A+ A A-

Poche band al mondo possono contare sulla storicità e sui pochi passi falsi che la creatura di Sakis Tolis, i Rotting Christ, ha compiuto durante l'arco della sua carriera. Mai soddisfatto della sua musica, in continuo mutamento e sperimentazione, il frontman greco è stato capace, durante gli anni, di costruire un sound del tutto anomalo e personale in un panorama che per anni è rimasto statico come quello europeo. Per questo, in occasione della data al Circolo Colony (di cui potete leggere qui il report) non ho perso l'occasione di incontrarlo per una breve intervista. Buona lettura!

D: Ciao Sakis e grazie per il tempo concesso ad Allaroundmetal.com. Siete contenti di tornare in Italia, nello stesso palco dove avete suonato lo scorso anno?
R: Ciao Dario e grazie a voi. Si, sono molto contento, l'Italia per noi è come una seconda casa, ci fa molto piacere essere tornati al Circolo Colony.

D: Parliamo un po' di Rituals: penso che sia un album monumentale, mi è piaciuto molto. Hai parlato di satanismo e del senso della religione, più che dell'adorazione del diavolo vera e propria, in molte culture differenti. Possiamo considerarlo una naturale evoluzione rispetto al discorso cominciato con Katá ton Daímona Eaftoú?
R: È esattamente così, pensa che all'inizio volevo chiamarlo Katá ton parte 2. Più o meno le tematiche sono quelle del disco precedente: il male e il suo rapporto con differenti culture, ma qui ho voluto arrangiare il tutto in modo più atmosferico.

D: Hai lavorato con Michael Locher (Samael nda.) per "Les letanies de Satan" e con Nick Holmes (Paradise Lost nda.) per "For a voice like thunder", come ti è venuta l'idea di chiamarli? In fase di lavorazione hanno influenzato la scrittura del pezzo?
R: Si, quando scrivo canzoni in una certa lingua mi chiedo sempre quali tra i miei amici potrebbero darmi una mano a interpretarle e farle vivere. Quando mi sono trovato tra le mani una canzone tratta da Baudelaire ho subito pensato a Michael, che è madrelingua, stessa cosa con Nick e tutti gli altri. In realtà anche con le canzoni in greco: penso sempre a chi possa darmi una mano a prescindere. Lo faccio ad ogni album, per me queste partecipazioni sono molto più che semplici comparsate: se voglio un artista in una canzone è perché penso che quella canzone, senza quell'artista, non può funzionare.

D: Riguardo proprio al concept di questo disco: pensi che studiare culture antiche e la loro visione del mondo sia un buon modo per aprire le nostre menti e vedere le cose da un altro punti di vista?
R: Assolutamente si. Se leggi i testi dei Rotting Christ ti rendi subito conto di come mi piaccia vedere il mondo da una prospettiva metafisica. Ok, la vita di tutti i giorni è difficile, devi pagare le tasse, pensare ad altro... La musica mi permette di staccare e di ragionare su concetti molto complessi. L'avere due modi di pensare diversi, due modi in cui vedere il mondo, dove da una parte sono un papà con tutti i problemi del caso e dall'altra un musicista metal, mi aiuta spesso a stare meglio.

D: Pensi che i tuoi fan, dopo aver letto i tuoi testi o anche solo sapendo a cosa sono dedicate le canzoni, vadano poi a studiarsi le fonti da cui prendi ispirazione?
R: Non lo so! *ride* Ma come dicevo prima lo spero. A volte il metal può essere un veicolo per conoscere molto di più riguardo al mondo che ci circonda e non la solita roba trita e ritrita che dice principalmente "Satan, kill etc." *ridiamo*. Questo è il motivo per cui nei Rotting Christ ho sempre un approccio quasi poetico.

D: Ci sono due cover nel disco, una degli Aphrodite's Child e una di Nikos Xilouris. Come mai hai scelto questi due artisti?
R: Come in tutte le culture, quella ellenica moderna ha artisti che difficilmente sono conosciuti fuori dai confini nazionali, anche perché parlano e cantano principalmente nella loro lingua. Alcuni di loro però posseggono un sound che secondo me si adatta bene alla musica dei Rotting Christ, per quello ogni tanto mi piace realizzare delle cover. Mi piace pensare che, per esempio, le persone scoprano poi che gli Aphrodite's Child sono il gruppo di Vangelis, o che trovino interessante la musica folk di Nikos Xilouris. Quest'ultimo, per esempio, è stato una delle mie ultime influenze in merito di vera e propria scrittura dei pezzi!

D: Venendo a fatti più di "attualità": recentemente siete stati in sud Africa dove per l'ennesima volta molte associazioni hanno protestato contro il vostro monicker, costringendovi a esibirvi con un altro nome.
R: Si, ci succede ormai ogni anno *ride* ovunque andiamo capita sempre qualcuno che ha da dire per il nostro nome. Da un certo punto di vista ti direi quasi che potrei capire chi si sente offeso, ma ehi, questa è musica metal fatta per un pubblico di metallari. Sono sempre più rattristato dal fatto che le religioni si siano radicalizzate a questo punto. Nonostante ciò, se ci capita, semplicemente suoniamo lo stesso con un altro nome, pazienza. Per noi l'importante è sempre trasmettere il messaggio della nostra canzone più famosa: Non serviam.

