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ENZO PRENOTTO

ENZO PRENOTTO

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Da qualche mese è uscito il nuovo album dei Symphonity, Marco Polo: The Metal Soundtrack (qui la recensione https://www.allaroundmetal.com/component/content/article/26-releases/9566-la-maturazione-%C3%A8-arrivata-per-i-symphonity). Ne abbiamo approfittato per fare due chiacchiere con il tastierista Johannes Frykholm, cordialissimo e disponibile, per raccontarci del disco e del futuro della band. 


AAM: Ciao Johannes e benvenuto su Allaroundmetal Webzine.

J: Ciao a tutti i lettori, vi siamo grati per questa intervista.


AAM: Comincerei con il chiedervi una piccola presentazione dato che forse non tutti vi conoscono. Come descrivereste la vostra band ad un possibile nuovo fan? Parlateci un po’ della vostra storia...

J: I Symphonity sono una power metal band dalla Repubblica Ceca e suona basandosi principalmente sulle influenze classiche. Difatti le canzoni sono composte ed arrangiate come gli arrangiamenti della musica classica e delle colonne sonore. In parole povere siamo una symphonic/power metal band con influenze neoclassiche e prog metal. Io, come tastierista, sono entrato nella band nel 2021, durante le registrazioni del nuovo album e sono rimasto molto colpito dall’alto livello tecnico dei componenti del gruppo.


AAM: Avete pubblicato pochi album nella vostra carriera ed è un peccato vista la vostra qualità musicale. A cosa è dovuto ciò? Cosa ha ostacolato il corso della vostra storia?

J: Crediamo che la qualità musicale non sia qualcosa a cui vada messa fretta. Ovviamente questo non significa lasciar passare tanti anni fra ogni album però, giusto per fare un esempio, con il nostro nuovo disco Marco Polo – The Metal Soundtrack abbiamo impiegato due anni nella scrittura e nella registrazione senza contare gli impegni della band per il tour di supporto al disco precedente. In passato i vari cambi di formazione hanno influito parecchio sulla lavorazione degli album. Dopo la pubblicazione di King of Persia ci siamo ritrovati senza i due cantanti Olaf Hayer e Herbie Langhans per non parlare dei posti vacanti di diversi strumentisti. Fortunatamente la nuova formazione è la più robusta di sempre con due nuovi vocalist (Mayo Petranin e Konstantin Naumenko) che si completano a vicenda con il proprio e bellissimo stile. Abbiamo poi una tosta sezione ritmica composta dal versatile bassista Tomas Sklénár e dal super veloce batterista Josef Ciganek che riesce a suonare i più incredibili fill di batteria che abbia mai sentito. A completare la lineup ci sono io alle tastiere ed il nostro mastermind Libor Krivak alla chitarra con il suo stile veloce, melodico e tecnico da grande shredder.


AAM: Il vostro primo album (Voice from the Silence) è stato notevole. Fu un power metal molto interessante con quel qualcosa in più rispetto alla massa. Con il successivo King Of Persia c’è stata un evoluzione ed ha cominciato a farsi strada il prog metal nella vostra musica. Avevate già l’idea che queste sonorità sarebbero poi finite nel nuovo album Marco Polo – The Metal Soundtrack?

J: Grazie per le belle parole. Il nostro chitarrista Libor ha sempre avuto l’idea di scrivere sonorità power metal che fossero differenti da qualunque altra band. Con King Of Persia lo potete sentire chiaramente. C’è un’impronta marcatamente sinfonica nel secondo album arrangiata con parti orchestrali e strumenti etnici; nella stessa titletrack, "Prince Of Persia", c’è un’atmosfera che ricorda molto una colonna sonora. Quando sono stati composti gli arrangiamenti per il nuovo disco era ovvio che avrebbero dovuto sia corrispondere all’ottimo lavoro fatto in King Of Persia sia anche evolvere in qualcosa di più ampio e magniloquente in modo tale da rispecchiare la storia di Marco Polo che presenta una geografia diversa oltre che una storia diversa.


AAM: Parlateci quindi nel dettaglio di questo nuovo disco. Come è nato?

