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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Ottobre, 2022
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Tornano a farsi sentire i thrashers bulgari Mosh-Pit Justice con il loro sesto album, intitolato “Crush the demons inside”, con il consueto gorilla in copertina (come al solito per questa band, un artwork non proprio esaltante). Avevo scoperto questo trio all’epoca del loro terzo album “Stop believing lies”, rimanendo colpito dalla qualità del loro Thrash, all’epoca ispirato alla Bay Area californiana; oggi ritrovo la band che ha anche qualche accenno alla scena newyorkese, con qualche inserto mosheggiante (che si sposa perfettamente con il nome della band!) e continui richiami del singer Georgy Peichev a mostri sacri come Bobby “Blitz” Ellsworth e Russ Anderson (10 minuti di vergogna per chi non conosce questi pezzi di storia del thrash mondiale!). Il suo stile, infatti, è un continuo urlare la propria rabbia dentro il microfono, senza concedere nulla alla melodia e senza mai riposare le violentate corde vocali; i testi, del resto, mi sembrano come in passato con chiari riferimenti anti-politici, il che logicamente porta ad urlare collera in continuazione. Il disco è composto da otto tracce, per un totale di 42 minuti di durata, in cui i nostri bulgari ci regalano un Thrash compatto, con la chitarra di Staffa in ottima evidenza a macinare muri di riff ed assoli taglienti come lame. L’album è compatto e, bene o male, le canzoni si assomigliano un po’ tutte, essendo accomunate dallo stesso assalto sonoro all’arma bianca e dalla stessa energia e furia dall’inizio alla fine, senza eccezioni di sorta. Se quindi vi piace il Thrash bello arrabbiato ed aggressivo, sicuramente questo “Crush the demons inside” farà al caso vostro; in caso contrario, se preferite diversificare i vostri ascolti o cercate qualche traccia di melodia, i Mosh-Pit Justice non sono la band più indicata per voi.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Ottobre, 2022
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Tra i mostri sacri dello Speed Metal, indubbiamente bisogna annoverare i britannici Raven; il gruppo dei fratelli Gallagher è ormai sulle scene da quasi 50 anni, essendosi formati nel lontano 1974 e, sin dai tempi del debut album (lo storico “Rock until you drop” del 1981), hanno realizzato un gran numero di lavori, tra album da studio, live, EP e compilation varie. Questa “Leave ‘em bleeding” è proprio una nuova compilation realizzata dai Raven, dotata di artwork molto old style e sinceramente poco affascinante (una chitarra elettrica in primo piano), composta da dodici tracce per una durata totale di poco superiore ai 3/4 d’ora. La maggior parte dei brani sono estratti dai dischi da studio più recenti della band, ecco quindi che quattro tracce arrivano dall’ultimo “Metal city” del 2020 (le prime tre della tracklist e “Rock this town”, presente solo nell’edizione giapponese), altrettante da “ExtermiNation” del 2015 (la quarta, la quinta, la nona e la decima, con queste ultime due che erano bonus track rispettivamente dell’edizione in digipack e di quella giapponese), mentre due da “Walk through fire” del 2010 (settima, presente solo sull’edizione russa, ed ottava traccia); ci sono poi un paio di brani che risalgono agli anni ’80 come “Crash bang wallop” (che faceva parte dello storico secondo album “Wiped out” del 1982) e “Stay hard” (title-track del quarto album, uscito nel 1985) che sono stati registrati live; quest’ultimo, in particolare, fu registrato al The Vanguard in Tulsa (Oklahoma – USA) nel 2017, grazie ad un impiegato del club che consegnò poi la registrazione alla band su una chiavetta. Se siete fans dei Raven ed avete i loro ultimi dischi da studio, l’acquisto di questa compilation potrebbe anche non avere molto senso, dato che sostanzialmente non propone nulla di trascendentale (giusto qualche rarità); se, invece, non conoscete questo pezzo di storia dell’Heavy Metal (grave mancanza!), potete fare un pensierino a “Leave ‘em bleeding” che mette in mostra come i Raven, anche a quasi mezzo secolo dalla loro formazione, siano ancora in grado di comporre e suonare ottima musica!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 01 Ottobre, 2022
