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Opinione scritta da Corrado Franceschini

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    20 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 2024
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Guardando la copertina disegnata da Daniel Andersson per l’esordio su lunga distanza dei londinesi Coltre, ho pensato che fosse perfetta per un disco di Progressive Rock degli anni '70, di gruppi come Beggars Opera e simili. Guardando il logo invece, mi sono tornati alla mente i Picture, combo olandese che nel 1983 rilasciò il capolavoro “Eternal Dark”. In realtà in “To Watch with Hands… To Touch with Eyes” non ci sono tracce di Rock Progessivo o “barocco”, però ve ne sono del Rock fine anni ’70 inizio anni ’80 assieme ai dettami di certa NWOBHM. Il quartetto formato da Daniel Sweed (chitarre), Marco Stamigna (chitarre e voce), Max Graves (basso) e Edoardo Mariotti (battteria) ha realizzato di proposito una registrazione dal suono genuino e senza troppi artifici. In molti degli otto brani - uno è la cover di “Are Friends Electric?” dei Tubeway Army (da Replicas – 1979) - si riscontrano le classiche galoppate portate al successo dagli Iron Maiden. Vista però la lunghezza dei pezzi - sono tutti al di sopra dei cinque minuti e trenta - c’è anche lo spazio per integrazioni e digressioni che, come detto, toccano il campo dell’Hard Rock. La voce di Marco Stamigna è nella maggior parte dei casi “acidula” e risulta poco gradevole da ascoltare. La produzione non è sempre impeccabile: pensate ai primi EP dei Diamond Head, fate il confronto e poi mi dite. Ciò nonostante, per fortuna, idee e tecnica ci sono. Parlavo di cavalcate alla Iron Maiden: per trovarle basta schiacciare il tasto play e ascoltare l’apripista “Feast of the Outcast” che traccia il solco del suono dei Coltre, con i suoi pregi e difetti. Il quartetto mostra la propensione per un suono più oscuro e lo fa con “To Watch with Hands”. “Rat Race” è un pezzo che reputo “strano”: l’ho capito solo parzialmente vista la commistione fra una “marcetta”, diversi break e controtempi. “When the Earth Turns Black” l’ho vissuta come un omaggio ai KISS di “Black Diamond”, vedi intro, ma è anche uno dei pezzi meglio riusciti del lotto grazie ai suoi frequenti cambi dinamici e nervosi. La cover dei Tubeway Army, se ascoltata in cuffia, possiede un buon lavoro di chitarre sotto traccia e un buon solo, ma, forse perché il genere del gruppo di Gary Numan era un Dark Wave con synth, ha poca spinta. “Through the Looking Glass” ricalca lo stile dei gruppi meno blasonati della NWOBHM, quelli della seconda linea, e lo contamina con cambi più atletici e con le tastiere. Peccato per la chitarra verso il finale che sembra spaesata e non si capisce dove voglia andare. La conclusiva “Oblivion” è una semi ballata dal ritmo trascinato che, a mio avviso, non sortisce l’effetto romantico a causa della voce di Marco. Dal 2019 al 2024 i Coltre hanno realizzato un EP e questo disco ma, per restare a galla in un mercato come quello del Metal, ci vuole uno sforzo in più e il cambiamento di alcuni parametri, altrimenti si rischia di cadere nel dimenticatoio.
Nota: nel press kit la cover viene chiamata “Friends Aren’t Electric” invece di “Are Friends Electric?”