J: Non abbiamo sempre una visione completa di un concept album. Libor, diverso tempo fa, è stato ispirato da uno show televisivo degli anni ‘80 riguardo Marco Polo e qualche anno dopo vennero pianificate solamente una o due tracce basate su quelle tematiche. In seguito venne registrata solo “Crimson Silk” che però era estranea all’idea di base. Nel frattempo ci si rese conto che diverse parti della storia potevano essere espresse in diversi modi e ci decidemmo quindi a dare vita a Marco Polo – The Metal Soundtrack. Per spiegare meglio: l’idea di fondo era avere differenti canzoni che rappresentassero il viaggio di Marco in diverse parti del mondo utilizzando armonie e strumenti che rispecchiassero quei luoghi. Per esempio, nelle canzoni “Crimson Silk” e “The Plague”, Marco sta viaggiando attraverso l’Armenia e la Persia e questi percorsi vengono evidenziati tramite l’uso di strumenti etnici come l’Oud e il Duduk. Ci sono anche molte percussioni addizionali registrate dal nostro amico Ladislav Šiška direttamente live in studio. Anche nell’epica traccia di dieci minuti, “Mongols”, ci sono diversi strumenti etnici che vogliono rafforzare le sensazioni che prova Marco durante il viaggio in Mongolia. Ovviamente l’intero album non è solo una colonna sonora sperimentale ma un vero e proprio album di symphonic/power metal che contiene parti pesanti, prog, componenti orchestrali ed il materiale più potente che abbiamo mai scritto e registrato.


AAM: Solitamente come lavorate ad un album? Lo componete individualmente o vi trovate tutti assieme in studio?

J: Con questo nuovo disco abbiamo seguito un processo compositivo individuale soprattutto per il fatto che la nostra lineup è molto più internazionale che in passato: metà della band si trova in Repubblica Ceca, un cantante abita in Slovacchia ed un altro in Ucraina mentre io abito in Svezia. Aggiungete il fatto che la pandemia causata dal covid ha pesantemente ristretto le possibilità di spostamento quindi non abbiamo avuto altra scelta. Libor e Thomas hanno lavorato assieme assistendo anche la registrazioni della parti di batteria di Josef. Nel frattempo io, Mayo e Konstantin abbiamo registrato in studi separati nei nostri rispettivi paesi e spedito tutto il materiale agli altri per unire il tutto. La musica è stata composta interamente da Libor ad eccezione della traccia bonus, composta da me assieme Libor stesso mentre le liriche sono di Tomas, Mayo e Konstantin. Due tracce invece hanno i testi scritti da Billy Jeffs dei Memories Of Old. Le uniche volte che si siamo trovati assieme è stato per la preparazione dei concerti dal vivo e per registrate il videoclip per la traccia “I Found My Way Back Home”.


AAM: Ci sarà la possibilità di vedervi in tour per supportare il nuovo disco?

J: Recentemente abbiamo annunciato che ad ottobre suoneremo al Power Metal Quest Fest a Birmingham, UK che sarà il nostro primo show nel Regno Unito. Stiamo valutando diverse opportunità per un tour in Europa ma ciò dipenderà dalle condizioni dei viaggi e dalle possibili restrizioni a causa della pandemia. In più il nostro vocalist Konstantin Naumenko vive in Ucraina e purtroppo la situazione lì è ancora critica. Faremo tutto ciò che possiamo per celebrare il nostro nuovo album dal vivo assieme ai nostri fan europei!


AAM: Avete mai pensato a comporre una colonna sonora per un film? Avete mai ricevuto proposte?

J: Sfortunatamente non abbiamo mai avuto proposte di questo tipo finora! Sarebbe sicuramente un esperienza divertente. In qualche modo, comporre canzoni di metal sinfonico è simile a comporre una colonna sonora perché è come dipingere un quadro musicale e far combaciare umori, luoghi, archi temporali e personaggi. La parola “colonna sonora” è anche una parola all’interno del titolo del nuovo album perché rispecchia il nostro modo di pensare la vita ed il viaggio di Marco Polo durante la sua vita in formato di metal sinfonico.


AAM: Tre album che hanno segnato la tua vita.

J: Personalmente uno dei più importanti fu il primo album power metal che ascoltai quando avevo circa cinque anni ovvero Ecliptica dei Sonata Arctica. Invece il primo album che mi fece intraprendere un percorso di scoperta del genere power metal fu Keeper of the Seven Keys Pt 2 degli Helloween. Un altro album che invece mi ha fatto realizzare che avrei amato il power metal più di ogni altro genere è stato Magic Never Dies dei Power Quest che è stato il mio disco preferito per molti anni. Questi sono i tre dischi che hanno cambiato il mio modo di vedere ed ascoltare musica!