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Ad un anno esatto dall’ultimo album “Resurrection day”, tornano i Rage con un nuovo lavoro, un EP di sei pezzi per 25 minuti circa di durata totale, dal titolo “Spreading the plague”. Di nuovo ci sono solo i primi tre brani, perché nella seconda metà troviamo il rifacimento di canzoni già note: “A new land” l’avevamo già ascoltata sull’ultimo album, ma qui viene proposta in una piacevole versione acustica; “The price of war” risale al mitico “Black in mind”, ma qui viene riproposta quasi identica con la nuova formazione; fu realizzata come singolo nel 2020 per presentare i due nuovi chitarristi Stefan Weber e Jean Borman. Chiude la versione live (registrata a luglio 2020) di “Straight to hell”, canzone risalente a “Welcome to the other side”, album in cui nei Rage suonavano tali Victor Smolski e Mike Terrana. I tre pezzi nuovi sono l’opener “To live and to die”, per la quale è stato realizzato un singolo e che rappresenta il classico pezzo Power made in Rage, roccioso e con un coro orecchiabile. Leggermente più moderata la title-track “Spreading the plague”, comunque decisamente godibile ed orecchiabile. L’ultimo dei pezzi nuovi è “The King has lost his crown”, altro brano che ha impresso il trademark dei Rage, con il loro Power bello tosto, ma sempre attento alle melodie ed alla fruibilità. Ormai Peavy & C. sono sulla scena da qualche decennio e, tolta la parentesi sinfonica iniziata circa 25 anni fa, si sono sempre distinti per essere una specie di icona del Power Metal tedesco, una garanzia di qualità assoluta ed anche questa volta non si sono smentiti. I fans dei Rage sanno bene che anche questo “Spreading the plague” è da prendere a scatola chiusa, ben consci che i loro beniamini non tradiscono mai!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 01 Ottobre, 2022
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A poco più di un mese dall’uscita dell’EP "Schwarz-Weiß Wie Schnee", tornano i tedeschi Tankard con un nuovo full-length, il diciottesimo della loro lunga carriera, intitolato “Pavlov’s Dawgs”. Seguo Gerre & C. sin dai tempi di “Zombie attack” e “Chemical invasion” ed il loro approccio, anche a quarant'anni di distanza dai loro primi passi nel mondo del Metal, è sostanzialmente invariato. Il Thrash di casa Tankard è pressoché il medesimo da sempre: allegro, furioso, roccioso, con un atteggiamento mai serio (o quasi), ma sempre votato a far baccano tutti assieme, magari inondati da fiumi di birra e con in tv una partita dell’Eintracht Francoforte. Come sempre poi i testi del gruppo sono irresistibili, canzoni come “Beerbarians”, “Ex-fluencer”, “Metal cash machine”, “Lockdown forever” sono tutto un programma già dal titolo e non è possibile resistere dal farci una sana risata. La musica, come detto, è il classico Thrash dei Tankard, una sorta di trademark inossidabile che, nel corso degli anni, ha resistito alle mode ed alle nuove tendenze, per arrivare fino a noi dritto dritto dagli anni ’80. Naturalmente la produzione è sempre al passo coi tempi e gli strumenti si distinguono e si possono apprezzare pienamente nelle loro varie performance, evitando l’errore che in molti fanno di voler registrare come si faceva tempo addietro. La coesione che poi viene fuori da decenni di avventure condivise assieme (tenete presente che l’ultimo entrato in gruppo è il chitarrista Andy Gutjahr, quasi 25 anni fa!) non può che far bene alla musica e canzoni come “Dark self intruder” (fantastica!), la title-track “Pavlov’s dawg”, ma anche “Diary of a nihilist” o “Memento”, sono manna dal cielo per ogni thrasher che si rispetti! Se, come il sottoscritto, siete fans della band teutonica, anche questo album, composto da dieci pezzi per circa 55 minuti di durata totale, non vi deluderà in quanto i Tankard sono sostanzialmente da acquistare a scatola chiusa, ben sapendo a cosa si andrà incontro. Lunga vita a questa band e scusate se mi è venuta voglia di bere una birra e chiudo qui la recensione. Tanto sapete già cosa fare….