D: Ieri ero qui al Colony a sentire i Ne Obliviscaris. Considerata l'ultima ondata di metal estremo che abbiamo visto in questi anni, cosa pensi di queste nuove band che mescolano black metal con nuove influenze? Pensi possano rappresentare un futuro per il genere?
R: Non lo so, ma penso di si. È fondamentale continuare a sperimentare in un genere da sempre statico come l'heavy metal: come Rotting Christ cerco sempre di supportare le nuove generazioni. Spero davvero che band come Mgla, Batushka o Ne Obliviscaris siano solo le prime di una vera e propria rinascita del genere.

D: Come dicevamo prima, quindi, sei sostanzialmente d'accordo sul fatto che le tematiche della musica metal ormai non possano essere più "kill" e "satan"! *ridiamo*
R: Certo, molte persone probabilmente si stufano a leggere testi complessi, ma dall'altro punto di vista io con i Rotting Christ ho sempre provato a fare un passo avanti. Non sto dicendo che non mi piaccia chi fa thrash o death vecchio stile: semplicemente penso che sia una cosa superata.

D: Come mai hai provato a scrivere una canzone in orchesco, intitolandola tra l'altro come il saluto orchesco del videogioco Warcraft?
R: Ahahah! Come giustamente notavamo prima, con questo disco ho deciso di provare a scrivere cose diverse: siamo passati dal francese di Les Letanies de Satan all'inglese di For a Voice Like Thunder. Per questo mi sono divertito a scrivere una canzone che contenesse il linguaggio orchesco, mischiando Tolkien e Warcraft. Non riesco mai a giocare tanto, soltanto nelle pause tra un tour e l'altro, però mi piaceva l'idea dell'Orda furiosa e cieca di rabbia, così ho scritto la canzone!

D: Grazie per il tempo dedicatoci Sakis!
R: Grazie a voi per il supporto!

Pubblicato in Interviste

Sull'influenza che i Ne Obliviscaris hanno avuto nel metal estremo, negli ultimi anni, c'è ben poco da dire. Con Portal of I e Citadel la band australiana è riuscita a creare un unicum nel panorama mondiale, dovuto anche al successo della loro campagna di crowdfounding. Per questo ho colto l'occasione al volo per intervistare Tim Charles, membro fondatore della band, che in veste di manager e di addetto merchandise mi ha parlato della sua filosofia riguardo la musica che scrive e ama. Buona lettura!

D: Ciao Tim e benvenuto su Allaroundmetal, grazie per il tempo che ci hai concesso. Volevo cominciare parlando proprio del metodo di composizione dei Ne Obliviscaris, visto che è qualche anno che una delle vostre canzoni viene addirittura insegnata in conservatorio. Come iniziano i lavori? Avete uno strumento attorno al quale ruotate?
R: Ciao e grazie a voi per l'intervista! La composizione dipende da canzone a canzone: il più delle volte partiamo dai riff di chitarra, cerchiamo di costruirci qualcosa intorno tutti insieme e poi lavoriamo sulla batteria, fissandola con i riff. Poi diventa tutto un provare e riprovare a vedere cosa funzioni con le prime due cose che abbiamo scritto. A volte succede anche che siano altri strumenti a ispirare una sezione, ma il più delle volte sono sempre chitarra e basso a fare da padroni. Certo, come tutte le band tante belle cose sono nate da delle jam session improvvisate!

D: Mi fa piacere sentire una cosa del genere: vuol dire che per fare grande musica si può partire da cose semplici! Per le canzoni invece dove prendete l'ispirazione?
R: Tutti i testi di solito li scrive Xenoyr, e noi non facciamo altro che approvarli. È una persona molto creativa e interessata in moltissimi campi artistici: natura, fotografia... Quindi i nostri testi sono delle riflessioni che prendono ispirazione da tutto ciò che ci circonda.

D: Come la vostra musica insomma, è come se ascoltassimo un film surrealista!
R: Esattamente! Siamo molto jazz da questo punto di vista.

D: Comunque possiamo parlare di vere e proprie influenze classiche nella musica dei NeO?
R: Certo, penso che le maggiori influenze vengano proprio dalla musica classica. Sicuramente io conto molto in questo, visto che sono diplomato in composizione e violino, anche se spesso mi lascio prendere da altri generi come il jazz o persino chitarristi metal famosi, quindi c'è un po' di tutto anche qui! Sicuramente c'entra il fatto che, studiando per vent'anni, non posso non mettere delle influenze nella musica dei NeO, considerando anche che ho una precisa idea logica di come debba svolgersi un pezzo, cosa che per molti gruppi è invece un continuo divenire. Alla fine ogni nostra canzone, però, si fa influenzare dal mix del gusto di tutti i membri, quindi non me la sento di darmi troppo merito!

D: Quale dei due album pensi sia stato il più difficile da scrivere?
R: Portal of I e Citadel sono diversissimi secondo me, perché c'è un lasso di tempo fondamentale tra i due. Pensa che il primo avevamo finito di scriverlo nel 2005, ma non siamo mai riusciti a registrarlo prima del 2009! In cinque anni la tua musica si evolve, così come la nuova line-up. Per scrivere Citadel ci sono voluti tre anni, motivo per cui penso sia un disco che scorre più facilmente rispetto al primo, considerata anche la stabilità che siamo riusciti a raggiungere. Quindi ti direi che Portal of I è stato il più complesso da scrivere: dovevamo trovare un nostro sound ed esplorarlo, prima di essere convinti della direzione che stavamo prendendo. È stata una sfida, ma siamo riusciti a vincerla, e sarà una sfida ad ogni nuovo album che sono sicuro sarà meglio del precedente, sia in termini di songwriting che in termini della nostra prestazione artistica.

