanzialmente una hit in grado di sollevare le sorti del lavoro. Tutto infatti si muove sulla sufficienza, la voce della cantante Grazy Mesquita non è male ma personalmente non mi ha fatto impazzire (difetta un po’ di grinta ed usa troppi effetti, anche se fortunatamente non cade mai nel lirico!), chitarre e tastiere (queste ultime se ne ignora l’autore) si dividono le parti da protagonista, mentre basso e batteria fanno il “lavoro sporco” di accompagnamento in maniera egregia, il batterista Mick Souza ed il bassista Isaac Barros mi hanno infatti colpito in senso positivo e potrebbero dare molto di più al sound della band, se adeguatamente valorizzati. Come detto, i pezzi si lasciano ascoltare gradevolmente; la mia preferita è la ritmata “Kosmos”, traccia da cui la band deve partire per cercare di migliorarsi per avere qualche chance di uscire dall’underground. “Thunder”, infatti, sa un po’ troppo di “già sentito” e non è un disco in grado di far compiere ai Lasting Maze il salto di qualità, attestandosi solo su una sufficienza comunque meritata. C’è sicuramente di meglio in giro, ma pare che questi brasiliani abbiano le qualità per migliorarsi e progredire in futuro. Noi li aspettiamo alla prossima prova, dando loro fiducia!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 20 Luglio, 2021
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Detta sinceramente da una band che si chiama Rubicon, mi sarei aspettato testi su Giulio Cesare o, in genere, sulla storia di Roma, dalla Repubblica all’Impero; invece il gruppo russo si disinteressa di cosa è il fiume Rubicone per la storia e tratta di tutt’altro, con testi per lo più fantasy. Ma cosa suonano i Rubicon? Il gruppo russo ha un sound molto piacevole, permeato del buon vecchio heavy metal adeguatamente rimodernato ed al passo con i tempi, grazie anche ad una produzione cristallina che non lascia spazio all’old-style evitando di percorrere le pericolose vie scelte da quei gruppi che registrano volutamente in maniera vintage. Con una registrazione al passo con i tempi, tutti gli strumenti hanno il loro spazio, anche se è la chitarra di Bob Saliba ad avere la parte da protagonista, con riff massicci e parti soliste di gusto. C’è poi a contribuire al buon esito della prova, la voce di Ivan "Ian" Bulankov, bella grintosa ed arrabbiata, ma mai monotona ed anzi parecchio versatile, acuta e potente. Insomma in questa oretta scarsa, chi ama il buon vecchio heavy metal avrà pane per i suoi denti, dato che “Demonstar” (questo il titolo del secondo album della carriera dei Rubicon) è davvero un disco ben fatto e che non presenta particolari punti deboli. A voler essere pignoli, il gruppo russo tende ad essere un po’ troppo ripetitivo con i cori, segno che il songwriting è ancora migliorabile, ma si tratta davvero di particolari di minima importanza che non influiscono particolarmente sulla riuscita del lavoro. Pur se non si parla di Roma e di Giulio Cesare (uomo che anche oggi potrebbe essere un politico di rilevanza mondiale!), i Rubicon in questo “Demonstar” dimostrano di essere un gruppo di tutto rispetto, in grado di conquistare il favore dei metalheads sparsi in giro per il mondo!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 11 Luglio, 2021
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Sono passati pochi mesi dall’uscita di “Chapter II” ed i fratelli Goodman con i loro Lost Symphony tornano a farsi sentire, continuando a seguire pedissequamente i Kaledon nei titoli, dato che questo nuovo disco si chiama, tanto per cambiare, “Chapter III”. Ed ancora una volta, tanto per cambiare, ci viene presentato un disco interamente strumentale con numerosi ospiti, anche di livello internazionale (Marty Friedman, David Ellefson, Alex Skolnick, Jeff Loomis, Nuno Bettencourt sono nomi di tutto rispetto!). Come sempre, l’ascolto di un disco interamente strumentale di metal sinfonico non è così immediato e semplice, bisogna quindi essere della giusta predisposizione mentale ed apprezzare questo genere di musica per non annoiarsi. Già, perché il problema principale di questo disco è proprio questo: dopo un po’ tende ad annoiare, soprattutto a causa di evidenti problemi nel songwriting. Tutte le canzoni, infatti, sembrano più che altro meri esercizi di tecnica strumentale ed hanno ben poco della struttura canzone; sembra quasi una gara a chi spara l’assolo più figo o più veloce e questo finisce inevitabilmente per far perdere il filo del brano e la pazienza nell’ascoltare tale ostentazione. Aggiungete durate infinite ed estrema prolissità e ridondanza per buona parte dei pezzi (il disco, diviso in sei tracce, dura oltre 3/4 d’ora) e capirete perché il giudizio finale non riesce ad essere positivo. E’ indubbio che ci troviamo davanti a gente che padroneggia i vari strumenti in maniera impeccabile, grazie ad una tecnica sopraffina e fuori dal comune, ma questo non basta, la musica deve comunicare, fare provare sensazioni positive e qui, purtroppo, a parte l’evidente passione, di positivo c’è ben poco. L’opener “Denial of anger” ricorda vagamente “Wuthering heights” (famoso pezzo coverizzato spesso nel mondo metal); “Decomposing composers”, come dice il titolo stesso, si rifà ai compositori classici (come in tanti altri hanno già fatto in passato) e mette in evidenza la bravura di Siobhán Cronin con i suoi strumenti, ma dura quasi 11 minuti e sinceramente avrebbe avuto un effetto migliore se fosse durata la metà. Per il resto, come detto, ostentazione di tecnica a profusione e poco altro che risulti interessante e coinvolgente. “Chapter III” dei Lost Symphony (tra l’altro dotato del consueto artwork non eccezionale) è riservato ad una ristrettissima nicchia di pubblico; personalmente non ho trovato nulla di avvincente ed ho sfiorato la noia molto spesso, come credo accadrebbe alla maggior parte dei metalheads appassionati di symphonic metal. E se i fratelli Goodman non cambieranno radicalmente il loro modo di comporre musica, temo che “Chapter IV” (sono pronto a scommettere che si chiamerà così il prossimo album!) raccoglierà ancora meno consensi di questo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 10 Luglio, 2021
