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Opinione scritta da Corrado Franceschini

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    04 Febbraio, 2023
Ultimo aggiornamento: 04 Febbraio, 2023
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La splendida copertina di “A New Tomorrow” disegnata da Umberto Stagni, raffigura i precedenti artwork racchiusi in delle carte da gioco “manipolate” dal nuovo cantante dei Rain Maurizio Malaguti, mentre gli altri musicisti sono agli angoli. La band felsinea capitanata da Amos “The Snake” Amorati, continua a macinare chilometri esibendosi in tutto il Nord Italia, nonostante gli innumerevoli cambi di formazione intercorsi in quarantadue anni di attività. Credo che proprio l’inserimento di Maurizio “Evil Mala” Malaguti, autore di tutti i testi, sia in larga parte il fattore responsabile del parziale, ma deciso, cambio di rotta sonoro dei Rain. Non solo Heavy Metal, quindi, ma un pot-pourri di generi che, per come conoscevo la band, mi ha spiazzato e, in molti casi, avvinto. “A New Tomorrow” palesa un ritmo nerboruto ma ha al suo interno una caratteristica comune a molti altri brani del disco: una fase meno dura e densa di melodia. “Down In Hell” possiede un suono veramente potente al servizio di quello che ho chiamato "Grunge attualizzato". In questo caso la sorpresa è costituita da una cadenza oscura seguita da un’apertura moderna. “New Sin” è un Heavy classico con contaminazioni veloci. “Double Game” è un connubio di Hard Rock, Grunge e Red Hot Chili Peppers con un solo di chitarra a scale ben riuscito. “Master Of Lovers” passa dall’Hard Rock veloce dal gusto americano, sino ai ritmi usati dai Metallica nei periodi risalenti a “Load” e album successivi; il solo scatenato è un valore aggiunto che contribuisce a porre la canzone fra le migliori del lotto. “Never Alone” possiede un suono duro e sporco che si interseca con cadenze e semi velocità. “Loveself” lascia ampio spazio ad un certo tipo di melodia, soprattutto nella fase voce/chitarra. “All You Can Hate” mostra tutta la voglia dei Rain di esplorare un nuovo corso. Prendete una cadenza semi pindarica alla Sentenced (quelli di “Killing Me, Killing You”), aggiungete una fase in cui la chitarra è divisa e ben udibile negli altoparlanti, transitate brevemente per il ritmo spumeggiante dei Porno For Pyros e approdate ad un finale stile The Sisters Of Mercy. Questo “nuovo sound”, peraltro ben prodotto, mi spinge a dire che siamo di fronte ad un ottimo brano. “Peace Sells”, cover del brano dei Megadeth, è veramente strana; per certi versi stravolta. Se non fosse un pezzo così famoso, stentereste a riconoscerlo. “Evil Me” fa della sua velocità un punto di forza e mostra ancora una volta delle chitarre in gran spolvero. “Revolver” è un pezzo fra velocità e spezzature del ritmo e arriva a chiudere un album che, per quanto atipico, lascia soddisfatti. Il suono dei Rain, a parte alcune eccezioni, si è spostato verso la sponda americana del Metal: non quella Thrash o Glam bensì quella Alternative. Se volete supportare la band vi consiglio l’acquisto del cofanetto in edizione speciale, con CD e puzzle da 384 pezzi.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    08 Gennaio, 2023
Ultimo aggiornamento: 08 Gennaio, 2023
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Logo della band che nei caratteri ricorda quello dei Motorhead, titolo del disco che si rifà palesemente a “New Hope For The Wretched” dei Plasmatics (1980) e copertina che segue i dettami del Thrash anni ’80: queste sono le caratteristiche con le quali si presentano i Traitor. Il combo americano, nato nel 2012 a Philadelphia, Pennsylvania, ha rilasciato nel 2014 l’EP di debutto “Delaware Destroyers”. Nel 2018 lo stesso lavoro è stato ristampato su cassetta con il titolo "Traitor", e con l’aggiunta di due nuove canzoni. In questo “Last Hope For The Wretched” i Traitor si cimentano con generi che vanno dall’Heavy Metal tradizionale allo Speed/Thrash Metal e lo fanno alternando nei nove brani le voci di Greg Lundmark (gruff vocals) e Joe Rado (Death/Thrash vocals). A parte