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    15 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 15 Aprile, 2024
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I più attempati fruitori del metallo italiano ricorderanno bene il periodo degli anni ‘80 nel quale Luca Bonzagni, cantante dei Crying Steel, veniva paragonato sia per la voce che per il vestiario a Rob Halford. Chi come me ha visto la band dal vivo ricorderà, fra le altre cose, le “coreografiche” piroette del chitarrista Alberto Simonini. Oggi a portare avanti la musica della band felsinea, seppur con qualche problema, è rimasto l’unico membro originale, il chitarrista Franco Nipoti. L’album dal vivo “Live and Thunder” è stato registrato nel 2022 all’Alchemica di Bologna in occasione dei festeggiamenti per i quarant'anni di vita della band. Dopo una partenza al fulmicotone dai tratti un poco incerti affidata ad “Hammerfall”, il quintetto guidato dalla tagliente voce di Alessandro Rubino si coalizza e nelle restanti undici tracce, fa capire di che pasta è fatto: pasta di grano duro, energizzante e di qualità. Il marchio Judas Priest è rappresentato nel suo massimo splendore e compattezza dalla coinvolgente “Defender” (da “Time Stands Steel” – 2013). Le chitarre della coppia Nipoti – Nocchi spiccano e si mettono in bella mostra in “The Killer Inside”. Canzoni come “Born in the Fire” e “Rockin’ Train” fanno capire quanto nel DNA di Franco e compagni, ci sono rispettivamente il sound dei Dokken e quello dei Saxon. Che dire poi della doppietta finale rappresentata da classici senza tempo come “Runnin’ Like a Wolf” (EP “Crying Steel”) e “Thundergods” (LP “On the Prowl”)? Che rivelano la piena forma di un gruppo al quale si deve massimo rispetto. Una canzone che reputo sotto tono, almeno in questa occasione, è “Raptor”: l’avrei preferita con una maggior “spinta” propulsiva. Da segnalare l’unico brano inedito: “Hell Ain’t a Bad Place”. Si tratta di un Heavy melodico che apre a fasi più marcate dove a brillare, sono una voce stupenda e degli ottimi soli delle chitarre. Non è dato sapere quando uscirà il prossimo lavoro della band ma sono sicuro che, risolto il problema della ricerca di un nuovo cantante, i Crying Steel non molleranno la presa e torneranno forti come sempre.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    01 Aprile, 2024
Ultimo aggiornamento: 01 Aprile, 2024
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Avete mai visto una band che per la copertina del proprio disco, si fa fotografare di fronte ad un locale con il relativo proprietario? Gli anglo-americani Little Villains lo hanno fatto. Sulla cover di “Cafè de Stam”, il terzetto è immortalato davanti all’omonimo bar situato a Paal (Belgio), assieme al proprietario Guy Baptist. Tanto per darvi un’idea dello spirito giocoso ed "alcolico" dei Nostri basti dire che, in cima al locale, svetta l’insegna della birra belga Duvel. I Little Villains, combo formatosi nel 2005 per volere del cantante e bassista James Alexander Childs e del batterista Philthy Taylor (ex-Motorhead), in questo quinto disco non cambiano di una virgola il loro credo. Stessa formazione dell’ultimo CD, stesso luogo di registrazione - lo Stujo di Los Angeles - stessa label e, naturalmente, stesso blend musicale. I dieci pezzi di “Cafè de Stam” hanno una durata complessiva di 31 minuti, ed in essi è possibile trovare l’immediatezza del Punk meno “caciarone”, il suono grezzo dell’Hard Rock fine ’70/inizi ’80, una certa “vaghezza” psichedelica ed un poco di Beat. Non pensate a chi sa quali tecnicismi ma, piuttosto, ad un lavoro diretto e