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Settembre, 2022
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Gli Evermore sono una band svedese che nell’aprile 2021 ha autoprodotto il proprio debut album, intitolato “Court of the Tyrant King”, contenente anche le tre tracce dell’EP uscito nel settembre 2020 (“Northern cross”, “Call of the wild” e “By death reborn”). Il successo di questo disco è stato notevole, così che la sempre attenta Scarlet Records si è accorta di loro ed ha ristampato il CD proprio in questi giorni. Si tratta di un classico Power Metal di matrice scandinava, ispirato alle opere di gruppi storici come Stratovarius, Dreamtale, primi Nocturnal Rites ecc.; un qualcosa quindi di estremamente orecchiabile, seppur non proprio originale (discorso trito e ritrito in questo tipo di musica). Se, quindi, siete fans di questo genere di Power Metal, sicuramente conviene proseguire nella lettura della recensione perché qui avete materiale per voi; se, invece, non amate quel tipo di sonorità e cercate innovazione ed originalità, potete pure lasciar perdere, perché sicuramente gli Evermore non fanno per voi! Venendo alla produzione, bisogna dire che potrebbe essere migliorabile, anche se effettivamente non si può pretendere molto da quella che in fondo è un’autoproduzione; probabilmente la Scarlet Records avrebbe fatto meglio a far ri-registrare il disco, almeno a questa maniera si sarebbe evitata la differenza tra il materiale più vecchio (quello dell’EP) e quello più nuovo e magari anche la batteria avrebbe avuto miglior sorte (obiettivamente un po’ penalizzata per un suono troppo “plasticoso” e poco corposo). L’album ha una durata molto breve (nemmeno 40 minuti) ed è composto da sette tracce, cui si aggiunge la solita inutilissima intro; ha un piacevole artwork realizzato dall’artista Christoph Peters che costituisce un buon “biglietto da visita”. L’ascolto è sempre gradevole, grazie anche ad una notevole orecchiabilità e ad una certa attenzione per le melodie e per il songwriting. Le canzoni che maggiormente mi hanno colpito sono l’opener “Call of the wild” (la più breve e la più ritmata), la seguente “Rising tide”, molto orecchiabile soprattutto per le parti soliste di chitarra, nonché l’ottima “The last command”, classica cavalcata Power. Tirando le somme, gli Evermore, con questo “Court of the Tyrant King”, non s’inventano nulla di nuovo, ma realizzano sicuramente un gran bel disco (tra i migliori usciti nel 2021 in campo Power Metal!), decisamente piacevole da ascoltare ed in grado di incontrare i favori dei fans del genere.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 25 Settembre, 2022
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Non ho alcun problema ad ammettere di essere abbastanza ignorante su tante bands, anche perché ritengo impossibile conoscere tutti i gruppi Metal che esistono al mondo. E devo ammettere che non avevo mai sentito parlare degli inglesi Dark Forest, gruppo attivo addirittura da vent'anni esatti, con alle spalle cinque full-length e quattro EP. Oggi parleremo proprio del loro quarto EP, uscito per la romana Cruz del Sur Music in questi giorni; il disco è intitolato “Ridge & furrow”, composto da cinque pezzi per la durata totale di circa 25 minuti ed ha un artwork che fa pensare a qualcosa degli anni ’60, dell’epoca dei figli dei fiori per capirci (peace & love, insomma). Di fatto però, lo stile dei Dark Forest non ha niente a che vedere con quegli anni indimenticabili, ma è un Heavy dalle forte tinte Folk Metal che ricorda tantissimo lo stile dei nostri Elvenking. Non avevo mai trovato un gruppo che potesse essere paragonabile a Damnagoras & C., ma questa volta credo proprio di averlo tra le mani; i