questa scelta abbastanza originale, nelle musiche e nei testi non si nota una gran fantasia. I quattro componenti mostrano comunque di avere qualche buona intuizione che andrà sfruttata meglio in futuro. Per darvi un’idea di ciò che andrete ad ascoltare vi dico che l’iniziale “Sintroducer/Take Över” è un classico dello Speed Metal con breaks, e soli di chitarre a scale. Se vi mancano i ritmi musicali rocciosi che erano caratteristici dei Judas Priest degli anni d’oro “Baptized In Fire”, grazie anche all’uso delle chitarre, vi farà tornare indietro nel tempo. “Under Attack” è un ginepraio di cambi di ritmo che denotano una buona capacità compositiva e strumentale da parte dei Traitor. “Raise The Black” ha nel nome il suo destino. Il pezzo possiede un che di malvagio ed è rafforzato da fasi in calando e in crescendo che ricordano gli Immortal del periodo più “epico”. “Luxury”, con i suoi riff stile Judas Priest/Iron Maiden e la sua imponente mole di chitarre, è l’esempio di ciò che ho scritto poche righe sopra: buone intuizioni da incasellare in maniera migliore. “Last Hope For The Wretched” va poco oltre la sufficienza dato che c’è un discreto margine di miglioramento sia per ciò che riguarda i soli, soprattutto da parte di una delle due chitarre, sia per l’uso delle voci. Vedremo se nel prossimo disco i Traitor saranno in grado di sorprenderci.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    26 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 26 Dicembre, 2022
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Quanti fra voi conoscono gruppi che suonano Heavy Metal e provengono dall’India? Credo pochi. Gli Illucia si sono formati nel 2014 e nel corso degli anni hanno rilasciato l’EP “1 1 1” nel 2019, e il singolo “Dreamtime Observers” nel 2020: vi consiglio l’ascolto su Youtube, ne vale la pena. Nel 2022 il trio, trasformatosi in quartetto in studio, ha fatto uscire il disco a nove tracce dal titolo “A New Reign”. Il combo indiano fa suoi i dettami dell’Heavy Metal duro e puro, e tiene saldo come punto di riferimento gli Iron Maiden. Questo fattore è dovuto principalmente alla chitarra di Nitin Charles Martin sia nelle fasi soliste che in quelle “doppie”. Oltre alla Vergine di Ferro le maggiori influenze musicali degli Illucia, a mio avviso, sono da pescare fra i gruppi classici come Accept, Judas Priest e band similari, con alcune brevi “fughe” verso altri generi. I riff taglienti e i soli della chitarra fanno da cornice ad alcune cavalcate che, talvolta, virano verso l’incedere epico come nel caso del primo singolo, e relativo video, “Clap Of Thunder”. Uno dei pezzi migliori del lotto dal sapore fortemente maideniano. Amate i brani pieni di variazioni sul tema? Con “Slaves of the Land” e “Walls of Desire” andate sul sicuro. Se vi piacciono le scorrerie dal suono lanciato al galoppo, “The Fortress of Gold” vi soddisferà. Stavo per dare un buon giudizio anche a “Hellucination”, ma la voce di Vineesh Venugopal, che non è sempre al top e consona al genere proposto, ha una metrica discordante dal ritmo e mi ha fatto ricredere. La nona traccia, “The Ritual… a New Reign”, rappresenta una sorta di sorpresa dato che il gruppo si sposta verso lidi cari ai Metallica più “tranquilli”, quelli degli arpeggi delicati di “The Call Of Ktulu”, per poi acquisire una carica in crescendo. Gli Illucia hanno delle buone idee in fase compositiva, ma il fattore autoproduzione e l’aver inciso le parti di chitarra in uno studio e i restanti strumenti in un altro, hanno in parte inficiato il valore del disco.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    17 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 17 Dicembre, 2022
