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Opinione scritta da Celestial Dream

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Opinione inserita da Celestial Dream    08 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 08 Aprile, 2021
#1 recensione  -  

Che la Svizzera sia terra florida per le metal band non è proprio veritiero, ma che esista una scena underground da non sottovalutare questo è sicuro!

I Distant Past giungono tramite la tedesca Pure Steel Records a dare alle stampe questo full-length intitolato “The Final Stage”. Nascono nel lontano 2002, ma la stabilità la si raggiunge nel 2016, pubblicando intanto gli album “Alpha Draconis” (2010), “Utopian Void” (2014) e “Rise of the Fallen” (2016), quest'ultimo recensito sulle nostre pagine senza troppi elogi. Il gruppo che vede tra le proprie fila membri degli storicissimi Emerald (Jvo alla voce ed Adriano al basso) si muove su binari classici tra Saxon, Judas Priest ed Iron Maiden senza presentare nulla di nuovo ma con dieci pezzi e quaranta minuti di heavy metal pieno zeppo di passione. I momenti migliori li troviamo sulle note cavalcanti di “Staring At The Stars” che convince soprattutto grazie ad un bel refrain, nella tirata “Queen Of Sin” e con l'impatto immediato di “The Power Of Evil”. La tracklist incontra anche qualche momento meno esaltante e la sensazione è che la band sia molto più in palla e a proprio agio su brani veloci e cazzuti rispetto ai ritmi più controllati che si incontrano ad esempio con il mid-tempo “Fall From Glory”.

Un esempio di heavy metal puro e limpido, se amate queste sonorità un posticino per i Distant Past potreste trovarlo!

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Opinione inserita da Celestial Dream    08 Aprile, 2021
#1 recensione  -  

I tedeschi Sirius Curse – nati dalle ceneri degli Exterior - fondati nel 2014, si mettono all'opera per dare alla luce un EP di sette tracce (alle quali si aggiunge una breve introduzione) che abbiamo ascoltato con attenzione.

“Time Knows No Lies” è un buon esempio di heavy metal frizzante e con un tocco leggermente moderno che si dimostra piacevole ma anche parecchio debitore a proposte già sentite in passato peccando un po' di personalità. I riff che danno il via a “Loud” e soprattutto alla riuscitissima “Relax (It’s War)” lo dimostrano con un sound “in your face” dal riffing efficace e dinamico ricordando Armored Saint e Vicious Rumors su tutti. Groovy songs che riescono a trasmettere carica ed energia e che dal vivo immaginiamo possano trovare la collocazione perfetta come ad esempio la rocciosa “No Tomorrow” dai ritmi lenti ma graffianti o la compatta titletrack. Più melodica, alternativa e riflessiva “The Sense”, che dimostra come la band abbia cercato in alcuni momenti di rendere vario il proprio sound senza focalizzarsi troppo su determinati binari.

Trentasei minuti di frizzante heavy metal che si muove a metà tra il classico ed il moderno. Un esordio sicuramente piacevole per i Sirius Curse!

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Opinione inserita da Celestial Dream    07 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Aprile, 2021
#1 recensione  -  

E chi li conosceva questi Paladine? Pochi, senza ombra di dubbio. Ed è un peccato perché “Finding Solace”, disco di debutto pubblicato nel 2017 che il sottoscritto ha scoperto solamente alcuni mesi fa grazie ad un ordine proprio all'etichetta greca No Remorse, fu un lavoro decisamente valido.

Ora la band ellenica si rifà viva con il nuovissimo "Entering The Abyss" e undici tracce probabilmente più potenti rispetto all'esordio (merito anche della produzione), ma sempre e comunque rispettando quel sound epico tipico della classica scuola greca, con una chiara base power-heavy e cori e ritornelli possenti e melodici. I testi legati alla grande saga di Dragonlance di Margaret Weis e Tracy Hickman ed uno splendido artwork aggiungono interesse verso questa release che, tra l'intro “Raistlin’s Ambition” e l'outro finale “River Of Souls”, si muove nei ritmi power di “War of the Lance”, l'epica e teatrale “Between Gods And Men” e l'inno da canticchiare a più non posso che risponde al nome di “Mighty Heart”. Corre come un missile la spedita “Hourglass in the Sky”, dal tocco heavy-thrash, mentre nel finale colpisce il pathos battagliero di “The Return”.