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Era da tempo che attendevo questo disco e finalmente mi è arrivato! “Marius Danielsen’s Legend of Valley Doom – Part 3” era annunciato come uno dei migliori dischi in campo power metal del 2021 ed effettivamente non si è smentito. A partire dalla meravigliosa copertina del grande Dusan Markovic (numerosissime le metal bands con cui ha sempre proficuamente collaborato), passando per il lunghissimo elenco di cantanti e di musicisti ospiti, le premesse erano strepitose. Sono bastate le prime note dell’opener “Seven ancient artifacts” (dopo il lungo discorso iniziale) a catturare la mia attenzione che è rimasta sempre “sul pezzo” fino alla fine del disco, dopo oltre 76 minuti di power metal di categoria superiore. Molto spesso nelle mie recensioni ho avuto da ridire sulla lunghezza di alcuni brani e sulla loro prolissità, in questo caso invece ho avuto conferma che, quando c’è la qualità, i pezzi possono anche avere durate “importanti” ma non corrono mai il rischio di annoiare (tranne forse la lenta “Deep in the mountain” che pecca un po’ nell’essere troppo ripetitiva e monotona nella sua prima metà e nella conclusione). Il musicista norvegese ha avuto la capacità di amalgamare efficacemente le numerosissime voci ospiti, come in una sorta di opera lirica, pur rimanendo sempre nell’alveo del power metal di scuola nord-europea. Naturalmente, essendo Marius un chitarrista, è proprio la chitarra lo strumento principale e le tantissime parti soliste suonate da vari ospiti sono lì a testimoniarlo. Ma la cosa che convince maggiormente in questo disco sono le atmosfere che Danielsen riesce a rendere tangibili con i suoi componimenti; sembra davvero di trovarsi ad assistere ad un poema epico fantasy con i vari personaggi che si alternano sul palco recitando la loro parte. La musica, in questo caso, non fa da contorno, ma è protagonista splendidamente alla pari dei cantanti ed è musica estremamente godibile dall’inizio alla fine. Teatrali, maestosi, magniloquenti, questi sono i Marius Danielsen’s Legend of Valley Doom e questa terza parte della saga è probabilmente la migliore fin qui realizzata. Chapeau!

P.S. Tra i tanti cantanti ospiti, citiamo i nostri connazionali Alessandro Conti, Marco Pastorino ed Alessio Garavello.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Luglio, 2021
Ultimo aggiornamento: 03 Luglio, 2021
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I Bólido arrivano da Santiago del Cile e sono attivi da un decennio, durante il quale hanno realizzato tre full-lengths, l’ultimo dei quali è questo “Against the world”, uscito a metà giugno per l’etichetta spagnola Fighter Records. L’album è composto da nove tracce, per una durata totale di poco inferiore ad un’ora, dotato di una copertina non proprio accattivante ed abbastanza politicizzata. Lo stile della band è un heavy metal molto canonico, con qualche digressione hard rockeggiante e qualche contaminazione speed metal che va a costituire il momento più interessante del disco. Già, perché fatta eccezione per la canzone intitolata “Turbo” che giova di un buon impatto molto speed metal, il resto del disco sinceramente non si fa notare per brillantezza, originalità e capacità di conquistare l’ascoltatore; quando poi si arriva alla traccia finale “White hell”, della bellezza di oltre 21 minuti, vengono stroncate tutte le velleità e la pazienza dell’ascoltatore va a farsi benedire definitivamente! Non ho nulla contro le canzoni eccessivamente lunghe, ma devono avere la capacità di tenere incollato l’ascoltatore presentandosi interessanti ed avvincenti; non è così per questa traccia che purtroppo è spesso scollegata al suo interno e rischia di annoiare dopo pochi istanti! Addirittura attorno al quarto d’ora sembra finalmente giungere alla sua conclusione, ma invece viene allungata ulteriormente quasi a voler infierire. Non contribuisce a rendere interessante il disco una registrazione alquanto deficitaria (specie sulla batteria) e la voce del singer Johnny Triviño che risulta alquanto monocorde e poco espressiva, tanto che probabilmente farebbe bene a concentrarsi sulla sua chitarra, lasciando il microfono a qualcuno con cui la natura è stata più generosa in fatto di ugola. Dispiace non promuovere un lavoro, dietro il quale ci sono sempre passione e sudore (verso le quali si deve sempre avere rispetto!), ma proprio non sono riuscito a trovare nulla di interessante in questo “Against the world”, se non la sola canzone già citata, “Turbo”, troppo poco per andare avanti. I Bólido hanno bisogno di migliorare parecchio, per poter sperare di uscire dall’underground e farsi notare in positivo; per il momento questo è un disco riservato solo ai fans della band.

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