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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Aprile, 2021
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Arrivano dalla Polonia questi Rascal, si sono formati nel 2019 ed a metà febbraio di quest’anno hanno rilasciato questo loro primo disco, un E.P. intitolato “Headed towards destruction”, composto da 5 pezzi per poco più di 20 minuti di ottimo speed metal. E’ raro nel 2021, trovare gruppi dediti a questo genere di musica alquanto demodé e lontana dai riflettori dei grandi palcoscenici e delle maggiori etichette, fatta eccezione per gli Enforcer e pochissime altre bands storiche (persino gli Agent Steel sono finiti in una label non di primo piano). Ciò nonostante, seppur la ricetta sia sempre quella da tanti anni, credo che lo speed metal abbia ancora qualcosa da dire e penso che i Rascal la pensino esattamente come me! Il loro sound è fortemente radicato agli anni ’80, pur godendo di una produzione al passo con i tempi che mette bene in risalto i vari strumenti e la voce non proprio aggraziata del singer. Ecco, due parole su Kacper Pędziszewski vanno spese: se anche riesce a spingersi in urla acute (come il genere richiede), la sua ugola non è proprio così versatile ed, alla fin fine, il vocalist sulle note più basse risulta anche un po’ monotono (“After the sunset” ne è un esempio in tal senso). Tralasciando il tallone d’Achille dei Rascal, resta da dire che a livello strumentale il gruppo ha tutte le carte in regola per fare breccia nei cuori di chi ama lo speed metal: chitarre affilate come rasoi, basso potente e pulsante ed una batteria che detta sempre ritmi elevatissimi. A metà strada esatta tra heavy e thrash, qui c’è da sbattere su e giù il capoccione in furiosi headbanging senza soluzione di continuità, con rari momenti in cui dare respiro alle nostre povere vertebre cervicali. Se dovessi scegliere il pezzo migliore, indubbiamente andrei su “Don’t look back”, semplicemente strepitosa! Se solo avessero un cantante migliore, i Rascal avrebbero realizzato con questo E.P. di debutto un disco eccezionale, purtroppo così non è ma “Headed towards destruction” rimane un ottimo esempio di come si possa suonare un piacevole speed metal anche nel 2021!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Aprile, 2021
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Avevo conosciuto i finlandesi Arion nel 2018 in occasione del loro ottimo secondo album “Life is not beautiful”, li ritrovo oggi con estremo piacere, curioso di ascoltare il loro nuovo disco intitolato “Vultures die alone”. Una prima caratteristica comune al precedente lavoro salta subito agli occhi: gli Arion non passeranno mai alla storia per il fascino dei loro artworks! Anche questa volta abbiamo una copertina che non è niente di eccezionale, anzi…. Fortunatamente la musica è di tutt’altro livello qualitativo ed anche in questo full-lenght la media è decisamente alta! Il sound è il classico power di scuola scandinava, quindi con una notevole attenzione alle melodie, qualche leggero tocco sinfonico, voce pulita ed acuta, parti soliste di chitarra di gran gusto, basso pulsante e ritmi sempre frizzanti grazie all’ottimo batterista. C’è anche qualche lontano richiamo al power plasticoso degli Amaranthe, per via delle tastiere di Arttu Vauhkonen, soprattutto in pezzi come “I’m here to save you”; si tratta comunque di digressioni non così frequenti che tutto sommato non dispiacciono. Gli Arion non convincono, invece, quando provano ad incattivire il proprio sound, come accade in “I love to be your enemy”, canzone troppo dura, carica di groove ed esagerata (ci sono persino screaming vocals) che rischia di essere considerata fuori contesto e, come tale, facilmente “skippabile” (se mi concedete il neologismo). Anche qui, fortunatamente, si tratta solo di un episodio isolato che, di conseguenza, poco incide sul risultato finale. Già, perché il resto è estremamente godibile, grazie anche ad una produzione pressoché perfetta che esalta tutti gli strumenti e le parti vocali. A proposito di vocalist, da citare la presenza di due ospiti, come Noora Louhimo dei Battle Beast (sorta di “prezzemolino” onnipresente ovunque) e la cantante pop finlandese Cyan Kicks (pressoché sconosciuta dalle nostre parti, ma che immagino sia famosa nel suo paese). I vari ascolti dati a questo disco hanno sempre regalato sensazioni piacevoli, conquistando e convincendo man mano. Se siete fans del power metal melodico di scuola scandinava, questo “Vultures die alone” degli Arion sicuramente vi conquisterà, dato che ci troviamo davanti a quello che sarà, nello specifico settore, uno dei migliori dischi del 2021.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Aprile, 2021
