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Ninni Cangiano

Ninni Cangiano

Keep the faith alive!!

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Domenica 11 marzo 2018, mi metto in marcia direzione Mantova, circolo Arci Tom; la statale “Padana inferiore” fa veramente ribrezzo, stretta e tortuosa, mi ricorda un po’ le strade di montagna dell’amata Calabria, ma qui siamo in pianura tra le ricche Veneto e Lombardia, dove costruiscono inutili autostrade e poi non sono capaci di rendere decente una strada statale.... dopo un lungo percorso sotto la pioggia, arrivo al locale e con il mio amico ci guardiamo intorno spaesati: il parcheggio è vuoto e ci chiediamo se per caso il concerto dei Kaledon e di altre 3 bands fosse stato rinviato a nostra insaputa... saliamo al primo piano dello stabile, ove ha sede il circolo, ci tesseriamo regolarmente e paghiamo l’ingresso e subito notiamo Manuele Di Ascenzo, il batterista dei Kaledon, aggirarsi da quelle parti; dopo i saluti di rito, apprendiamo che la serata sta per avere inizio. Entriamo nel locale e ci sono i Pleonexia, band torinese di cui anni fa ho recensito l’ottimo debut album “Break all chains”, appena saliti sul palco ma... il pubblico non c’è! Oltre ai vari componenti delle altre bands (fra cui noto il mitico Alex Mele, Michele Guaitoli e Paolo Campitelli con cui ci salutiamo), gli unici spettatori siamo io ed il mio amico! I Pleonexia iniziano a suonare e ci danno anche dentro di brutto, perchè lo show è davvero piacevole, così come lo era stato il loro album; dal vivo anzi i pezzi vengono anche meglio, forse perchè la registrazione del disco non era delle più esaltanti; i torinesi suonano alla grande per circa una ventina di minuti, il tempo di 4-5 brani fra cui non poteva mancare, in conclusione, la mitica “Break all chains” che mi ha fatto letteralmente venire i brividi! Durante il cambio di strumentazione sul palco, apprendo anche dal chitarrista che è in preparazione il secondo album, che dovrebbe essere pubblicato entro fine 2018. Davvero mi sorprendo a pensare quanto siano professionali queste bands che si sbattono e si dimenano davanti sostanzialmente a nessuno.... fino al termine della serata, infatti, forse sarà arrivata in totale una decina di persone, non di più! Ed ora, perdonatemi, ma ci lamentiamo sempre che non si fanno concerti, che la scena è deprimente, che ci sono solo cover bands, ecc. ecc..... ma se, quando abbiamo davanti uno show simile, non ci va nessuno, come si pretende che i locali possano sopravvivere? Sicuramente, nella serata in questione, le spese hanno superato di gran lunga le entrate che possiamo aver portato con i nostri biglietti ed i beveraggi acquistati (tra l’altro anche a prezzi economici). Con una simile situazione è pressoché scontato che alla lunga si arrivi al fallimento, poi non venite a lamentarvi se si fanno solo concerti di cover bands del cavolo! Un locale deve pure pagare fornitori vari ed avere un introito minimo per campare e così non ce la farebbe nessuno! Chiusa questa triste parentesi, ritorniamo al concerto. Dopo gli ottimi Pleonexia, salgono sul palco i padovani Serenade, gothic metal band di cui avevo recensito l’ultimo disco “Onirica” lo scorso anno, senza venirne colpito particolarmente. Si nota subito per il suo fascino la cantante, la cui performance canora però non mi aveva fatto impazzire sull’album ed anche stasera non mi ha conquistato. Lo show non mi ha entusiasmato, forse un po’ troppo freddo o forse è proprio il sound della band a non coinvolgermi, come invece succede normalmente con il gothic sinfonico (uno dei miei generi preferiti). Sinceramente non saprei dire cosa non mi ha convinto, fatto sta che durante l’esibizione dei Serenade ne ho approfittato per contribuire al risanamento delle casse del locale acquistando una birra. Arriva il turno degli spagnoli Ankor, senza un bassista in formazione (le basi pre-registrate aiutano in tal senso) e con una ragazza batterista ed un’altra nel ruolo di cantante ad alternare clean vocals ad uno screaming furioso. Il modern groove degli Ankor non è il mio genere musicale preferito, ma la band ha energia da vendere ed obiettivamente non sono affatto malaccio. Dato che la loro musica non mi affascina particolarmente, ne approfitto per scambiare due parole con alcuni membri dei Kaledon, scoprendo che il tastierista Paolo Campitelli sta lavorando ad un interessante progetto tutto suo di cui presto sentiremo parlare! Ma arriva il momento di andare in scena ed attorno alle ore 23.00 circa i Kaledon iniziano a suonare, dando naturalmente spazio ai pezzi dell’ultimo, ottimo album “Carnagus – Emperor of the darkness”. Con 20 anni di esperienza alle spalle, la band romana è ormai una macchina perfettamente oliata, uno schiacciasassi power; la coppia Mele/Nemesio alle chitarre ha un’intesa invidiabile, il nuovo bassista Enrico Sandri pare sia da sempre in formazione, Campitelli alle tastiere diverte e si diverte e Di Ascenzo picchia come un dannato alla batteria, nonostante un rullante non eccezionale (dal suono troppo secco e “poco metal”), ma bisogna fare di necessità virtù. Guaitoli poi è un mostro e si conferma come uno dei migliori e più versatili cantanti in assoluto presenti sulla scena italiana. Una dopo l’altra scorrono canzoni del nuovo album e pezzi estratti dal passato della band romana, sia dell’epoca in cui cantava Marco Palazzi che anche del periodo di Claudio Conti. Il top è stato alla conclusiva “The new kingdom”, quando si scherzava e ci si divertiva, ricordando la parodia pubblicata in rete, che ha contribuito a rendere unica questa canzone. Ma di canzoni eccezionali i Kaledon ne hanno scritte tante e, fra queste, ho avuto il piacere di ascoltare “Holy water”, “Surprise impact” e la splendida “The God beyond the man”. Sinceramente speravo di ascoltare anche la mitica “Mighty son of the great lord” (ricordo ancora il video in cui Tommy Nemesio aveva i capelli corti!), ma sarà per una prossima volta. In attesa del concerto del 12 ottobre a Roma, in cui i Kaledon festeggeranno il ventennale, mi sono goduto una gran bella serata, in compagnia di una band ormai di valore assoluto. La scaletta seguita è stata la seguente:

- Tenebrae venture sunt

- The beginning of the night

- Eyes without life

- The two bailouts

- The end of the green power

- The angry vengeance

- Into the fog

- Holy water

- Surprise impact

- The evil witch

- The God beyond the man

- In search of Kaledon

- The new kingdom

 

Peggio per chi non c’era!

Steve Vawamas e la nuova versione di "Metalmorphosis"

Mercoledì, 03 Gennaio 2018 19:10 Pubblicato in Interviste

 

Il 2017 per gli Athlantis di Steve Vawamas è stato un anno proficuo con ben due albums pubblicati; eccoci con il mitico bassista ligure per un piacevole scambio di idee sul mondo della musica odierna.

 

D.: Ciao Steve e benvenuto sulle pagine di allaroundmetal.com! Il 2017 è stato un anno decisamente intenso per gli Athlantis con la pubblicazione di ben due album! Ci eravamo lasciati a fine maggio che non sapevi se “Metalmorphosis” avrebbe mai visto la luce ed adesso eccoci qua proprio a parlare della sua pubblicazione. Cosa è successo da maggio ad ora che ha cambiato le carte in tavola?

 

R.: Prima di tutto saluto te e i lettori di Allaroundmetal.com….e buon 2018!

 

In pratica mi sono reso conto che nel 2017 erano passati esattamente 10 anni dalla registrazione di Metalmorphosis e, sinceramente, mi era insopportabile il pensiero che un album di buon livello e suonato da grandi musicisti stesse in un cassetto a marcire… quindi mi sono deciso… ho preso il toro per le corna… e ho deciso di ri-regiatrare l’album per intero con un nuovo cantante e, invece di aspettare la casa discografica proprietaria del master del 2007, pubblicare il nuovo master con la Diamonds Prod che ha creduto nel mio progetto sin dal primo momento… e cosi, ecco subito realizzato il nuovo ma vecchio Metalmorphosis

 

 

 

 

 

D.: A proposito, ma alla fine ci puoi raccontare cosa è successo 10 anni fa che ha impedito la pubblicazione del disco all’epoca?