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Se leggete le note biografiche inerenti Gabriels - pianista, tastierista e compositore siciliano - potete scoprire quante cose si possono fare nel campo musicale avendo studiato approfonditamente. Gabriels è un nome conosciuto fra quelli che ascoltano Heavy Metal di tipo Power e sinfonico e, oltre ad avere una lunga carriera alle spalle, ha diverse collaborazioni all’attivo. Questo gli ha permesso in passato di pubblicare alcuni album sotto forma di concept e con parecchi ospiti. Anche “Dragonblood – Damned Melodies” è un concept album dove sono presenti molti ospiti ed è incentrato sulla figura di Dracula e basato sulla novella di Bram Stoker. Dischi di questo tipo a volte sono difficili da recensire perché, ascoltandoli distrattamente o in più fasi, si rischia di perdere la loro essenza. In questo caso, sto parlando del presskit, il non avere il canovaccio della storia e l’abbinamento dei cantanti ai brani; per gli altri strumentisti il discorso è diverso, non rende facile il lavoro. Tralasciando questo fatto la musica è abbastanza fruibile a patto che si sia ben disposti verso brani lunghi e abbastanza articolati. Come detto il raggio d’azione del disco è alquanto ampio e va dal Power al Progressive al Gothic Metal: non per niente sono presenti tre soprano e mezzo soprano e un tenore/baritono. Naturalmente, vista la propensione artistica di Gabriels, ampio spazio è stato dato al piano e alle tastiere. Ciò non ha impedito all’artista di trovare partiture adatte per gli altri strumenti, e per le varie voci che si alternano o che lavorano all’unisono. Non è facile estrapolare dei brani da un lavoro così particolare ma, fra quelli che mi hanno colpito, vi segnalo “Mina’s Nightmare”: non credo proprio che vi annoierete nell’ascoltarla dato che le atmosfere passano dall’arabo al cupo al cadenzato a più voci, bella e “lirica” quella di Chiara Petrelli che, dalle note in mio possesso, dovrebbe essere l’interprete di Mina. Chi ama i toni epici e le tastiere che dominano la scena, apprezzerà “In The Dragon’s Castle”. Fra le canzoni migliori del lotto inserisco “Van Helsing Entrance” con i suoi molteplici cambi e le armonizzazioni vocali. Ad impreziosire il tutto, in questo caso, troviamo le parti di tastiera di Mistheria e il solo di chitarra a cura di Patick Fisichella. Proseguendo nell’ascolto voglio puntare il dito contro “Marching To The Castle”. La reputo una della canzoni meno riuscite dal punto di vista della produzione e, molto probabilmente, il suo fungere da brano intermedio: siamo alla decima traccia su quattordici, la rende un poco slegata dal contesto del concept. Fortunatamente è solo un episodio e poi si torna a livelli di un buon standard qualitativo. L’ultimo brano, “Your Time Is Up”, è un concentrato di vari stili di Metal che, ad un certo punto, ricorda da vicino gli Helloween o i nostrani Trick or Treat. L’immagine che abbinerei è quella di una fuga a cavallo alla mattina presto: la liberazione da un incubo.

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2.5
Opinione inserita da Corrado Franceschini    02 Dicembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 02 Dicembre, 2022
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Nella recensione del precedente EP dei Rebel Priest (“Lost In Tokyo”: voto 3/5), avevo messo in evidenza il fatto che il lavoro possedeva numerosi spunti presi dall’Hard e dal Glam di stampo americano. Nell’EP “Lesson In Love” (quattro tracce per complessivi 14:08) il terzetto canadese ha cambiato le carte in tavola. Questa volta le basi, sia per il suono grezzo che per l’energia profusa, sono quelle che appartenevano alla NWOBHM. Il disco rilascia sensazioni positive date appunto dalla grande energia e dalla potenza dei pezzi. Ci sono però troppe falle sia nel comparto mix/mastering a cura di Renè Garcia, che nell’autoproduzione svolta dallo stesso Garcia assieme alla band. Stiamo parlando di un gruppo nato nel 2014 che, oramai, dovrebbe avere acquisito un approccio professionale. “Lesson In Love” chiama in causa i Tygers Of Pan Tang e lo fa attraverso il suo ritmo potente e graffiante ma le aritmie di metà pezzo e al rientro dal solo, peraltro ben riuscito e a velocità supersonica, ne inficiano il valore. “Dive Bomber” è un Heavy Rock martellante con cambio in progressione e break prolungato. “Coat Check Girl” (canzone già edita come singolo nel 2016) è un Heavy Metal anthem che ricorda qualcosa dei primi brani degli Iron Maiden. “Bonfire” è un Heavy cadenzato di 105 secondi dedicato a Bon Scott. Se volete tornare ai tempi che vi vedevano sfrecciare in macchina con il vostro stereo a cassette con il volume a palla, ascoltate “Lesson In Love” e decidete se vale la pena acquistarlo. Se siete cultori della precisione e della perfezione a tutti i costi, potete tranquillamente passare ad altri dischi.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    22 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 2022