immediato dove la chitarra di Owen Childs più che dei soli, fa dei brevi intermezzi. Solo la validissima 'AC/DC-iana' “Run You Through”, si fregia di un solo più lungo, prima “a pezzi” e poi in linea con il ritmo. Ho parlato sopra di spirito giocoso e sono convinto che pezzi come “Ian Maiden” - facile indovinare quale band ha dato ispirazione musicale ai Nostri -, l’Heavy e veloce “Lidl Villains” (scritto proprio così), per non parlare di “Rocking Horse Shit”, possiedono testi divertenti. Per farvi capire la versatilità del gruppo (e del disco), aggiungo che “Gattling Gun” energizza gli AC/DC e li miscela con un bridge alla Rolling Stones e che “Piece by Peace” mescola agevolmente Rock, Hard Rock e Psycho Beat. I Little Villains chiudono con l’ottima “Half Past Dead” un disco che sceglierei volentieri per coprire la distanza che c’è fra Reggio Emilia, posto in cui abito, e Modena. Se dal Rock cercate onestà, sudore e divertimento, fidatevi ciecamente dei Little Villains. Se invece cercate tecnica, rabbia cieca o musica esasperata, girate lo sguardo altrove.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    21 Marzo, 2024
Ultimo aggiornamento: 21 Marzo, 2024
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Cosa si può dire di nuovo su una band come i Firewind che è in giro dal 1998? Poco o niente! Il gruppo fondato dal chitarrista greco Gus G. (ex-Ozzy Osbourne) suona come un bignami del Power Metal: canoni ben precisi, tempi per lo più serrati e cori ad alto impatto. Il tutto è valorizzato da una produzione cristallina a cura dello stesso chitarrista, del cantante Herbie Langhans e di Dennis Ward, già produttore di Magnum e Unisonic, che ha contribuito anche in fase di stesura delle canzoni. Che sia la chitarra lo strumento che detta legge lo si capisce dall’attacco all’inizio di “Salvation Day”. Chi fra voi ha velleità canore potrà cimentarsi con il “massiccio” refrain dell’eponima “Stand United”, un brano che si dibatte fra il Power classico e le sonorità care agli Helloween. “Destiny is Calling” possiede un ritmo e un ritornello di alto rango. “The Power Lies Within” calma un poco le acque abbracciando un ritmo cadenzato e roccioso, alternato con un Power/Heavy e suggellato da un buon solo di chitarra. “Come Undone” possiede dei caratteristici inserti di sintetizzatore che ben si incastrano con gli altri strumenti anche se, personalmente e in alcune fasi, avrei evidenziato di più lo strumento a livello di volume. “Fallen Angel” è un classico del Power con tanto di breve coro “Hey, hey” da cantare a squarciagola. “Chains” rappresenta un tassello atipico nel mosaico di “Stand United”, dato che attinge in pieno dal suono Hard Rock melodico di band quali Dokken e simili. “Land of Chaos” ha una valida struttura che, nella cadenza pesante, trae ispirazione dai Metallica. “Talking in Your Sleep” è una cover di un brano dei The Romantics. Credevo di non averla mai sentita e invece, dopo le prime note, l’ho riconosciuta subito. In questo caso la versione cambia dal Pop elettrico dell’originale ad un Metal abbastanza tranquillo che, appunto, non snatura più di tanto il pezzo. Durante tutto l’arco del disco, la voce di Herbie Langhans è versatile e capace di adattarsi ad ogni ritmo e cadenza; cosa che accade puntualmente anche nella conclusiva “Days of Grace”, un pezzo incisivo e pieno di inserti di chitarra. Senza ombra di dubbio i Firewind sono in grado di scrivere e comporre delle canzoni coinvolgenti . Poco importa se alcuni testi sono scontati o alcune ritmiche sono ben note a chi ascolta Power & Heavy da una vita: “Stand United” è un buon disco. Stop!