AAM: Avete già delle idee per il futuro?

J: Il primo obiettivo è di andare in tour per supportare il nuovo disco iniziando dall’Europa e suonare in paesi in cui non siamo mai stati, un po’ come fece Marco Polo. Il Regno Unito ad ottobre sarà qualcosa di importante per noi e solo il fato dirà cosa arriverà in seguito. Siamo orgogliosi del nuovo disco e non vediamo l’ora di incontrare i nostri fan da tutto il mondo e suonare i pezzi dal vivo


AAM: C’è un particolare musicista o band con cui ti piacerebbe collaborare ma non hai mai avuto la possibilità di farlo?
J: Abbiamo tutti differenti idee con chi sarebbe figo collaborare. Sarebbe fantastico lavorare nuovamente assieme alla cantante operistica Jana Hrochová, voce mezzo soprano solista del National Theatre a Brno. Lei registrò alcune parti vocali per la titletrack del nostro album precedente King Of Persia ed anche nel nuovo album ha registrato alcune vocals nelle tracce “Venezia” e “Venezia Finale”. Abbiamo avuto anche il piacere di avere come ospite ai cori il nostro primo cantante Herbie Langhans. Di mio sono già onorato di aver potuto lavorare con così fantastici musicisti. Se dovessi nominare qualcuno con cui mi piacerebbe lavorare in futuro, sarebbe un sogno farlo con Tobias Sammet degli Avantasia o Tuomas Holopainen dei Nightwish e vedere come lavorano e come la loro mente opera.


AAM: Grazie mille per l’intervista. Vi auguriamo il meglio! Salutate i lettori come preferite.

J: Grazie mille a voi e a tutti i lettori per il supporto. Ascoltate e comprate il nuovo album. Non vediamo l’ora di vedervi dal vivo.

Sono passati esattamente dieci anni dal primo disco dei SOEN, quel piccolo gioiellino incompreso a nome Cognitive, ed altrettanti dieci anni da quando il sottoscritto li vide per la prima volta in un Alcatraz milanese semi deserto (un pubblico davvero misero, per di più fronte palco piccolo) di supporto ai Paradise Lost. All’epoca il bassista Steve Di Giorgio era già uscito dalla band ma il quintetto che si presentò sul palco non si fece abbattere ed offrì uno show raffinato e di classe nonostante gli oggettivi richiami ai Tool e Opeth (a parere personale non erano così preponderanti) dimostrando un potenziale che sarebbe poi esploso in futuro.

Si ritorna quindi sul luogo del delitto ma stavolta in quel di San Donà di Piave (Venezia) al Revolver Club in occasione del nuovo tour di supporto al “recente” disco Imperial in compagnia di due opening act ovvero Ocean Hoarse dalla Finlandia e i Lizzard dalla Francia.

Si arriva di buon ora davanti al locale. Ancora pochi gli spettatori ma aumenteranno considerevolmente nel corso della serata, segno che il combo svedese è sempre più amato e supportato. Tempo di mangiare un boccone che iniziano i primi ospiti.

Gli Ocean Hoarse da Helsinki salgono sul palco del Revoler Club presentandosi però un po’ come dei pesci fuor d’acqua in quanto il loro heavy metal robusto ed arrogante è decisamente lontano dal mood della serata ma il quartetto non si fa intimidire e spara sui presenti un sound che ricorda i Judas Priest del periodo più ruvido (Jugulator), il thrash metal ottantiano degli Exodus ed anche una certa impronta melodico/alternativa. Il vocalist Joonas Kosonen aizza subito i presenti con pose continue da metalhead e tonalità vocali al vetriolo. La band è tecnicamente preparata soprattutto nella sezione ritmica dove basso e batteria offrono spunti funambolici decisamente intriganti. L’impatto è sicuramente roccioso e devastante però i brani del debutto Dead Reckoning non si lasciano ricordare offrendo solo tanta potenza metal ma senza un riff, una melodia o un ritornello che riescano a rimanere impressi nell’ascoltatore. I pochi spettatori presenti paiono comunque gradire ma onestamente non c’è molto da dire sugli Ocean Hoarse, band purtroppo povera di idee e quelle poche buone paiono vecchie nonostante la veste moderna.