cinque pezzi ascoltati in questo EP, infatti, non possono non far venire in mente capolavori del combo friulano come “The winter wake”, “The scythe” e “The Pagan manifesto”, mancano solo gli strumenti più tipici del Folk spesso usati abilmente dagli Elvenking, come flauto e violino, ma le linee melodiche e le ritmiche sono davvero molto simili. Perfino la voce del buon Josh Winnard potrebbe ricordare vagamente quella del mitico Damnagoras, quanto meno a livello stilistico. Strumenti protagonisti sono le due chitarre del leader e fondatore Christian Horton e di Patrick Jenkins, che regalano parti soliste davvero molto belle e gradevoli, ben sostenute dal basso (non si sa chi se ne sia occupato) e da una batteria sempre brillante, grazie all’ottimo lavoro di Adam Sidaway. Non conosco la produzione precedente dei Dark Forest (ma conto di colmarne presto la lacuna!), ma sia chiaro che non siamo su livelli da plagio o copia/incolla, qui si tratta solo di parallelismi con un altro gruppo a cui la band è inglese è accomunata dall’elevata qualità ed anche originalità della musica proposta. Questo “Ridge & furrow” mi ha regalato emozioni ed allegria ed è stato un piacere ascoltarlo e riascoltarlo in ogni sua parte, anche nella breve acustica e strumentale “Meadowland”. Se siete fans degli Elvenking e dell’Heavy Metal che strizza l’occhio al Folk, non potete perdervi questo EP!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    24 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Settembre, 2022
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Avevamo lasciato la “Legend of the forgotten reign” dodici anni fa al conclusivo capitolo VI; ritroviamo oggi i Kaledon con un nuovo album ed un nuovo capitolo della loro saga, intitolato “Legend of the forgotten reign – Chapter VII: Evil awakens”, composto da dieci canzoni (cui si aggiunge la solita inutilissima intro) per una durata totale di poco oltre i 50 minuti. Da quello che trapela, si tratta del primo capitolo di una nuova trilogia basata sulla saga ideata dal chitarrista e leader Alex Mele, ma sarà lo stesso Alex a spiegarcelo in un’intervista. Musicalmente parlando l’approccio dei Kaledon, con il tempo, si è fatto molto più duro e cattivo, con passaggi ai confini del Thrash ed alcuni momenti addirittura vicini al Melodic Death (ad esempio in “A strike from the unknows”, dove è ospite James Mills degli inglesi Hostile, che presta il suo harsh per incattivire parecchio il sound). In questo indurimento contribuisce sicuramente l’uso più greve delle chitarre che conferisce quel suono cupo e profondo che contraddistingue, ad esempio, canzoni fantastiche come “The dawn of dawns” (di gran lunga il pezzo migliore del disco!) o “The eye of the storm” (in cui anche il basso di Enrico Sandri è ottimo protagonista). Sarà per questa svolta stilistica, sarà perché viene un po’ seguito il filo conduttore che si era affacciato già nel fantastico precedente disco “Carnagus: Emperor of the darkness”, sarà anche perché ormai i Kaledon hanno un trademark tutto loro e perfettamente riconoscibile tra tanti, ma questo disco convince davvero pienamente! Ci sono canzoni davvero notevoli, dall’opener “At the gates of the realms” (che subito mette in chiaro cosa attenderci dal disco), passando dalla mini suite “Emperor of the night” (ottimo, come sempre, Michele Guaitoli che si è occupato anche delle registrazioni del disco), fino alla breve e velocissima “The end of time” (altra perla del disco, ricca di cori alla Orden Ogan) ed all’accoppiata conclusiva “The sacrifice of the King” e “The story comes to an end?” (in cui annotiamo la presenza dell’affascinante Nicoletta Rosellini a duettare con il buon Guaitoli); è insomma tutto il full-length ad essere accattivante, così ricco di rabbia ed energia, ma sempre attento al buon funzionamento delle melodie. Il piacevole artwork realizzato da Oleg Shcherbakov contribuisce costituendo un buon biglietto da visita. “Legend of the forgotten reign – Chapter VII: Evil awakens” è uno dei migliori dischi della ormai lunga carriera dei Kaledon e sicuramente costituisce uno dei migliori dischi Power dell’anno… da non perdere!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Settembre, 2022