D: Tramite la campagna di crowdfounding avete rilasciato due EP che contengono diverse canzoni con un sound ancora differente. Ce ne vuoi parlare?
R: I due ep contengono vecchie canzoni dei NeO risuonate e riarrangiate per l'occasione, per questo il sound è così differente. Non penso ci capiterà mai nemmeno di suonarle dal vivo... Chissà, magari faremo un concerto speciale per i membri della campagna. Sul crowdfunding, per il resto, posso dirti che anche oggi ci siamo messi in gioco suonando un nuovo pezzo durante il soundcheck! Ci piace provare queste pazzie quando siamo in tour, mentre altre band fanno le cose in modo standardizzato...

D: A proposito delle sfide: con la campagna di crowdfounding penso ci sia stato un cambiamento anche mentale nel vostro modo di approcciare la musica. Come ti senti, messo di fronte a questa affermazione? Credi che sia la via ideale per rivoluzionare il mercato musicale moderno?
R: Penso che il cambiamento, più che a noi, sia imputabile a come è cambiato il modo di fruire la musica negli ultimi 20 anni. Le persone che pagano per i dischi sono sempre meno, per cui solo le grandi band riescono ad andare in tour, oppure per chi ha degli ascolti stellari su Spotify o altri servizi di streaming a pagamento. La sfida per noi è stata semplicemente quella di venire incontro ai nostri fan: quelli che ci chiedevano grandi tour europei o sudamericani. Penso tu sappia che abbiamo passato un brutto momento: dopo il tour con i Cradle of Filth abbiamo perso un sacco di soldi e siamo stati pagati pochissimo. Quindi quello che abbiamo fatto, anziché correre dalla gente pregandola di comprare i cd, è stato quello di dare la possibilità di diventare parte vera e propria della filosofia dei Ne Obliviscaris: tramite i social e la campagna siamo riusciti a fare una cosa che nessuna band prima di noi era stata capace di fare. Si tratta più di un semplice fan club: ora come ora prendiamo quasi ottomila euro dalla nostra membership platform. Un bel risultato, se consideriamo che fino a 10 anni fa non abbiamo mai visto il becco di un quattrino! Riguardo alla prima domanda quindi ti direi di si: sapere che la tua musica può diventare un part-time cambia il modo in cui ti approcci ad essa. Siamo rilassati e felici al pensiero di poterlo fare ricevendo un piccolo stipendio al mese, e anche se non è tanto è un grosso impatto comunque sul nostro morale, cosa che ci portiamo anche nel songwriting e nei concerti.

D: In cambio offrite ai fan che vi supportano dei contenuti speciali, come i due EP di cui parlavamo prima.
R: Esattamente, abbiamo anche registrato la canzone provata prima in soundcheck e la manderemo ai nostri fan della fascia gold. Saranno i primi ad ascoltarla! Così come saranno i primi a vedere il documentario sul tour con gli Enslaved.

D: Domani sarò qui a vedere Inquisition e Rotting Christ: cosa ne pensi di questa rinascita del black e comunque del metal estremo influenzato da altre correnti? Negli ultimi anni abbiamo visto parecchie bands sulle luci della ribalta, anche gente come i Batushka o i Mgla.
R: Penso che sia fantastico confrontarsi con band che riescono a pescare da diversi generi facendoli rientrare in una corrente quasi avversa. La cosa veramente importante, però, è che la musica non suoni costruita, ma genuina e reale. Non avrebbe senso copiare, anche se si parla di progressive! Quindi ciò che penso è che una band, come mai prima di adesso, debba assolutamente riuscire a trovare la propria corrente naturale.

D: Un'ultima domanda prima di salutarci...
*dal nulla sbuca Grutle Kjellson degli Enslaved*
Grutle: Non raccontargli cosa abbiamo combinato ieri!
*risate*
D: Ahahahah! Vi state divertendo con gli Enslaved?
R: Ahahah si! Sono un loro grande fan da vent'anni e mi sembra quasi una follia dividere il tour bus con loro. Sai, dopo i concerti ce ne stiamo in bus e beviamo una birra insieme, chiacchieriamo e cazzeggiamo... Va alla grande!

