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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    24 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 24 Mag, 2022
#1 recensione  -  

Uscire con una nuova release a solamente dodici mesi di distanza dalla precedente, il bellissimo “Escape of the Phoenix”, potrebbe sembrare una forzatura. Ma la dark Heavy/Prog Metal band svedese che risponde al nome di Evergrey non è certo una realtà ordinaria e con le composizioni presentate in questo nuovo “A Heartless Portrait (The Orphean Testament)” prova ad esplorare nuovi orizzonti sonori anche se pur sempre molto legati al proprio sound. Lo fa enfatizzando ulteriormente le componenti malinconiche ed epiche, con una produzione maggiormente cupa e brani a tratti ancor più introversi rispetto al passato.
Tutto questo si fa sentire soprattutto in partenza; “Save Us” è un pezzo evocativo avvolto da tastiere che circondano riff decisi e voci che si sovrappongono. La successiva “Midwinter Calls” conquista con cori possenti che non lasciano scampo. La più tradizionale “Ominous” gioca con disinvoltura tra atmosfere tetre e melodie eleganti e ricercate, mentre riff possenti e incisivi accompagnano la tenebrosa “Call Out the Dark”, che si incendia con i raffinati assoli di chitarra – opera di Tom S. Englund e Henrik Danhage – durante il break centrale. La potente title-track si dilunga per oltre sei minuti tra riffoni pesanti e assoli di tastiere che lasciano presto spazio ad un ritornello efficace. Nel finale si incontrano prima le note esplosive di “Blindfolded” a seguire la voce profonda di Tom che regala emozioni forti esprimendosi nella dark ballad “Wildfires”.
Gli Evergrey giocano attraverso schemi già ben oleati inserendo solamente qualche piccolo nuovo elemento. Ma la band scandinava ha ormai raggiunto un livello compositivo ed esecutivo di altissimo livello e questo tredicesimo album in studio si conferma tra le uscite discografiche più interessanti del momento.

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Opinione inserita da Celestial Dream    22 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Mag, 2022
#1 recensione  -  

Atto terzo per i CoreLeoni, act nato nel 2018 dal membro fondatore dei Gotthard, Leo Leoni, con l'intento di riprendere alcuni classici del passato firmati dalla storica Hard Rock band svizzera e ripresentarli in una nuova veste con Ronnie Romero alla voce. Questo nuovo “III” è però ricco di novità; in primis al microfono troviamo una novità con l'ingresso del talentuoso singer albanese Eugent Bushpepa, cantante che dimostra di sapersi muovere con disinvoltura sia nelle parti melodiche e limpide sia in quelle più ruvide e rocciose. Inoltre i dieci brani che compongono la tracklist sono tutti nuovi di zecca e composti per l'occasione dal biondo chitarrista d'Oltralpe. Si tratta di un Hard Rock classico e sanguigno, a tratti più grintoso – vedi il mid-tempo “Purple Dynamite” - a volte maggiormente scoppiettante – come dimostrano “Guilty Under Pressure” e “Wake Up Call” -, ma sempre altamente melodico e che tanto deve agli anni '80. Gli amanti dell'Hard Rock classico e non solo dei Gotthard ma anche di Whitesnake, Aerosmith e Great White troveranno brani ispirati spinti da una produzione limpida e potente ma certamente non plasticosa come succede in - ahimè - troppe uscite di questi tempi. Leoni è riuscito a creare un buon mix tra i suoni più classici e la potenza delle registrazioni più moderne. “Sometimes” conquista con melodie dal buon gusto che ci rimandano a gran dischi firmati Gotthard come “Domino Effect” e “I Need To Believe”, mentre il basso di Mila Merker apre la strada alla grintosa “Sick & Tired”, song che dal vivo farà smuovere tutti i presenti a suon di Hard'n'Heavy! La dose di sano e puro Hard Rock non smette di risuonare dalle casse e si esalta sui ritmi scoppiettanti di “Would You Love Me”, prima di lasciar spazio alle note dolci e malinconiche di “Deep In My Soul”, con Eugent che cerca di far rivivere la voce del compianto e storico singer dei Gotthard, Steve Lee. A chiudere ci pensa invece “Jumpin' Jack Flash”, storico brano firmato The Rolling Stones qui rivisto con chitarre più possenti. “III” si può davvero considerare come il vero e proprio debutto dei CoreLeoni, che con questo lavoro iniziano un nuovo percorso distaccandosi almeno in parte dall'ombra di Gotthard e danno vita ad uno dei dischi migliori, all'interno del genere, di questa prima parte dell'anno.