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Prima di partecipare alla quinta edizione del Porkettone Fest, evento annuale di musica estrema che si svolge a Reggio Emilia, avevo ascoltato la proposta musicale dei Black Ancestry. Due brani tratti dal demo avevano suscitato in me qualche dubbio ma un clip girato dal vivo, mi aveva convinto di avere a che fare con un gruppo valido. Validità confermata dalla breve e intensa performance fornita dal combo al suddetto festival. Black Ancestry si sono formati nel 2018 e nel 2019 hanno rilasciato il demo “The Ritual of Blood and Candles”. Nel 2021 il batterista Sakar (ora adotta lo pseudonimo Black Angel) ha rivoluzionato completamente la line up inserendo Goat Fucker (basso), Cerberus (chitarra) e Hell Child (voce). A scanso di equivoci vi dico che il demo “Rise”, uscito come autoprodotto ad aprile 2022, ha una registrazione molto artigianale quindi nei quattro pezzi, sei se consideriamo anche le brevi intro e outro, non cercate l’accuratezza nei volumi o la precisione a tutti i costi. Ciononostante questo demo, che personalmente considero come un “fermo immagine” nel cammino dei Black Ancestry, è abbastanza godibile e dà l’idea della strada perseguita dal quartetto. Copertina, foto e titoli non lasciano dubbi. Black Ancestry suonano Black Metal e lo fanno seguendo i parametri imposti da gruppi come Venom, Destruction e primi Celtic Frost oppure, per chi è più ferrato in materia, Hadez (Perù) e Blasphemy (quelli canadesi). Si inizia con “Intro (L'Arrivo del Terrore)” che è un semplice dialogo estrapolato dal film Horror degli anni ’80 Le Notti del Terrore. Leggete le poco lusinghiere recensioni: roba da cultori dei film di serie Z. “Rise Again” ha come gruppi di riferimento Venom e Celtic Frost. Da notare la batteria che galoppa veloce, come un cavallo a briglia sciolta. “Demon Sultan” ha un fastidioso sbalzo nel volume della registrazione rispetto ai due pezzi precedenti e questo infastidisce non poco. Il pezzo trova riscatto nella cadenza, nel dipanarsi in cambi spezzati e nel piazzare fra capo e collo di chi ascolta un break mortifero e catacombale, lasciando il finale in balia della velocità. “Evil… In March with Satan” ha una registrazione molto impastata ma le sue movenze stile primi Destruction, mi hanno catturato. Per un’eventuale riproposta su CD consiglio a Hell Child di sforzare meno la voce mentre, per ciò che riguarda la resa sonora, consiglio di accorciare il pezzo sfumandolo, per renderlo più incisivo. “Master of the Earth” possiede una registrazione veramente underground e va via di Black Metal tosto e battente, alternato a tempi medi con partenze dettate dalla chitarra. “Outro (La Vendetta di Mechlet)” è in pratica la risata di un caro amico dei Black Ancestry defunto tempo fa, sovra incisa sul rumore di un tuono. Sono sicuro che alcuni recensori e ascoltatori stroncherebbero questo demo uscito sia su CD che su cassetta. Chi invece come me, è cresciuto ascoltando i demo tapes degli anni ’80 ed ha apprezzato il suono grezzo dei Venom e le registrazioni “aleatorie” dei primi Bathory, potrebbe trovare spunti interessanti. Con il mio voto sufficiente voglio premiare l’assemblaggio, il ritmo delle canzoni e l’energia profusa ma, dal prossimo disco, mi aspetto molto di più.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    06 Novembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 06 Novembre, 2022