Tempo di un veloce cambio palco per accogliere il trio chiamato Lizzard che si rivelerà essere la rivelazione della serata (per quasi tutto il pubblico presente). Chi scrive già li conosceva e ritiene l’ultimo disco Eroded una delle perle del 2021 e non nega di essere stato presente unicamente per loro. I tre francesi hanno alle spalle diversi dischi di valore ed anche il sound oltre ad essere di qualità ha la sua particolarità. Inquadrare il genere non è semplice. L’art rock venato di prog, di metal e di alternative anni ‘90 è solo una parte della complessità sonora sprigionata dai Lizzard. Il lavoro di chitarra di Mathieu Ricou è delizia per le orecchie per dettagli e potenza sciorinando riffs e melodie assolutamente imprevedibili dimostrandosi come un piccolo genio artistico. La sezione ritmica ad opera del bassista William Knox e della minuta batterista Katy Elwell è puro estro e raffinatezza. Quest’ultima pesta davvero come un’indiavolata ma senza mai dimenticare il groove e l’eleganza incitando i presenti e ricevendo parecchi consensi dal numeroso pubblico che non smette mai di applaudire e discutere della band appena scoperta (molti andranno al loro merchandise durante la serata). Lo show scorre intenso, delizioso e pesca dai diversi dischi della band vincendo la serata a mani basse con buona pace degli estimatori degli headliner che sarebbero arrivati poco dopo.

L’attesa per i SOEN si fa sempre più febbrile fra il folto pubblico desideroso di vedere all’opera i propri beniamini che si presentano fieri e desiderosi di offrire uno show degno di nota fondato però su delle scelte prevedibili ma discutibili. La band, nonostante diversi cambi di formazione (i soli fissi sono il singer Joel Ekelöf ed il batterista ex-Opeth Martín López) è compatta, precisa e con un livello tecnico sempre più alto ed indiscutibile. Andando al nocciolo della questione bisogna analizzare sound e setlist. Quest’ultima è quasi totalmente devota agli ultimi due dischi in studio, gli acclamati Lotus (“Lunacy”, “Martyrs”, “Covenant”...) ed Imperial (“Monarch”, Deceiver”, “Lumerian”, “Modesty”…) proponendo solo un paio di brani dalla vecchia discografia ossia “Savia” da Cognitive e “Jinn” da Lykaia. Lo show ha quindi un’impronta prog metal decisamente marcata mantenendo allo stesso tempo le parti atmosferiche che risultano sicuramente più incisive. Viene a mancare però quella verve particolare nata fra il bellissimo Tellurian a l’incompreso apice Lykaia decidendo di porre l’accento su di un sound potente ed immediato, più di facile assimilazione. Sia chiaro, Lotus rimane un ottimo disco, oggettivamente forse il migliore dei SOEN, mentre il successivo Imperial è la sua naturale prosecuzione e dal vivo risalta ancora meglio nonostante dei suoni non così buoni come ci si sarebbe aspettati. Lo show è stato ottimo, con una band ben integrata che sa intrattenere al meglio specialmente grazie ad una sezione ritmica precisa e fantasiosa ed un Joel alla voce addirittura maturato ulteriormente oltre che una scaletta lunga con ben tre bis. In definitiva è stato uno show con luci ed ombre ma che non ha deluso la maggior parte del pubblico e questo è ciò che conta. Resta però l'amaro in bocca per aver considerato pochissimo i vecchi lavori.

Dopo aver salutato i Lizzard ci si è dovuti affrettare per rientrare, data l’ora tarda, con degli ottimi ricordi della serata.

Intervista Bonnie Li

Giovedì, 27 Febbraio 2020 18:40 Pubblicato in Interviste

Si è appena concluso lo show di Bonnie Li al Pomopero (Breganze, Vicenza) e dopo quattro chiacchiere veloci con l'artista sono cominciati i primi problemi in quanto non esisteva una stanza appartata per l'intervista o un camerino. Dato l'enorme chiasso all'interno del locale la situazione tragica (ai limiti del Fantozziano) è stata uscire fuori e sedersi in uno dei tavolini esterni. Faceva davvero molto freddo ed entrambi ci siamo ritrovati congelati e tremolanti ma in qualche modo sereni. L'intervista, o meglio chiacchierata, sarà davvero esilarante tra risate continue e divagazioni come se si fosse vecchi amici. Si parlerà di un po' di tutto. Bonnie si rivela essere umilissima, gentile, simpatica ma soprattutto focalizzata sul suo cammino professionale. Una donna tenace, con i suoi demoni interiori ma piena di vita. Buona lettura!