I greci Paladine sono pronti a rimettersi in gioco con una maggiore dose di esperienza e di sicurezza alle spalle, anche se probabilmente l'incoscienza – nel senso più positivo del termine – che attorniava il debutto rimane impareggiabile. Se amate band come Arrayan Path e Blind Guardian, l'ascolto è altamente consigliato!

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Opinione inserita da Celestial Dream    07 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 07 Aprile, 2021
#1 recensione  -  

Tra le band più valide ed interessanti all'interno della nuova ondata della scena hard rock, i Maverick si ripresentano con questo loro nuovo “Ethereality”.

E' indiscutibile la maturità conseguita grazie a releases ricche di potenza e melodia, di scuola scandinava, anche se il gruppo proviene da Belfast nell'Irlanda Del Nord; citiamo “Big Red” prima e subito dopo con il terzo e ultimo disco “Cold Star Dancer”, rilasciato nel 2018 e ricco di freschezza ed ispirazione. L'act nordirlandese si conferma band di grande interesse con queste nuove dieci composizioni che si muovono con destrezza tra momenti più potenti, come l'opener “Falling” e la quadrata “Angels”, passando per il party rock di “Switchblade Sister” e attraverso la power ballad “The Last One”, il tutto circondato dalla solita produzione potente e decisa che contraddistingue le uscite firmate Maverick. Tra i momenti migliori però tocca menzionare anche l'impatto heavy di “Dying Star” e la spettacolare “Ares”, che chiude il lavoro con ottimi spunti, guadagnandosi probabilmente la corona di miglior song all'interno della tracklist. Un meccanismo oliato alla perfezione dove tutto gira a dovere, dalla voce energica di David Balfour alle chitarre dinamiche della coppia Ryan Balfour e Ric Cardwell.

Probabilmente “Ethereality” si ferma un filino sotto le precedenti uscite del quintetto irlandese, ma rimane senza dubbio una delle migliori release in campo melodic hard rock dell'anno in corso. Se amate questa musica, non esitate a tuffarvi nel mondo dei Maverick!

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Opinione inserita da Celestial Dream    01 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Aprile, 2021
#1 recensione  -  

Prog metal tecnico, intricato, intenso, introverso ed emozionante. “Frontal” è il disco che mette in luce il gruppo libanese Turbulence, attivo dal 2013, che ha debuttato nel 2015 con “Disequilibrium”, ma che ora è in grado di farsi conoscere grazie al lavoro della Frontiers Music.

Il lavoro della coppia formata dal chitarrista Alain Ibrahim e dal tastierista Mood Yassin mostra tutto il proprio potenziale lungo gli otto brani che compongono questo seconda release per la band. Brani ben bilanciati tra ritmi scatenati (“Inside The Gage”), passaggi più intimi (“Dreamless”) e dimostrazione di tecnica con un tocco moderno (“Ignite”). La prova di Omar El Hage alla voce è importante, la sua ugola espressiva si muove con disinvoltura tra i ritmi dinamici di “A Place I Go To Hide” con echi di Pain Of Salvation, Dream Theater e Haken; un pezzo che all'interno dei suoi dieci minuti presenta, tra riff potenti e tastiere dal sound elettronico, anche qualche esplosione funky-jazz. E le composizioni del qunintetto libanese sono elaborate, spesso arrivando a superare gli otto minuti di durata come “Crowbar Case” e “Perpetuity”. Song da ascoltare più volte per essere apprezzate.

Non dev'essere affatto facile portare avanti la passione per la musica metal in Libano, ma i Turbulence dimostrano di essere dei talenti notevoli che con questo “Frontal” riescono ad uscire dai propri confini e a farsi notare da tutti gli appassionati sparsi per il mondo. Potenziale elevato, da ascoltare più e più volte.