 

R.: Purtroppo a questa domanda non so come risponderti… .bisognerebbe chiedere al discografico proprietario del vecchio master…. una situazione inspiegabile… .uno ti paga un master in uno studio… investe nella tua band… .ma tiene il tuo master nel cassetto per 10 anni… e se non mi fossi deciso a ri-registrarlo non penso sarebbe uscito neanche nei prossimi 10 anni!!!

 

 

 

 

 

D.: Ci sono diversi ospiti nel disco, ce ne vuoi parlare?

 

R.: Dunque, in questo album troviamo Tommy Talamanca chitarra e tastiera, Alessandro Bissa batteria, io al basso, Alessio Calandriello alla voce… come ospiti abbiamo Trevor (Sadist) Roberto Tiranti e alla chitarra Stefanio Galleano (Ruxt)

 

 

 

 

 

D.: Personalmente adoro “Angel of desire”, forse una delle ballad più belle che ho ascoltato in questi ultimi anni. Tu hai un pezzo preferito tra gli altri ed, in caso positivo, per quale motivo?

 

R.: “Angel of desire” è proprio suonata da Stefano Galleano capo fondatore dei Ruxt dove milito in pieno… questo pezzo è uno che in fase compositiva sentivo molto e Stefano è riuscito a soddisfare le mie esigenze su tutti i fronti realizzativi… un pezzo che a me piace molto è “Resurrection”, molto significativo per quello che narra…. la rinascita ad uno stato di benessere con noi stessi e nei confronti di tutti coloro che ci circondano!!!

 

 

 

 

 

D.: Di cosa parlano i testi di “Metalmorphosis”?

 

R.: Cerco di riassumere il concetto….. per non dilungarmi troppo e non rompere il lettore….

 

Dunque…. questo album parla dei vari aspetti della follia… nei vari modi e motivi nei quali essa si manifesta….

 

L’amore perduto, la solitudine, gli incubi, nell’album sono presenti i vari stati d’animo peggiori che un uomo possa subire dal comportamento incondizionato della propria mente…. stati d’animo che inducono il personaggio in questione… Delian…. fino a condurlo al suicidio per raggiungere la pace interiore e la pace con ciò che lo circonda…. stati d’animo…. voler fuggire da tentazioni malate… solo la morte può far raggiungere il paradiso tanto ambìto da tutti noi… la pace, la serenità con noi stessi e con il mondo

 

 

 

 

 

D.: Personalmente adoro il sound di questo disco, molto più che non le vostre più recenti produzioni; nel prossimo lavoro degli Athlantis ci sarà spazio per questo sound più canonicamente power? A proposito, hai già composto qualche nuovo pezzo?

 

R.: Questa è una bella domanda…. Sai, io sono in continua fase compositiva…. ogni volta che mi metto a lavorare su un disco nuovo, non mi siedo li nel mio studio con l’intento di voler fare un disco power, hard rock, oppure heavy… io tiro giù sensazioni… quello che sento dentro…. la mia musica nasce cosi… viene da dentro e, tra un riff, o un giro di basso, o una melodia, esce quello che sarà un pezzo definitivo… i miei pezzi nascono cosi… poi vengono impreziositi dai vari musicisti che ne faranno parte…. come ti dicevo prima, sono sempre in fase compositiva…. avrei dischi pronti per altre 4 o 5 uscite….

 

 

 

 

 

D.: Che differenze ci sono, se ce ne sono, tra la copertina di questa edizione e quella che doveva esserci 10 anni fa?

 

R.: Allora: la copertina del vecchio album doveva essere la figura rappresentata nel quadro di questa copertina…… quadro che io ho in casa mia…. non potendo farla uscire come doveva essere, ma volendo comunque dare un senso a quella immagine del quadro, ho pensato di mettere me in copertina che ammiro il quadro in questione…. quindi sono riuscito a dare lo stesso un senso e richiamare quel che doveva essere in principio

 

 

 

 

 

D.: A proposito di artwork, ho notato che l’hai realizzato proprio tu. Adesso disegni anche copertine? Non è che ci diventi come Felipe Machado Franco che suona e soprattutto disegna un po’ per tutti?

 

R.: Non ho disegnato proprio niente, anche perché sono veramente un cane a disegnare… è semplicemente una foto di me stesso davanti al quadro….. niente di straordinario…..ahahahah!

 

 

 

 

 

D.: Ho notato che ci sono delle differenze nelle formazioni che hanno registrato i due dischi del 2017, quale dobbiamo tenere come attuale line-up degli Athlantis?