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AAM: Buonasera Bonnie e benvenuta su Allaroundmetal Webzine. Io sono il redattore che normalmente riceve dischi o proposte sonore più particolari rispetto agli altri più abituati a sonorità classiche. Partiamo subito con una domanda interessante: prova a incuriosire qualcuno che normalmente non ascolta una musica come la tua ad ascoltarti (Bonnie ride allegramente). Come ti descriveresti?

Bonnie: Cosa potrei dire. Io sono un’artista che opera in molte direzioni. Quello che mi piace fare è confondere il mio pubblico ed intrattenerlo allo stesso tempo campionando la mia voce ed usando tre lingue diverse, francese, inglese e cinese. Quando suono dal vivo (come pure nei dischi) mescolo gli stili vocali assieme creando differenti livelli sonori. Creo un’qualcosa nella testa degli ascoltatori che li faccia riflettere o per l’appunto confondere e ci gioco molto su questo. Non so trovare la giusta risposta a questa domanda (risate).

AAM: Una cosa che mi ha colpito della tua musica è il tuo modo di usare la voce come fosse uno strumento. Pochissime cantanti lo fanno puntando più alle manie di protagonista a dire il vero.

Bonnie: (Risate) Intanto grazie. Avvicinarmi alla musica è stato naturale però ho studiato parecchio soprattutto sulla mia voce. Ho frequentato due scuole di musica circa dieci anni fa. Quando ho iniziato avevo già l’idea di fare della musica la mia professione realizzando il mio sogno. Il mio obiettivo era comunque che non sarei stata solo una compositrice ma proprio una cantante/cantautrice. Ero cosciente che il mio corpo sarebbe stato uno strumento. Come si vede nei miei concerti uso il mio corpo in maniera completa, totale usando la mia voce a mio piacimento. E’ per questo che mi muovo molto proprio per sentire molto, avere delle sensazioni, di percepire la mia voce che esce dal mio corpo per poi arrivare ovunque e tornare da me…Anche stavolta credo di aver completamente evitato la domanda principale scusami (risate generali). 

AAM: Noto che curi anche l'aspetto visivo o comunque spettacolare dei tuoi show. Deduco tu sia un'artista molto minuziosa, giusto? 

Bonnie: Mmmmm si certo. Diciamo che molte volte prendo il tutto in maniera molto semplice anche se comunque adoro l’ignoto e giocarci con esso. Molte volte mi piace sperimentare cose nuove con il mio pubblico, cose che magari non ho mai fatto. Cerco di dare un significato a ciò che faccio, anche un’immagine specialmente al giorno d’oggi dove il mondo è totalmente ossessionato dalle cose “finte” o “senza anima” ma che siano sempre visive. Il messaggio attualmente deve essere continuamente dato da un’immagine ("ti prego fermami se mi lascio andare troppo ai discorsi extra", dice Bonnie ridendo). Per fare un esempio, se io posto qualcosa di musicale su facebook avrò un centinaio di likes, se posto una foto invece…Viviamo in un mondo che non capisce più le sensazioni, le emozioni. Quindi cerco di dare un qualcosa di visivo ma allo stesso tempo che faccia riflettere.

AAM: Sei nata in Francia per poi spostarti in Cina per poi tornare in Europa (continuando comunque a visitare posti nuovi). Ciò si riflette molto nel tuo sound. Quanto è importante contaminare la musica con diverse culture? Specie in un periodo storico molto problematico e spesso poco incline al "diverso"? 

Bonnie: Allora, non esattamente. Dopo aver vissuto in Cina ho studiato negli Stati Uniti e poi sono tornata in Francia. Riguardo alla domanda, si…per me è una cosa direi primordiale però attualmente, come giustamente dici, il mondo moderno è spaventato anche dai propri vicini. La gente non è più curiosa anche se ha un accesso illimitato alle informazioni e all’arte grazie a internet. Per molti musicisti è più facile quindi pubblicizzarsi. Di mio posso dire che ho avuto un periodo che mi sentivo molto più asiatica che europea quando ho vissuto in oriente e ciò mi ha fatto capire con il tempo che tutti noi siamo un miscuglio di qualcosa e ciò per me è un messaggio molto importante da condividere.

AAM: Curiosità extra. Li è il tuo cognome vero esatto?

Bonnie: Si si e aggiungo che è il cognome più diffuso in Cina, troverete moltissime persone con questo cognome.