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Opinione inserita da Celestial Dream    17 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 17 Mag, 2022
#1 recensione  -  

Tornano a farsi sentire i Saffire, da sempre ottimo act in grado di dare alle stampe dischi di buon Hard Rock melodico dalle sonorità potenti e moderne. “Taming the Hurricane”, quarto capitolo della loro carriera e disco che vede la new entry Efraim Larsson alla batteria, si muove continuando su questa via come dimostrano subito in partenza i primi brani come la robusta “Triumph of the Will” e la maggiormente melodica “Mr. Justified”. Difficile resistere all'impatto melodico di “The Rapture”, che cattura con melodie catchy all'interno di un brano comunque tutt'altro che banale. Più solida la title-track, che presto lascia spazio ai riff decisi di “Silver Eyes”, song che alza un po' i ritmi e scorre con vigore spinta dall'ugola vibrante del cantante Tobias Jansson. Le influenze nordiche sono ben riconoscibili, dalle atmosfere malinconiche all'uso delle tastiere dal suono moderno fino al buon gusto per le melodie. Ottimo esempio in tal senso è il mid-tempo “Read Between the Lies”, che viaggia con eleganza, e “Fortune Favors the Bold”, pezzo costruito sul buon lavoro alla chitarra di Victor Olsson che viaggia sulle sue sei corde tra riff e assoli ben confezionati. Infine le melodie più raffinate di “Light of a Thousand Wings” prendono il sopravvento per chiudere un disco che farà la felicità di ogni seguace delle sonorità nordiche a cavallo tra Hard Rock e Melodic Metal.

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Opinione inserita da Celestial Dream    02 Mag, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Mag, 2022
#1 recensione  -  

Un salto indietro nel tempo fino al fulcro degli anni '80 con questo"T.M.T.T.80", acronimo di "Take Me To the 80's" (“portami agli 80's”), nuovo lavoro firmato dai rockers italiani Reckless. La band, dedita ad un classicissimo Hair Metal di scuola statunitense, si dimostra carica ed ispirata lungo le dodici tracce che compongono il disco, traendo forte ispirazione da act storici come WASP, Mötley Crüe e Quiet Riot, ma non solo. Riffoni scoppiettanti e coretti tutti da cantare; il party può iniziare sulle note dell'adrenalinica “Take Me To The 80’s” e della grintosa “Contach”. Le melodie si fanno più catchy e soft accompagnando le tastiere nella più 'Aor-eggiante' “One Night Together”, ma si torna presto a rockeggiare con ardore sulle note delle festaiole “Chic & Destroy” e “Rock Hard (In My Party!)” spinte dall'ugola ruvida di A.T. Rooster e da assoli frizzanti di chitarra suonati dal duo Dany Rockett e Alex Jawbone. La più metallica e aggressiva “Red Lips” lascia spazio alla power ballad “Tonight” ed alla conclusiva e quadrata “Scandalo!”, quest'ultima song che in sede live saprà accendere i presenti.
“T.M.T.T.80” è un lavoro professionale, suonato con passione ed in grado di rockeggiare per quasi sessanta minuti tirati senza alcun filler. Gli amanti di queste sonorità dovranno certamente dare una chance ai Reckless!

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Opinione inserita da Celestial Dream    30 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 01 Mag, 2022
#1 recensione  -  

Ci sanno fare eccome i Bleeding Zero, progetto nato dalla mente di Rachele “Olympia” Manfredi (ex-Deuxvolt), artista che si occupa di tutte le voci del disco. Metal sinfonico ed orchestrale dalle tinte gotiche, forse non originale, ma certamente ben concepito; nei dodici brani che compongono “Pain And Fiction” troviamo un impatto teatrale consistente, con brani dinamici e ricchi di molte sfaccettature. La bella voce di Rachele ben si amalgama attraverso composizioni che cercano di trasmettere forti sensazioni all'ascoltatore, grazie ad un buon lavoro in fase di arrangiamento. Il risultato è un disco da ascoltare dall'inizio alla fine e che farà la felicità di ogni seguace di queste sonorità e di bands come Sirenia, Tristania, The Gathering e, perché no?, Therion. I cori imponenti di “Parnassus” e “Bliss Of The Sea”, il flauto ed i ritmi ariosi che aprono il disco con “Terra Nova”, le tediose atmosfere che circondano “Life And Death Of Sybil Vane”, le maestose orchestrazioni di “Romanticynicism” e le intense melodie folkeggianti di “Sappho's Leap” sono alcuni dei migliori momenti che si incontrano durante l'ascolto.
“Pain And Fiction” è un disco maturo, che fissa subito il nome dei Bleeding Zero in alto, non molto lontano dai grandi nomi internazionali del genere. Vietato ignorarlo!