 

R.: Penso che gli Athlantis non avranno mai una line up fissa….. certo, alcuni musicisti si ripetono, perché con loro si lavora in armonia e serenità… ma la mia intenzione è quella di sperimentare sempre musicisti nuovi… nuove esperienze… la musica è condivisione ed è bello condividere le proprie idee con altri musicisti che mettono il loro saper suonare a disposizione, dando cosi vita a nuove emozioni…

 

 

 

 

 

D.: Cosa dobbiamo aspettarci nel 2018 da Steve Vawamas, tra le sue tante collaborazioni e progetti musicali?

 

R.: Sicuramente un nuovo Athlantis… sono già al lavoro… un nuovo Ruxt…… e anche li siamo già al lavoro…. e che lavoro… pensa è già pronto il terzo disco e già stiamo lavorando al quarto… ma non voglio essere io ad anticipare… lascio a Galleano questo compito…. poi forse i Mastercastle si metteranno al lavoro…. ma vediamo… carne al fuoco noi siamo sempre lì a metterla….

 

 

 

D.: Nella scorsa intervista ci avevi parlato di un tuo studio musicale personale, come procedono le cose?

 

R.: …Ho intrapreso questa nuova esperienza… e direi che i primi risultati iniziano a vedersi… tra demo di bands e dischi tipo Athlantis e Ruxt, sto iniziando ad entrare anche io in questo mondo maledetto che non ti fa fare più vita sociale…. ma una costante dedizione alla tua passione… la musica

 

 

 

 

 

D.: Sei sulla scena metal italiana da tantissimi anni, se un giovane bassista ti chiedesse un consiglio, cosa ti sentiresti di suggerirgli?

 

R.: Sai, io sono anche un insegnante e consigli ai miei allievi ne do tanti…. ma, fra tutti,quello che mi sentirei di dire a tutti i musicisti è questo: mettevi a fare musica propria, piantatela di fare cover di Vasco o di Ligabue o qualsiasi altra band…. se. da un lato. fare cover aiuta a studiare e ampliare la tecnica, la musica propria aiuta ad aprire la mente a mettere le proprie emozioni nero su bianco…quando suoni in una tribute band… non sei un musicista… sei un esecutore…. un musicista è colui che crea musica, non che riproduce ciò che ha creato un altro….

 

 

 

 

 

D.: La prima band con cui ti ho conosciuto come musicista ha il nome di “Shadows of Steel”, sei ancora in contatto con loro? Ci sarà mai la possibilità di un tuo ritorno, magari anche solo per una data live?

 

R.: Sono in contatto con tutti gli Shadows of Steel…. il primo amore non si scorda mai…. figuriamoci chi ne ha fatto parte…. io ho tanti progetti e mi bastano….. comunque se nel caso loro avessero bisogno di me… ci andrei volentieri…. perche no!!! La band adesso ha trovato un giusto equilibrio….. auguro loro tanta fortuna……

 

 

 

 

 

D.: Insegni musica in due diverse scuole private, secondo te cosa si potrebbe fare in Italia per migliorare la nostra cultura musicale, specie nel settore pubblico?

 

R.: Mi tocca essere ripetitivo……. finché siamo fossilizzati a fare cover o tributi…. avremo pochi musicisti e tanti esecutori…. la gente va ad ascoltare una band tributo…1….2….3… alla quarta si è già rotta le palle e allora perde interesse a seguire la musica…. questo è il mio parere nessuno me ne voglia…. nuove idee portano a nuove scoperte… e nuove scoperte e nuove idee portano a più interesse…. qui i locali chiudono… chiudono perché la gente non va a sentire gruppi…. perché i gruppi propongono sempre la solita cosa….. vogliamo mettere tributi a Vasco? Agli Iron Maiden? Agli AC/DC? Non ci sono più posti dove andare a suonare…. a suonare la tua arte, non quella di un altro…. e poi in Italia dobbiamo dare più spazio alla musica vera… purtroppo noi abbiamo un solo evento musicale che è Sanremo….. questa la dice tutta…. no? Questo porta a far si che nel settore pubblico… nelle scuole obbligatorie la lezione di musica è un’ora di ricreazione o un’ora per poter far casino… un po’ come l’ora di religione… quando ero alle medie io… il prof mi disse “ti do la possibilità di imparare a suonar la chitarra”…. io ero al settimo cielo…… adesso le cose non vanno cosi!!! Mia figlia suonava la diamonica…. fino a pochi anni fa… quindi…