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Opinione inserita da Celestial Dream    01 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Aprile, 2021
#1 recensione  -  

Nonostante le chiare origini greche, George Tsalikis è un musicista americano che i più esperti di quella scena che viene definita US Power o US Heavy hanno già incontrato in passato coi suoi Gothic Knights ad inizio anni Novanta e successivamente coi grandi Zandelle.

George porta avanti anche una carriera solista; aveva debuttato nel 2016 con “The Sacrifice” ed ora si rifà sotto con questo nuovo “Return To Power”. E' un US Power purissimo quello che esplode dalle casse immediatamente sulle note spedite della fast song “Live To Ride”, brano spinto dalla sua voce squillante. Riff potenti e decisi si fanno spazio lungo le dieci tracce che compongono il disco. Le sciabolate di “Dehumanized” e “Together We Rise” faranno felici i metallers più classici, ma il polistrumentista americano – che qui si occupa di voce, chitarre, basso e tastiere – presenta anche momenti più cadenzati come “The Chase”. Rispetto alla potenza heavy dei suoi Zandelle qui George punta su brani più melodici e vari, in un mix tra Cage e Queensryche che si manifesta particolarmente in alcuni momenti come nei passaggi progressivi di “In Memory” o nelle tinte esplosive e ricercate alla Crimson Glory di “The Demon Barber”.

Disco piacevole, dinamico, ben suonato, che farà la felicità di ogni amante del power/heavy metal di scuola americana.

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Opinione inserita da Celestial Dream    01 Aprile, 2021
Ultimo aggiornamento: 01 Aprile, 2021
#1 recensione  -  

Il doom metal di Atlantean Kodex e While Heaven Wept viene omaggiato da Leonid Rubinstein (ex-Craving) e dalla sua nuova creature denominata Servants To The Tide.

"Servants To The Tide" è un viaggio di sei brani ricchi di pathos, epicità, drammaticità. I ritmi sono lenti e pesanti, le atmosfere malinconiche, ma non mancano aperture melodiche dal forte impatto dettate dall'ugola vibrante di Stephan Wehrbein (Screaming Souls). L'articolata opener “Departing From Miklagard” dimostra tutte queste caratteristiche appena descritte con arpeggi che si aprono su momenti elettrici esaltanti. Ma meglio ancora risultano i successivi otto minuti che compongono la sognante “A Wayward Son’s Return”, song magistrale dove il piano si mischia alla grande con passaggi heavy intensi e ricercati. Le note cupe e solenni di “Your Sun Will Never Shine For Me” lasciano spazio alla dinamica “A Servant To The Tide” dove compare anche la voce growl, mostrando il lato più oscuro del sound del terzetto tedesco.

Un debutto interessante che mette subito i Servants To The Tide nella cartina delle band che contano e che deliziano la nostra vista ed il nostro palato con un artwork affascinante e trentaquattro minuti di ispirato epic-doom metal.

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Opinione inserita da Celestial Dream    28 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 28 Marzo, 2021
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Melodic power metal made in Italy con questo esordio degli Stranger Vision, band che si mette subito in mostra con “Poetica”, un lavoro fresco e melodico, ma anche potente, grazie al solito lavoro dietro al mixer di Simone Mularoni ai suoi Domination Studios.

Quindici tracce, un po' troppe, che non si dilungano, ma colpiscono con una struttura classica ed un approccio diretto. Il lavoro di Ivan Adami al microfono è degno di nota, pieno nei passaggi più corposi – vedi la rocciosa “Never Give Up” - ma capace anche di salire di tono quando è necessario. Difficile incontrare gli Stranger Vision su territori iper-veloci, il power metal dei nostri è più ragionato e raffinato, lontano quindi dal tocco nordico di Dragonforce e compagnia. Lo dimostra la ballata “Memories of You”, anche grazie all'apporto degli ospiti, in questo caso la singer Alessia Scolletti (Temperance); durante la tracklist possiamo incontrare anche Zachary Stevens (Savatage, Circle II Circle, Archon Angel), Alessandro Conti (Trick Or Treat, Luca Turilli’s Rhapsody), Fabio Dessi (Hollow Haze, Arthemis) e Guido Benedetti (Trick Or Treat). Le influenze teutoniche (Gamma Ray) di “Rage”, l'avvolgente “Hero of the New World” che colpisce con un gran bel coro, il tocco catchy di “Soul Redemption” e la partenza decisa di “Gates of Tomorrow”, con il buon lavoro dell'accoppiata Riccardo Toni (chitarra) e Gabriele Sarti (tastiere), sono altri momenti importanti che si incontrano lungo l'ascolto.