Andando ai tuoi album. Tu ed Elia avete esordito con un EP chiamato "Plane Crash"). E' un duro mix di elettronica, industrial e noise. Ci sono molte cose dentro a mia opinione. Il risultato però è addolcito dalla tua voce. Le canzoni sono tutte molto differenti tra loro trasmettendo emozioni e sensazioni particolari. Non un ascolto facile per un mercato discografico veloce come quello odierno.

Si sicuramente. Ho sempre pensato di fare musica ma mai per compiacere il mercato discografico. La mia carriera prosegue comunque bene, riesco ad andare in tour (Stati Uniti compresi) e a vivere decentemente con la mia musica. Se mi abbassassi alla legge di mercato magari avrei altri risultati…beh fanculo (risate generali), perdonatemi il termine ma se non facciamo quello che desideriamo fare in questa vita non c’è ragione per continuare. Tutti dobbiamo combattere, come tu che hai fatto strada per incontrarmi e scrivere di musica o anche le radio pirata. A tal proposito durante il mio tour in Italia diverse volte ho acceso la radio e “Mamma Mia, “Ullalà” (risate generali) è stata una catastrofe per la qualità della musica proposta. In Francia diciamo: “E’ meglio amarlo ed allo stesso tempo piangerci sopra”. Mi sa che sono completamente andata fuori strada nuovamente rispetto alla domanda.

AAM: L'anno scorso, se non erro, è uscito il vostro debutto Wo Men. Ho notato una decisa evoluzione. La musica si è fatta più introspettiva, noir, forse più erotica e meno stordente. Vi siete posti degli obiettivi nella composizione?

Bonnie: Non completamente. Per me “Wo Men” è stato un album molto difficile. E’ stato appunto un periodo “noir” nella mia vita. E’ stata la prima volta che mi sentivo completamente persa. Io di mio sono una persona felice ed ambiziosa, amo la vita, amo mangiare, cucinare…però a quei tempi non stavo bene, era come se sprofondassi però volevo fare comunque un album. Ho poi firmato con un’etichetta discografica ed ho ottenuto un contratto. Decisi di provare cose differenti. Credo che la cosa più difficile non sia stata lo scrivere i testi delle canzoni ma di arrangiarle. Difatti questo disco è stato come una terapia. Ho vomitato fuori tutto quello che mi faceva star male ridandomi indietro la vera me stessa. E’ stato complicato espellere il mostro che avevo dentro però il risultato sono state canzoni passionali differenti una dall’altra. Dal vivo poi rendono forse meglio ma la cosa curiosa, dal mio punto di vista, è che trovo sempre diversi modi di trovare me stessa nei brani interpretandoli magari in maniere differenti. Probabilmente è una cosa difficile da capire e spiegare…ti auguro buona fortuna nel farlo capire ai lettori (risate generali).

AAM: Mi ha incuriosito il video del pezzo "I Want You to Die". Sembra quasi una presa in giro verso il pubblico che spesso ignora gli artisti rimanendo impassibile (come stasera, partono poi ovviamente le risate). Il tutto con uno stile alla David Lynch mescolato con Jim Jarmusch. Raccontaci delle idee di questo video. 

Bonnie: Intanto grazie del complimento. L’idea è partita da Kiril Bikov, un mio caro amico bulgaro che si è occupato anche dell’artwork di “Wo Men”. Lui ha una particolarità, non è esattamente daltonico, vede in bianco e nero ma non totalmente (non ricordo esattamente la definizione di questa cosa e Kiril me lo ha detto pure molte volte, ti prego taglia questa parte, risate generali). Ci conosciamo da molti anni e gli voglio un gran bene. Lui ascoltò la canzone e la amò fin da subito e mi disse di pensare a qualcosa di semplice per il video. Diciamo che la canzone parla da sola. Io mi sono immaginata come una diva musicale con questo pubblico tra l’aggressivo e il passivo. Gli proposi le mie idee ma non ero convinta di ciò ma lui ne fu entusiasta così ci dicemmo “Ok facciamolo!”. Adoro la sua poesia, il suo modo di fare cinema, la sua sensibilità. Consiglio a tutti di dare uno sguardo alle sue opere. Ci sono tante cose nel video come hai giustamente detto ed invito tutti a coglierle.

AAM: La titletrack del tuo album "Wo Men" è bella tosta, dura. Una sorta di rivalsa femminile contro un mondo ancora troppo maschilista? E’ una traccia decisamente heavy, molto dura secondo me.