 

 

 

 

 

D.: Credo di essermi dilungato anche troppo. Concludo ringraziandoti per la disponibilità e, come al solito, lasciandoti uno spazio libero a tua disposizione per aggiungere un tuo messaggio ai lettori di allaroundmetal.com

 

R.: Grazie a voi che mi date come sempre la possibilità di dire la mia…. per il supporto che date ai musicisti underground… che supportate la scena metal italiana e non…. ringrazio coloro che hanno avuto la pazienza di leggere tutto quello che ho scritto…. grazie di cuore per il supporto agli Athlantis e a tutte le band di cui faccio parte…. Stay Metal……..morphosis!!!!!

 

 

 

 

 

 

 

Complice la presenza di una delle band italiane da me preferite in assoluto, venerdì 18 agosto mi metto in viaggio verso Isola della Scala, ridente località alle porte di Verona, famosa in campo culinario per i suoi risotti. Arrivo a Villa Boschi, splendida location dove ha luogo il festival “Isola Rock”, verso le ore 21 circa; a causa di impegni familiari, infatti, sono arrivato un po’ in ritardo e mi sono perso le prime due bands della serata. I Silenzio Profondo sono una heavy metal band (a me sconosciuta) della provincia di Mantova, con all’attivo solo alcune autoproduzioni risalenti a diversi anni addietro; dei progsters Echotime da Urbino, invece, avevo sentito parlare proprio ad inizio agosto, quando sul nostro sito è stato recensito positivamente il loro secondo album “Side”. Mi sono quindi trovato ad assistere allo show dei modenesi Constraint, capitanati dalla singer Beatrice Bini con la sua impostazione lirica. Avevo recensito proprio io il loro debut album “Enlightened by darkness” lo scorso anno, trovando che la band aveva notevoli margini di miglioramento, specialmente se avessero asservito la liricità della singer alle necessità dei singoli brani. Ne ho avuto conferma anche in sede live, in cui la cantante mi sembra quasi sovrastare gli altri musicisti, mentre credo dovrebbe rendere più calda la propria prestazione che, a questa maniera, può risultare un po’ fredda e stucchevole. Oltretutto, avrei preferito un po’ più di verve e presenza scenica dai vari musicisti, con il solo bassista che si dimena come un matto (anche se il suo strumento è troppo relegato in sottofondo). La musica dei Constraint non dispiace, anche se in alcuni casi sarebbe servito un po’ più di ritmo (specie della batteria) ed un po’ meno liricismi, ma qui sono solo gusti strettamente personali. Comunque sia, al termine del concerto, sembra che il poco pubblico presente (la maggior parte se ne sta tranquillamente seduto a mangiare e bere purtroppo...) abbia gradito la performance e la band esce tra gli applausi. Mentre si prepara il palco per l’ingresso dei Kaledon, gironzolo per il pubblico e noto la presenze di Giacomo Voli (cantante dei Rhapsody of Fire e dei Teodasia). Mi chiedo anche come mai siano stati scelti quali headliner i faentini Witchwood (con alle spalle solo due dischi) e non i romani Kaledon, autori di ben 9 album (10, contando anche il best of) e sulla scena metal italiana da quasi 20 anni.... ma per me è un vantaggio, dato che sono qui proprio per i Kaledon, così non sono costretto a tirare fino a tardi. Con la mia piccola metallara di 9 anni (diventata una fan sfegatata del chitarrista Alex Mele dopo che le ha regalato un plettro tempo addietro) mi porto a ridosso del palcoscenico per assistere al concerto che inizia sulle note dell’intro “Tenebrae venture sunt”. I primi pezzi vengono estratti dall’ultimo tostissimo album “Carnagus – Emperor of the darkness” e sono una vera e propria bomba dal vivo. Bisogna subito evidenziare che nella band non c’è lo storico bassista Paolo Lezziroli, sostituito temporaneamente dal bassista dei Setanera Enrico Sandri; detta sinceramente, sono rimasto colpito molto favorevolmente dalla prestazione dell’ospite e, se proprio i Kaledon dovessero aver bisogno di un nuovo bassista, mi auguro vivamente che possa esserlo proprio Enrico Sandri! Alla terza canzone, “The two bailouts”, cominciano i problemi sulla chitarra di Alex Mele che a volte sparisce improvvisamente e che lo tedieranno fino alla fine del concerto.... posso solo immaginare come un perfezionista come Alex si sia innervosito di fronte a questi sfortunati contrattempi! E meno male che ci ha pensato il buon Paolo Campitelli con le sue tastiere ad improvvisare qualche breve assolo, tra un pezzo e l’altro, mentre si cerca di risolvere i problemi alla chitarra di Alex... persino un cambio di strumento, non ha giovato particolarmente, dato che le accordature erano differenti. A parte questo problema, l’esibizione è stata maestosa: Michele Guaitoli è un grandissimo singer e se ne è avuta conferma, quando si è dedicato senza alcun problema anche al repertorio dei precedenti cantanti dei Kaledon, molto diversi dal suo stile come Claudio Conti e Marco Palazzi. Chi mi ha sorpreso è stato il nuovo batterista Manuele Di Ascenzo, vera e propria macchina da guerra! La scaletta è stata la seguente:

 

- Tenebrae venture sunt

- The beginning of the night

- Eyes without life

- The two bailouts

- Evil beheadead

- The end of the green power

- The angry vengenance

- Into the fog

- The evil witch

- The God beyond the man

- In search of Kaledon

 

Avrei sperato una conclusione con la mitica “The new kingdom”, ma al termine del concerto ero comunque rimasto molto contento, dato che i Kaledon hanno dimostrato ancora una volta di essere una grande band e che probabilmente avrebbero meritato di essere loro gli headliner della serata! Mi è dispiaciuto notare che comunque si era in pochi sotto il palco e che la maggior parte del pubblico era rimasta seduta nell’area gastronomica o divisa fra i tanti stands presenti nella vasta area del festival. Intanto si era fatto abbastanza tardi e, complice un piccolo problema di salute, nonché anche per la presenza della mia bimba che cominciava a sonnecchiare su una panca; non sono riuscito a vedere il concerto dei Witchwood, lasciando l’area dell’Isola Rock durante il cambio della strumentazione sul palco, conscio comunque di aver trascorso una bella serata in una location fantastica!

Padova Metal Fest - terza serata

Lunedì, 07 Agosto 2017 18:36 Pubblicato in Live Report

Torno dalle vacanze giusto in tempo per assistere all’ultima serata del Padova Metal Fest, evento gratuito in una location indubbiamente indovinata, il “Lago verde” alle porte di Torreglia, piccolo paesello dei Colli Euganei ad una quindicina di chilometri da Padova. Nel pomeriggio aveva piovuto per un’oretta e temevo di trovare fango in ogni dove, invece già il parcheggio (ampio a dovere) era ben tenuto ed anche l’intera area del festival non aveva traccia dell’acquazzone abbattutosi poche ore prima; oltretutto l’evento atmosferico aveva mitigato parecchio la temperatura, dai torridi 38/40 gradi del primo pomeriggio ai godevolissimi 25 gradi delle ore 20. Purtroppo non sono arrivato in tempo per assistere all’esibizione delle prime due bands: gli Hellmetall (thrash/folk dalla provincia di Udine con all’attivo un album nel 2015) e gli storici Dark Ages (heavy metal band veronese attiva sin dai primi anni ’80 con quattro dischi in carriera). Parcheggio la mia macchina con le note dei primi brani dei friulani Fake Idols (usciti l’anno scorso con l’ultimo disco su Scarlet Records e già recensiti anche in passato da noi di Allaroundmetal.com), mi avvicino al palco ed ascolto un piacevole hard rock con qualche tocco di heavy metal dal sapore moderno e ricco di energia. Non conoscevo questa band, dato che normalmente non ascolto simili sonorità, quindi non sono riuscito a farmi coinvolgere più di tanto dal sound dei Fake Idols... dato che l’orario era dei più indicati, ho approfittato per assaggiare un panino del locale che ospita il festival, rimanendo favorevolmente sorpreso dalla velocità e dai prezzi tutto sommato non esagerati. Do uno sguardo in giro tra i vari stands presenti nell’area, scoprendone anche uno con tutto il personale travestito simpaticamente da pirati (non oso immaginare cosa deve essere successo il giorno prima con il pirate metal dei Silverbones!), nonché diversi banchi di abbigliamento. Intanto i Fake Idols continuano la loro esibizione ed il pubblico presente (non in gran quantità ad essere onesti, forse spaventati dalla pioggia pomeridiana...) ha dimostrato ampio gradimento. Dopo circa ¾ d’ora, è il momento di lasciare spazio ai liguri Skeletoon ed al loro “nerd metal”. Lo ammetto, ero presente al festival solo e soltanto per loro, avendo avuto modo di recensire su queste pagine i due dischi, da me apprezzati tantissimo. Per l’occasione, il gruppo si avvale anche del chitarrista ospite Andy