D: Okay, ultima domanda... Una domanda un po' critica se vogliamo! Non siete stressati all'idea di dover mantenere sempre una qualità musicale altissima, confrontandovi con quello che avete fatto fin'ora? Specialmente con il rischio che i fan possano abbandonare la campagna di crowdfunding.
R: Bella domanda. In realtà non particolarmente, perché io ho assoluta fiducia nel nostro lavoro e in come suoniamo. Come dicevo prima: il nostro obiettivo è trovare il nostro sound, e se andiamo avanti è per questo: i fan diventano parte della vita della band e della nostra visione della musica, ma devono avere bene in mente che noi scriviamo musica solo per noi stessi. Quello che dico è: ti fanno schifo i nostri prossimi album? Hai tutto il diritto di levarti dalla campagna di crowdfunding, ed è quello che in realtà succede anche con altre band: prendiamo il caso degli Opeth. Molte persone hanno apprezzato la svolta prog, molte altre no... E va bene così: se tu sei determinato a seguire una direzione hai tutto il diritto di farlo. Le ragioni sono tante: una naturale evoluzione stilistica o semplicemente lo stufarsi nel doversi conformare a canoni ben precisi. Agli Opeth va bene così: continuano a scrivere e suonare la musica che gli piace, senza pensare troppo ai fan, ed è quello che vogliamo fare anche noi. Concentrandoti sulla qualità sei sicuro di non sbagliare: potrai perdere dei fan, ma ne guadagnerai sicuramente di nuovi. Non ci sentiamo stressati proprio per questo, e anche perché per i Ne Obliviscaris la carriera è appena iniziata e non avrebbe senso fermarsi a farci delle domande proprio ora che siamo sicuri di avere delle belle idee per la testa ogni giorno.

D: Ti ringrazio Tim, mi vedrai sotto al palco a fare headbanging!
R: Ci conto, grazie a voi!

Pubblicato in Interviste

Seconda serata di fila al Circolo Colony, sabato 29, per la doppietta Inquisition + Rotting Christ.

Chi mi segue sa che il sottoscritto non ami esattamente tutto il black metal incondizionatamente, ma che lo assuma a piccole dosi come si farebbe con l'olio di palma dopo gli ultimi allarmismi. Guardandomi dall'altra parte della barricata, sostanzialmente, per me il black è sempre stato qualcosa di stranamente esotico, ma le sue sfumature non mi hanno impedito di lasciarmi spesso prendere da questo tipo di musica.

È così che mi sono ritrovato faccia a faccia con Sakis Tolis, mastermind dei Rotting Christ, per una breve intervista (che leggerete prossimamente), per poi godermi una 4 ore non stop di metal estremo. Ad attaccare ci pensano gli svizzeri Schammasch, fautori di un black/doom molto cadenzato, che non mancano di richiamare un po' di pubblico sotto al palco. Personalmente non è il mio genere, ma al contrario ho apprezzato l'attitudine cazzara dei Mystifier, fautori invece di una specie di death/black molto ignorante e caciarone. I brasiliani, all'attivo da ormai più di 20 anni, si divertono un sacco, anche considerata l'adunata di sudamericani che invade il Colony durante il loro show, mentre tanta gente non aspetta che i Rotting Christ. Il nuovo acquisto della band, Diego Araújo, tiene benissimo il palco, con ovviamente il mitico Beelzeebubth che incita i partecipanti a tirare su più macello possibile. Un Colony entusiasta saluta l'esibizione di un gruppo che effettivamente, in Italia, mancava da parecchio.

Quando tocca ai Rotting Christ salire sul palco la tensione è alle stelle. Molte persone sono qui per loro, e Sakis Tolis lo sa bene. Curiosa quindi l'idea di aprire con la cover degli Aphrodite's Child: The Four Horsemen, che chiude l'ultimo album Rituals, per poi lanciarsi in una cavalcata che ha pescato sia dagli esempi più recenti della loro discografia che dalle vecchie glorie del passato. Purtroppo il minutaggio dedicato alla band è davvero poco, cosicché i nostri devono scartare quasi del tutto alcuni album per dedicarsi ad altri, come il penultimo Κata Τon Daimona Εaytoy, per poi proporre da Rituals la tribale Apage Satana e un altro pugno di pezzi. I turnisti imbarcatisi con i fratelli Tolis per questo tour reggono bene un palco esigente come quello del Colony, che quando si tratta di metal estremo non fa sconti per nessuno. Mietitura di vittime completa con la finale Non Serviam, immancabile traccia di chiusura di tutti i loro concerti. Personalmente sarebbero dovuti essere loro gli headliner, ma alla label non si comanda...

... Label che impone headliner gli Inquisition, "nuova" rivelazione del black metal mondiale. Nuova relativamente parlando, perché i colombiani, in giro dal 1988, sono riusciti negli anni a costruirsi un'immagine di culto assolutamente inattaccabile per la maggior parte dei blackster. Saltati all'onore delle cronache per l'ultimo Bloodshed Across the Empyrean Altar Beyond the Celestial Zenith, Dagon (voce e chitarra) e Incubus (batteria) riescono a fare il casino che farebbero sei membri di una band black metal da soli, senza l'aiuto del basso. C'è da dire che in realtà il loro fonico è il terzo membro ufficiale della band, sempre indaffarato a mandare effetti dal tablet, ma non togliamo poesia a un'esibizione coi fiocchi. Definirei la loro musica quasi un black psichedelico, al livello di gente come gli Oranssi Pazuzu, ma sarebbe riduttivo parlare in questo modo del duo, che subito ci spara addosso From Chaos we came, tratta direttamente dall'ultimo full-lenght. Caratterizzati da un sound totalmente ridotto all'osso, i nostri tirano su una bella oretta di concerto: per quanto il genere non mi faccia impazzire sarebbe stupido negare la potenza sprigionata dalla band. La scaletta è dedicata all'ultima parte della discografia della band, specialmente anche a Obscure Verses for the Multiverse. Il pubblico si prende subito benissimo, nonostante molti scappino per il caldo, e si gode fino alla fine uno show davvero esplosivo.