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Tra le tante bands che hanno il prefisso “Crystal” nel loro nome (personalmente ne ricordo una decina circa, ma ne sono molte di più), oggi parleremo dei greci Crystal Winds, gruppo fondato nel lontano 1999 ma che solo in questi giorni, grazie alla Sleaszy Rider Records, riesce a tagliare il traguardo del sospirato debut album con questo “Return to the dark age”. Un artwork piacevole, con i classici monaci incappucciati (clichè iper-abusato nel metal), ci introduce a 8 pezzi per poco più di ¾ d’ora di heavy metal molto tradizionale, legato al sound degli splendenti anni ’80, che trae ispirazione dai nomi illustri dell’epoca. Fin qui nulla di male, anzi ci sarebbe da parlare solo in senso positivo; purtroppo non tutto è oro quello che luccica e già la produzione lascia alquanto a desiderare, apparendo molto “old-style” e penalizzando soprattutto la batteria, il cui rullante ad esempio risulta fin troppo “acido” e secco (con il fastidioso risultato da “fustino del detersivo”), mentre la doppia-cassa è troppo bassa e cupa. Immagino che lo stile vintage nel sound sia proprio voluto dal gruppo, ma nel 2021 si fatica ad accettare una cosa del genere. Non convince poi molto nemmeno la voce del singer Andreas Kouratoras, poco espressiva e potente ed alquanto in difficoltà nelle note più alte del pentagramma; c’è sicuramente di peggio in giro, sia chiaro, ma è altrettanto vero che c’è anche di meglio. Il songwriting non è male, anche se alcuni brani soffrono per eccessiva lunghezza (specie nella parte finale della tracklist) ed avrebbero bisogno di una sforbiciata di un paio di minuti per essere più efficaci. Ciò nonostante questo disco si lascia ascoltare senza particolari problemi, e può essere anche piacevole, soprattutto se si comincia ad avere un po’ di anni sulle spalle e magari, come il sottoscritto, si è cresciuti godendosi la scena heavy degli anni ’80; dubito infatti che questi pezzi possano fare breccia nei cuori dei giovani metalheads, a meno che non si sia dei fans della scena più tradizionale. “Return to the dark age” non passerà mai alla storia dell’heavy metal e credo che anche i Crystal Winds ne siano consapevoli, è comunque un discreto debut album che lascia ben sperare per il futuro, a patto che si rivedano alcuni dettagli (a partire dalla produzione) e che non ci sia da aspettare altri 22 anni. Per il momento ci attestiamo appena sotto la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Aprile, 2021
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Attirato dal meraviglioso artwork (quanto è importante un valido “biglietto da visita”!), mi sono messo all’ascolto di questo “The sacred oath”, debut album degli australiani Katana Cartel, uscito a fine febbraio 2021; molto probabilmente il disco, se non fosse stato per l’accattivante copertina, sarebbe finito nel dimenticatoio in mezzo alle miriadi di proposte di recensioni che arrivano alla nostra webzine e sarebbe stato davvero un peccato! Già, perché il primo full-lenght dei ragazzi di Melbourne è davvero piacevole, con il suo power metal fresco ed orecchiabile, leggermente contaminato dal buon vecchio speed tipico degli anni ’80. Il disco è composto da 10 tracce per poco più di ¾ d’ora di musica convincente, grazie ad un ottimo lavoro del batterista John “JD” Price che detta un ritmo sempre frizzante, nonché alle due chitarre di Rob “Rockit” Georgievski e del solista Dylan “Dylzy” Reeves. Un po’ troppo relegato in sottofondo il basso di Matt “Matty” Ientile (ma, essendo un’autoproduzione, non si può pretendere la luna nel pozzo), non male la prestazione canora di Steven “Fluffy” Falkingham; c’è molto di peggio in giro