Cappellari (attualmente nei Kantica, ma che aveva anche partecipato alla registrazione dell’ultimo album degli Skeletoon). Già prima di iniziare, noto l’essere scanzonati e divertenti dei vari musicisti della band, dato che sia il bassista Charlie Dho che il chitarrista ritmico Fabrizio Taricco (new entry nella formazione ufficiale) piazzano sugli amplificatori del palco due peluches di Super Mario Bros, con cui spesso giocheranno durante l’esibizione. Si inizia con “Dreamland”, l’opener dell’ultimo album “Ticking clock” e subito noto che la band è in gran forma: il frontman Tomi Fooler corre, salta, incita instancabilmente il pubblico coinvolgendolo di volta in volta con cori, urla e raccontando i vari retroscena dei pezzi che vengono suonati. Devo anche ammettere che non deve essere stato facile mantenere la concentrazione a quel livello, dato che sotto al palco eravamo davvero in pochi.... ma la professionalità di una band si vede anche in queste condizioni! Una dopo l’altra scorrono canzoni trascinanti estratte sia dall’ultimo che dal primo disco “The curse of the avenger”, con il sudatissimo batterista Enrico Sidoti che si mette in luce anche per essere stato in grado di continuare a suonare, nonostante la sua batteria ad un certo punto stesse letteralmente camminando in avanti.... per incitare il pubblico gli Skeletoon hanno anche inserito a sorpresa la cover dell’intramontabile “The trooper” degli Iron Maiden che è servita per far scatenare il putiferio, con finalmente un bel po’ di partecipazione anche del pubblico delle retrovie e dei “comodosi” che erano seduti sulle panche in fondo. Gli ultimi due brani hanno sublimato il tutto, con il singer che è anche sceso tra il pubblico, trascinandolo letteralmente in avanti e facendo divertire un po’ tutti quanti. Riflettendo a mente fredda su questa esibizione, è doveroso evidenziare le qualità di questa band, a prescindere dal fatto che mi piace la loro musica: ascolto metal e giro per concerti da 30 anni, ma non è così comune trovare un gruppo di musicisti così coinvolgenti e divertenti, nemmeno tra i grandi nomi che, al contrario, spesso sono anche fin troppo freddi con il pubblico ed i fans. Ero convinto che gli Skeletoon avessero grandi potenzialità, dopo la loro esibizione dal vivo ne ho avuto la certezza!

Questa la scaletta:

- Intro + Dreamland

- Mooncry

- What I want

- Hereoes don’t complain

- Night ain’t over

- Drowning sleep

- The trooper

- Joker’s turn

- Heavy metal dreamers.

 

Gli headliners della serata erano gli storici Tygers of Pan Tang, band inglese della NWOBHM, attiva sin dalla fine degli anni ’70. Non ho mai seguito particolarmente la loro musica, quindi mi sono messo incuriosito all’ascolto, anche perchè il loro cantante è il nostro connazionale Jacopo Meille. Non conoscendo i vari brani, non sono riuscito a farmi coinvolgere più di tanto, così ne ho approfittato per gironzolare ancora nell’area del concerto, incontrando anche il mitico Tony Fontò dei White Skull (peccato che non ci fossero loro come headliner!). Guardando il pubblico, mi sono persuaso che la band inglese ha comunque convinto, fornendo una prestazione che ha accontentato e coinvolto i fans accorsi sotto il palco. Era quasi mezzanotte quando ho lasciato il Padova Metal Fest, mentre i Tygers of Pan Tang stavano per chiudere il loro show, scoprendo che, “Nemo propheta in patria”, nella locandina tra i tanti banners presenti in fondo non c’è quello di Allaroundmetal.com, l’unica webzine con una folta schiera di padovani e veneti nello staff... pazienza! Speriamo che l’anno prossimo l’organizzazione si ricordi anche di noi....

 

 

 

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