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Tra le tante bands che sono passate alla neonata Atomic Fire Records, ci sono anche i pionieri finlandesi del Gothic, i “Vampiri di Helsinki” The 69 Eyes, gruppo attivo sin dai primi anni ’90 che ha sfornato una gran quantità di full-length ed altro. Oggi parleremo di “Drive”, breve EP di sole quattro tracce (tre sulla versione digitale, in cui non compare il pezzo live) per la durata di poco inferiore ai 15 minuti. Chi ha vissuto, come il sottoscritto, la Dark Wave degli anni ’80 non potrà non trovare parallelismi a livello di sound con i mitici Sisters of Mercy, anche per la somiglianza tra la voce cupa e profonda del singer Jyrki 69 (all’anagrafe Jyrki Pekka Emil Linnankivi) con quella del mitico Andrew Eldritch. In questo EP, i The 69 Eyes tornano a sonorità più cupe (ed in questo aleggia l’ombra degli storici Bauhaus) ed oscure, anche se come sempre lontane dall’Heavy Metal e molto più assimilabili al Gothic Rock. L’orecchiabilità è caratteristica che accomuna un po’ tutte le composizioni, anche se obiettivamente la title-track ed il singolo “California” hanno una marcia in più, mentre “Call me snake” soffre di una esagerata ripetitività del coro e viene salvata solo dalle parti soliste di chitarra dell’ottimo Bazie (al secolo Pasi Moilanen). Nessuna informazione sul pezzo live “Two horns up” che non si sa dove e quando sia stato registrato, né lascia sentire il pubblico, tanto che viene il dubbio sia stato registrato live in studio e non durante un concerto; personalmente preferivo la versione presente su “West end” semplicemente per il fatto che c’era ospite Dani Filth e Jyrki non sembra proprio a suo agio nel cantare le parti originariamente curate dal cantante dei Cradle of Filth. A parte questi dettagli di poco conto, “Drive” (dotato di copertina non proprio eccelsa) si lascia ascoltare piacevolmente e può essere un buon intermezzo per i fans dei The 69 Eyes in attesa di un nuovo album.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    18 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 18 Settembre, 2022
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Dietro il nome di Renegade Angel si cela il pianista finlandese Jani Pöysä; il progetto è attivo da un paio d’anni, lasso di tempo in cui il musicista ha realizzato diversi singoli e due EP rilasciati dalla Inverse Records. Oggi parleremo appunto del secondo EP, uscito a fine agosto, intitolato “Dawn of justice” e composto da quattro tracce per poco più di 18 minuti di durata. Tra le quattro tracce c’è “The whistleblower” che è ripetuta in due versioni con cantato rispettivamente in inglese e tedesco. Naturalmente il buon Jani per il suo progetto si circonda di una marea di ospiti internazionali, fra cui spiccano il nostro Fabio Alessandrini (batterista di Annihilator e Bonfire) e Marius Danielsen (non credo servano presentazioni per il musicista norvegese). Con la title-track si parte a mille, tipica cavalcata Power Metal in cui la batteria del già citato Alessandrini recita da protagonista, assieme alla chitarra del cileno Lukky Sparxx, autore di pregevoli parti soliste. La già citata “The whistleblower” è un’altra canzone tipicamente Power, dal ritmo