Bonnie: Mmmm, sì e no. E’ sicuramente una canzone tosta. E’ la traccia dove ho mescolato di più differenti lingue. E’ confusa perché non si riesce a capire chiaramente cosa si dice nel brano. E’ una scelta personale voluta. Ad esempio nel brano c’è una parte in francese che parla della parola “femmina”. Se si va a guardare nel dizionario la definizione dice prettamente “donna”. Se invece si va a cercare la parola uomo si trova qualcosa come pagine e pagine descrittive di cosa sia l’uomo mentre la donna è vista come un’essere che deve crescere un bambino (a quanto pare noi donne siamo qui per questo solamente, risate). Ho voluto quindi marcare questo concetto. Sicuramente è un’affermazione femminista ma non voglio essere volgare o contro il maschio in tutto e per tutto. Sono una persona bilanciata riguardo alla dicotomia uomo/donna ma dall’altro lato a volte tendo a…forse è meglio non andare oltre al discorso (ovviamente la sprono a finire la questione e partono altre risate). Diciamo che nei miei show spesso tendo ad essere espansiva come se volessi stuzzicare, aggredire per vedere le reazioni e suonando in giro noto che gli uomini si sentono intimiditi da una donna che si dimostra forte e decisa e questa cosa mi fa sentire potente. Ma sia chiaro, io non sono contro di te o contro gli altri uomini ma sono al vostro fianco. Questa canzone parla di questo. In mandarino poi ‘wǒ’ significa io/me stesso, ‘wǒ men’ si traduce in ‘noi; togliendo lo spazio tra le due parole si ottiene ‘women’. Ho voluto sottolineare anche questo gioco di parole.

AAM: Ho notato che in molte canzoni le prime parole dei testi sono le medesime dei titoli. E' una cosa voluta o magari non ci hai mai fatto caso?

Bonnie: Oh wow (risate) no non ci avevo mai fatto caso! Grazie per avermelo fatto notare. Sto ridendo come un’idiota ahhahahaha.

AAM: Il mercato musicale è sempre in evoluzione come pure i concerti. Avendo viaggiato molto come vedi la situazione attuale e quella futura?

Bonnie: Non voglio essere pessimista ma credo che la situazione sia drammatica. Non so. Spero ci sia una sorta di rinascita, qualitativamente parlando anche. Ora pare tutto senza anima, freddo. Credo che comunque la catastrofe in questo continente non sia così pesante se paragonata ad esempio agli Stati Uniti dove il mercato musicale lì sta arrivando a dei limiti osceni. E’ un problema che parte molto dalle radio e pure nella stessa Svezia (dove c'è anche la mia etichetta discografica) il problema è marcato. Se si pensa però anche a nomi nati negli anni 90’ come Portishead, Massive Attack, Bjork, Pj Harvey si trovano artisti incredibili. Quelle vibrazioni ci sono ancora oggi ma bisognerebbe pensare meno agli artisti colmi di auto-tune e focalizzarsi di più sulla sostanza.

AAM: Un evento speciale che ti ha fatto capire che saresti diventata una musicista? Oppure un disco che ti ha segnato particolarmente se preferisci. C'è poi qualche artista speciale con cui vorresti collaborare?

Bonnie: (Partono subito le risate). Diciamo che da piccola (anche se non così tanto piccola) ero appassionata di Billie Holiday. Però furono i Portishead che cambiarono totalmente la mia vita e poi Bjork, Tim Buckley, cantautori passionali che ti lasciavano senza fiato o ti distruggevano dentro. Dicevo ai miei genitori che volevo essere come loro ottenendo risposte come “Ma sei davvero sicura?” (altre risate). Devi essere egoista e in qualche modo pazzo per arrivare dove vuoi. C’è un prezzo da pagare per ottenere quello che si vuole.

Non so se c’è un ‘artista particolare con cui vorrei collaborare. Ad essere sincera non seguo particolarmente gli artisti e nemmeno le nuove uscite e spesso faccio figuracce (risate). Di recente ho collaborato con una band fantastica molto rock’n’roll chiamata Clinic Rodeo o anche Tolliver un’artista electro r&b davvero interessante e pazzo. Se devo comunque scegliere direi Pj Harvey!

AAM: Domanda extra. Un film che ti ha cambiato la vita?

Bonnie: Requiem For a Dream! Lo vidi assieme a mia sorella la prima volta. Poi apprezzo molto il regista Cédric Klapisch ma ne adoro tantissimi altri.