rispetto a questo vocalist, ma anche di meglio, fortunatamente Steven sa essere espressivo ed aggressivo quando serve ed, in fin dei conti, come detto non dispiace (se non quando esagera con il growling in “Bang your head”). Sono diversi i brani indovinati in questo disco ma, su tutti, spicca come un diamante grezzo la conclusiva splendida suite “Judge Shredd”, in cui finalmente sentiamo anche il valore del bassista in un assolo da brividi, oltre ai consueti ottimi spunti della chitarra solista di Reeves. Tra gli altri, segnalo le ritmate “Air raid” e “The battle”, a cui seguono l’altra piacevolissima “Fragile denial” e “Grenade”, che ricorda un po’ gli Enforcer; è comunque, come detto, tutto l’album a convincere, nonostante qualche mezzo passo falso nella banale “Night town” (specie nei cori). I Katana Cartel sono attivi da circa 10 anni e finora avevano solo realizzato qualche singolo ed un EP; tagliano il traguardo del debut album con questo “The sacred oath” che è un interessante opera prima; spero per loro che qualche label attenta all’underground si accorga delle indubbie qualità di questo gruppo, così da aiutare a farlo conoscere in giro. Mezzo punto in più per la splendida copertina!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Aprile, 2021
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Devo fare pubblica ammenda: ero partito prevenuto nei confronti di questo disco; già il nome della band non mi aveva entusiasmato (Animal House mi sembrava “poco metal” e poco credibile), poi avevo pensato (sbagliando di grosso, fortunatamente!) che da una ex-cover band non c’era molto da aspettarsi, ben sapendo che non tutti possono essere come i Trick or Treat o gli Skeletoon. Poi, ho visto che nella formazione c’è un chitarrista di tutto rispetto come Thomas Titze degli Overtures, ho anche scoperto che il grande Michele Guaitoli era ospite in un pezzo (e lui non sbaglia mai un colpo!) e che perfino Roberto De Micheli dei Rhapsody of Fire e l’ex-Extrema Paolo Crimi avrebbero partecipato al disco, allora mi sono incuriosito ed ho cominciato a pensare che la mia prima impressione potesse essere inesatta. Quando poi ho fatto partire l’opener “Need to be me” mi sono reso conto che avevo sbagliato di brutto e che questi Animal House sono una band di tutto rispetto! Un power metal molto elegante e tecnico connota questo “Living in black and white”, composto da 8 tracce per una durata totale di poco inferiore ai 37 minuti, con un artwork intrigante, lontano dai classici cliché di questo genere musicale. Raramente ho ascoltato un debut album di siffatta qualità; ogni traccia ha un livello qualitativo di molto superiore alla media ed è un piacere ascoltare e riascoltare il tutto, tanto che ogni volta, alla conclusione del disco, la voglia di ripigiare il tasto “play” è decisamente forte, come raramente accade facendo recensioni. E’ tutto l’album che colpisce per compattezza e qualità, tanto che mi verrebbe difficile indicare eventuali pezzi preferiti rispetto ad altri; ad occhio e croce, direi “Eyes of revenge”, tellurica e velocissima, di fronte alla quale è sostanzialmente impossibile rimanere fermi ed impassibili; aggiungerei “The ghost of a lonely man”, molto vicina alla produzione degli indimenticabili Overtures (anche per la presenza di Guaitoli), la già citata opener “Need to be me” e la struggente title-track, traccia lenta da brividi! Da citare anche la conclusiva “Bintars”, scritta su richiesta dell’omonimo gruppo di bikers nel 2019, del quale è diventato l’inno ufficiale. “Living in black and white” è un debut album con i controfiocchi a cui è quasi impossibile trovare difetti, è cantato benissimo, suonato altrettanto ottimamente da tutti i musicisti senza eccezione, prodotto in maniera eccelsa, cosa volere di più insomma? Segnatevi il nome degli Animal House, perché potrebbero in futuro riservarci altre sorprese come questo splendido disco!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 06 Aprile, 2021