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Opinione inserita da Celestial Dream    29 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 29 Aprile, 2022
#1 recensione  -  

Il quartetto finlandese Scars of Solitude torna a farsi sentire dopo l'unico full-length della loro storia, quel “Deformation” del 2017, con un EP di sei brani a nome “If These Walls Could Talk”. Il gruppo finnico mostra di avere le idee ben chiare con una proposta che mette insieme diverse influenze tra Melodic Metal di matrice nordica ed un sound moderno e melodico che trova un buon equilibrio. Nei ventidue minuti a disposizione troviamo le malinconiche atmosfere di “Left on Read” che potrebbe ricordare qualcosa degli ultimi Sentenced - prima dello scioglimento -, mentre le accelerazioni di “No Riddance” ci consegnano sonorità più aggressive ma sempre ben equilibrate con sapienti e melodiche linee vocali. Coretti e chitarre che prendono spunto dalla scena estrema nordica e ancora un'aria tediosa circondano “If These Walls Could Talk”, brano versatile che mostra tutto il potenziale della band, la quale continua a testa bassa con l'impatto oscuro di “Lullaby of the Ill-Fated” ed infine con la plumbea “Burden”, semi-ballata che funge da chiusura del disco.
Malinconici e versatili: un mix riuscito per gli Scars Of Solitude che non vediamo l'ora di incontrare con un intero, nuovo full-length.

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Opinione inserita da Celestial Dream    28 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Aprile, 2022
#1 recensione  -  

Edito lo scorso Gennaio, questo “Revival Of The Fittest” è un disco che farà la felicità di molti amanti delle sonorità ottantiane. Il classico Hard'n'Heavy per i Redstacks, un duo che arriva dall'Olanda per debuttare con una gran dose di passione e talento. Brani ricchi di pathos in cui le chitarre suonano classiche ed accompagnano un cantato bilanciato e convincente in ogni passaggio. Il tutto nasce dalle menti della coppia formata da Jeffrey Revet e Jouke Westerhof, rispettivamente chitarrista e tastierista, che si avvalgono poi di alcuni guest al microfono tra i quali spiccano Laura Guldemond delle Burning Witches e Jan Willem Ketelaers dagli Ayreon. L'album è frizzante e alterna momenti più ragionati come “Jealousy” a canzoni scoppiettanti come la veloce “Dreamworld Junkie”, quest'ultima spinta da un hammond che fa respirare atmosfere settantiane. Facile, durante la tracklist, trovare riferimenti a band seminali come Rainbow e Riot, anche se il sound dei Redstacks è ricco di svariate influenze. La riuscita ballata “Mercy” si alterna al rock dal tocco funky-progressivo che fa da spina dorsale in “Cold”, mentre è un classico Hard Rock melodico quello che dipinge la successiva “Money”. Ed è nel finale che troviamo due dei migliori momenti dell'intero ascolto, prima con le note intense che si abbattono nella malinconica “Vortex”, brano davvero speciale cantato e suonato con estrema passione, poi con “Angels In Crime”, pezzo costruito su soffici melodie e raffinati arrangiamenti.
Una sorpresa notevole l'avvento dei Redstacks all'interno della scena musicale, con un debutto come “Revival Of The Fittest” che fa pieno centro.

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Opinione inserita da Celestial Dream    28 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Aprile, 2022
#1 recensione  -  