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    28 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio, 2024
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Ace Frehley è uno e trino: l’uomo dello spazio dei Kiss con la chitarra luminosa, lo spara razzo capace di un assolo intenso come quello sciorinato in “Shock Me”, il musicista che ha saputo creare una carriera da solista che, seppur con fortune alterne dura da decenni; poi c’è l’uomo; quell’uomo che non ha mai digerito la cacciata dai Kiss, la persona con problemi di dipendenza e che, anche per questo, era assieme a Peter Criss l’anello debole di una macchina da guerra con i generali Simmons e Stanley saldamente al comando. Molti degli undici pezzi contenuti in “10,000 volts” sono stati scritti per lo più dal nostro chitarrista in collaborazione con il chitarrista dei Trixter Steve Brown, che ha prestato la sua opera come strumentista e si è cimentato anche nella produzione del disco. Visto che Ace è stato sempre considerato come l’anima Rock dei Kiss, mi aspettavo dal disco un flusso di energia pazzesco. Quello che risulta, invece, è che alcuni brani risultano palesemente simili, almeno nell’idea di base, a quelli dei Kiss e questo, per chi afferma che il disco da la paga a quelli della coppia Simmons/Stanley, non è un buon segno. La produzione è buona, ma alcuni pezzi, seppur con un suono caldo e potente, risultano fiacchi: sembra una contraddizione, ma un orecchio attento certe cose le coglie. Se trovate poi che prolungare una canzone di quattro minuti scarsi con un coro negli ultimi trenta secondi sia una trovata valida (questo accade spesso N.d.A.) fate voi. Dunque “10,000 volts” è un disco da buttare? Anche se non eccelso la risposta è no! Lasciamo stare la decantata title-track con un solo che, appunto, si rifà a quello di “Shock Me”, ma possiede molto meno smalto. Tralasciamo anche “Cosmic Heart” e “Back Into My Arms Again”, che è dal tenore dolce ma veramente troppo semplice, se pur parzialmente “salvata” da buone orchestrazioni di fondo. Concentriamoci sui pezzi che, almeno a mio parere, non deludono. Quando il Rock richiede durezza ecco che arriva “Fighting For Life”: bella l’energia profusa e il solo in linea con lo stile di Frehley. La cover di “Eyes of a Strager” di Nadia - l’originale è nei titoli di coda del film “Transporter”, film con Jason Statham - si fa apprezzare per la sua melodia, il suo intenso crescendo e il suo breve solo struggente. Bella “Up in the Sky” che è concepita nel miglior stile possibile dal Nostro che è a suo agio in tutte le fasi. In chiusura c’è un vero e proprio must: parlo dello strumentale “Stratosphere” dove la chitarra, finalmente, si sfoga a dovere e ci ricorda cosa è capace di fare l’uomo dalle mille vite. Sono stato duro con Ace ma, quando vuoi bene ad un personaggio e hai imparato ad apprezzarlo per anni, ti aspetti molto, forse troppo da lui. Se ancora una volta volete accordare la vostra fiducia al nostro “eroe” non sarò certo io con la mia recensione ad impedirvelo ma ricordate: il tempo passa per tutti, anche per i migliori.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    20 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 21 Febbraio, 2024
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Gli Inverecund, band nata nel 2019 e con sede operativa in Emilia Romagna, in questo 2024 sembrano avere trovato l’assetto giusto per affrontare le prime date del loro tour. Nell’EP “Engrossed in Horripilation” del 2023, il combo vedeva all’opera i fondatori e chitarristi Morgan (Burial e Vexovoid) e Marcello, affiancati da Michele (voce anche negli Unbirth ed ex-Human N.d.A.) alla voce e dal batterista Davide (Indecent Excision). Nome della band, titolo del disco e titoli delle canzoni, cinque originali e una cover degli Inveracity, non lasciano adito a dubbi: ci troviamo di fronte ad una musica che fa del Death Metal il proprio credo. Non penso che chi segue il genere da decenni si aspetti chissà quali novità. Nella bio del gruppo si fa riferimento