È stato bello essere al Colony in queste due giornate, ricche di bella musica e bella gente. In attesa del Colony Open Air, l'organizzazione può stare tranquilla: il suo pubblico è fomentato e fedele come si vede.

Pubblicato in Live Report

Che il Circolo Colony sia uno dei nodi fondamentali del metal italiano è ormai un dato di fatto, soprattutto dopo il week-end appena trascorso, dove si è tenuta una tripletta al quale il sottoscritto è riuscito a partecipare ad almeno due appuntamenti.

Dell'importanza mondiale che ormai gli Enslaved e i Ne Obliviscaris hanno assunto penso possiamo essere tutti d'accordo, e chi segue i miei articoli sa benissimo quanto io ami entrambe le band. È per questo che, grazie agli amici della Season of Mist, venerdì sera ho avuto la possibilità di assistere a un tour unico nel suo genere, che ha portato al piccolo circolo di Brescia tre esperienze da tre paesi diversi come il Texas, l'Australia e la Norvegia.

Arrivato sul posto mi trovo con Tim Charles, leader degli australiani, per una breve intervista che potrete leggere tra poco. Il Colony è pronto a una serata di buona affluenza, con tanto di Enslaved che cazzeggiano alla grande in giro per il locale.

Ad aprire la serata ci sono i texani Oceans of Slumber, dediti a un progressive metal dalle tinte blackeggianti. Devo dire che non conoscevo la band in questione, ma sono rimasto piacevolmente sorpreso dalle atmosfere avantgarde/blues del quintetto texano, che, capitanato dalla bravissima Cammie Gilbert, ci immerge in atmosfere che spaziano dalla cattiveria del black più duro al prog rock dei Moody Blues, dai quali i nostri ricavano una cover dell'immortale Nights in White Satin. Un gruppo che sicuramente meriterà di essere recuperato dopo questa bella serata.

Appena si spengono le luci per i Ne Obliviscaris io sono già in visibilio. La band australiana, completamente autogestita grazie alla campagnia di crowdfunding, porta sul palco del Colony una scaletta ovviamente corta per ovvie ragioni di tempo (per chi non lo sapesse i loro pezzi durano dagli 8 ai 13 minuti), che comincia con Devour Me, Colossus (part. I) Black holes. Avevo molta paura di come potessero rendere dal vivo i pezzi del combo australiano, ma non sono rimasto per nulla deluso: al di là che scenicamente avere due mancini nella band fa una porca figura, le atmosfere di Citadel ci sono tutte, così come quelle di Portal of I, dal quale ci vengono proposte Of Petrichor Weaves Black Noise e la finale And Plague Flowers The Kaleidoscope. La mia hype da fanboy esaltato per gli Enslaved non mi ha impedito di godermi questa bellissima esibizione: contando la giovane età dei membri dei NeO spero di potermene godere ancora molte.

Setlist:

  1. Devour Me, Colossus (part. I) Black holes
  2. Of Petrichor Weaves Black Noise
  3. Painters of the tempest (part. I) Wyrmholes
  4. Painters of the tempest (part. II) Triptych Lux
  5. Pyrrhic
  6. And plague flowers the Caleidoscope

Che gli Enslaved possano non piacere sono assolutamente d'accordo, ci mancherebbe, ma sostenere che la loro importanza non sia ormai di portata mondiale è impossibile. Il colosso guidato da Ivar Bjørnson è veramente uno di quei gruppi che non ne ha mai sbagliata una, sin dagli inizi black/viking fino ai nuovi lidi prog/black. Il motivo per cui sono qui è chiarissimo: voglio sentire i pezzi di Riitiir e In Times dal vivo. Vengo subito accontentato con la opener affidata a Roots of the Mountain, per la quale comincio già a svitarmi il cranio. Gli Enslaved sono veramente un unicum, anche dal vivo, vista l'attitudine al cazzeggio nonostante la serietà della musica suonata. Epico il momento in cui, dopo aver suonato Ruun, Grutle Kjellson chiede al pubblico "Are you having a good time? Of course, it's a stupid question after only two songs", per non parlare di quando presenta gli altri membri della band in un idiotissimo italiano maccheronico. Finalmente riesco a godermi dal vivo pezzi come Building with fire, The Crossing e One Thousand Years of Rain: nonostante il tizio di fronte a me abbia delle fastidiosissime treccine che ad ogni headbanging mi piovono in faccia stile mazza chiodata riesco pure a prendermi la prima fila sugli encores. Dieci pezzi per un'ora e mezza di pura epicità, che conferma gli Enslaved come una delle più importanti realtà del panorama metal moderno.

Setlist:

  1. Roots of the Mountain
  2. Ruun
  3. The Watcher
  4. Building with Fire
  5. Ethica Odini
  6. Fenris
  7. The Crossing
  8. Ground

Encores:

  1. One Thousand years of Rain
  2. Allfadr Odinn
Pubblicato in Live Report

Ci sono personaggi di una caratura tale che non ti aspetteresti di avere la possibilità di intervistarli, un giorno. Invece, grazie alla KezzMe! e alla SPV/Steamhammer, lo scorso sabato al Circolo Colony mi è stata offerta la possibilità di intervistare nientemeno che Steve Lips, lo storico front-man degli Anvil. Una chiacchierata (purtroppo veloce dovuta a problemi di orario) che è passata dall'ultimo album fino a discorsi più complessi sul nostro mitico heavy metal.