più moderato ma incalzante, oltre che decisamente orecchiabile; convince maggiormente la versione in inglese, più che altro perché l’idioma tedesco non si presta proprio benissimo per le melodie del genere. Chiude l’EP la romantica “Forevermore”, dolce ballad cantata in spagnolo dalla singer argentina Romina Barba che, per essere sincero, non mi ha convinto più di tanto (Jani Pöysä avrebbe potuto scegliere di meglio in giro!). “Dawn of justice” ci fa conoscere il progetto Renegade Angel che ha sonorità tipicamente Power Metal, non inventa assolutamente nulla di nuovo, ma regala poco più di un quarto d’ora di musica piacevole all’ascolto…. E tanto basta!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 16 Settembre, 2022
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Non conoscevo i Trial (Swe), gruppo attivo dal 2007 originariamente come Trial e che dal 2017 ha aggiunto il suffisso del paese di provenienza per distinguersi dai tanti gruppi omonimi ed evitare eventuali rogne legali. Questo “Feed the fire” è il quarto album della loro carriera, il secondo edito niente meno che dalla storica Metal Blade Records. Avere un contratto con una label così importante farebbe sperare in un disco eccellente, ma così purtroppo non è, come vedremo nel corso di questa recensione. L’album è composto da otto canzoni, cui si aggiunge la solita inutilissima intro, per una durata totale di oltre 46 minuti, il che lascia presagire minutaggi elevati per i singoli componimenti, particolare che costituisce spesso un’arma a doppio taglio, nel senso che la voglia di strafare può compromettere l’efficacia dei pezzi e magari renderli prolissi o addirittura noiosi. Effettivamente il songwriting dei Trial (Swe) non è dei più concisi ed efficaci, problema che viene fuori già alla terza traccia con “Thrice great path” che sarebbe stato un pezzo anche valido, se ci fosse stata qualche sforbiciata nelle parti soliste che ne appesantiscono l’ascolto. Lo stesso problema è riscontrabile anche nell’accoppiata composta dalla title-track “Feed the fire” e dalla lenta e pesante “The Faustus hood” (brani che avrebbero funzionato meglio con uno/due minuti in meno); problema che è evidente e pesante nella conclusiva “The crystal sea”, canzone di oltre nove minuti che rischia spesso e volentieri di annoiare e che farebbe venir fuori la voglia di skippare alla traccia successiva, se ci fosse. Anche “In the highest” e “Snare of the fowler” soffrono di parti soliste troppo lunghe (i due chitarristi Alexander Ellström ed Andreas Johnsson sembra abbiano smania di strafare), ma almeno sono brillanti e frizzanti, grazie al lavoro alla batteria di Martin Svensson. Se, invece, tutti i pezzi fossero come l’opener “Sulphery” (di gran lunga il brano migliore del disco!), staremmo qui ad esaltare uno dei migliori dischi dell’anno. Un altro particolare che non mi ha convinto è la registrazione della voce di Arthur W. Andersson (singer dall’ugola acuta, ideale per una Speed Metal band!) che sembra “arrivare da lontano”, quasi fosse in secondo piano rispetto agli strumenti; non so se si tratti di un difetto dei files avuti a disposizione (e magari su CD non è così), ma sembra una scelta della produzione che non appare vincente. C’è di peggio in giro? La risposta è sicuramente affermativa, ma sarebbe altrettanto affermativa anche se ci chiedessimo, al contrario, se ci fosse di meglio, dato che obiettivamente c’è molto di meglio, anche e soprattutto nell’underground più nascosto. “Feed the fire” dei Trial (Swe) non va oltre la sufficienza, dato che il suo Heavy Metal con venature Power non è scadente, ma la band svedese avrebbe potuto sicuramente fare di meglio.

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