esplicito, almeno per i primi tempi, ad una band seminale come i Deicide e questo spiega molte cose. La registrazione avvenuta all’Art Distillery Studio a cura di Claudio Mulas, rilascia un suono che non risulta troppo patinato e liscio ma che, comunque, è di buona fattura e in linea con le produzioni di gruppi più famosi. Dopo una Intro pesante con voci che si incrociano e accavallano arriviamo al primo vero brano. “Disinterred Turpitude” è un classico del genere Death: voce cavernosa, velocità alternata a cadenza e una sensazione di “claustrofobia” che ritroveremo in altre tracce. “Vile Effluvium” ha più o meno lo stesso stampo ma, in più, ha una partenza schizzata che dopo uno stacco in velocità, passa ad una cadenza pesante. Batteria in evidenza e solo di chitarra lancinante a cura di Paul “Heandbanger” Menozzi (ex-Injury), rappresentano un valore aggiunto. “Rescinded Physiognomy” ha come caratteristica principale il Brutal Death suffragato da una velocità che trascina nel gorgo e che inghiotte senza via di scampo. Anche in questo caso le chitarre fanno il loro “sporco” dovere e non lasciano requie. “Heruptive Hemangioma” mi ha coinvolto in tutto e per tutto grazie alla sua grande varietà di ritmiche. Belli gli stacchi a più chitarre e il cambio “a sbalzo” che conduce ad una velocità che sa di chiuso ed oppressione. Di “Visions of Coming Apocalypse”, cover degli Inveracity, non conoscevo la versione originale: Gli Invercund si lanciano in un pezzo che si fregia della velocità e poi lo “smorzano” con uno stacco mortifero e fasi in cadenza e così facendo vomitano fuori tutta la perizia strumentale che hanno accumulato in anni di militanza nell’underground. Se la parola innovazione affiancata al genere Death vi fa schernire, richiedete “Engrossed in Horripilation”: la tradizione vi chiama.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    12 Febbraio, 2024
Ultimo aggiornamento: 14 Febbraio, 2024
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I Mega Colossus da Raleig, nord della California, tornano a noi con una formazione invariata rispetto al precedente disco “Riptide” (anno 2021, voto 3,5/5). Il quintetto, trainato dalle sferraglianti e precise chitarre di Bill Fisher e Chris Millard, non cambia neanche il tipo di musica scelto e proposto: un Heavy Metal che passa agevolmente dallo stile degli Iron Maiden al Thrash infilando nel mezzo, spesso nello stesso brano, inserti di altri sottogeneri. Sappiamo bene quanto è difficile trovare dischi originali, ma le sei tracce di “Showdown” - per la ragione che ho scritto sopra - in qualche modo lo sono. Se nel disco precedente la voce di Sean Buchanan aveva destato in me qualche perplessità, questa volta non è così. Il cantante, infatti, si è prodotto in una performance pienamente soddisfacente basata per lo più su tonalità medie e alte. Riconoscere lo stile compositivo di Steve Harris e soci è sin troppo facile: basta ascoltare la prima traccia dal titolo “Fortune and Glory”. Dove sta la genialità dei Mega Colossus? Sta nel fatto di avere un’ottima perizia strumentale e di lasciare di stucco l’ascoltatore mettendo ai 5’ 10” uno stacco epico/maestoso denso di melodia. Se vi piace il Power con chitarre ben presenti e asservite ora a parti in velocità ora ad altre più lente, “Outrun Infinity” fa al caso vostro. Con il terzo brano dal titolo “Grab the Sun” il cambio di genere è repentino: Thrash nervoso, spezzettato e tecnico, che dopo cinque minuti rallenta portandosi dietro le due chitarre. Abituato a tanto ingegno creativo, ho trovato la title-track nella norma, se comparata agli standard qualitativi del quintetto. I Mega Colossus trovano modo di abbracciare l’Heavy Metal e di accorparlo con la melodia ad ampio respiro in “Wicked Road”: anche in questo caso è palese l’importanza che rivestono le chitarre nell’economia del suono dei cinque americani. “Take to the Skies” con il suo dinamismo e la sua velocità - per non parlare del ritornello - è figlia diretta degli Helloween o, se preferite, dei nostrani Trick or Treat. La canzone, grazie ai suoi molteplici cambi, è fatta apposta per lasciarvi senza respiro ed è la degna conclusione di un album decisamente interessante. In mezzo a tante band che clonano pedissequamente il suono altrui, trovate tempo e modo per ascoltare “Showdown”: non rimarrete delusi.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    28 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 2024