Buona lettura!

D: Ciao Steve e benvenuto su Allaroundmetal! Prima di iniziare volevo dirti che Anvil is Anvil mi è piaciuto veramente molto, ritengo che sia davvero un ottimo disco. La prima domanda infatti è: perché proprio Anvil is Anvil?

Steve: Perché l'abbiamo chiamato così? Perché è esattamente ciò che è! Noi Anvil siamo ciò che siamo e ciò che vogliamo essere: non ci interessa cambiare, gli Anvil sono gli Anvil, punto e basta.

D: Come la stessa copertina con l'incudine riflessa nello specchio!

Steve: Esatto! Gli Anvil sono gli Anvil, ecco ciò che siamo.

D: Quanto tempo ci è voluto prima che il disco vedesse la luce?

Steve: A dire la verità non ci abbiamo messo né più né meno del tempo che impieghiamo di solito a scrivere un disco... Anzi, credo che questo disco sia stato uno di quelli con i tempi più serrati tra scrittura e tour! Appena abbiamo finito di registrarlo avevamo già la testa "on the road" per l'Europa!

D: Con questo disco siete alla terza prova in studio con la SPV/Steamhammer, come va la collaborazione?

Steve: Penso che siano davvero una grande etichetta: sanno ciò che fanno e sono davvero ben organizzati, è un piacere essere parte di questa famiglia.

D: Sempre a proposito dell'etichetta: come va il tour con U.D.O.?

Steve: Ci stiamo divertendo. Devo ammettere che in 39 anni è forse uno dei tour migliori che abbiamo mai fatto: tutte le date sono praticamente sold-out: tre mesi davanti a arene e locali pieni! Fottutamente grandioso!

D: Anche stasera mi sa che farete un bel pienone, non ho mai visto tutta questa gente al Colony... Tornando alle domande: mi sono piaciuti molto i testi delle canzoni del nuovo disco, specialmente Forgive don't Forget. Che concept c'è dietro alla canzone?

Steve: Forgive don't Forget è nata quando io e Robb abbiamo visitato Auschwitz, il campo di sterminio. Ci siamo andati proprio perché il papà di Robb è sopravvissuto a quell'inferno: se non fosse sfuggito non ci sarebbero stati nemmeno gli Anvil! Vedere quel posto è stato veramente drammatico, ma abbiamo pensato che ormai il passato è passato: i campi di sterminio non hanno più nulla a che fare con ciò che la Germania è oggi e gli stessi tedeschi. Pensaci: anche gli ultimi aguzzini probabilmente stanno morendo. Nessuno oggi è colpevole per quegli errori fatti nel passato: ciònonostante la gente spesso pensa ai tedeschi come un popolo di nazisti, come se avessero ancora una brutta reputazione. È assurdo generalizzare in questo modo, nessuno in Germania è nazista solo perché nato in quella terra! Per questo ho deciso di mettere il mio ragionamento in una canzone degli Anvil. Anche perché fin dagli inizi abbiamo sempre avuto contatti con questa terra: se non ci fosse stata la Germania probabilmente gli Anvil non sarebbero quello che sono oggi! Per cui è una cosa ironica, capisci? Se il padre di Robb non fosse sopravvissuto io non suonerei con lui, e contemporaneamente un sacco di persone che collaborano con la nostra crew sono tedesche! Ma loro sono le nuove generazioni: non hanno nulla a che fare con i nazisti. Quello che volevo dire, proprio a loro, era "Io vi perdono", perché non avete nulla da spartire con chi vi ha preceduto, ma nessuno di noi deve dimenticare quello che è successo: Forgive, don't Forget, perché dobbiamo impedire che una cosa del genere accada a qualche altro popolo. Non solo, è anche un messaggio di speranza: in questo momento ebrei e tedeschi possono fare amicizia, passando sopra al loro passato, perché il resto del mondo non dovrebbe imparare da loro? Ecco perché è nata questa canzone.

D: Rimanendo proprio in questa terra: come è stato lavorare con Martin Pfeiffer?

Steve: Fantastico, davvero fantastico. È forse uno dei più bravi ingegnieri del suono con cui abbia mai avuto a che fare: non l'ho mai contraddetto neanche una volta in fase di registrazione! Non abbiamo avuto nessun problema a lavorare con lui, ci siamo trovati bene fin da subito e penso che i suoni di Anvil is Anvil siano tra i migliori che abbiamo mai avuto.

D: Penso che uno dei momenti migliori del disco sia proprio l'opener Daggers and Rum: è divertente, catchy e ha un ottimo tiro. Ho sentito anche che avete chiamato i fan da tutta Europa per cantare il coro iniziale e finale!

Steve: Certo, e saranno anche qui stasera! Quasi quasi li facciamo salire sul palco a cantarlo dal vivo ahahahahah! Mi hai dato un'ottima idea, mi si è accesa una lampadina in testa! Pensa che erano venuti fino in Germania a cantare all'inizio delle registrazioni. Oggi siamo stati a pranzo con loro, dopo li faccio cercare e glielo dico *risate*

D: Aspetterò con ansia il momento! Passando ad altri argomenti: ho letto che avete fatto un Cameo nella serie Sons of Anarchy, come è successo?