"Poetica" è un esordio notevole, un autentico must per ogni seguace delle sonorità power e melodic metal. Benvenuti Stranger Vision!

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Opinione inserita da Celestial Dream    27 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 2021
#1 recensione  -  

Nascono nel 2018 i Winding Road, grazie all'unione di Magnus Åkerlund (Blender) e Jan Hedlund (Coastline, Eagle Down), due musicisti svedesi che decidono di unire le forze e che ora mostrano il frutto della loro collaborazione con questo omonimo debutto.

Melodic rock e AOR che si mischiano attraverso dodici brani dal tocco iper-melodico. Quello che troviamo all'interno dell'ora scarsa di durata del disco in questione è un sound dettato da melodie zuccherose, coretti da canticchiare, assoli di chitarra cristallini e l'ugola classica di Jonas Tyskhagen (Incardine, Soxity, Yo Motherfucker, Bitches Brew), non un fuoriclasse ma un singer che sa svolgere bene il proprio compito. Le frizzanti “It’s a Matter Of Survival” e “Summertime” aprono il disco con un impatto deciso. E già dai titoli dei brani si potrebbe capire l'obiettivo dei nostri; “I Lost You”, “Stranger In The Night”, “Take Me As I Am” e “Shooting Star” sono nomi piuttosto eloquenti. Per le coordinate stilistiche sintonizzatevi sulle frequenze di Perfect Plan, Creye, Lionville e One Desire, un sound fin troppo classico, a tratti banale forse, ma decisamente ben fatto e sicuramente molto coinvolgente come dimostrano appunto le catchy song “Summertime” e “Out Of Control”, le ballatone “Call On Me” e “Before It All Falls Down” e la frizzante “Gotta Get Close To You”.

Sette, sette e mezzo, tre o quattro stelline... il voto finale conta fino ad un certo punto. Quel che è certo è che i Winding Road ci hanno regalato un esordio gradevole, soddisfacente, spensierato ed attraente senza inventare nulla di nuovo e senza probabilmente neanche provarci a farlo, ma con passione e talento.

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Opinione inserita da Celestial Dream    27 Marzo, 2021
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 2021
#1 recensione  -  

Avevamo incontrato i Paris (niente a che vedere con Jeff Paris) tempo fa, esattamente nel 2013 con il loro debutto “Only One Life” che ci convinse ben poco e a cui fece seguito nel 2016 il comeback “The World Outside”. Il gruppo francese propone un hard rock melodico che sconfina facilmente verso l'AOR prendendo come spunto Foreigner e Journey, ma con composizioni fin troppo lineari e poco scoppiettanti.

Insomma il sound cristallino che esce da questo loro terzo disco denominato “50/50” con brani interessanti come “ Can’t Get You Out Of My Mind” e “Crazy Over You” può anche essere a tratti piacevole ma non riesce a conquistare del tutto, per colpa principalmente di un songwriting non molto personale, ma anche di un cantato che non eccelle come quello del singer parigino Frédéric Dechavanne (emblematica “Half Of Me”, ma in tutto il disco si dimostra non all'altezza). Si arriva così alla fine dell'ascolto con la sensazione di avere tra le mani l'ennesimo lavoro tutt'altro che indispensabile, un disco con più difetti che pregi.

All'interno dell'ispirata scena melodic rock attuale, non ci sembra proprio il caso di spendere tempo e denaro per “50/50” dei Paris.

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