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Marco D’Andrea è il chitarrista e fondatore dei Planethard ma questa volta lo ritroviamo alle prese con il suo secondo album solista, intitolato “Opera Rock”, composto da 8 tracce per circa 27 minuti di musica. Ma che tipo di musica? D’Andrea ha rivisitato in chiave rock/metal alcuni brani della storia della musica classica, da Beethoven a Mozart, passando per Verdi e Puccini, fino al “Mameli rock”, nel quale si cimenta in una rivisitazione del nostro inno nazionale. Tra l’altro la rivisitazione dell’inno, eseguita con l’ausilio di numerosi ospiti, è stata effettuata a scopo benefico per raccogliere fondi da destinare al Policlinico di Milano. Di questo disco, oltre al "Mameli rock", sono poi stati registrati altri due video: uno per il “Nessun dorma”, forse una delle romanze per tenore più famose della storia della musica (tratto dalla Turandot di Puccini); per l’altro video è stata scelta la sonata “Al chiaro di luna” di Beethoven, che viene interpretata da D’Andrea con l’ausilio di una all-female band e l’esibizione di una coppia di ballerini. La passione per la musica classica arriva dagli studi al conservatorio dove D’Andrea si è diplomato tempo fa, ma il legame di essa con l’heavy metal è noto da tempo, grazie anche a generi come il metal sinfonico o il neo-classico, senza contare le innumerevoli bands che hanno inserito nei loro dischi rifacimenti in chiave metal di pezzi classici (credo che Vivaldi, in questo, sia uno dei più “coverizzati”). Con “Opera Rock” Marco D’Andrea ha voluto ulteriormente affermare ed evidenziare i collegamenti inequivocabili che ci sono fra questi generi musicali; si tratta di un album sostanzialmente interamente strumentale (fatta eccezione per una parte del nostro inno), quindi bisogna essere del giusto spirito per mettersi all’ascolto ed apprezzare. Per quanto ci riguarda, non possiamo che promuovere iniziative del genere che servono anche a far scoprire un po’ di musica classica a chi non ne è avvezzo.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    05 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 05 Aprile, 2021
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Right Stripped è per me un nome nuovo, dato che non avevo mai sentito parlare della band originaria del Michigan, formatasi nel 2003 e con alle spalle tre full-lengths prima di questo “Daylight into darkness”, uscito nello scorso mese di marzo. Presentati erroneamente come power metal band, questi Right Stripped suonano un interessante prog-power dal flavour decisamente moderno e con qualche tocco finanche vicino al gothic scandinavo. Non capirò mai come facciano i paragoni le labels o agenzie che promuovono di volta in volta il disco, molto probabilmente vengono fatti a caso, dato che in questo caso vengono scomodati nomi come Blind Guardian e Nightwish che non c’entrano un bel niente, ma proprio assolutamente nulla con il sound di questi americani; molto distanti anche i Killswitch Engage ed il loro metalcore che può essere assimilabile solo per alcuni passaggi in harsh del cantante (momenti di cui, detta sinceramente, si potrebbe fare tranquillamente a meno), ma facciamocene una ragione. Come detto, il sound di questi Right Stripped è un piacevole power-prog con chitarre ricche pesantemente di groove ed un ritmo mai troppo sostenuto (obiettivamente il batterista Tim Diephouse potrebbe osare di più). La carta vincente della band è il cantante Joe Kiesgen, dotato di un’ugola molto particolare, calda, bassa ed abrasiva quando serve, una voce che sa di whisky e tabacco, di fumosi club dell’underground americano, quasi grunge nel suo incedere sofferente; insomma un vocalist sicuramente particolare, fuori dal comune e lontano dai cliché cui siamo abituati, soprattutto nel power metal. “Daylight into darkness” è composto da nove pezzi per circa 48 minuti di musica sicuramente convincente; concordo (per questa volta) con la bio di presentazione sui pezzi migliori, dato che brani come la frizzante “Three years” (tra le più veloci del disco, grazie ad un po’ di doppia-cassa) o la struggente “Requiem”, che richiama alla mente gli ultimi indimenticabili Sentenced, sono di livello sicuramente sopra la media; interessante anche l’iniziale “We will rise”, forse la più prog-power dell’intero disco. Come detto, non ho apprezzato le parti in harsh del cantante e proprio per questo la title-track mi risulta troppo ostica ed avulsa dal contesto.