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A più di tre anni di distanza dall’ottimo “Cyberstorm” (voto su AAM 4/5) Enio Nicolini, bassista e figura storica del metallo italiano, torna a proporre la sua musica nelle dieci tracce di “Hellish Mechanism”. Rivoluzionata la formazione degli Otron, Elio riprende il discorso musicale intrapreso nel disco precedente tornando a parlare di tematiche spaziali e fughe dal mondo controllato dai poteri forti. Pur venendo a mancare l’effetto sorpresa suscitato da “Cyberstorm” e tenendo saldi i punti di riferimento, in “Hellish Mechanism” c’è tanta carne al fuoco: ed è di qualità. Il viaggio inizia con le atmosfere siderali e parzialmente decadenti di “Celestial Armada”. Anche questa volta nella line-up degli Otron non è presente la chitarra e, a mio avviso, è stato aumentato l’apporto del sintetizzatore suonato da Gianluca Arcuri. Questo fattore, unito ad un’accordatura del basso su toni diversi dal solito, fa si che in alcuni pezzi ci sia un maggior apporto di sonorità Elctro/Goth/Wave alla Sisters Of Mercy/Swans. Ascoltate “Cogwheel” e capirete cosa intendo dire. A proposito di temi spaziali poteva mai mancare la psichedelia ispirata ai suoni “cosmici” degli Hawkwind? Certo che no! La trovate nel Rock ipnotico di “The Dream”. Altro caposaldo della struttura del disco sono le ossessioni “devianti” e spaziali dei Voivod. Le potete ascoltare nell’omonima “Hellish Mechanism” o trovarle in certi accordi di “The Prophecy”. Il connubio tra elettronica e Voivod sound raggiunge l’apice in “The Old Lady”. A tal proposito vi consiglio di ascoltare il sintetizzatore che, lavorando in sordina, raggiunge un buon grado di riempimento del suono tessendo atmosfere da film Horror. “Single Higher Thought” è un Rock dissonante che non si discosta dalle influenze sonore citate in precedenza. “A Brand New World” è alquanto strana. In questo caso il Rock dissonante viene contaminato in un tratto da una sorta di Beat inglese moderno. Dirò una fesseria ma ho ravvisato un suono tipo Beatles che incontrano i Muse oppure gli Oasis. “L’osservatorio” è un Rock oscuro permeato da cambi, con un interessante testo in italiano: l’unico di tutto il lavoro. A volte nei dischi viene lasciata per ultima una traccia “fiacca” o non troppo riuscita. Non è questo il caso. “Final Crash” è un buon brano che permette agli strumentisti di sparare le ultime cartucce, mostrando una volta di più la validità del combo. Se l’opera del basso, dei sintetizzatori e della batteria suonata da Damiano Paoloni mi è sembrata più che valida, una piccola riserva la esprimo sulla voce di Luciano Palermi (Unreal Terror e una carriera di tutto rispetto fra radio e mondo del cinema N.d.A). Avrei preferito un timbro più avvolgente oppure “asettico” in stile ultimo Steve Sylvester: visti ritmi e tematiche ci stava bene, o Denis Bèlanger (Voivod). Fate vostro ”Hellish Mechanism” e perdetevi nei meandri della vostra mente.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    22 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 23 Ottobre, 2022
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Disco d’esordio per i brasiliani RF Force. Il quintetto dichiara di ispirarsi all’Heavy Metal di Dio, Judas Priest, Saxon e altri gruppi degli anni ottanta. La scarna bio inclusa nel presskit non riporta l’anno di formazione né le esperienze pregresse dei musicisti ma, dopo una breve ricerca in rete, ho scoperto che Ricardo Flausino (basso) e Marcelo Saracino (voce) hanno fatto parte degli Heaven And Hell: una tribute band dei Black Sabbath. Lucas Emidio (batteria) e Rodrigo Flausino (chitarra), invece, hanno fatto parte dei Groove metallers Hatematter. RF Force sanno suonare bene anche se una delle chitarre, durante i soli, tende ad andare un poco per i fatti suoi e si prende troppa libertà. Il disco (omonimo) presenta alcune pecche per quel che riguarda il punto di vista della produzione ed il lavoro al banco di regia ma, tutto sommato, risulta abbastanza godibile. Come detto, fra i nomi che più hanno influenzato i RF Force c’è quello di Ronnie James Dio e l’iniziale “Fallen Angel” lo dimostra ampiamente. Ci sono anche altri pezzi che hanno il marchio di fabbrica del compianto cantante a partire da “The Beast And The Hunter”, un caratteristico mid tempo cadenzato