L'Heavy Metal - dalle tinte a tratti Thrash a tratti Power - dei Powergame è pronto ad esplodere dallo stereo con questo nuovo “The Lockdown Tapes”. Il gruppo tedesco colpisce con brani ricchi di energia a partire dalla title-track posta in partenza e passando per i ritmi tirati di “Sacrifice”, confezionando un disco in grado di coinvolgere con riff possenti, accelerazioni, armonie di chitarre di scuola NWOBHM e melodie vocali dirette ed efficaci. Forse il cantato di Matthias Weiner potrebbe non convincere del tutto ma non è certo il caso di fare troppo i preziosi; i brani funzionano alla grande mostrandoci una band in netta crescita rispetto al passato, vedi “Masquerade”, precedente full-length edito nel 2019. Coretti epici spuntano fuori qua e là accompagnati da chitarre taglienti come dimostra “Chasing The Lion” prima di lasciar spazio all'esplosiva “Fire In The Sky” ed al mid-tempo “The End Of The World”. Ed a sorpresa nel finale, grazie a “The Chalice”, trova spazio una lunga suite di oltre undici minuti, una song ricca di cori e cambi di ritmo in cui tutto è bilanciato.
I Powergame si dimostrano act davvero ispirato e con questo “The Lockdown Tapes” confezionano – all'interno del filone più classico dell'Heavy Metal - uno dei dischi più belli che potete ascoltare in questo momento.

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Opinione inserita da Celestial Dream    20 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 20 Aprile, 2022
#1 recensione  -  

Con già quattro dischi alle spalle, si rifanno vivi i Rizon! Dopo sei anni dal precedente "Power Plant", l'act svizzero si rimette in marcia con un nuovo full-length a nome “Prime Time”. E' un sound moderno quello che esce dalle casse, spinto da una produzione pulita e a tratti bombastica (opera del noto Jacob Hansen) in cui tastiere avvolgenti accompagnano costantemente un Power/Melodic Metal di buona fattura. Melodie sempre ben curate e non troppo banali – c'è sicuramente di peggio in giro – per i Rizon, che non dimenticano mai per strada riff di chitarra che rendono il sound possente ed energico. Insomma la tracklist alterna momenti più moderni che potrebbero portare alla mente qualcosa di Amaranthe e Dynazty a composizioni più powereggianti e classiche. Al microfono invece si intrecciano le voci di Matt ed Anastasia trovando un buon equilibrio attraverso brani diretti come l'opener “Truth or Consequences” e nella conclusiva e sinfonica “Heaven's Gate”. Orchestrazioni e cori prendono il sopravvento nella coinvolgente “Rebel Heart” che colpisce con un refrain iper catchy, mentre “Fuckin' Rock It” mostra il lato più possente del sound proposto dalla band svizzera, alternandosi poco dopo alla lenta ed acustica “Time Till Kingdom Come”. Il disco fila così via piacevolmente attraverso una dozzina di brani ben bilanciati che potranno colpire gli appassionati delle melodie facili e del sound moderno. Niente male questi Rizon!

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Opinione inserita da Celestial Dream    12 Aprile, 2022
Ultimo aggiornamento: 12 Aprile, 2022
#1 recensione  -  

Trenta minuti o poco più di Heavy Metal classico e dalle tinte epiche per il debutto dei Luzifer, act che dopo un EP rilasciato qualche tempo fa, ora esce allo scoperto con un vero full-length.
Nati come progetto parallelo dei thrashers tedeschi Vulture, il gruppo mostra nel proprio sound una certa particolarità data in particolare dalla presenza dell'organo, strumento ben presente e che viaggia a braccetto con riff di chitarra più classici creando un connubio tra sonorità di scuola 70's e quelle ottantiane.
Brani evocativi come la title-track che apre il disco prima come un classico brano Heavy poi concedendosi nel finale coretti e tastiere che sono abili a creare atmosfere trionfanti o song più dirette come la cavalcata successiva che risponde al nome di “Barrow Downs”; i Luzifer tirano dritti per la loro strada. All'interno di "Iron Shackles" si alternano così canzoni diverse tra loro e anche se le linee vocali di S. Castevet non convincono sempre del tutto, c'è da dire che è giusto premiare la sfrontatezza di questi musicisti che hanno cercato di creare un sound abbastanza personale, per quanto possibile, concedendosi anche alcuni passaggi cantati in lingua madre come in “Hexer (In Dreiteufelsnamen)”. Qualche momento meno coinvolgente arriva nel finale; “Wrath Of The Sorcerers” si dimostra pezzo alquanto particolare con tastiere che male si amalgamano all'interno di un brano spigoloso e lo stesso problema lo ritroviamo con “Der Goldene Reiter”, pezzo che appare leggermente confuso.
Peccato, perché i Luzifer ci regalano alcuni momenti degni di nota ma allo stesso tempo anche qualche passaggio non facile da digerire. In ogni caso "Iron Shackles" è un disco che potrà trovare interesse negli amanti delle sonorità classiche.

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