Steve: Ahahahah, è una storia divertente! Katey Sagal (Gemma nella serie) e Kurt Sutter (il regista) anni fa incontrarono per strada Sasha Gervasi, il regista del documentario sugli Anvil. Siccome conoscevano il film e lo amavano molto, in breve tempo sono diventati amici e così Kurt ha avuto l'idea di metterci nello show a suonare Slip Kid dei Who. E così, nel primo episodio della seconda stagione ci siamo noi che suoniamo il pezzo, con alla voce Franky Perez, il cantante della band solista di Slash. Tra l'altro fa troppo ridere perché l'abbiamo proprio risuonata dal vivo senza playback! Hai presente la canzone no? Nanananana... *canta*


D: Ahahahah fantastico! Un'altra domanda: ti capita mai di ascoltare qualche cd metal nuovo che esce?

Steve: In realtà non ascolto più niente di nuovo... Ormai è tutto troppo lontano dalle mie corde. C'è una band inglese che ci supporta molto, si chiamano Dandera e sono molto bravi. Ascolto loro, ma all'infuori di questo detesto le band che hanno successo oggi, con quel cantato growl terrificante *risate*

D: Pensa, è la stessa cosa che mi rispose Wolf Hoffmann degli Accept quando lo intervistai! Comunque, siccome siamo stretti coi tempi, ti faccio l'ultima domanda: dopo la fine di due icone dell'heavy metal come Ronnie James Dio e Lemmy, pensi che noi metallari stiamo lentamente estinguendoci o può esserci qualcosa in futuro?

Steve: Nessuno può prenderne il posto: quando sei morto è finita. Davvero. Nessuno sostituirà Lemmy, nessuno sostituirà Dio, nessuno sostituirà me! *ride* D'altronde chi pensi possa prenderne il posto? Specialmente tutto ciò che arriva dagli eighties: nessuno sarà più capace di registrare i dischi che sono nati in quegli anni. Oggi, chi può dare un'impronta marcata e individuale come quella di quei dischi, se tutti cantano con quell'orrendo growl? Hai bisogno di avere un sound, uno stile, di essere unico! E quando muori nessuno può sostituirti: possono nascere band con un sound simile ma nessuno avrà mai quella particolarità. Ehi, Dio è morto ormai da parecchio e non ho sentito nulla che suonasse anche solo a quel livello. Nessuno sostituirà Elvis, nessuno sostituirà Bethooven, nessuno sostituirà Hendrix, nessuno sostituirà Benny Goodman, nessuno Michelangelo, nessuno Rhandy Rhoads! Parliamo di artisti amico! Quindi, se mi chiedi se ci sarà mai qualcuno a portare avanti l'heavy metal: solo con l'originalità. Quello che dico alle band che parlano con me: fallo, ma sii sicuro che stai facendo qualcosa di veramente originale e personale, perché se stai facendo qualcosa di conformato alle idee degli altri... Non stai facendo niente! Devi essere unico, farlo come nessun altro lo fa, e anche originale. Questo è tutto.

D: Grazie mille per questa bella chiacchierata Steve... Avrei solo un'ultima domanda...

Steve: Dimmi pure!

D: Possiamo farci una foto assieme?

Detto fatto...

Pubblicato in Interviste

Quella che ho avuto modo di vedere sabato scorso al Circolo Colony non è stata una serata qualunque per diversi motivi.
Il primo è che vedere il buon vecchio Udo Dirkschneider dare il benservito ai pezzi degli Accept con un mega tributo di 2 ore e passa a quegli anni era un'occasione imperdibile, il secondo il fatto che di spalla c'erano i mitici Anvil di Steve Lips e Robb Reiner, il terzo il fatto che ho potuto interistare il carismatico leader della band di supporto.

Un locale che, a detta del buon Roby (il gestore) ha superato ampiamente il record di presenze, arrivando a sfiorare quasi il sold-out. In effetti la sensazione di sublimazione metallica, quando arrivo, si acuisce appena attaccano a suonare i Burning Rome, gruppo di apertura 100% italiano che propone una sorta di nu metal con reminescenze prog. Diciamo che una proposta musicale simile non era proprio la più adatta per una serata praticamente al 100% heavy metal anni 80', ma i nostri affrontano la cosa con energia e vigore portandosi comunque a casa un po' di applausi e regalandoci un buon aperitivo in attesa del primo piatto della serata.

Il livello di sauna, a questo punto, si alza esponenzialmente non appena vengono scoperti gli stemmi e la strumentazione degli Anvil: Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd fa da intro alla successiva March of the Crabs, opener strumentale direttamente dal mitico Metal on Metal. Ma Lips dove diavolo è? Ed ecco che appena me lo chiedo lo vedo apparire dietro di me, in mezzo al pubblico, a urlare nei pick-up della sua Oktober "We are Anvil, and we play heavy metal!". Niente da dire sulla prestazione della band: il nuovo acquisto Chris Robertson è un diavolo da palcoscenico e con Lips e Robb se la canta e se la balla come se non stesse suonando, mentre i due pilastri della band ci investono letteralmente con un muro di suono tra riff di chitarra e quel modo di suonare la batteria che solo Reiner possiede. La scaletta varia da pezzi più di culto, come ovviamente 666 e Ooh Baby, fino ad abbracciare anche la nuova produzione della band con una graditissima Badass Rock'n'Roll o l'opener del nuovo Anvil is Anvil: Daggers and Rum. Momento di particolare commozione quando Lips, prima di suonare Free as the Wind, dedica il pezzo a R.J. Dio e a Lemmy dicendo che al mondo non ci sarà mai nessuno come loro (cosa che, come leggerete, mi ha anche ripetuto nella nostra intervista), mentre ci esaltiamo a mostro quando parte Mothra con il famoso "assolo di vibratore"! La chiusura finale è ovviamente affidata al classico dei classici Metal on Metal, cantata da tutto il Colony a squarciagola come un vero inno di chi ha vissuto i mitici anni 80', ma anche delle generazioni successive.