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I PrincesS, gruppo fondato nel 1994 e capitanato da Freddie Wolf, sono così eclettici che non sai mai cosa aspettarti da un loro disco. Il precedente “Temple of Music” (voto su Allaroundmetal: 4/5) pur con tutte le contaminazioni presenti, aveva sterzato bruscamente sulla via dell’Hard Rock. Il quinto album dal titolo “PRINCrazinESS”, invece, stravolge ancora una volta ogni dettame tanto che di Hard Rock se ne trova una quantità veramente minima. Non parliamo poi dell’Heavy Metal che è completamente assente. La produzione, il mix e il mastering sono di ottima fattura e rendono corposo un suono che, come al solito, è impossibile da circoscrivere in un solo genere per canzone. Provate voi a catalogare “Paesano Procession”: io la definirei Etno – Folk con cantato lirico e sottostrato Rock il che, se non l’ascoltate, può volere dire tutto e niente. “Der Tanz Der Kommissar” con il suo titolo mi ha riportato indietro nel tempo quando il cantante Falco dominava le classifiche disco. Musicalmente il pezzo si assesta sul tenore della Pop – Disco e le tastiere sono lì a confermarlo, ma con un che di malinconico. "RoboRock” passa dal Rock misto, secco e cadenzato, all’Elettro – Disco: ipnotico il ritornello. ”Lupin III Driving K.I.T.T.” fa l’effetto di una pallina che gira nella roulette e va a toccare più numeri. Dal Rock schizoide si passa a un ritornello Disco – Rock e il resto, corroborato dal basso di Orlando Monteforte, vira al Funky coadiuvato come è dalla chitarra di Max “Alan Warner” Brodolini. Ottima la produzione. “’70 Funk Cops” ha un titolo manifesto, inutile aggiungere altro. “New 80s” si pone a metà fra gli Skiantos di “Largo all’Avanguardia” e il suono del Beat ma, c’era da aspettarselo, presenta anche un cambio di ritmo con fuga in velocità. “Young Frankenstein” è Rock elettronico mischiato ancora una volta con il Funky e la Disco: strano il coro. “Rhythm and Boom” è un Rock n’ Roll di fine anni '60 - inizio '70: uno stile Honky Tonky che va a braccetto con i T. Rex di Marc Bolan, quelli di “Bang a Gong (Get it on)” e gli Slade, altro gruppo Glitter Rock del lontano passato. “Summer in the City” è un Surf n’Roll stile Beach Boys con un coro tipico degli anni '60 che andrebbe benissimo per un telefilm come Happy Days o un film come Grease. La conclusiva “Where’s da Bats” è un brano dinamico stile Funky con puntate nella velocità. La collaudata line up dei PrincesS ha subito uno scossone con l’uscita del chitarrista Max Brodolini, un elemento importante nell’economia del gruppo. Come potete leggere sul sito della band Max, comunque, ha composto altre canzoni che compariranno nel prossimo disco. La formazione andrà avanti ufficialmente come terzetto.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    20 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio, 2024
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Il 10 marzo 2023 Paul Quinn, chitarrista dei Saxon, ha annunciato la sua fuoriuscita dalla band. Biff Byford, fondatore e cantante della band inglese, non si è perso d’animo e per mantenere saldo il legame con il suono della NWOBHM ha reclutato Brian Tatler, chitarrista dei Diamond Head. L’alchimia sonora creata dalle chitarre di Doug Scarrat e dallo stesso Tatler nel disco “Hell, Fire and Damnation” funziona. I due si dividono equamente i soli oppure collaborano in maniera efficace sia che si parli di parti ordinarie, sia che si parli di parti più complesse da eseguire. La produzione da parte di Biff e Andy Sneap è sostanzialmente buona, mentre mix e mastering a cura del solo Sneap, presentano qualche piccola