AAM: Qualche progetto attualmente in lavorazione?

Bonnie: Si. Tornerò a Berlino alla fine del tour per riposare e abbracciare i miei cani. Al momento i progetti più vicini del futuro sono questi ahahhaha. Poi mi dovrò preparare per il tour americano che mi vedrà anche in alcuni festival (uno di questi è l’SXSW un Festival multimediale tra film e musica). Poi ci sono diverse pubblicazioni che vorrei fare tra singoli, videoclip ed un altro album. 

AAM: Intervista finita! Ti ringrazio nuovamente per la disponibilità e ti auguro tanti auguri per le rimanenti date del tour italiano. Lascio a te l’ultima parola se magari vuoi ricordare anche le tue prossime date live!

Bonnie: Domani suonerò a Bologna, poi avrò un dayoff e poi Seregno vicino Milano. Vi ringrazio tutti, SUPER!!!

Bonnie Li - 06/02/2020, Pomopero (Breganze, Vicenza)

Giovedì, 27 Febbraio 2020 18:34 Pubblicato in Live Report

Non si smette mai di dirlo ma i recensori hanno vita difficile. Nel caso del sottoscritto la settimana è stata dura. Tre concerti in tre sere, di cui una a Milano, con in mezzo ovviamente il lavoro che dona quella stanchezza in più tanto da non farsi mancare nulla. Si finisce di lavorare decisamente tardi e la strada per raggiungere il Pomopero (in provincia di Vicenza) è abbastanza lunga. Arrivo al locale in tempo per cenare e mentre sto per entrare incontro l’artista che si esibirà poco dopo con cui scambio piacevolmente due chiacchiere.

Il locale è una sorta di mix tra eleganza (forse troppa) e voglia di condividere la cultura, cosa non da poco di questi tempi. Non ci si aspettava di trovare un buon numero di persone di giovedì sera segno che il posto ha una buona affluenza. Il piccolo palco è già allestito con tutta la strumentazione. Ho giusto il tempo di mangiare un boccone che il concerto inizia fortunatamente in orario.

Mrs. Bonnie Li si presenta quindi sul palco in maniera molto elegante con giacca bianca e pantaloni bianchi quasi a voler esprimere un certo candore. La musicista (residente ora a Berlino) iniziò il suo viaggio nel 2009 e nel corso degli anni ha girato il mondo sia in solo che con il musicista Elia con cui compose il primo EP “Plane Crash”. Bonnie non si spaventa e si espone ai freddi presenti a testa alta e convinta di ciò che fa avvalendosi di un nutrito armamentario sonoro tra synth, tastiere, megafono, fruste elettriche e tante altre diavolerie elettroniche. Si avvale di ogni cosa per esprimere la sua musica usando la voce in maniera particolare, come fosse uno strumento ed in più muovendosi spesso sinuosamente, danzando, recitando in maniera quasi poetica. Ha uno stile molto francese nelle movenze ed imprime erotismo nel cantato integrandolo anche a culture asiatiche combinando il tutto con uno stile sonoro che può ricordare la scena electro tedesca.

Il suo modo di fare musica elettronica trova diverse forme espressive inglobando a sé il noise, il pop, l’industrial e il trip-hop. Rispetto alle prove su disco le canzoni in veste live (prese per la maggiore dal disco "Wo Men") mutano, si evolvono in forme diverse, a volte meno irruente, a volte più sperimentali dove Bonnie si diverte a smontarle e farne ciò che vuole. Il pubblico purtroppo è impreparato, confuso ed in più di un’occasione parla a voce alta dimostrando maleducazione oppure ignorando cosa sta succedendo on stage. I volumi particolarmente bassi non aiutano molto ad assaporare le mille sfumature della musica di Bonnie e ciò dispiace. La giovane musicista non si fa comunque intimidire e porta avanti il suo show svestendosi e rimanendo in top fregandosene di tutto e tutti da vera professionista. Il concerto è purtroppo molto breve e si conclude con Shout dei Tears for Fears.

Il concerto arriva all’epilogo con applausi poco spontanei e come spesso accade quasi nessuno si ferma a fare due parole con l’artista tranne il sottoscritto che la intervisterà (si clicchi qui per leggere l’intervista). 

Non è molto tardi ma a malincuore devo salutare Bonnie che mi abbraccia calorosamente con la speranza di rivedersi presto per un concerto più sostanzioso.

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