I Right Stripped sono un gruppo interessante, autori di un sound anche personale e moderno; questo “Daylight into darkness” è un disco sicuramente piacevole che merita l’attenzione di chi ama queste sonorità non così immediate e catchy.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    04 Aprile, 2021
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Avaland è la creatura del talentuoso musicista francese Adrien G. Gzagg; è stato lui, infatti, ad ideare il concept di questa che egli stesso ha definito una “metal opera”, a scrivere testi e musiche ed anche a cantare assieme ad una lunga serie di ospiti internazionali, fra cui spiccano i grandissimi Zak Stevens e Ralf Scheepers. Accanto ad Adrien, ci sono poi diversi suoi amici musicisti che si sono occupati di suonare gli altri strumenti. Il risultato è questo “Theater of sorcery”, debut album di quasi 63 minuti divisi in 11 tracce, presentato da un artwork accattivante realizzato dall’artista Lilou Desonges. Il sound è fondamentalmente un symphonic power, soprattutto nella prima parte dell’album, mentre nella seconda parte annotiamo un certo ammorbidimento di fondo che in alcuni passaggi strizza l’occhio all’hard’n’heavy. Ma in questa “metal opera”, quasi come in un’opera lirica, la musica fa sostanzialmente da contorno e da accompagnamento alle voci, che sono le vere protagoniste del lavoro; le chitarre non sono molto in evidenza, il riffing non è così incisivo come dovrebbe e le parti soliste non sono memorabili; il basso è fin troppo spesso sacrificato in sottofondo e si fa notare raramente. Fortunatamente la batteria dell’ottimo Léo Mouchonay detta spesso un ritmo bello frizzante e veloce, mentre le tastiere del leader, come è normale che sia, sono l’altro strumento protagonista nel sound, anche se le parti sinfoniche dovrebbero avere maggiore spessore. A costo di essere ripetitivo, però, sono le voci ad avere quasi sempre un ruolo più che determinante rispetto agli strumenti, anche per via di una produzione che sembra metterle ad un volume maggiore quasi a voler concedere un superiore risalto. Se nella prima parte, oltre alla title-track, troviamo pezzi power molto piacevoli, come la frizzante “Gypsum flower”, “The storyteller” con un grande Zak Stevens, e la ritmata “Escape to paradise”; nella seconda parte, invece, , fatta eccezione per la sola ed ottima “War of minds”, la proposta si ammorbidisce un po’ troppo e non ha la stessa efficacia ed incisività (mi riferisco soprattutto all’accoppiata “Never let me walk alone” e “Deja-vu”, ma anche alla conclusiva “Rise from the ashes”, salvata comunque dal frizzante drumming). A livello di testi, come era immaginabile, ci troviamo davanti ad un concept che narra la storia di un giovane mago, Adam Wilstorm (naturalmente interpretato dal leader del gruppo), e delle sue vicissitudini per salvare il regno di Avaland. Si tratta di un debut album e, come tale, le varie ingenuità sono anche comprensibili, per il futuro servirà dare sicuramente maggiore risalto alle chitarre ed, in genere, scegliere una strada definitiva perché, se si vuole suonare symphonic power, bisogna farlo con decisione e maggiore incisività. Ciò non toglie che comunque “Theater of sorcery” è indubbiamente un buon album che mette in mostra una band di talento come questi Avaland, in grado sicuramente di fare anche di meglio in futuro!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    04 Aprile, 2021