sbavatura; roba però da puristi e ascoltatori attenti. Le dieci tracce coprono lo spettro sonoro dell’intera discografia dei Saxon. Ogni accanito follower della band di Albione riconoscerà partiture simili a quelle di “Crusader”, “We Came Here to Rock”, Motorcycle Man” ed altri classici, ma faccia attenzione a non etichettare "Hell, Fire and Damnation” come un album clone. Quando uno pensa di aver preso confidenza con la canzone, ecco che arriva un guizzo o una trovata che cambiano le carte in tavola come si può ascoltare in “Madame Guillotine”. La potenza dei Saxon è ampiamente confermata da “Fire and Steel”: chitarre brucianti all’inizio, velocità da headbaning, altre chitarre (fra le quali quella di Paul Quinn N.d.A.) e la batteria di Nigel Glocker che funge da maglio perforante. Se vi attirano i misteri alieni ascoltate “There’s Something in Roswell”: il suo ritornello è fatto apposta per risuonare nella vostra testa e confermarvi che l’Area 51 ci nasconde delle verità. Il nono pezzo, “Witches of Salem”, lo segnalo nel caso vogliate avere conferma di ciò che ho detto a proposito di partiture già note. I Saxon sono inarrestabili e in decima e ultima posizione piazzano “Super Charger”. Un riff repentino e assassino di chitarra crea la sua ossatura mentre, in seguito, velocità e soli energici; anche in questo caso è presente la chitarra di Paul Quinn, vanno a decretare la fine di un ottimo disco. Da un cantante che ha appena compiuto 73 anni e con una band longeva come la sua potevate aspettarvi un disco mediocre? Certo che no.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    16 Gennaio, 2024
Ultimo aggiornamento: 16 Gennaio, 2024
Top 10 opinionisti  -  

Tony Clarkin, co-fondatore, chitarrista e compositore dei Magnum, è morto il 7 gennaio 2024 all’età di 77 anni. Quasi sicuramente questo triste evento porterà allo scioglimento della band ma, al momento, si sa solo che è stato annullato il tour previsto per quest’anno. Dalle parole di Tony emergeva tutto l’entusiasmo per aver composto e aver suonato in “Here Comes The Rain”, album uscito il 12 gennaio 2024. L’occasione di ascoltare e recensire l’album, diventa così un modo di rendere omaggio a una figura e ad una band che hanno annoverato schiere di appassionati del versante più tranquillo del Rock, quello dell’Hard/Pomp/Progressive. Il raggio d’azione nel quale operano i Magnum lo conoscete ed è giusto dire che gli ultimi album, se pur splendidi, mostravano delle canzoni intercambiabili fra loro per quanto erano simili. Anche in questo nuovo lavoro, fra le pieghe, si respira aria di già sentito, ma non mancano episodi degni di nota ed altri che si distaccano dal cliché compositivo. Vorrei mettere in particolare evidenza il fatto che la voce di Bob Catley, a dispetto di certe prestazioni del passato, questa volta è in splendida forma. In aggiunta voglio fare un plauso a produzione e mixaggio che sono sempre al top e alle orchestrazioni e alle tastiere che “avvolgono” molti brani. Fra di essi cito “Some Kind of Treachery” e “After the Silence” che, se pur nel classico stile Magnum e con inserti già sentiti, mostrano una band in gran spolvero. Vi suggerisco l’ascolto di alcuni brani che, a mio avviso, si elevano sugli altri proprio perché brillano di una luce diversa dal solito. Parto segnalandovi “Blue Tango”, un Rock ad ampio respiro che si interseca con la durezza di un ritornello adatto all’entrata di un gruppo di biker in un bar della Route 66. Proseguo con “The Seventh Darkness”, brano nel quale la differenza la fanno i fiati: la tromba suonata da Nick Dewhurst ed il sax suonato da Chris “Beebe” Aldridge che duetta anche con la chitarra di Clarkin. “I Wanna Live” è bella, evocativa, ed a tratti commovente e malinconica. La conclusiva “Borderline” ci lascia in eredità un Hard Rock cadenzato, contrappuntato dalla precisa chitarra di Clarkin. Non siamo di fronte ad un album del tutto originale però, vi posso dire sin da ora che lo ritroverete nella mia top ten di fine 2024.

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