con un break e una fase di “ricarica”. “Fighter”, una delle canzoni migliori del blocco, sprizza energia e possiede un primo solo di chitarra ispirato, mentre la secondo chitarra si produce in un solo semplice ma efficace. In “Beyond Life And Death” la voce di Marcelo Saracino è molto simile a quella di Dio, anche se più arcigna. Se vi piace l’Heavy Metal duro e roccioso stile Judas Priest/Accept “Old School Metal” vi riporterà indietro nel tempo oppure, se siete giovani, vi insegnerà la strada nella quale siamo cresciuti noi “boomer”. Tra i brani più energici e, vista la resa delle due chitarre, più vicini agli Iron Maiden, vi segnalo “Flying Dogs”. Chitarre e cambi sono il motore di forza di “M.O.A.B.”, peccato che nel pezzo siano presenti alcune inesattezze nel mixaggio. La bonus track “Fight Witout a Fist”, a mio avviso, è poco più che un abbozzo di pezzo per l’incertezza del sound e dell’esecuzione perciò non aggiunge nulla al valore del disco.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    07 Ottobre, 2022
Ultimo aggiornamento: 07 Ottobre, 2022
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Se si chiede a un ascoltatore medio di musica Rock chi sono i Motörhead è molto probabile che ci risponda: “Quelli di Ace Of Spades”. Un vero appassionato della band inglese, invece, sa che almeno due terzi della discografia offrono spunti interessanti per un dibattito sia che si parli di cambi di formazione, di testi, vedi “Don’t Let Daddy Kiss Me” (“Bastards” -1992) dedicata all’abuso sui minori, dell’aggiunta di un violoncello (album “1916” –del 1991) o altro. Prendiamo “Iron Fist”: i motivi di interesse in questo caso sono molteplici. E’ il canto del cigno della formazione classica, la più longeva, ed è stato prodotto dal chitarrista Eddie “Fast” Clarke in maniera non soddisfacente (secondo le interviste dell’epoca rilasciate da Lemmy N.d.A.). In occasione del quarantesimo anniversario dalla pubblicazione la BMG ripropone il platter “ampliato” in versione 2CD e 3LP. Se siete dei veri collezionisti delle uscite dei Motörhead o degli “smanettoni” di internet nel box, di interessante, troverete veramente poco. Sulla versione potenziata e spacca orecchie del disco originale non mi dilungo oltre. Le canzoni presenti le dovreste già conoscere, e bene. Aggiungo come nota che è stato inserito in più il singolo “Remember Me I’m Gone”, che era il retro del singolo “Iron Fist”. Le cinque canzoni seguenti - vi sto parlando della versione doppio CD - provengono da un demo inciso al Jackson’s Studio nell’ottobre 1981 e proprio per questo meritano un esame più attento. “The Doctor” presenta una chitarra troppo in sottofondo tanto che, a tratti, sembra assente. Il pezzo risulta più lungo dell’originale. “Young & Crazy” è la variante impazzita: è sparata alla velocità della luce, di “Sex & Outrage”, con tanto di alcune parole cambiate nel testo e nel ritornello. Anche “Loser” presenta modifiche nel testo e, in più, possiede un basso che gira a mille, una fase d’improvvisazione nel solo di chitarra, e un’estrema velocizzazione nel finale. “Iron Fist” è strana: ha una linea di basso appiattita e mi è sembrata meno incisiva rispetto alla sua forma originale. “Go To Hell” ci regala la batteria del preciso Philthy Taylor in controtempo, un rallentamento e una ripresa, il tutto “condito” con cori alquanto sguaiati. Il successivo lotto di canzoni, sono sette, è la parte più incisiva e interessante del boxset. E’ possibile ascoltare bonus tracks della versione CD e digitale che ci restituiscono la giovinezza perduta grazie ad un ritmo incalzante e un’incisione veramente tosta. Tra versioni alternative come la bellissima “Lemmy Goes To The Pub”, la versione sparatissima di “Heart Of Stone” (anche qui il testo è stato cambiato) e strumentali tipo “Ripsaw Teardown” - un ibrido fra “No Class” e “We Are The Road Crew” - c’è di che godere. Peccato che questi brani siano già stati pubblicati assieme ad altri in “Motörhead – Over The Top: The Rarirties”, quindi se avete già quel disco risultano praticamente inutili. A chiudere il boxset ci pensa il CD dal vivo del live tenuto dai Nostri all’Apollo di Glasgow il 18-03-1982, concerto trasmesso da Radyo Clide. Ovviamente si tratta di una sorta di bootleg, quindi non aspettatevi il massimo come resa sonora. In questo caso la rete è arrivata prima e ha “bruciato” la sorpresa visto che il live set comprendente diciannove canzoni è reperibile come bootleg su alcuni siti. Ovviamente il tutto è corredato con un libretto abbastanza “massiccio” per cui, ancora una volta, se si vuole avere tutto dei Motörhead l’acquisto è obbligatorio. Quindi, riepilogando, sì all’acquisto se non avete tutti i brani nella discografia dei Motörhead e vi manca il live, o anche solo per possedere il libretto. No in tutti gli altri casi.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    28 Settembre, 2022
Ultimo aggiornamento: 28 Dicembre, 2022
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Se non ci fosse stato nel 2005 l’incontro fortuito fra James Alexander Childs e Phil Taylor non sarebbero esistiti i Little Villains. Dopo due album che avevano portato alla luce in maniera postuma il materiale suonato dai due musicisti con l’aiuto del bassista Owen Street in “Philthy Lies” (2019) e di Alan Davey, ex-Hawkwind, in “Taylor Made” (2020) la formazione è mutata. Dopo “Achtung Minen” del 2020 è ora la volta di “Battle Of Britain”. Il terzetto capitanato da Childs vede alla batteria Christopher Fielden e alla chitarra Owen Childs (nipote di James) mentre, come ospiti, ci sono Nick Davidge e Simon Edeges degli Airbus. Passano gli anni ma l’essenza dei Little Villains rimane la stessa. Si piazzano gli strumenti e si dà libero sfogo alle idee partorite. Idee riversate con uno spirito sanguigno senza badare troppo alle apparenze né alle sottigliezze. Dieci canzoni per un totale di 35 minuti. Questo dato la dice lunga sull’immediatezza della quasi totalità dei pezzi. La registrazione effettuata allo Stujo di Los Angeles sembra per molti versi effettuata in presa diretta. Questo fatto, se da un lato preserva la genuinità di “Battle Of Britain”, dall’altro denota alcune “frammentazioni” e rende l’ascolto ostico per quelli che sono dei puristi abituati al suono preciso e moderno. Come da prassi per gli americani, siamo di fronte a un album che offre scorci che vanno a toccare generi diversi. Dite la verità: dopo che ho nominato Phil Taylor vi siete chiesti se in questo lavoro c’è un sentore di Motorhead. State tranquilli: l’iniziale “Messerschmitt” e la conclusiva “Spitfire” (qualcuno ha pensato a “Bomber”?) scorrono ad una velocità tipica del gruppo di Lemmy e, nel secondo caso, è possibile anche riscontrare una componente Punk elevata. Nel background di James Childs un posto speciale è occupato dagli anni '70 e dalla psichedelia ed è ovvio che questi movimenti musicali influenzano alcune delle composizioni del cantante, in questo caso anche bassista, dei Little Villains. Per confutare ciò che ho detto vi propongo l’ascolto di “Butcher Bird”: un brano stile 70's “modernizzato”, oserei definirlo Grunge, decadente e acido. Un influsso ancora più marcato è riscontrabile nell’ottima “The Last”. Qui gli Hawkwind vengono imparentati con i Monster Magnet e danno origine a un figlio legittimo di nome Lords Of Altamont (band statunitense nata nel 2000 a Los Angeles). Decisamente interessante il connubio fra il Rock e l’Hard Progressive di “In His Blood”, così come è valido lo pseudo Dark pesante e duro di “Crying Out For More”: un pezzo che gode di un’inaspettata velocizzazione. Se devo suggerirvi un altro brano da ascoltare punto su “Watching You”, che è sì un Hard semplice stile anni '70 (vedete che tutto torna) ma con una chitarra che entra di prepotenza lasciando il segno. Se per essere felici vi basta battere il piede ed essere trasportati dal ritmo del Rock ad ampio respiro, “Battle Of Britain” potrebbe essere di vostro gradimento.

P.S.: Il disco uscirà anche a gennaio 2023 sotto l'egida della Sliptrick Records

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Dyspläcer, un debut album che fa intravedere del talento
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