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Ci sono gruppi nel mondo metal che sono sempre sinonimo di qualità superiore; fra questi possiamo sicuramente annoverare i tedeschi Primal Fear, la band di Mat Sinner e Ralf Scheepers, formata quando quest’ultimo uscì dai Gamma Ray. Dopo l’ottimo “Metal commando” (tra i dischi migliori dello scorso anno), il combo tedesco si ripresenta con un EP, intitolato “I will be gone”. La title-track è la versione rivisitata della splendida ballad che faceva parte della tracklist dell’ultimo album, impreziosita questa volta dalla presenza della mitica Tarja Turunen che duetta meravigliosamente con Scheepers, rendendo questa canzone da brividi semplicemente memorabile. Seguono tre brani ed un breve intermezzo strumentale (“Rising fear”) per circa un quarto d’ora di ottimo power metal, nella classica tradizione dei Primal Fear. L’unico inedito è la splendida “Vote of no confidence”, brano strepitoso, ricco di energia e sicuramente convincente. Gli altri erano già noti ai collezionisti della band, dato che erano bonus-tracks della limited edition in digipack di “Metal Commando” che ora vengono messi a disposizione anche di chi non era riuscito ad accaparrarsi quella versione del full-lenght. Per chi non conoscesse i pezzi: “Rising Fear”, come detto, è una breve strumentale che funge come una sorta di intro per “Leave me alone”, mid-tempo carico e roccioso, con piacevoli parti soliste delle tre chitarre. La conclusiva “Second to none” è invece il pezzo meno incisivo, ricco di groove, ma fin troppo lento e cadenzato per convincere del tutto; una conclusione, insomma, non all’altezza del resto del lavoro. Ciò nonostante “I will be gone” resta un ottimo lavoro, in cui le prime due tracce valgono da sole l’acquisto e confermano (come se ce ne fosse ancora bisogno, dopo quasi 25 anni di carriera!) i Primal Fear tra le migliori bands a livello mondiale in campo power.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Aprile, 2021
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Inutile girarci tanto intorno, il nuovo disco da studio degli Helloween è forse l’album più atteso del 2021! In tanti si sono chiesti come avrebbe funzionato la band con 3 voci sui nuovi pezzi, quanto avrebbe inciso Kai Hansen nel songwriting e, anche se in misura minore (vista l’ottima riuscita degli Irons in tal senso), come sarebbe andata con 3 chitarre. Ebbene, facendo uno strappo alle abitudini di allaroundmetal.com che normalmente non recensisce mai i singoli, abbiamo voluto dare qualche prima risposta a questi quesiti con il singolo “Skyfall”, uscito in questi giorni. Partiamo forse dalla domanda più importante, quella su Kai Hansen ed il songwriting: “Skyfall” è scritta proprio dal mitico Kai che appare in formissima, realizzando una suite di oltre 12 minuti semplicemente strepitosa! Ruffiana, orecchiabile, trascinante, melodica, coinvolgente e convincente, ricca di splendide parti soliste e cantata divinamente questa canzone ha tutto quello che ogni fan degli Helloween si aspettava dalla reunion! L’equilibrio tra le voci è perfetto, così come quello tra le tre chitarre, Grosskopf è splendido protagonista con il suo basso come sempre e Löble picchia come un fabbro dando un ritmo sempre bello sostenuto. Inutile sprecare parole sulla produzione che è semplicemente superlativa; basta farsi esplodere in cuffia il brano per rendersene conto. Il singolo presenta il pezzo in due versioni, la single edit che è la medesima presentata nel video ed una “Exclusive alternativ vocals edit” che ci fa pensare a qualcosa di differente rispetto a quanto ci sarà sull’album (lo scopriremo solo vivendo!). A proposito del video, si parla di un atterraggio alieno e di un drammatico inseguimento, con l’elaborazione più complessa della storia della band tedesca. Questo singolo è presentato in diverse versioni, fra cui anche una in vinile con un terzo brano intitolato “Indestructible” estratto dall’album. Qualcuno si chiedeva se in “Skyfall” si sarebbe respirata l’aria dei primi “Keeper” e la risposta è semplicemente affermativa, eccome se è affermativa! Adesso non resta che attendere il nuovo album…

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