Setlist:

1. March Of The Crabs
2. 666
3. Oooh Baby
4. Badass Rock’n’Roll
5. Winged Assassins
6. Free As The Wind
7. Daggers And Rum
8. Mothra
9. Swing Thing
10. Die For A Lie
11. Metal On Metal



Dopo una mezz'oretta di pausa, allestito il palcoscenico, l'atmosfera inizia a farsi veramente tesa. A dire la verità non avevo mai visto lo stage del Colony allestito in questo modo: due barriere color militare con dei passanti fanno da separazione al retropalco, mentre la batteria è nelle retrovie, coperta, fino all'inizio dello show, da un telo appositamente sistemato per ovvie ragioni scenografiche. Ai lati delle percussioni, 12 grossi led saranno la cosa che ci stordirà di più durante lo show... Insomma, una situazione che sin dall'inizio sembrava studiata appositamente per farci saltare e gridare come forsennati.
Ed è sulle note di Just a Gigolo che viene introdotto il concerto: due cannoni di fumo alzano una colonna che oscura la vista e il riff inconfondibile di Starlight irrompe sul Circolo Colony come una furia. Udo Dirkschneider è in ottima forma e ci spara addosso uno dopo l'altro tutti i pezzi più classici degli Accept, passando tranquillamente da I'm a Rebel fino a Winter Nights, accompagnato dai suoi U.D.O. che replicano e interpretano quello che altrimenti avrebbe fatto la classica formazione della band teutonica. Parlare di questo concerto è veramente troppo difficile: troppi i pezzi immortali portati in palcoscenico dalla band, troppe le emozioni. Potrei parlarvi dei cori su Princess of the Dawn, potrei parlarvi della gente che saltava su Screaming for a Love Bite, potrei ancora citarvi anche le reazioni entusiaste su Monsterman, il pezzo più recente proposto.

Eppure, nell'emozione del momento, non mi è sfuggito un Dirkschneider che "faceva il suo mestiere". In fondo ormai il buon singer ha preso tutt'altra direzione, forse per questo mi è sembrato che alla fine fosse si preso dal live, ma in fondo sapesse che questa, rispetto alla sua direzione artistica, era solo una specie di "marchetta". Ciononostante i quattro pezzi finali sono in grado di spazzare via qualsiasi mio dubbio: la scena si riapre sulla doppietta Losers and Winners e Metal Heart, anthem che cantiamo tutti alzando le corna con una mano mentre l'altra la teniamo sul cuore, mentre a seguire veniamo invitati a cantare il coro iniziale di Fast as a Shark. Può poi mancare la mitica Balls to the wall? Ovviamente no! E a sorpresa, ormai esausti, l'ultima traccia suonata è Burning, anthem sul quale tutto il Colony comincia a ballare anziché pogare, al ritmo del buon vecchio rock'n roll senza il quale la nostra amata musica non sarebbe mai esistita.

Insomma, una serata davvero pazzesca, un locale ben gremito e una atmosfera allegra e "nostalgica" come si deve. Con una line-up simile era impossibile restare fermi, così molti di noi si sono scatenati fino all'inverosimile divertendosi e facendoci rendere conto che, comunque, l'heavy metal è ancora qualcosa che alberga nei cuori delle persone molto profondamente.

Setlist:

1. Starlight
2. Living For Tonite
3. Flash Rockin’ Man
4. London Leatherboys
5. Midnight Mover
6. Breaker
7. Head Over Heels
8. Neon Nights
9. Princess Of The Dawn
10. Winterdreams
11. Restless And Wild
12. Son Of A Bitch
13. Up To The Limit
14. Wrong Is Right
15. Midnight Highway
16. Screaming For A Love-Bite
17. Monsterman
18. V. War

Encores:

19. Losers And Winners
20. Metal Heart
21. I’m A Rebel
22. Fast As A Shark
23. Balls To The Wall
24. Burning

Pubblicato in Live Report

releases

Fortunato, si deve migliorare su diversi aspetti
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Meravigliosa sorpresa a nome Yattafunk!!!
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un viaggio nel medioevo con i Sommo Inquisitore
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
A zonzo sul confine tra Svezia e Norvegia col debutto degli Åskog
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gli indiani Against Evil ed il loro genuino heavy metal
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Artillery: con una X segnano il decimo album
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Un debutto sufficiente per gli Helltern
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Junkwolvz: un esordio incerto.
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Segnatevi il nome dei Nightshadow!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gli Immortal Sÿnn virano verso il thrash
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
"Conquistador", il debutto super-complesso degli Stone Healer
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Haunt: nel segno della tradizione
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla